Un ricordo di don Angelo Pantoni O.S.B.


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Studi Cassinati, anno 2008, n. 4

di Giovanni Petrucci

Anche per don Angelo Pantoni vale la sentenza leopardiana “Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta”, resa più accoratamente amara dai versi de “La quercia caduta”.
Tante volte negli anni passati ebbi il piacere e l’onore di accompagnarlo nelle ricerche da effettuare a S. Elia e altrove e mi fu offerta occasione di assistere, ammirato, mentre attendeva al suo lavoro. Ho chiari nella mente tutti i particolari delle varie escursioni che mi hanno dato dimostrazione delle sue profonde conoscenze e delle inimitabili capacità acquisite con lo studio e la ininterrotta attività legata alla regola benedettina.
Aveva un’abilità tutta sua nel cogliere gli aspetti che riguardavano la ricerca: procedeva sicuro e senza ripensamenti.
Non portava mai con sé la cartella, ma si serviva semplicemente delle tasche interne della tonaca assai ampie, specialmente di quella di destra, che erano un vero e proprio deposito delle varie attrezzature occorrenti per i rilievi da effettuare. Palpava con i polpastrelli della destra e tirava fuori, come un prestigiatore, il doppio metro, o la matita, per lo più un mozzicone infilato all’estremità di una cannuccia, una gomma dagli angoli arrotondati per l’uso divenuta ormai una pallina, e soprattutto un taccuino, piccolo quanto il palmo della mano.
Sembrava soffrire di solitudine, causata anche dalla notevole difficoltà nell’udito; infatti ci appariva sollevato ed allegro quando io e mio padre, per ragioni di lavoro, andavamo a trovarlo per avere una spiegazione o lo accompagnavamo ad una chiesa della diocesi.
Aveva sempre a portata di mano la lavagnetta scorrevole di cartone dal fondo grigio e lucido, sul quale rimanevano impresse le parole tracciate con lo stilo; tirandola verso l’alto lo scritto scompariva ed era subito pronta per essere usata di nuovo. Quel semplice apparecchio era necessario per poter partecipare alla conversazione.
Io, però, mi trovavo in difficoltà nel rispondere con immediatezza alle sue domande e alle sue battute.
Parlava, parlava che era un piacere sentirlo, specie per certe rare inflessioni fiorentine. Per questo legame all’idioma gentil fu contento quando gli procurai “Parlata dalla finestra di casa” della Vallecchi di Nicola Lisi, che si ispira agli antichi scrittori sia nei temi, sia nella lingua, rifacendosi al purismo toscano. Non permetteva l’uso di francesismi; e mi rimproverava benevolmente:
– Ci sono termini della nostra lingua, perché non li usa?
La chiarezza usata nel dialogare e nello scrivere poneva anche nell’esecuzione dei disegni, spesso forniti anche di particolari esecutivi secondo le misure reali, tanto che io e mio padre potevamo leggerli ed interpretarli con facilità.
I tempi erano duri ed utilizzava per essi quasi sempre la carta da imballaggio, o perfino il retro di carte topografiche lasciate dagli eserciti nel Monastero. Non abbiamo mai lavorato su copie eliotipiche, ma solo su originali disegnati a matita.
Ripensandoci oggi, non so proprio capire come abbia potuto realizzare tante opere in differenti campi! Don Anselmo diceva che la giornata doveva essere di quarantotto ore; forse per Lui esse erano veramente tali!
Saggi consigli mi fornì quando ero preside della Scuola Media di Vallerotonda, suggerendomi di limitare certe informazioni ai ragazzi sulla storia del paese, tratte dai suoi studi pubblicati su Echi di Montecassino; o quando io, suggestionato e come incoraggiato da sue battute scherzose, mi accinsi, senza averne un’approfondita conoscenza, a scrivere alcune “nugae” sulle epigrafi di Casalucense:
– Si fermi qui! oltre non puó e non deve andare!
Un giorno, uscendo alla fine della terza ora, dalla Succursale della Diamare di Palazzo Imbimbo, sita in via del Foro, me lo vidi improvvisamente dinanzi, mentre scendeva dal cumulo di macerie della Chiesa del Riparo. Portava con fatica, tutto sudato e impolverato di calcinacci bianchi, un grosso pezzo di una tarsia di marmo dai vari colori.
Non ebbe tempo e calma necessari per commentare, ma l’atteggiamento e la contrarietà del suo volto furono molto eloquenti: sembrava uscire come da un cimitero dove giacevano suoi cari!
Ricordo come era contento ed euforico quando compì sessantacinque anni; andavamo a Cocuruzzo, dove stava preparando i disegni degli arredi della Chiesa per don Ciccio Falconio; in macchina disse allegramente:
– Oggi è il mio compleanno: comincia per me la terza giovinezza!
Nel salire al paese, riconobbe subito il posto, si fermò ai piedi di una croce, si inginocchiò evitando con la consueta abilità ogni impaccio che causava la tonaca; pulì una pietra del ripiano, lesse con attenzione, quasi con rapimento, e si raccolse a meditare sull’epigrafe. Poi la trascrisse sul taccuino e la fotografò ai raggi obliqui del sole.
A S. Elia ebbe la squisita premura di guidarmi ad osservare gli affreschi di S. Maria Maggiore, soprattutto quelli dell’altare. Singolare fu l’esecuzione delle fotografie scattate con una vecchia Voingländer a soffietto: a guardarla si sarebbe detto che dagli angoli del mantice poteva filtrare la luce. Comunque avrebbe fatto una splendida figura in una vetrina di un fotografo! L’ambiente non era illuminato affatto, ma Lui non si perse d’animo: si fece aiutare ad accendere tutte le candele accumulate sul tavolo della sagrestia, erano cinquantasette se non vado errato, poggiò la sua macchina su una sedia, avvitò sulla cassetta dell’obiettivo il tubicino per lo scatto a posa, inquadrò alla perfezione le figure e iniziò a scandire i secondi. Quelle foto ancora oggi si possono ammirare nelle pagine del pregevolissimo articolo pubblicato su Napoli Nobilissima.
Poi mi raccontò che il suo primo studio sull’argomento era di una trentina di anni prima e che l’ultima sua visita alla chiesetta risaliva al giorno del fatidico discorso di Hitler del 1939; mi rivelò inoltre, avendolo appreso dall’arciprete don Gennaro Iucci, che uno dei gradini della scala che dal piazzale di S. Maria Maggiore porta al giardino sottostante era costituito da un pezzo di frontone di marmo. Oggi questo fa bella mostra all’ingresso del Palazzo Comunale.
Molto interessante per me fu il ritrovamento del luogo, dove sorse il primo insediamento di S. Elia Vecchio. Trovai eccezionale il rinvenimento dei muri paralleli che attraversavano uno slargo demoliti nel corso dei secoli a livello del piano stradale: erano i resti della chiesa andata in rovina in seguito all’incursione dei Saraceni dell’867. Durante la ricognizione dei luoghi ebbi modo di constatare che ancora esistevano i ruderi di un’edicola scalcinata con all’interno un affresco di S. Michele.
Aveva particolare abilità ad interrogare le persone e in questa occasione venne a sapere, per il tramite delle mie trascrizioni, dall’ex sindaco Giuseppe D’Agostino, che sotto il ponte romano, sito in quei paraggi, il suo bisnonno passava alla guida del carro carico di fieno.
Un giorno l’accompagnai al Pantano, dove cercava i ruderi della vecchia chiesa di S. Onofrio. Ma ormai era scomparsa qualsiasi traccia: il Rapido aveva spazzato via tutto, anche le pietre. Solo Alfredo Palombo ci seppe indicare il punto, vicino ad una calcara, in cui, secondo la tradizione tramandata tra i residenti nella zona, essa esisteva.
Quando don Angelo ci lasciò il 4 maggio 1988, a portarlo a spalla eravamo pochi, che avevamo imparato da lui tante cose e gli volevamo un bene vero; preceduto dalla comunità monastica, il mesto corteo, silenzioso e raccolto in preghiera, scese per lo scalone regale verso la Cappella di S. Agata. Fuori, negli ultimi istanti del tramonto, l’atmosfera era uggiosa e malinconica, anche se un raggio di sole illuminava la parola PAX alla sommità della porta.

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