Diario inedito di Alberto Pagliaro


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Studi Cassinati, anno 2006, n. 4

Una interessante testimonianza da S. Ambrogio da parte di uno degli “uomini rana” del Garigliano. Da settembre 1943 alla liberazione nel maggio 1944.

Alberto Pagliaro all’epoca dei fatti narrati aveva 17 anni. Dopo la guerra ha fatto il muratore ed ha gestito un bar nel suo paese; si è sempre assiduamente impegnato nell’organizzazione delle feste patronali di S. Ambrogio sul Garigliano; ha avuto tre figli. È venuto a mancare il 9 gennaio 2005, all’età di 79 anni.
Ha scritto il suo diario qualche tempo dopo la guerra, ma con la memoria ancora ben viva di quegli eventi. Pubblichiamo integralmente queste sue memorie rispettando in tutto – così come si usa con i documenti storici – sia il contenuto che la forma.

“diario di guerra di pagliaro alberto nato a s. ambrogio sul garigliano il due giugno millenovecentoventisei”

Nei mesi di Settembre, Ottobre e Novembre del 1943 i tedeschi venivano a rastrellare nel mio paese, Sant’Ambrogio sul Garigliano, gli uomini. I più giovani venivano deportati in Germania e quelli più anziani li facevano lavorare in sede. Per questi motivi io e la mia famiglia decidemmo di spostarci nel vicino Comune di Vallemaio, un paese nascosto tra le rocce che offriva la possibilità di nasconderci dalla spietata caccia “SS” tedesca che sparò a molti nostri compaesani.
Qui avevamo più possibilità di ripararci dai continui bombardamenti aerei che avvenivano nella zona, a Cassino e sull’Abbazia di Montecassino. Camminando di notte potemmo giungere in una contrada di Vallemaio detta “Campetelle”; una famiglia ci ospitò in una stalla rimasta vuota perché i tedeschi avevano rubato tutte le bestie che vi erano dentro.
Per noi uomini la permanenza in questa stalla durò solo una notte perché al mattino, prima che ci fossimo alzati, arrivarono tre tedeschi, aprirono la porta e vedendoci esclamarono: “Ah, qui civili, Camman”; li seguimmo e ci portarono al lato nord del paese sul punto in cui avevano installato una batteria di artiglieria composta da cinque pezzi di cannoni.
Subito ci dettero gli ordini per il da farsi; io fui messo a pulire i proiettili con olio poggiandoli su un grosso sedile a panca con i quali i contadini sedendo accanto al fuoco si riparavano le spalle dal freddo; mio zio ebbe il compito di trasportare casse contenenti proiettili per detta batteria accostandoli a portata di mano dei soldati addetti ai cannoni e questo perché solo con un somaro poteva essere percorso il sentiero che conduceva alla batteria.
Il movimento del somaro era difficilmente notato dalla vedetta alleata che guardava il fronte tutti i giorni dalle alture della montagna nominata “Vallauria”; questa vedetta era in borghese e di notte si nascondeva tra noi che non lo conoscevamo; al mattino egli tornava a fare la vedetta e noi raggiungevamo il nostro posto di lavoro e sapevamo che non presentandoci, sarebbero venuti a spararci.
Questo durò per tutto il mese di Novembre, ma una sera, questa vedetta che era un uomo alto e robusto, portava un bel paio di stivali, si vedeva che era straniero, ma parlava bene l’Italiano ed aveva fatto un po’ di amicizia con me che ero il più piccolo, avevo solo quindici anni; cominciò a chiedermi delle notizie. Io ingenuamente gli raccontai che noi andavamo a lavorare presso la batteria dei cannoni tedeschi che erano sistemati tra mete di paglia che dovevano servire per le bestie del nostro padrone di casa. Spiegai che la batteria era composta da cinque pezzi con cinque tedeschi ed un sergente che aveva una postazione scavata sotto le mete di paglia che il proprietario aveva preparato per le bestie e c’eravamo io e mio zio, in tutto otto persone.
Questo signore con gli stivali che mi ascoltava mi raccomandò di far allontanare le nostre famiglie da questa zona durante questa notte prossima e raccomandò a noi due civili di non andare a lavorare “assolutamente” all’indomani ma di nasconderci nella montagna di fronte a noi soprannominata “Il Cervarone” e di nasconderci bene dietro i massi di pietra.
Io avvisai mio zio e passò parola alla sua famiglia e insieme alla mia si spostarono in una grotta a qualche chilometro lontano dal posto dove stavamo; detta grotta si trovava in un posto dove nessuno riusciva a trovarla era una cima di montagna scarnita, solo pietre, niente alberi, con una apertura di entrata di circa sessanta cm. A stento si riusciva ad entrare e scendeva in profondità per un centinaio di metri man mano allargandosi per una ventina di mq.
La notte successiva li raggiungemmo anche noi indirizzati da quelli del luogo, dopo esserci goduto l’esemplare spettacolo che l’uomo sconosciuto riuscì ad organizzare in quel famoso giorno di fine Novembre 1943.
Verso le ore 14.30 di una giornata con il sole di autunno che splendeva vennero sei caccia bombardieri americani, passarono su Vallemaio come se niente fosse, ma quando arrivarono all’altezza di S. Giorgio a Liri quello che andava avanti a tutti si girò di colpo tornando dietro lasciando una scia di fumo, a questo punto gli altri cinque fecero lo stesso cominciando ad abbassarsi verso la bocca dei ricoveri situati a breve distanza dalla batteria di cannoni, che se non effettuavano quella manovre non avrebbero potuto colpire né i ricoveri e né la batteria, datosi che dal lato sud Est era protetta da una grande roccia; e così man mano che arrivavano alla posizione giusta cominciò la vera festa con raffiche di mitraglia e bombe (che io e mio zio dalla montagna di fronte potemmo osservare molto bene); vi fu lo smantellamento definitivo sia dei cinque cannoni e sia delle sei persone che custodivano quei pezzi di artiglieria; a tutto questo fece seguito un continuo cannoneggiamento di pezzi di grosso calibro che erano sistemati a circa 20 Km. in linea d’aria a “S. Clemente” provincia di Caserta in dotazione alla 5ª Armata che sparavano un colpo ogni cinque minuti ma dove calavano devastavano ogni cosa per una profondità media di quattro metri, a questo punto potetti ben capire chi era l’uomo da noi sconosciuto; era un Ufficiale Americano che da sopra la montagna trasmetteva tutto quello che si verificava sul lato delle truppe Tedesche.
Appena successo questo, per paura che i tedeschi ci avessero rintracciati, la mattina di notte prendemmo le nostre famiglie e ci dirigemmo al nostro paese, Sant’Ambroglio sul Garigliano, rifugiandoci insieme ad altri nostri paesani sotto le cantine del Sig. Enrico De Vendictis; ma neanche qui la fortuna migliorò.
Il giorno stesso che arrivammo arrivò un tedesco con un bastone ed un cane poliziotto e ci “scavernò” da dentro un grande contenitore di vino vuoto, ma il cane che il tedesco teneva al guinzaglio fece un solo grido e il tedesco capì subito quello che voleva dire, così con quel grosso bastone cominciò a battere: “Ah qui civili” esclamò; fummo costretti ad uscire fuori e seguirlo fino alla contrada S. Rocco, precisamente alla casa di Antonio Riccardi. Eravamo io, Pagliaro Alberto, Broccoli Giuseppe, Broccoli Luigi, Broccoli Antonio fu Fulgenzio; ci diedero le armi di novantacinque soldati da pulire dandoci olio ed indumenti di lana che avevano preso nella stessa abitazione e così, mentre loro cercavano di riposare, noi continuavamo nella pulizia delle armi tutte mal ridotte perché questi novantacinque soldati indietreggiavano dal fronte di Rocca d’Evandro essendo in atto l’occupazione di detto paese da parte degli Alleati e precisamente della 5ª Armata.
Così noi quattro ci davamo da fare con la speranza che appena finito di pulire se ne andassero loro, sia le armi e anche i loro stivali che portavano, tutto era pieno di fango, ma la speranza non si avverò. Aspettarono che si fece buio, ci caricarono su due camion insieme a loro e ci portarono ad un Km. Prima del Ponte sul Garigliano devastato da un bombardamento aereo già da un paio di mesi prima da certi aerei Alleati a doppia fusoliera; qui tutti a terra dal camion fermato sull’antico stradone che conduceva al porto della scafa; un solo sergente comandava i novantacinque uomini più noi quattro civili; si partì per via “Ietta”. Questo sergente ogni duecento metri lineari picchettava la postazione da scavare e così via proseguendo fino alla località Fossa della Mola, quasi ai confini con Sant’Andrea del Garigliano, e così noi quattro paesani ci divisero accoppiandoci con un tedesco, io capitai con un soldato un po’ grosso e bassetto; a noi toccò di scavare sempre lungo detta strada in località Castagna sulla proprietà De Rosa Giuseppe mentre il fuoco alleato si faceva sempre più pesante; l’Artiglieria e mitragliatrici erano continue e a tappeto, non lasciando nessun metro senza battere; fermarono per un paio di minuti; se avessero continuato come stavano battendo la zona non si sarebbe salvato neanche un soldato e né noi civili, ma in quei due minuti di sosta successe che allungarono i tiri di circa duecento metri verso la collina di Sant’Ambrogio e noi rimanemmo dietro questo bombardamento a tappeto. Subito arrivò il sergente che vigilava in continuazione; disse che andava bene quello che avevamo scavato e ci portò in un’altra località chiamata Fosso della Foresta nella proprietà di Rivera Antonio, dove stava già picchettata l’altra postazione; e lì cominciai a scavare; ma il tedesco che stava con me non si reggeva in piedi dalla stanchezza, mi regalò una sigaretta; io da dentro la postazione che stavo scavando l’accesi, ma la reazione del soldato fu fulminea battendomi in testa in modo che il fiammifero che avevo acceso subito me lo smorzò dicendomi di non fumare ”Americani Monte Camino” e così capii il motivo di quel bombardamento e mitragliatrici che non la smettevano mai; ma mentre scavai questa seconda postazione successe che le acque del fiume in piena aumentarono gonfiando il grande Fosso della Foresta.
Era circa la mezzanotte; passò di nuovo il famoso sergente disse che anche là andava bene, fece segno di seguirlo verso il Fosso della Mola. Lui era sui venti anni e fece subito a saltare il grande fosso colmo di acqua fino al livello della terra, mentre quel soldato che stava con me molto stanco e meno agile si mise a cercare un po’ più su se trovava qualche posto più stretto dove ce la potesse fare a saltare. Ma per le sterpaglie e le spine non era facile stabilire dove era meno largo; la profondità era di tre metri, per me che ero pratico della zona, ma lui non lo sapeva; nel frattempo il sergente si era allontanato oltre duecento metri, ma datosi che io non potevo scappare perché stavo assieme al tedesco, lui continuò, io fingevo di cercare qualche punto più stretto maggiormente per lui ma lo facevo giusto per aspettare lui cosa decideva perché a me non faceva nessuno ostacolo o saltare oppure a nuoto, per me era la stessa cosa, ma era lui a non essere sicuro di quello che stava per accadergli ed infatti appena si lanciò non fece neanche in tempo ad aggrapparsi alla riva che la corrente lo travolse. Dopo essermi assicurato che non è più apparso in superficie mi misi in cammino molto svelto e raggiunsi il posto dove le rive del fiume erano più alte e le distanze della grande piena fossero più brevi; ma purtroppo al lato di Sant’Ambrogio questo era possibile tramite un punto molto alto; ma da qui potei osservare illuminato dalla luna piena di quella notte dell’otto dicembre 1943, era molto chiara.
Era la mezzanotte quando le truppe della 5ª Armata alleata stavano effettuando l’occupazione di Rocca D’Evandro sparando con tutti i tipi di armi che si usano per una guerra, e con tutta questa luce osservai che all’altra sponda essendo più bassa, il fiume, o meglio le acque, erano della larghezza di oltre un Km. ma con una corrente indiavolata; dal lustrore della luna e quello delle cannonate e delle mitragliatrici vidi che erano ad un Km. di distanza da me.
La verità fu: per la poca età che avevo in quel momento magico nel vedermi solo di fronte a quelle acque che ondeggiavano facendo armonia con il suono dei cannoni e mitraglia, non mi bastò il coraggio di buttarmi e fare la traversata, anche perché a quell’ora non sapevo qual era il posto giusto una volta giunto all’altra riva in un paese non conosciuto e in quella circostanza.
Però in me rimase il pensiero fisso e continuo di fare questa famosa traversata. Passarono altro quattro mesi d’inferno di bombe e tedeschi che davano continuamente la caccia ai civili per far trasportare munizioni, filo di corda spinata e mine anti uomo per rinforzare la linea di difesa lungo la riva destra del fiume Garigliano, allo scopo di impedire alle pattuglie alleate che nottetempo tentavano sempre di apportare ai tedeschi qualche sorpresa, ma spesso gli andava male andando per prima cosa a battere con il gommone contro le mine appositamente situate su detta riva; secondo, pur superando questo primo ostacolo, c’erano sempre i tedeschi nelle postazioni lungo la via “Ietta” dove anch’io partecipai a quella famosa notte dell’otto dicembre, come già precedentemente accennato.
Ricordo bene che una notte, quindici soldati della 5ª Armata riuscirono a varcare la linea ma furono presi prigionieri dai tedeschi e dalla sparatoria fra di loro un soldato alleato ci lasciò la pelle e fu da noi civili seppellito in località “Morelle” e precisamente nella proprietà del defunto Pietro Rivera soprannominato “Ciampone” perché il piede sinistro aveva sei dita; era l’uomo che fino al 1929 era stato alla guida della famosa “scafa” il famoso porto di quell’epoca che la sua storia famosa sarebbe troppo lunga raccontarla, ma bella a sentirla.
E così rimase il pensiero di traversare la linea a nuoto essendo io grande amico con il Capitano Antonio Broccoli essendo nati tutti e due in contrada Foresta, eravamo e siamo tuttora come fratelli; così egli pensò di avvisare nottetempo noi quattro, facendo egli parte degli “Uomini Rana”1, che il giorno nove Aprile e precisamente il giorno di Pasqua verso le ore dieci, di riunirci ad una zona di campagna nominata “Cupone” e precisamente sulla proprietà del Sig. Fargnoli Salvatore; di lì la partenza per fosso selva, palorfi, limatella, ed infine il grande fosso dell’Isola, e il fiume Garigliano. Con coraggio e audacia il capitano Antonio Broccoli si buttò per primo aspettando sull’altra riva e dando una mano a noi quattro che lo seguivamo.
Eravamo: lo scrivente Alberto Pagliaro, Antonio Broccoli, Gaetano Simeone fu Carmine, Giovanni Messore e Clemente Messore. Così dopo sette mesi di martirio potemmo giungere una casetta in località “Casamarina” dove abbracciammo un gruppo di soldati della 5ª Armata che stavano festeggiando la S. Pasqua e che diedero anche a noi qualcosa. Ci tennero fino a sera; ci diedero una coperta da mettere addosso e ci accompagnarono al Comando Alleato in località “Campo di Fiori” da dove la stessa sera con un loro camion, nonostante la temperatura abbastanza fresca, ci portarono a Ponte di Sessa Aurunca, dove c’era un grande fuoco con ceppi e piante di ulivo secche devastate dalla stessa guerra. Ma noi ci avvicinammo a questo grande fuoco per il gran freddo che avevamo contratto durante il viaggio e lì passammo tutta la notte; ma il mattino seguente vennero due soldati con una camionetta militare e chiesero chi desiderava andare al comando e dare le informazioni riguardanti il fronte di Cassino.
Lo scrivente della presente, Alberto Pagliaro, conosciuto come Raimuccio, alzai la mano dicendo “vengo io” e così fu; ma insieme a me come sempre volle stare anche il mio caro amico, il capitano Antonio Broccoli, che da insegnante potette spiegarsi senza interprete presso il comando formato da due Ufficiali in lingua Francese.
Mentre a me fu necessario l’interprete e perciò mi portarono ancora per due mattine al comando mostrandomi una carta topografica Sant’Ambrogio sul Garigliano e paesi limitrofi e cioè S. Andrea del Garigliano, Vallemaio, e S. Apollinare; io per mia sfortuna conoscevo bene quei luoghi e potetti, su detta carta, segnalare tutti i punti importanti dove stavano rintanati i comandi di tedeschi, batterie di cannoni, postazioni di mitraglia, e carri armati. Con tre mattine che mi portarono a questo comando non mi fu difficile segnalare loro ogni minimo particolare essendo di carattere facile a parlare.
I due Ufficiali rimasero molto soddisfatti; chiamarono un loro soldato e dissero: “prendi vestiti per dodici persone e dalli a questo giovane, li darai prima a loro due, che son venuti qui a darci la informazioni da noi richieste. E poi loro penseranno ai loro compagni, che non meriterebbero niente, perché nessuno di loro ha voluto dire una parola a nostro favore”. E così fu fatto.
Non dimentico che ad un mio compagno capitò un cappotto che gli arrivava sotto i piedi nascondendogli un paio di scarpe molto più grandi dei suoi piedi, ed erano tutte e due destre! Finita questa operazione ci caricarono su un Camion e ci portarono al campo profughi di S. Maria Capua Vetere. Là restammo per altri tre giorni, perdendo uno dei cinque “Uomini Rana”, il nostro compagno Gaetano Simeone fu Carmine, che si arruolò nell’Esercito; mentre noi quattro rimasti ci portarono a Sala Consilina, provincia di Salerno, dove anche lì perdemmo il nostro ideatore della famosa traversata, l’allora insegnante capitano Antonio Broccoli fu Michele, che fu prelevato dal sindaco del paese per i suoi documenti d’insegnante per farlo restare a fare la scuola ai ragazzi di quel paese bellissimo, dove anche io mi feci voler bene dalle suore che gestivano la cucina di tutti gli sfollati che venivano mandati lì, tanto che mi misero ad aiutare in cucina.
Tutte le sere si recitava il S. Rosario che io sapevo ben recitare avendo avuto una buona insegnante chiamata “Suor Angelica”, una suora che all’epoca faceva tremare tutti noi ragazzi per la sua severità, ma tanto brava. Così rimanemmo in tre per un bel po’ di tempo e qui per la prima volta potemmo mangiare dei buoni piatti di spaghetti col sugo di pelati di pomodoro.
Ma non durò molto; arrivò l’ordine di partire al gruppo di sfollati proveniente dal fronte di Cassino, di cui eravamo rimasti come “Uomini Rana” io Alberto Pagliaro, Giovanni e Clemente Messore, e altri nostri paesani tra cui Ercole Patraccone, Messore Giovanni fu Giuseppe, Rocco Di Santo, Michele Simeone, Antonia Martone moglie, e Raffaelina Simeone figlia, Dell’Aquila Angelo, e i fratelli Antonio e Giuseppe Simeone fu Luigi. Con questo gruppo fummo dirottati a Gioia Cilento, frazione di Vallo della Lucania, provincia di Salerno, un paesino in alta montagna ma con poche risorse.
Il prete di quel paese la domenica pomeriggio faceva un giro per le case a chiedere l’olio per noi; il Comune ci dava 120 grammi di pane e 60 grammi di pasta, il resto ce lo procuravamo da noi trovando cicoria, qualche patata e fave; così la signora Atonia Martone e sua figlia Raffaellina mettevano tutto in un caldaio; con quell’olio saporito di quelle montagne il buono appetito veniva da sé, anche perché avevamo tanto sofferto durante il periodo della guerra: giovani come eravamo l’appetito non mancava, ma ci accontentavamo della nostra porzione.
Questo durò finché non ci assicurammo che il nostro paese era stato liberato. Così cominciò il secondo calvario, facemmo nove Km. per scendere giù alla stazione di ferrovia più vicina; salimmo su un treno merci e via verso casa, ma a Battipaglia assistemmo ad un fatto strano: la polizia militare Americana “spogliava” chiunque portava divise militari dandogli anche molti pugni.
Per noi questo pericolo non ci fu perché a Ponte di Sessa Aurunca, dove ci diedero queste divise, ci rilasciarono un regolare lascia passare, ma noi un giorno non avendo cartine per avvolgere il tabacco usammo quei famosi pezzi di carta color giallo, mai a pensare che un giorno sarebbero serviti; e così dal lato opposto del treno scendemmo, camminando di notte; arrivammo ad una stazione secondaria, dove la polizia non c’era, chiamata S. Nicola Varca, e da lì giungemmo ad Acropoli.
Qui nascondendoci sempre in qualche treno merci che passava a distanza di giorni ci infiltrammo dentro un carro dove si chiudono le bestie; il portellone di detto carro era semichiuso e fu possibile infilarci uno alla volta, e una volta dentro ci affrettammo a spingere il portellone di ferro per chiudere e non farci vedere da nessuno, perché oltre ai vestiti militari c’era anche il fatto che non avevamo biglietto di viaggio; ma con tutta la nostra buona volontà avemmo difficoltà ad aprire lo sportello che era arrugginito, ma con sforzi riuscimmo a spostarlo; ma io che mi trovavo davanti a tutti rischiai lo spaccamento della testa tra il portellone ed il montante del treno. Rimanemmo chiusi lì dentro fino alla stazione di Capua, qui scendemmo dirigendoci a piedi verso “Corigliano”, una frazione di Sessa Aurunca dove i fratelli Simeone Antonio e Giuseppe fu Luigi avevano una sorella del padre di nome Giuseppa; qui fummo rifocillati con quel poco che avevano e la notte dormimmo là. La mattina di buon ora partimmo per il nostro caro paese: era il giorno di Sant’Antonio del 1944; verso le ore 11 mettemmo di nuovo piede nel nostro paese, ringraziando il nostro protettore S. Biagio, che noi negli otto mesi di continuo tormento avevamo sempre implorato e chiamato, e grazie a Lui e tutti i Santi ancora oggi lo stiamo raccontando. Sembra proprio un vero miracolo.
Il primo abbraccio fu a Colle Alto con una carissima zia, moglie di un cugino di mia madre, la quale mi fermò abbracciandomi forte e facendomi entrare in casa dove stavano a pranzo mangiando delle fave, e volle che anche io accettassi un piatto caldo, spiegandomi però che erano condite con olio che si sentiva di petrolio; ma noi le mangiammo ugualmente datosi che non c’era altro; accettai perché anche io avevo tanta fame. Ero partito da una frazione di Sessa Aurunca chiamata “Corigliano” alle ore sei di mattino a piedi. Durante il pranzo tutti vollero raccontarmi il momento della liberazione Alleata, dicendomi che sulle colline di Rocinitelo, dov’era la sua abitazione, colle della Stramma, e Morroni furono invasi completamente da carri armati provenienti dalla piana di Suio Terme.
Questo è per quanto riguarda i carri armati. Per le truppe a piedi venne istituito un ponte al porto della scafa incontrando scarsa resistenza da parte dei tedeschi rimasti solo con mitraglie che di notte spostavano da un punto all’altro della collina del nostro paese, facendo figurare che ancora c’erano molte postazioni. Un altro ponte fu fatto a cavallo del fiume Gari, in località “Fosso del Campanduono”, a nord Ovest di Casamarina e le Giunture, dove noi uomini Rana indicammo agli Ufficiali Francesi che lì era il punto debole da poter sfondare il Fronte di Cassino e precisamente entrando alle Giunture, Colle nuovo Pignataro Interamna, S. Angelo in Teodice, S. Giorgio a Liri, Esperia, Pontecorvo, e la Valle d’ Aquino e così via.

ALBERTO PAGLIARO

1 Così vollero chiamarsi tutti coloro che in quel periodo riuscirono ad attraversare il fiume per mettersi in salvo presso gli Alleati: cfr. A, Broccoli, Dagli “Uomini Rana” del Gariglianbo alla caduta del fronte di Cassino – ricordi e testimonianze, Caramanica, 2001.

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