Un piccolo frammento di storia cassinate La sirena che annunciò il primo bombardamento


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Studi Cassinati, anno 2008, n. 4

di  Cosmo Barbato jr

Questa è la storia di una “leggenda familiare” che a un certo punto travalicò i confini ristretti di un ambito privato.
A Cassino, fino alla guerra, esisteva uno stabilimento industriale situato sul Viale Dante, all’incrocio con la ex Via Sferracavalli: si trattava di un mulino a cilindri ad alta macinazione fondato alla vigilia della prima guerra mondiale, unica vera industria della città. All’inizio funzionò con motori cosiddetti “a gas povero” e successivamente con motori elettrici. Lo aveva impiantato un napoletano di Secondigliano che si era sposato con una cassinate di una famiglia storica della città, i Marino, e che aveva deciso di trasferire a Cassino i suoi interessi. Sullo stabilimento aveva orgogliosamente posto una grande scritta che richiamava il suo nome: “Mulino a cilindri Cosmo Barbato”.
Nel mulino c’era una sirena che segnava l’inizio e la fine dei turni di lavoro. Non era amata, sia perché agli operai richiamava la pena del lavoro sia perché quando entrava in funzione lanciava un grido che iniziava e terminava con una specie di lento lugubre lamento: dicevano che portasse male, tant’è che si favoleggiava di un suo collegamento con alcuni incidenti che si erano verificati sul lavoro e con avvenimenti spiacevoli riguardanti l’andamento dell’azienda. A tratti fu tenuta in funzione e a tratti si dovette accondiscendere ai tanti che la detestavano. Funzionò sicuramente nel 1927, poco prima che si ammalasse e morisse Maddalena, uno dei nove figli del fondatore del mulino: si parlò dell’influsso malefico della sirena. Era in funzione ancora nel 1928, quando la morte colse lo stesso fondatore. Dopo di che, a ogni buon conto, la sirena fu riposta e non se ne parlò più per 15 anni.
Poi arrivò la guerra. All’inizio a Cassino non se ne accorse quasi nessuno, tranne che per l’arrivo di diverse famiglie di sfollati da Napoli e per qualche annuncio di morte di qualche caduto sui fronti bellici. Ci furono anche delle prove di allarme aereo, annunciato con i rintocchi a martello del campanone della chiesa madre. E ci furono i volontari dell’UNPA (Unione nazionale protezione antiaerea) che percorrevano inutilmente di sera le strade deserte della città per redarguire qualche distratto che faceva filtrare un filo di luce dalla finestra. Poi la guerra cominciò a farsi sentire da vicino: cominciarono gli allarmi – sempre annunciati dai rintocchi a martello del campanone – per i bombardamenti del poco distante campo d’aviazione di Aquino. In genere l’allarme fu lanciato già dopo che gli aerei s’erano allontanati.
Fu dopo il 25 luglio del 1943, cioè dopo la caduta del fascismo, che qualcuno segnalò l’esistenza presso il mulino Barbato di una dismessa sirena, che avrebbe potuto dare più prontamente e più efficacemente l’allarme in caso di attacco aereo: una volta istallata, bastava premere un pulsante per avviarla, senza aspettare che il campanaro ricevesse l’ordine e riuscisse a mettere in funzione il campanone. Aveva solo un difetto, si diceva che portasse male: ma erano soltanto dicerie. L’apparecchio fu presto confiscato e sistemato in cima al campanile della chiesa di Sant’Antonio, all’incrocio tra lo Stradone (oggi Corso della Repubblica) e l’inizio del Viale Dante, pronto a lanciare il suo lugubre lamento. Fece sentire il suo grido alle 11 del mattino di quel 10 settembre 1943, due giorni dopo l’armistizio, quando col primo bombardamento ebbe inizio il lungo calvario della città. Ma l’urlo della sirena nemmeno riuscì a lanciare l’allarme, perché si confuse già con lo scoppio delle bombe.
Per la cronaca, il mulino Barbato fu fatto saltare in aria dai tedeschi il 22 novembre 1943, un lunedì, come notò scrupolosamente don Eusebio Grossetti, il benedettino cassinese incaricato di tenere il diario dell’Abbazia. La sirena subito dopo il suo ripristino fu definitivamente zittita nella rovina della città.

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