VARRONE E CASSINO


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Studi Cassinati, anno 2008, n. 4

di Filippo Coarelli

In memoria dei cittadini di Cassino
Guido e Mario Barbato

L’illustre archeologo propone una revisione cronologica e di attribuzione dei principali monumenti della Casinum romana.

Il legame tra Cassino e il celebre poligrafo dell’età cesariana1 nasce nel momento in cui quest’ultimo acquistò un terreno nella città del Lazio per costruirvi una lussuosa villa, probabilmente la più importante tra quelle da lui possedute2, dove sistemò la sua biblioteca e dove, a detta di Cicerone3, scrisse alcune tra le sue opere più importanti. Non conosciamo il momento preciso di tale acquisto, ma siamo in grado di determinarlo, con una certa approssimazione, sulla base di alcune indicazioni presenti nella nota opera di Varrone dedicata all’agricoltura: in effetti, nel libro III di questa egli descrive nei minimi dettagli l’uccelliera (aviarium) della villa4. Ora, la data di pubblicazione dell’opera si puó fissare intorno al 37 a. C., ma la data fittizia del III libro si colloca nel 545: la costruzione deve quindi risalire a prima di quell’anno.
È probabile che il momento iniziale sia da fissare dopo la partecipazione di Varrone alla guerra piratica (67 a. C.) e dopo il triplice trionfo di Pompeo del 61. Siccome sappiamo che nel 59 egli fece parte della commissione di vigintiviri incaricati da Cesare della distribuzione dell’ager Campanus6, è ragionevole pensare che l’acquisto abbia avuto luogo proprio in tale occasione.
Le vicende successive della villa ci sono note solo da Cicerone. Nella seconda Filippica, del 19 settembre 447, l’oratore attacca Antonio, accusandolo di aver occupato la villa di Varrone, di ritorno dal suo giro in Campania del maggio dello stesso anno, nel corso del quale il triumviro aveva fondato alcune colonie di veterani. Nella stessa occasione l’oratore ricorda un precedente tentativo avvenuto nel 47 a. C., andato a vuoto grazie a Cesare che, a quanto sembra, era intervenuto per bloccare il tentativo. Cicerone descrive in termini coloratissimi l’episodio: “da qui ti precipiti sulla proprietà cassinate di Varrone, il più onesto e integro degli uomini … e quanti giorni hai passato in quella villa in orge disgustose! Si cominciava a bere già dalla terza ora, si giocava, si vomitava. O dimora infelice, e quanto diverso dal precedente il nuovo padrone … Varrone l’aveva scelta come rifugio per i suoi studi, non per la libidine di altri. Quali discorsi si tenevano un tempo in quella villa, quali riflessioni, quali scritti! Il diritto del popolo Romano, le memorie dei nostri antenati, ogni principio di sapienza e di dottrina. Ma durante la tua occupazione – ché non eri certo tu il proprietario legittimo – risuonavano ovunque le grida degli ubriachi, i pavimenti e le pareti grondavano di vino, ragazzi liberi si mischiavano a mercenari, prostitute a madri di famiglia”.
Tuttavia, Varrone dovette presto recuperare la sua proprietà, se alla fine del 43 questa gli venne nuovamente sottratta, quando egli fu incluso dai triumviri nelle liste dei proscritti, e poté salvarsi solo grazie all’aiuto del suo amico (anche se partigiano di Antonio) Fufio Caleno, che lo nascose fino al momento della riabilitazione8. Sappiamo che in tale frangente la villa e la biblioteca subirono gravi danni e alcune opere di Varrone andarono perdute9.
Tornato in possesso della sua proprietà cassinate, egli dovette morirvi nel 27 a. C., a quasi novant’anni10: anche se nessun autore antico precisa il luogo del trapasso, la probabile identificazione della sua tomba con il mausoleo cassinate detto di Ummidia Quadratilla11 sembra confermare l’ipotesi.
La presenza a Cassino per più di trent’anni di una personalità politica e culturale come quella di Varrone non puó non aver lasciato tracce profonde nella città, e non solo nell’ambito privato. La mancata considerazione di questo semplice fatto ha impedito a lungo di identificare tali tracce, riconoscibili sia nell’ambito istituzionale sia nell’ambito architettonico.
Da quest’ultimo punto di vista, è cruciale il riesame di strutture monumentali, come il teatro: la datazione corrente di quest’ultimo all’età augustea costituisce non solo un errore tutto compreso limitato, ma un impedimento alla retta comprensione del contesto storico-culturale di cui esso fa parte.
Non è possibile in questa sede riprendere tutti gli argomenti che consigliano per questo edificio una cronologia alquanto più alta, intorno alla metà del I secolo a. C.12: basterà ricordare brevemente tra questi la pianta dell’edificio, diversa dal modello “vitruviano”, che si afferma negli ultimi decenni del secolo, e prossima invece a quella del teatro di Pompeo (costruito tra il 61 e il 55 a. C.); la tecnica edilizia utilizzata, il quasi reticolato con ammorsature “a vela”, ecc. Più interessante è riconsiderare i dati epigrafici, e cioè i frammenti conservati della dedica, incomprensibilmente trascurati, nonostante la loro rilevanza cruciale. In un primo frammento13 si legge: ATR.PRAEF, da integrare sicuramente con [P]ATR(ONVS) PRAEF(ECTURAE). Poiché si tratta del dedicante, e quindi del costruttore, dell’edificio, quest’ultimo venne dunque realizzato in un periodo in cui Cassino era ancora una prefettura, e cioè prima della sua trasformazione in municipio, probabilmente dovuta a Cesare. Si deve sottolineare inoltre che subito dopo la città divenne colonia: certamente in epoca triumvirale e molto probabilmente ad opera di Antonio, quando questi ebbe occasione di soggiornare a Cassino (nella villa di Varrone, come sappiamo) nel corso della sua attività di deduzione di veterani in Campania nel maggio del 44 a. C.14.
Tutto ciò equivale a dire che il teatro venne edificato con certezza prima del 49 circa a.C., quando verosimilmente la prefettura divenne municipio. Va aggiunto che, secondo l’iscrizione, artefice dell’edificio fu un patrono della città, che in quegli anni non poté essere altri che Varrone, l’unico personaggio di rango senatorio che allora vi risiedeva. Per lo stesso motivo sembra inevitabile identificare con il grande studioso la statua marmorea trovata nel teatro (ora al Museo Archeologico di Napoli), databile anch’essa intorno alla metà del I secolo a. C.: il tipo di questa, che risale a un simulacro lisippeo di Poseidon, riutilizzato per immagini eroiche di sovrani ellenistici (come Demetrio Poliorcete) e poi di Pompeo, era riservata ai vincitori navali. Ora, come già detto, Varrone aveva partecipato, comandando la flotta destinata a coprire l’area compresa tra Delo e la Sicilia, alla guerra navale contro i pirati, condotta da Pompeo nel 67 a. C., e in tale occasione si era coperto di gloria, meritando – primo dei Romani – l’onore eccezionale della corona navalis, ottenuta in seguito solo da Agrippa15.
È interessante, in tale contesto, ricordare un secondo patrono di Cassino, identificato da una recente scoperta epigrafica16: il Q. Pedius M. f. proco(n)s(ul) che vi è citato si identifica con il lontano parente ed erede di Cesare, console suffetto dal 18 agosto del 43 a. C., che aveva trionfato sulla Spagna come proconsole alle idi di dicembre del 4517. L’iscrizione è quindi databile nel 44 o agli inizi del 43 a. C., cioè proprio contemporaneamente alla fondazione della colonia antoniana del 44. È quindi agevole collegare il personaggio con quest’ultimo avvenimento, e dedurne che egli dovette essere uno dei triumviri delegati a tale operazione: così si spiega il patronato, onore nel quale egli dovette sostituire (certo provvisoriamente) Varrone, nel periodo di disgrazia di quest’ultimo. Una data diversa è impossibile, perché Quinto Pedio morì nel corso del suo consolato, a fine ottobre del 43 a. C.
Siamo quindi in grado di datare il teatro di Cassino agli anni compresi tra il 59 (anno probabile di acquisto della villa di Cassino) e il 49, probabile anno di fondazione del municipio. In questi anni, in particolare dopo la rinuncia all’attività politica, conclusa nel 50 con il proconsolato in Hispania Ulterior, Varrone si ritira a vita privata: in particolare dovette soggiornare a Cassino, dove si trovava la sua biblioteca, e dove probabilmente vennero composte le sue opere principali, dalle Antiquitates al De lingua latina. Il suo patronato coincise dunque con una munifica opera di mecenate, che comprende, come abbiamo visto, la costruzione del teatro e probabilmente anche quella dell’anfiteatro: le iscrizioni pertinenti a quest’ultimo, che ricordano l’intervento di Ummidia Quadratilla18, si riferiscono infatti, con tutta probabilità, alla realizzazione delle gradinate lapidee, dal momento che il tipo della costruzione, a terrapieno e con muri in opera quasi reticolata analoga a quella del teatro, permette di attribuirla ad età tardo-repubblicana19.
L’ultimo edificio che possiamo probabilmente collegare con il grande studioso è l’imponente mausoleo, che sorge sulla terrazza sottostante al teatro, e che in genere – ma senza argomenti – è attribuito ad Ummidia Quadratilla, la figlia del primo Cassinate che fu console, nel 40 d. C., L. Ummidius Durmius Quadratus, morta in tarda età, nel 107 d. C. (come ricorda Plinio il Giovane)20. Si tratta infatti, per più aspetti, di un sepolcro eccezionale: costruito all’interno del pomerio e dotato di un altare, esso non puó che appartenere a un personaggio di grande rilievo, che per i suoi meriti dovette godere di una vera e propria eroizzazione. La datazione probabile dell’edificio in età augustea (Varrone morì nel 27 a. C.) e la sua struttura, eccezionale per il periodo, realizzata in opera quadrata di grandi blocchi di calcare, concordano con tale ipotesi. Ma soprattutto, la sua forma cruciforme, con cupola centrale inserita in un cilindro, rimanda a modelli dell’ideologia neopitagorica, di cui Varrone fu adepto.
Una tale conclusione è confermata dal fatto che, contrariamente all’uso dell’epoca, si tratta di un sepolcro ad inumazione, come dimostra la presenza delle tre grandi nicchie, evidentemente destinate a sarcofagi: è noto infatti che l’ideologia pitagorica proibiva l’incinerazione. Ancora una volta, è questo il caso di Varrone, come sappiamo da una preziosa notizia di Plinio il Vecchio21: “Molti hanno preferito farsi seppellire in sarcofagi di terracotta, come M. Varrone, al modo pitagorico, tra foglie di mirto, di olivo e di pioppo nero”.

1 Sul quale si veda F. Della Corte, Varrone. Il terzo gran lume romano, 2ª ed., Firenze 1970.
2 Sulle proprietà di Varrone, ibid., pp. 15-22.
3 Cic., Phil. II, 105. Si veda anche più avanti.
4 Varro, de re rust. III, 5, 8-17. Sull’uccelliera, si veda da ultimo G. Sauron, Quis deum?, Rome 1984, pp. 217-290; F. Coarelli, Il Campo Marzio. Dalle origini alla fine della repubblica, Roma 1997, 278-280, con bibliogr. prec.
5 S. Agache, L’actualité de la Villa Publica en 55-54 av. J.-C., in L’Urbs, Rome 1987, pp.211-234.
6 Plin., n. h. VII 106.
7 Cic., Phil.II, 103-105.
8 App., b. c. IV 47.
9 Gell., III 10, 17.
10 Val. Max. VIII 7, 3; Suet., in Hieron. 2 p. 131 Sch.
11 F. Coarelli, Le mausolée de Varron à Casinum, in “Revue des Etudes Latines” 75, 1997, pp. 92-112.
12 F. Coarelli, Varrone e il teatro di Cassino, in “Ktema” 17, 1992, pp. 87-108.
13 G. Carettoni, Cassino. Esplorazione del teatro, in “Not. Scavi” 1939, p. 126, n. 156.
14 Sugli aspetti istituzionali della storia di Cassino, si veda F. Coarelli, Casinum. Appunti per una storia istituzionale, in E. Polito (a cura di ), Casinum oppidum. Atti della giornata di studio su Cassino preromana e romana (Cassino 8 ottobre 2004), Cassino 2007, pp. 37-41.
15 Coarelli, art.cit a nota 12
16 Année épigr. 1971, 97.
17 RE XIX, Pedius 1, cc. 38-40.
18 CIL X 5183; Not. Scavi 1929, p. 29. M. Fora, Ummidia Quadratilla ed il restauro del teatro di Cassino in una nuova lettura di AE 1946, 174, in ZPE 94, 1992, pp. 269 ss.
19 Coarelli, art. cit. a nota 12.
20 Plin., epist. VII 24. Sugli Ummidii si veda R. Syme, The Ummidii, in “Historia” 17, 1968, pp. 72-105 – “Roman Papers” II, Oxford 1979, pp. 659-693.
21 Plin., n. h.

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