Quel maledetto imbroglio del plebiscito del 1860


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Studi Cassinati, anno 2007, n. 2

di Fernando Riccardi

Il 26 ottobre del 1860, a Teano o giù di lì1, avvenne lo storico incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II: a conclusione della sua mirabolante impresa (come avrà fatto, con soli mille uomini, a conquistare un regno, a sconfiggere un potente esercito regolare e a percorrere vittorioso il cam-mino da Quarto al Volturno, è una domanda che mi pongo fin dai banchi delle scuole elementari …), il prode nizzardo depose nelle mani del re sabaudo l’intera Italia meridionale con tutta la sua storia e i suoi tesori. Fatto ciò, deluso da come le cose stavano evolvendo, quasi di soppiatto per non fare rumore (si congedò dai suoi soldati da solo e senza squilli di tromba, con Farini2 che giunse persino a proibire il famoso inno temendo disordini e sommosse popolari), decise di ritirarsi nella selvaggia quiete di Caprera3. Intanto il 7 novembre il nuovo re d’Italia faceva il suo trionfale ingresso in una Napoli parata a festa: esaurita la parentesi borbonica iniziava quella dei Savoia. Niente di particolarmente sconvolgente comunque: i napoletani, e più in generale, i meridionali, erano ormai abituati a cambiare bandiera e padroni con disarmante disinvoltura. Questa volta, però, lo sconvolgimento non era cosa da poco: l’operazione andava legittimata, ammantata di una parvenza di legalità. Non si poteva, infatti, abbattere una dinastia regnante e sostituirla impunemente con un’altra, senza ottenere l’investitura da parte dei ‘sudditi’ che quel territorio abitavano. Vittorio Emanuele non poteva scendere nel sud senza prima assicurarsi il parere favorevole della popolazione o, per lo meno, di gran parte di essa. Per questo motivo qualche mente fervida escogitò l’espediente del plebiscito: i cittadini furono chiamati a pronunciarsi sull’annessione dell’ex regno borbonico allo stato sabaudo. Le operazioni si svolsero il 21 ottobre del 1860. Schiacciante la maggioranza di coloro che si espressero a favore dell’accorpamento: si registrò una percentuale che oggi si definirebbe ‘bulgara’. I dati ufficiali parlano di 1.302.724 ‘si’ contro 10.328 ‘no’4. Assai elevata la percentuale delle astensioni; l’ambasciatore inglese Elliot, nel commentare le operazioni di voto, riferiva al suo governo che “i risultati del plebiscito rappresentavano appena il 19 % degli elettori”5. Buona parte degli aventi diritto, insomma, non si recò alle urne; se poi si considera il numero assai limitato di essi (si votava, infatti, su rigorosa base censuaria), si puó comprendere come un esiguo manipolo di persone, peraltro debitamente indottrinate, abbia determinato una decisione così importante per il futuro del meridione d’Italia. La legittimazione, comunque, era stata ottenuta, il risultato raggiunto così come auspicava il prodittatore Giorgio Pallavicini in una lettera inviata il 12 ottobre ai governatori delle province meridionali: “La più bella accoglienza che noi possiam fargli è quella di proclamarlo con libero ed unanime suffragio Re d’Italia6”. Il re di Sardegna, infatti, avrebbe accettato l’annessione dei nuovi territori solo se ci fosse stato il palese consenso dei cittadini. E così tutto fu architettato a dovere e dal voto non vennero fuori, né potevano venire, spiacevoli sorprese. Anche perché le consultazioni si svolsero in un’atmosfera di pesante intimidazione con i votanti che entravano nella stanza delle urne in mezzo a due ali di garibaldini vocianti e minacciosi che controllavano ogni cosa. Il voto, poi, non fu segreto ma palese e perciò facilmente controllabile: nella sala vi erano “su di un apposito banco tre urne, una vuota nel mezzo, e due laterali, in una delle quali saranno preparati i bullettini col sì, e nell’altra quelli del no, perché ciascuno votante prenda quello che gli aggrada e lo deponga nell’urna vuota7”. Il votante, quindi, compiva il suo dovere senza alcuna garanzia di libertà di espressione. I ‘bullettini’ che portavano già prestampato il ‘no’ erano di colore bianco mentre quelli con il ‘sì’ di colore rosa: il che rendeva ancora più riconoscibile il voto. Alla fine delle operazioni non vi fu alcuna corrispondenza tra iscritti nelle liste elettorali e votanti, senza considerare che lo scrutinio, un po’ ovunque, fu grossolanamente falsato. Ma, e qui viene il bello, in alcune province dell’ex regno di Napoli non fu possibile chiamare i cittadini al voto. Come in buona parte della Terra di Lavoro, al di là del Volturno, ancora presidiata dalle truppe borboniche: non si puó dimenti-care che la fortezza di Gaeta, dove si erano rifugiati Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia di Baviera, capitolò soltanto il 2 di novembre. E così sui 238 comuni che la provincia contava le operazioni di voto si svolsero solamente in 898. Nella porzione più settentrionale della Terra di Lavoro, da San Germano (l’odierna Cassino) a Sora, dove gli insorgenti filo-borbonici la facevano da padrone non essendo i soldati sabaudi ancora arrivati, il plebiscito non si tenne. I cittadini di quei paesi, insomma, non furono chiamati alle urne per esprimere il loro parere. E, qualora si fosse votato, non avrebbero avuto difficoltà a pronunciarsi contro l’annessione. Non è un caso, del resto, che in questa striscia di territorio a confine con lo Stato della Chiesa il fuoco del brigantaggio sia divampato vigoroso, e a volte inarrestabile, per l’intera durata del decennio post-unitario. Con il plebiscito, dunque, i Savoia ottennero la legittimazione formale ad insediarsi nell’Italia meridionale; si trattò, però, soltanto di un’operazione torbida, per niente democratica. Fu, al tirar delle somme, un volgare imbro-glio. La gran parte della popolazione del sud, quella che non votava perché non aveva niente, quella abituata da sempre a spezzarsi la schiena per lavorare una terra che era di altri, gli ‘stranieri’ piemontesi proprio non li voleva. E se con i Borbone non se la passavano bene, con i nuovi governanti, arroganti e prepotenti, finirono per stare decisamente peggio. Per questo in tanti salirono la montagna, impugnarono lo schioppo e diventarono briganti. E quando i soldati dei Savoia, più con le cattive che con le buone, ‘pacificarono’ il sud dello Stivale, presa la misera valigia di cartone, preferirono partire verso terre vicine e lontane piuttosto che sottomettersi ad un re straniero di cui non riuscivano nemmeno a comprendere la ‘parlatura’9. I briganti, dunque, diventarono emigranti. Alla faccia del plebiscito, quel maledetto imbroglio.

1 A quanto pare lo storico incontro avvenne in località Taverna Catena, attuale frazione del comune di Vairano, ad una ventina di chilometri da Teano.
2 “L’approccio del primo luogotenente di Napoli con la difficile realtà meridionale non fu dei migliori. In una lettera inviata a Cavour il 27 ottobre del 1860 così si esprimeva: Altro che Italia. Questa è Africa: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile” (Fernando Riccardi: “Piccole storie di briganti”, Associazione Culturale “Le Tre Torri”, Caprile di Roccasecca, Bollettino n. 2, anno VII, 2003, Tipografia Arte Stampa, Roccasecca 2003, pag. 17)
3 “Garibaldi risalendo la penisola alla testa delle sue camicie rosse, aggregò attorno a sé migliaia di contadini e di popolani attratti dalla promessa della distribuzione delle terre. Il generale si era fatto paladino di una vera e propria rivoluzione liberale che, spazzati via i Borbone dal meridione, avrebbe procurato il benessere e l’emancipazione delle classi più umili. Le cose però non andarono così: le terre vennero distribuite ma finirono in gran parte nelle mani dei ricchi latifondisti del sud che aumentarono la loro posizione di privilegio. I contadini invece diventarono ancora più poveri: oltre a non possedere le sostanze per acquistare le terre, vennero a perdere anche quella preziosa risorsa degli usi civici sulle terre demaniali che, per secoli, aveva costituito l’ancora di salvezza per i ceti più umili (diritto di legnatico, di pascolo, di foraggio ecc.) e che, tutto ad un tratto, il nuovo governo abolì di sana pianta. Di fronte a questo oltraggio Garibaldi non riuscì a fare buon viso a cattivo gioco specie perché avvertiva la delusione profonda di tante migliaia di contadini e di braccianti che lo avevano seguito con entusiasmo nelle varie tappe della sua impresa. E così consegnato il regno a Vittorio Emanuele II, ritenne ultimata la sua missione e preferì ritirarsi nella quiete di Caprera. Ma il peggio doveva ancora venire: tanti furono i contadini che, viste svanire come neve al sole le fulgide illusioni, non se la sentirono di ritornare alla grama esistenza di un tempo ma scelsero di salire sulla montagna andando ad ingrossare le fila del brigantaggio. Così molti garibaldini divennero briganti e si trovarono a combattere una lotta fratricida contro i compagni di avventura di qualche tempo prima” (Fernando Riccardi, op. cit., pag. 17)
4 Francesco Barra: “Brigantaggio in Campania” in “Archivio Storico per le Province Napoletane” a cura della Società Napoletana di Storia Patria, volume CI (1983), anno XXII, Arte Tipografica di A. R., Napoli MCMLXXXV, pag. 89
5 Francesco Barra, op. cit., pag. 90
6 Ferdinando Corradini: “Quel maledetto imbroglio del plebiscito” ne il “Corriere del Sud Lazio”, sabato 28 luglio 2001, pag. 22 (“La Cantina”, storia, tradizioni e cultura del Lazio meridionale)
7 Ferdinando Corradini, op. cit., pag. 22
8 Francesco Barra, op. cit., pag. 90
9 Il re Vittorio Emanuele II, la corte e il suo entourage di governo si esprimevano comunemente in francese. Il primo ministro Camillo Benso conte di Cavour addirittura si vantava di non aver mai messo il piede a Napoli e nell’Italia meridionale.

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