Cassino, la città delle occasioni perdute


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di Emilio Pistilli

Chi mi conosce sa che sono solito definire Cassino la città delle occasioni perdute.
Il mio non è un atteggiamento disfattista per il quale tutto va per il verso sbagliato. Sarei pronto, anzi, sarei felice a fare pubblica ammenda se qualcuno mi dimostrasse che mi sbaglio. Purtroppo i fatti, a ben conoscerli, mi danno ragione. Ed eccone alcuni, che non sono contraddetti da quanto si scrive in altre pagine di questa pubblicazione.
La mancata ricostruzione, nel dopoguerra, del Teatro Manzoni non è che uno dei tanti esempi. Una legge dello Stato, la legge 230 del 21 marzo 1953, imponeva ai comuni sei mesi di tempo per la presentazione di domande per “conseguire la ricostruzione a carico dello Stato dei beni di proprietà degli enti locali”.
Dopo una sommaria impostazione della pratica per la richiesta di ricostruzione tutto cadde nel dimenticatoio. Allora si disse che si era trattato di una scelta voluta (ma non dichiarata) dell’amministrazione comunale dell’epoca per non danneggiare l’iniziativa di un imprenditore locale. Personalmente sono propenso a ritenere che si trattò semplicemente di incuria e di inerzia.
Delle vicende del piano di ricostruzione della città mi sono già occupato su queste pagine, evitando ogni commento1. Ma, visto il tenore di questa nota, vale la pena di fare qualche osservazione.
Dalla immensa sciagura della città, rasa al suolo dalle fondamenta dai bombardamenti anglo americani del 1943/44 e grazie ai massicci interventi dello Stato nel primo dopoguerra – che sono stati eccezionali per quei tempi difficili per l’Italia intera: questo i Cassinati non dovranno mai dimenticarlo –, si sarebbe potuta trarre l’occasione di ricostruire una città nuova e moderna, con ampie strade e piazze e con una distribuzione urbanistica consona ai tempi che l’attendevano; così come fece la nordica Rovaniemi, in Finlandia, con la sua tragica storia del tutto simile a quella di Cassino, ma ricostruita a regola d’arte dal grande architetto finnico Alvar Aalto e assunta a modello di piccola città moderna.
Il piano Nicolosi, invece, eludendo ogni realistica previsione di crescita di Cassino – riteneva che la città non avrebbe mai superato i 20.000 abitanti! – vista la sua centralità territoriale a confine di ben 4 regioni ed unica porta di comunicazione tra il Centro ed il sud d’Italia, immaginava di fare della Città Martire una “piccola Assisi” (così andava ripetendo ai suoi collaboratori). A tale impostazione aggiunse la necessità di consentire la ricostruzione al minimo costo possibile per le casse pubbliche evitando espropri e ricalcando il vecchio impianto urbano: nacque così la Cassino dalle stradine medioevali dell’attuale centro storico (via Arigni, via Parini, i vicoli della zona di via del Carmine o della chiesa madre, tanto per citarne alcuni). Non fu questa la madre di tutte le occasioni perdute? Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un centro urbano soffocato dal traffico e dai sensi unici – quelli progettati successivamente dall’arch. Leti Messina secondo un andamento a cerchi concentrici – senza alcuna possibilità di risanamento se non abbattendo fabbricati.
Restando per un istante ancora sul tema delle strade un bell’esempio ci viene ancora oggi dai collegamenti per il nuovo ospedale di S. Scolastica: si è abbattuta una efficiente rampa di accesso alla superstrada per rifarne una più angusta e pericolosa a qualche centinaio di metri di distanza!
Un’altra bella occasione mai colta è stata la mancata realizzazione di strutture rievocative del martirio del ‘43/44 che avrebbero potuto richiamare visitatori da ogni parte del mondo (“complice” Montecassino): sarebbe bastato imitare quanto è stato fatto in altre parti d’Europa, dove affluiscono milioni di visitatori ogni anno. Solo ora è venuto l’Historiale, ma neppure questo si riesce a gestire proficuamente: c’è il timore fondato che tutto finisca alle ortiche.
Ancora: c’è un patrimonio di acque, il più ricco d’Europa (le sorgenti del Gari), e si è lavorato solo per incanalarle e mandarle via nel più breve tratto possibile, anziché utilizzarle per scopi ricreativi e turistici.
È passato il Giubileo con il finanziamento di 4 miliardi di lire che sono stati gettati su un parcheggio multipiano che non serve a nessuno.
Con la presenza sul territorio comunale dell’abbazia di Montecassino, dell’Università degli Studi, di un parco archeologico di tutto rispetto si sarebbe potuto fare di Cassino la “Città della Cultura”, altro che Urbino o Salisburgo! I soldi dell’assessorato se ne vanno tutti in sagre paesane, spettacoli in piazza e intrattenimento estivo al teatro romano (solo ogni tanto qualche evento di pregio); anche questo va fatto, è vero, ma dove sono le conferenze, i convegni internazionali, le giornate di studio, gli stages per studenti di tutta Europa, i festivals della letteratura, dell’arte, della scienza, come si fanno altrove?
L’Università poteva essere occasione di crescita sociale ed economica ma le amministrazioni locali non hanno mai saputo instaurare con essa un serio rapporto di collaborazione che ne consentisse l’attuazione.
Che dire poi dell’aspirazione a fare di Cassino la provincia del Lazio meridionale? Quanti tentativi sono stati fatti nel passato? Nessuno ci credeva, forse neppure gli stessi promotori … Eppure c’è stato un tempo in cui lo si sarebbe potuto fare.
Non parliamo infine – e qui preferisco chiudere – delle potenzialità commerciali della città, vista la sua centralità geografica, con un mercato settimanale il più importante tra Roma e Napoli, e, per contro, con la cronica tendenza dei suoi operatori locali al protezionismo e alla chiusura verso qualsiasi spinta alla crescita dell’offerta.
Si puó concludere che gli amministratori pubblici di Cassino, da Restagno in poi, sempre presi dalla costante preoccupazione del mantenimento degli equilibri interni, non abbiano certo brillato per lungimiranza e perspicacia politico amministrativa: mai progetti a lungo termine, mai seria presa di coscienza delle potenzialità reali del territorio, del ruolo di capofila della città su una serie numerosa di piccoli comuni che non attendono altro che un’azione comune, energica e decisa, verso le Istituzioni provinciali e regionali che hanno letteralmente dimenticato questo lembo estremo del Lazio dopo averlo strappato immotivatamente dal suo contesto originario che era l’antica ed operosa Terra di Lavoro.
Agli attuali amministratori bisognerebbe ricordare che il decoro della città si attua, sì, con opere di arredo urbano, piazze, fontane e giardini, ma anche e soprattutto con interventi costanti sulla manutenzione e sulla pulizia di marciapiedi e vie secondarie, sulla illuminazione pubblica e con il controllo meticoloso dell’ordine pubblico e del traffico. Sono principalmente questi ultimi interventi che danno l’idea di una città moderna ed ordinata e che conferiscono dignità ed autorevolezza ad una amministrazione cittadina; e … alla lunga procurano anche più voti!

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