Il dialetto tra passato e futuro


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Studi Cassinati, anno 2007, n. 4

di Amerigo Iannacone

Di notevole interesse è risultato il convegno sul tema “Il dialetto tra passato e futuro” tenuto a San Pietro Infine, il 28 dicembre scorso.
Relatori Aldo Cervo, Amerigo Iannacone, Giuseppe Napolitano, Antonietta Perrone, e Maurizio Zambardi, che hanno affrontato il tema da angolazioni diverse ma tutti con competenza e coinvolgendo il pubblico.
Ne è scaturita la comune convinzione che il dialetto ha una sua precisa funzione di conservazione dell’identità delle comunità locali, oltre ad avere una sua forza espressiva e una sua immediatezza che non è sempre convogliabile nella lingua. Il diletto va quindi considerato un codice di comunicazione di una comunità locale, la lingua nazionale è il codice di comunicazione fra comunità locali diverse e quindi per tutta la nazione, una lingua soprannazionale, che potrebbe essere l’esperanto, sarebbe da affiancare alla lingua nazionale per la comunicazione internazionale.
Nell’occasione è stato presentato il lavoro “Dizionario sampietrese” – curato da Amerigo Iannacone, Maurizio Zambardi e Antonietta Perrone – che è in preparazione e che presto sarà dato alle stampe ed è stato inoltre presentato il calendario 2008 dell’Associazione “Ad Flexum”, che quest’anno – alla settima edizione – è dedicato al calcio locale e riporta oltre a foto attuali, fotografie d’epoca illustrando la storia della squadra di San Pietro Infine.

Il dialetto come difesa dall’omologazione culturale

Riportiamo, di seguito, uno stralcio della nota introduttiva al “Dizionario sampietrese”, curato da Amerigo Iannacone, Maurizio Zambardi e Antonietta Perrone in corso di stampa.
È passata negli ultimi anni, per fortuna, quella sorta di snobismo che voleva che ci considerassimo tutti ultramoderni e ultratecnologici e che rigettassimo tutto ciò che ci ricordava che la maggior parte di noi viene da un mondo contadino e pastorale, che oltre la metà degli italiani vive in piccoli centri, che quasi tutti – almeno fino a qualche decennio fa – abbiamo assorbito il dialetto col latte materno e l’italiano era una lingua innestata.
Si parla oggi sempre piú di globalizzazione. Ma che significa? Significa forse “omologazione”? Sembrerebbe proprio di sí. Ci stanno imponendo una società mecdonaldizzata, in cui tutti, in tutto il mondo, dovremo mangiare le stesse cose, abbandonando i prodotti tipici che ci fanno famosi nel mondo; dovremo ascoltare le stesse ritmiche musiche di provenienza americana e di origine africana, dimenticandoci del “melos”, della bellissima e lunghissima tradizione italiana (ma, per non andare lontani, che c’era di brutto nelle canzoni degli anni sessanta, quando ancora l’influenza delle multinazionali sopraffattrici non aveva assunto l’attuale arroganza?); dovremo vestire seguendo una moda sciatta e cialtrona, ben lontana dalla proverbiale eleganza italiana; dovremo, in poche parole, abbandonare il buon gusto e rinunciare alla libertà, per ignobili disegni dittatoriali, ancor piú ignobili perché imposti subdolamente, inculcati nei bambini e nei giovani tramite la pubblicità, soprattutto televisiva.
In questa società, in questo mondo, trovano la loro giustificazione (se di giustificazione ci fosse bisogno) la riscoperta – e il tentativo di conservazione – delle tradizioni, degli usi e costumi, del dialetto, in una parola dell’identità di un popolo.
Abbiamo superato, o almeno dovremmo aver superato, il complesso di inferiorità tecnologica, dovremmo essere superiori a certi tentativi di sprovincializzazione che ci rendono ancora piú provinciali e ancora piú succubi di altre realtà. Oggi nessuno piú, credo, si vergogna delle proprie tradizioni agro-pastorali, del padre o del nonno contadino o bracciante.
E in questa società, in questo mondo, trova la sua giustificazione (se di giustificazione ci fosse bisogno) un dizionario come questo.
Un dizionario che non vuole avere pretese scientifiche, ma che vuole aiutare a conservare e – quando è il caso – riesumare il dialetto di un piccolo centro come San Pietro Infine.

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