“Salviamo i bambini di Cassino!”1946: su iniziativa del P.C.I. centinaia di bambini del Cassinate furono tolti dalla miseria e dalla malaria per essere ospitati presso famiglie del nord Italia: e fu subito dura polemica!*


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Studi Cassinati, anno 2007, n. 3

di Emilio Pistilli

Una pagina poco esplorata del dopoguerra cassinate riguarda l’assistenza all’infanzia abbandonata. Purtroppo un problema che toccò profondamente tutte le coscienze in ogni parte d’Italia divenne motivo di divisione e di calunnie reciproche, finalizzate all’azione politica.
La distruzione totale di Cassino, il gran numero di morti e l’assenza di ogni mezzo di sostentamento furono il retaggio triste della guerra nei nostri territori. A tutto questo si aggiunse il flagello della malaria, che, ben a ragione, fu definito “l’altra battaglia di Cassino”1. A soffrirne maggiormente furono gli anziani ed i bambini. Per questi ultimi, in particolare, il dramma fu enorme: scalzi, denutriti, senza assistenza sanitaria adeguata, senza possibilità di istruzione, e, spesso, senza genitori.
In tale contesto l’intervento delle organizzazioni umanitarie si rivelava indispensabile. Già nell’ottobre del 1944 – il fronte a Cassino era finito il 18 maggio precedente – le suore di Carità erano tornate con una sede provvisoria a S. Michele per poi trasferirsi in città nel mese di dicembre; in questo stesso mese ritornarono anche le suore Stimmatine, che raccolsero subito un gran numero di orfanelle; nella loro sede cominciò a funzionare anche l’asilo e la refezione quotidiana detta Refettorio del Papa.
Ma il gran numero di bambini bisognosi imponeva interventi più drastici, come l’allontanamento dai luoghi infetti della malaria e il ricovero in case o istituti attrezzati.
Nel Bollettino Diocesano di Montecassino del primo trimestre 1946 si legge: “Per l’infanzia bisognosa – S. E. P. abate Ordinario [Ildefonso Rea, n.d.r.] e gli organi della Curia, coadiuvati da suore e pie persone, stanno attivamente lavorando per raccogliere ed inviare i fanciulli, a cui la carità del S. Padre e di vari Enti cattolici va prestando case, soggiorni, educazione, aiuti morali e fisici”.
Un’altra iniziativa si aggiunse a quella delle organizzazioni cattoliche: il quinto congresso nazionale del Partito Comunista Italiano, tenutosi a Roma tra dicembre 1945 e gennaio ‘46, deliberò di estendere anche al Cassinate l’esperienza di accoglienza dei bambini in case di appartenenti ai partiti della sinistra, esperienza già fatta a favore dei bambini di Torino e Milano accolti presso famiglie romagnole.
L’8 gennaio, sul quotidiano “L’Unità” appare un articolo intitolato “Salviamo i bambini di Cassino!” a firma di Estelle, alias Teresa Noce; tra l’altro vi si legge: “Bisognava vedere le madri ringraziarci con le lacrime agli occhi, ringraziarci per l’offerta di condurre i loro bimbi fuori dell’inferno in cui vivono. Bisognava vedere i loro volti emaciati dalla febbre, dalla malaria che ha colpito tutti: uomini e donne, vecchi e bambini, giovani e ragazzi. Porteremo via da Cassino 800 bambini e le cure del partito riusciranno a guarirli …”.
Nei primi giorni di febbraio a Frosinone il PCI costituì un comitato pro infanzia del Cassinate; del comitato fece parte anche il cassinate Gaetano Di Biasio. Fu fatto affiggere un manifesto con l’appello “Salviamo l’infanzia del Cassinate!”. Con tale iniziativa si decise di inviare presso famiglie del nord Italia 800 bambini del Cassinate. Un primo scaglione partì da Cassino il 16 febbraio 1946 raccogliendo bambini anche nelle altre stazioni del Frusinate.
Ma, quasi a smentire la collega Estella, il giornalista A. Sicani scrive su L’Unità del 17 febbraio: “Sono ritornato a Cassino a distanza di quasi un anno e non posso dire, così, ad occhio e croce, di avervi trovato novità rallegranti. Ho rivisto le facce crudeli e pietose di questi figli della fame e della malaria: non diverse da ieri, più spente, forse, ma anche, in qualche maniera, più testarde nel fondo degli occhi. Erano padri e madri, lontani parenti, scesi a valle dai crinali nevosi del Cairo per accompagnare i loro piccoli al treno che li avrebbe portati a vivere meglio tra i contadini d’Emilia. Ma non parevano allegri e neppure tristi, a vederli; parevano immobili e un poco sciupati, con un loro sguardo uniforme: di cenere umana, di calce, di siccità. Li ho rivisti sugli asini dimagriti e c’era anche il vecchio sindaco dell’altra volta, un pacifico possidente, dalla canuta chioma romantica”. Il sindaco era Gaetano Di Biasio.
A confermare ulteriormente l’ostilità della popolazione verso l’niziativa del PCI c’è il caso di S. Andrea sul Garigliano, dove, nel giorno fissato per la partenza dei bambini, gli abitanti si erano ritirati sui monti e, a detta di A. Panicucci su l’Avanti!, avevano addirittura piazzato le mitragliatrici, mentre il parroco si era ritirato in chiesa. Ognuno puó giudicare sull’attendibilità della notizia, che ci chiarisce, comunque, il clima che si era creato attorno al caso.
Va, tuttavia, precisato che anche alcuni sacerdoti aderirono al progetto.
Ancora il quotidiano L’Unità del 23 febbraio con sigla A. G. informa: “L’ultimo scaglione di 300 bambini degli 800 che erano partiti da Cassino sabato scorso [16 febbraio, n.d.r.] è giunto a Pavia la notte del 18. [ … ] abbiamo trovato tutte le autorità cittadine. La Federazione comunista aveva fatto preparare 300 lettini e altrettante refezioni calde. Il compito di assistere i bambini era stato affidato, come nelle altre città, alle dame della C.R.I. Sul treno, alla partenza, oltre agli 800 bambini, v’era una delegazione di madri dei diversi paesi del Cassinate: contadine, maestre, donne del popolo, donne dell’UDI [Unione Donne Italiane, n.d.r.] [ … ] A Prato è sbarcato un primo scaglione di 100 bambini, tra una siepe di popolo. [ … ] A Parma è sceso un secondo scaglione di 300 bambini. “Così pochi!”, diceva il popolo accorso alla stazione e tutti commentavano vivacemente la notizia, giunta fin quassù, della campagna di calunnie fatta nel Cassinate (e in parte riuscita) per convincere le mamme a non inviare i loro bimbi mal nutriti a svernare nel nord”.
Quest’ultima nota polemica è ripresa dal settimanale “Il Rapido” di Cassino2, che vi aggiunge altra polemica.
A confermare la valenza politica dell’operazione promossa dal PCI giunge il servizio del settimanale “Eco del Lavoro” di Parma, che così conclude: “Il Segretario della Sezione del P.C.I. sottolineò l’importanza dell’avvenimento che stabilisce un profondo legame tra i lavoratori del Nord e quelli del Sud che domani saranno alleati nella lotta per la redenzione”.
Sulla questione si innescò una campagna di reciproche denunce e di minacce, che finì anche con aggressioni ad esponenti politici.
Il nostro socio Eugenio M. Beranger, autore di una breve ma documentata monografia3, commenta: “Non si puó dimenticare come nel difficile momento politico che la Nazione visse all’indomani dell’abbandono della collaborazione governativa tra i cattolici ed i social-comunisti il tema dell’assistenza all’infanzia fu tra quelli preferiti dalla propaganda politica dei due schieramenti. La sinistra cercò con il volontariato popolare sapientemente inquadrato di sottrarre all’organizzazione ecclesiastica questo importantissimo momento della vita comunitativa cozzando, sovente, con il profondo e secolare radicamento nel territorio della Chiesa. La stampa social-comunista attaccò così, più volte, l’abate di Montecassino accusandolo di boicottare l’iniziativa del temporaneo trasferimento al Nord della gioventù cassinate; sullo schieramento opposto scese in campo anche il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, che espresse pesanti critiche all’organizzazione preposta all’accoglienza dei bambini in terra lombarda ospitati nelle colonie dell’ECA di Oleggio, nell’Istituto San Giuseppe di Seregno e negli istituti religiosi di Bergamo, Torre Buldone e Dumenza”.
Nella stampa comunista si leggeva che “una parte del clero locale tendeva a spaventare le famiglie dicendo che i bambini sarebbero stati portati in Russia” e che “sarebbe stato insegnato loro a odiare i genitori e che quando un giorno sarebbero tornati, se poi tornavano, avrebbero sputato in faccia al padre e alla madre”.
Da parte della gerarchia ecclesiastica della diocesi di Montecassino si rispondeva con l’elencazione delle opere di assistenza ai bambini da parte delle istituzioni religiose: “Parecchi bambini e bambine di Cassino, S. Angelo in Theodice, S. Giorgio a Liri, Pignataro Interamna, S. Apollinare, S. Andrea, Vallefredda, Vallemaio, Cervaro, S. Vittore del Lazio, S. Pietro Infine, Vallerotonda, Valvori, S. Elia Fiumerapido, Belmonte Castello, Atina, Villa Latina, ecc. sono stati accolti in pii Istituti, mercé la carità del S. Padre, il Quale, per mezzo della Pont. Comm. Assistenza, si preoccupa non solo di allontanare da luoghi malsani e malarici questi piccoli, di fornire loro, per quanto è possibile, cibo sano e di provvederli di indumenti e di ricovero, ma anche e soprattutto della loro educazione cristiana e morale. [ … ] Similmente le parrocchie del Cassinate, oltre le refezioni quotidiane del così detto Refettorio del Papa, hanno avuto dal S. Padre, in vicinanza delle feste Pasquali, un’assegnazione speciale di pasta, zucchero e burro. Questa carità, così straordinaria e data a tutti, senza distinzioni di partiti e d’idee, purché bisognosi, fatta specialmente in quest’ora in cui si tenta di allontanare il popolo dalla Religione con una lotta sorda e con l’arma della calunnia, ha aperto gli occhi a molti, i quali possono riconoscere dove sono i veri benefattori dei poveri e dei miseri”4.
Tale dura contrapposizione sul tema della solidarietà all’infanzia sofferente la dice lunga sul clima di lotta politica e ideologica del dopoguerra italiano; contrapposizione che spesso, troppo spesso, si tramutava in odio, e oggi ancora ne paghiamo le spese.
La testimonianza del nostro socio Giuseppe Gentile, già consigliere regionale5.
All’epoca avevo solo otto anni. Ricordo quello che raccontava mia madre che pur di tener lontano i figli dal pericolo della malaria e degli ordigni bellici che com’è noto mietettero molte vittime, non dette ascolto a chi le consigliava di non farli partire. Per una madre che doveva badare a ben otto ragazzi il piú grande dei quali aveva appena quattordici anni, il problema principale era quello di tenerli lontano dal pericolo per cui poco le importava dello scopo dei promotori. Perciò, verso la fine della primavera del ‘46 a partire fui io con altri due fratelli, Augusto e Salvatore, mentre i due piú grandi restarono per.aiutare mio padre nel suo lavoro e gli ultimi tre erano troppo piccoli perché mia madre se ne potesse staccare. Il viaggio in treno, che sostò in numerose stazioni affollate di gente in un tripudio di bandiere prevalentemente rosse, si concluse a Prato dove scendemmo in circa un centinaio per salire su dei camion che partirono per destinazioni diverse.
Il nostro si fermò dopo pochi chilometri in un paesino di poche anime chiamato La Briglia posto lungo la valle del Bisenzio sulla statale per Bologna sui primi contrafforti dell’Appennino tosco-emiliano nella zo na del Mugello. Ci portarono in una scuola dove insieme alle autorità locali c’erano alcune famiglie in attesa e alle quali fummo affidati. La mia era formata da una coppia senza figli che abitava in una casetta a due piani ai margini della statale e viveva insieme ad una coppia di cognati con due figli piú piccoli di me con i quali tutt’ora mantengo regolari rapporti anche perché è ancora viva la donna che mi aveva preso e che oggi ha ben centocinque anni. Augusto e Salvatore furono affidati il primo ad una famiglia di operai e il secondo ad una famiglia di imprenditori che gestivano una fabbrica di filati in uno stabilimento all’ingresso del paesino chiamato Cartiera Vecchia. Anche se capitammo in una delle zone piú “rosse” della Toscana dove la lotta partigiana fu cruenta, le famiglie di cui fummo ospiti io e Salvatore non erano certamente comuniste. Quella di Augusto invece lo era ed era anche impegnata politicamente tant’è che affettuosamente in famiglia lo chiamavano con il nome di un noto esponente comunista dell’epoca, Scoccimarro. Pur se non è affatto da escludere che nelle intenzioni del PCI ci fosse anche quella di approfittare per fini propagandistici di un avvenimento sul quale era rivolta l’attenzione dell’intero Paese, né Augusto, né gli altri che furono ospiti di famiglie impegnate nel partito comunista subirono alcuna forma di indottrinamento. Né ricordo di aver mai partecipato a manifestazioni di partito tranne che nei primi giorni in cui fummo oggetto di una particolare attenzione da parte di tutti.
Il breve periodo vissuto a La Briglia trascorse felicemente in famiglie che fecero del tutto per metterci a nostro agio e per farci dimenticare l’inferno dal quale venivamo. Il nostro soggiorno a La Briglia durò solo pochi mesi perché i nostri genitori verso la fine dell’estate del ‘46 vennero a riprenderci, mentre non pochi furono quelli che rimasero facendosi raggiungere anche dai propri familiari.
La puntualizzazione dell’avv. Franco Assante, già parlamentare del PCI6.
Fatto positivo è la contestuale solidarietà verso le giovani generazioni espressa con modalità e comportamenti diversi, da una parte dalle organizzazioni cattoliche e, dall’altra parte, dal partito comunista che aveva pagato il più alto contributo di sangue alla resistenza ed alla lotta contro il nazifascismo.
Nell’aprile del 1945 durante il II consiglio Nazionale, Celeste Negarville dirigente del PCI affermava: “… si lega al problema dell’assistenza lo spettacolo angoscioso dell’infanzia abbandonata che desta in noi le più vive ansie morali”… “La situazione di miseria generalizzata nel paese impone, nel campo dell’assistenza pubblica, interventi particolari fondati su criteri nuovi.
L’assistenza non deve avere il carattere di una umiliante elemosina ma essere basata sul principio della solidarietà”.
Nel I congresso che tenne il partito dopo la liberazione (il 5° dalla sua fondazione) tenutosi a Roma dal 26 dicembre 1945 al 6 gennaio 1946 Togliatti elogiava i comunisti del nord che “avevano per primi ideata e realizzata l’iniziativa della solidarietà popolare verso l’infanzia con l’ospitalità familiare ai bambini” ed aggiungeva con una sensibilità profetica: “… quando sentiamo parlare di Nord e Sud come di entità contrapposte o che si dovrebbero contrapporre, di regioni che si vorrebbero staccare dalla madre patria, noi non siamo soltanto presi da preoccupazioni ma sentiamo che un grande partito nazionale come il nostro deve porre tra i suoi compiti quello di lavorare e di lottare affinché l’unità non venga perduta o seriamente compromessa; perché venga rinsaldata e rafforzata in tutta la sua ampiezza”.
L’ostilità delle popolazioni del cassinate verso l’iniziativa era stata fomentata dalla D.C. e dal M.S.I. che temevano di perdere consensi elettorali.
Tali organizzazioni diffondevano ad arte la voce che dei bambini sarebbero stati uccisi dai comunisti e trasformati in “saponette”. Non poche difficoltà – per tale mendace propaganda – dovettero essere superate, per vincere le paure e le ritrosie delle mamme del Cassinate e convincerle a non diffidare.
Il raffronto fra le date delle varie iniziative – del PCI e della Curia Diocesana – stanno lì a storicizzare gli eventi e le iniziative verso l’infanzia. Ma non è questo quello che mi preme mettere in luce; mi preme il fatto che il mondo cattolico, che pure era stato duramente colpito dalla guerra e che aveva vista la storica Abbazia ridotta ad un cumulo di macerie, non spese una parola per difendere l’iniziativa del PCI, per costruire iniziative unitarie, per favorirla ed assicurare a più bambini quella solidarietà che il popolo a nord di Roma aveva offerto al centro sud, anche se vanno ricordate le prese di posizione del Vescovo di Veroli e di altre realtà religiose.
Se tale unità si fosse realizzata (e nelle storie di quell’epoca si legge che la proposta sollecitata dall’allora Sindaco di Cassino, Avv. Di Biasio, di unire le forze e l’energia di laici e cattolici non fu accolta) i risultati sarebbero stati certamente maggiori.
Probabilmente per arretratezza culturale della nostra terra non fu possibile rinsaldare quella solidarietà e comunità di intenti che laici e cattolici avevano realizzata nella guerra contro il nazifascismo.

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L’iniziativa del PCI fu fiancheggiata anche dalla rivista “Il Politecnico” di Milano con un articolo del suo Direttore Elio Vittorini in data 16 febbraio 19467 nel quale non manca qualche esagerazione.
Scriveva Vittorini:
“L’americana Margaret Bourke White, grande giornalista soprattutto nelle fotografie che ha dato dell’Europa in lotta contro il fascismo, fu la prima a gettare un grido d’allarme per quello che vide nella zona di Cassino. Era allora l’aprile del 44, gli eserciti alleati premevano da mesi sulla zona senza riuscire a passar oltre, eppure Mrs. Bourke White vide già popolazioni di cittadine e di villaggi cercare nelle caverne dei monti qualcosa che sostituisse le cose distrutte. Ma non soltanto le cose, anche ogni possibilità di soddisfare i bisogni più elementari della vita erano perdute per loro. E su questo Mrs. Bourke White gettò l’allarme. Descrisse in articoli e fotografie come quelle popolazioni avevano potuto procurarsi da sole una salvezza immediata, mostrò la solidarietà tra loro, la capacità che ancora avevano di aiutarsi l’un l’altro, ma si chiese che cosa ne sarebbe accaduto quando fossero passati mesi su mesi, uno, due, tre, quattro … Avrebbero potuto continuare a salvarsi da sole? Mrs. Bourke White non lo credeva possibile, e chiese al mondo che cosa pensasse di fare. Non le rispose nessuno. Ora sono passati due anni, e le condizioni di vita nella zona di Cassino non sono migliorate, sono anzi peggiorate, sono diventate le condizioni di un’agonia. Chi passi di sera da quelle parti vede ovunque fuochi sui pendii delle valli. Puó pensare che sia una festa; si avvicina, e ad ogni fuoco trova gruppi di uomini, che abitano all’aperto (perché le caverne non bastano) e col fuoco si riparano dal rigore delle stagioni e della notte ma non dalle zanzare e dalla malaria. Essi non hanno più risorse; non si sa di che si nutrano; sono vestiti di stracci o ignudi; e non hanno più nemmeno la forza di aiutarsi l’un l’altro come le vittime del nazismo dei campi di concentramento tedeschi. Per le vittime dei “Lager” si puó precisare di chi sia la colpa. Per costoro la colpa è invece di tutto il mondo: di chi non rispose niente già due anni or sono a Mrs. Bourke White, e di ognuno che tutte le sere puó sedersi, lieto, al suo desco pur sapendo che un padre non ha più la forza, a Cassino, di prendersi il proprio figlio sul collo e portarlo in salvo. Sono circa centomila i bambini da salvare nella zona di Cassino, tutti i bambini inferiori ai quattro anni sono già morti. I contadini dell’Emilia hanno ora offerto di accoglierli nelle case loro. Ma bisogna vestirli, prestar le prime cure, pagare il biglietto, fare per essi quello che i padri farebbero ancora se ne avessero ancora le forze”.
Sulla stessa pagina della rivista “Il Politecnico”:
“Prenderli in collo e portarli in salvo: chi vuol farlo a mezzo del Politecnico puó versare a noi le offerte in denaro, indumenti o medicinali. Le pubblicheremo sul giornale a partire dal prossimo numero, e le trasmetteremo al Comitato di soccorso che si è costituito anche a Milano. Ma avvertiamo che occorre far presto, e che occorrono parecchi milioni. Perciò ci rivolgiamo non soltanto agli italiani; ci rivolgiamo a tutti coloro cui arriva il nostro giornale, in Svizzera e in Francia, oltre che in Italia, sicuri che ogni amico del Politecnico aspetta di sapere per fare, e che tramuterebbe in rancore verso di noi il rammarico di non aver potuto fare per non aver saputo”.
Nel n. 23 successivo si ribatte – ma senza negarle – alle accuse di ideologizzazione e strumentalizzazione politica dell’iniziativa promossa da Vittorini.
“Lo scopo della sottoscrizione che abbiamo aperta è dichiarato nel n. 21 del nostro giornale. Per noi questo non è estraneo alla lotta per la cultura. Ne fa parte. Come fa parte della resistenza avversaria, e della loro attività anticulturale, dire quello che dicono certi reazionari del Mezzogiorno, preti e non preti, a proposito di questi stessi bambini per i quali non hanno mosso un dito in quasi due anni. Dicono che scopo recondito dell’iniziativa presa in loro aiuto è di “mandarli in Russia” … non fosse altro che per questo tutti gli amici del Politecnico e i lettori singoli del nostro giornale devono sentirsi impegnati a rispondere con sollecitudine. Sottoscrivere per i bambini di Cassino è sottoscrivere contro le menzogne che ancora dividono nord da sud, città da campagne, operai e contadini da intellettuali”8.

Fotocronaca della partenza per il Nord Italia dei bambini del Cassinate il 16 febbraio 1946.

Le foto provengono in gran parte dall’archivio dell’ex PCI di Cassino, mentre alcune sono state gentilmente concesse dal sig. Mario Di Mauro.

    

    

    

 

     

* Il testo che segue è stato rielaborato da una precedente nota pubblicata sul mensile “Presenza Xna” di marzo 2001
1 L’altra battaglia di Cassino contro la malaria a cinquant’anni dall’epidemia della Valle del Liri, 1946-1996, catalogo a cura di Lorenza Merzagora, testi di Lorenza Merzagora, Gilberto Corbellini e Mario Coluzzi, Centro per la Diffusione della Cultura Scientifica, Università degli Studi di Cassino, Società Italiana di Parassitologia, Gruppo di Lavoro sulla Storia della Malaria, Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, Tipogr. Nuova Poligrafica, Gaeta, 1996
2 Anno II (1946), n. 6, pag. 1.
3 “Aiuti nel Nord Italia all’infanzia abbandonata della Ciociaria”, in “Il Lazio in Guerra, 1943-1944” a cura di A. Ravaglioli, Newton & Compton, 1996.
4 Boll. Dioces. di Montecassino, 1946, n. 2, pag. 43.
5 Da “Presenza Xna” di aprile 2001.
6 Stralcio da “Presenza Xna”, aprile 2001.
7 “Il Politecnico”, n. 21, 16 febbraio 1946. Progettata dagli intellettuali che gravitavano nell’area del Partito comunista italiano e collaboravano con la casa editrice Einaudi, la rivista “Il Politecnico” fu fondata a Milano nel 1945 e diretta da Elio Vittorini. Il suo programma era quello di elaborare e diffondere una cultura nuova, di orientamento antifascista, laico e progressista e fondata sulla partecipazione attiva degli intellettuali alla vita politica e sociale del paese. Sull’intervento di Elio Vittorini si veda anche: Giuseppe Varone, La Cassino di Troisi per Vittorini, ecc., in “Civiltà Aurunca”, anno XX (2004), n. 53-54, pag. 23 e sgg.

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