Mura sannitiche e romane su Monte Santa Croce a Venafro


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Studi Cassinati, anno 2006, n. 4

di Maurizio Zambardi

Sono trascorsi più di sette anni da quando fu individuato, quasi per caso, un lungo tratto di mura in opera poligonale di epoca sannitica su Monte Santa Croce a Venafro. Da allora molti altri rinvenimenti si sono aggiunti ai primi, arricchendo il quasi inesistente bagaglio di conoscenze che si aveva sull’argomento in questione. Infatti, ad eccezione di un piccolo tratto di pochi metri posto in località “Le Croci”, nulla si conosceva di strutture di epoca sannitica nel territorio di Venafro prima del 1999. Le ricerche sono andate avanti e sono state effettuate numerose ricognizioni, con l’ausilio anche di foto aeree. Un particolare e sostanziale aiuto, per una visione d’insieme dei vari tratti individuati è venuto dalla lettura dalle foto aeree e in particolare da quelle della RAF, del volo del 14 dicembre del 1943, e da quella dell’IGM del volo del 16 febbraio 1960, gentilmente messe a disposizione dall’Aerofototeca di Roma. In più occasioni sono stati resi pubblici i dati archeologici rinvenuti.
Durante alcune ricognizioni su Monte Santa Croce sono stati rintracciati anche tratti di mura in opera incerta di epoca romana che uniti con quelli già noti dello stesso periodo e con i tanti strapiombi naturali che caratterizzano Monte Santa Croce, delineano l’area fortificata su Monte Santa Croce a ridosso di Venafro anche in epoca romana.
Quanto ora si espone è estratto da: M. Zambardi, Mura sannitiche e romane su Monte Santa Croce a Venafro: nota topografica preliminare, in “Archeologia Aerea”, II, Roma 2006.
L’ampia e fertile pianura di Venafro, solcata dal Volturno, è coronata a nord ovest dai monti Santa Croce, Corno e Sambúcaro e a sud ovest dal massiccio del Monte Cèsima, che rappresentano l’estrema propaggine meridionale della catena montuosa delle Mainarde, a sud est è invece delimitata dal Massiccio del Matese. Le lunghe insenature e le depressioni create da queste catene montuose hanno rappresentato da sempre punti obbligati di passaggio per accedere alle fertili pianure sfruttate sia dal punto di vista agricolo che pastorale. Lungo questi collegamenti già in epoca preromana si svolgevano anche traffici commerciali. Il collegamento della Valle di Venafro con quella del Liri avveniva grazie ad un asse viario che attraversava il valico delle Tre Torri, una sella naturale formatasi nella depressione tra monte Sambúcaro e Monte Cèsima. L’asse viario proseguiva anche sul versante opposto, cioè verso Isernia, dove nel 263 a.C. venne dedotta una colonia latina. Questi collegamenti furono poi in qualche modo rimarcati e potenziati in epoca romana. Il tratto che da Ad Flexum, situato nel territorio di San Pietro Infine, raggiungeva Venafrum, e continuava poi verso Aesernia costituiva una diramazione dell’importante Via Latina.
Altro importante collegamento era quello che metteva in stretto contatto la Valle di Venafro con la ricca pianura Campana passando per il territorio dell’antica Rufrae, l’attuale Presenzano.
Alla luce di quanto esposto appare indubbia la funzione strategica di controllo che assolvevano le alture poste a ridosso delle pianure e delle vie di comunicazione, terrestri e fluviali, specie in epoca sannitica. Va poi aggiunto che, verso la metà del IV secolo a.C., la pressione esercitata dai Romani per la conquista dei territori limitrofi aveva costretto i Sanniti stessi, oltre che ad abbandonare le mire espansionistiche verso il mare, a difendere la loro libertà e indipendenza. Fu proprio allora che essi, impegnati per oltre mezzo secolo nelle Guerre Sannitiche (343-290 a.C.), dovettero concepire un sistema difensivo articolato su tutto il loro territorio, costituito da recinti fortificati in opera poligonale situati su alture, realizzati con l’impiego di grossi massi sovrapposti senza l’utilizzo di malta. Questi recinti assolvevano a diverse funzioni e avevano lunghezza variabile, a seconda dell’importanza della zona da difendere. I piú piccoli, che si trovavano in posizioni particolarmente idonei per il controllo di vaste aree, erano strutturati come dei veri e propri osservatori fortificati; gli altri, di dimensioni superiori, oltre alla fondamentale funzione di controllo, costituivano centri di raccordo e rifugio per gli abitanti sparsi nelle sottostanti pianure, o di campi trincerati per il concentramento delle forze o per lo stazionamento provvisorio degli eserciti.
Molto spesso essi difendevano anche gli accessi a zone di pascolo che risultavano determinanti per l’alimentazione degli animali e di conseguenza per il loro stesso sostentamento.
Le fortificazioni di Venafro unite a quelle di San Pietro Infine, San Vittore del Lazio, Roccamonfina, Presenzano, Vairano, Cassino, Sant’Elia Fiumerapido, Vicalvi e Atina costituivano la difesa del Sannio occidentale.
L’utilizzazione di tali fortificazioni è venuta certamente meno con la fine delle Guerre Sannitiche, quando si aprí per il Sannio una parentesi di pace o perlomeno di non belligeranza, ma in alcuni casi essi furono integrati o inglobati nelle opere difensive di epoca romana.
L’origine sannitica di Venafro è cosa ormai assodata, non si hanno invece notizie certe sull’epoca del suo ingresso nella sfera di influenza di Roma, anche se è facilmente riconducibile alla fine delle Guerre Sannitiche. In età repubblicana Venafro fu praefectura (metà del III sec. a.C.), mentre in età augustea fu colonia con il titolo di Colonia Augusta Iulia Venafrum, probabilmente preceduta da deduzione in età triumvirale. Viene fatto risalire proprio al periodo della deduzione augustea lo schema urbanistico regolare della città, a cui si è sovrapposta e stratificata la città medievale, rinascimentale ed anche parte della città moderna. Tutt’ora è rintracciabile nel tessuto urbano del centro storico l’originario impianto ortogonale formato da isolati quasi quadrati di m. 70×75 (2 actus) che va ad affiancare la regolarizzazione dell’ampia valle venafrana attraverso una centuriazione.
La parte alta di Monte Santa Croce è caratterizzata dalla presenza di rilevanti strapiombi e scoscendimenti rocciosi che costituiscono di per sé una poderosa difesa naturale. Le aree delimitate da questi strapiombi si sono rivelate strategicamente importanti nel momento in cui sono state racchiuse dall’uomo grazie ad opere murarie. Le ampie zone cosí protette e fortificate sono state poi regolarizzate con terrazzamenti che hanno reso agevoli le superfici, utili sia per lo stanziamento stabile di centri abitati che per la messa a coltura dei terreni o delle aree di pascolo.
Si passerà ora all’analisi e descrizione dei tratti murari rinvenuti su Monte Santa Croce, che consentiranno di dare una visione d’insieme di quella che doveva rappresentare la difesa del territorio in questione, sia in epoca sannitica che romana.
È opportuno dare alcune indicazioni per una migliore comprensione di quanto sarà trattato. Come si evince dal grafico i tratti di muratura, differenziati sul disegno a seconda del tipo, sono stati indicati con lettere maiuscole dell’alfabeto mentre i dirupi naturali (menzionati a volte come scoscendimenti o strapiombi), che si sono rivelati significativamente importanti per l’inquadramento delle aree fortificate, sono stati indicati con lettere dell’alfabeto greco. Inoltre con i numeri arabi sono stati indicati i luoghi o le emergenze archeologiche, mentre le aree racchiuse o delimitate dalle strutture murarie e dai dirupi sono state indicate con numeri romani.
Il “tratto A”, situato sul versante meridionale di Santa Croce, è localizzato in una zona posta a monte della strada che da Venafro porta a Conca Casale, proprio in coincidenza di un asse ideale che cade a metà fra le due curve a gomito a nord est del centro abitato, a una distanza di ca. 300 m dal castello Pandone. Il tratto segue una delle linee di maggior pendenza della montagna, oltrepassa la macchia verde di una pineta e argina a nord est un vallone.
L’opera muraria è realizzata con l’impiego di enormi blocchi informi di calcare locale, grossolanamente sbozzati e sovrapposti l’uno all’altro senza malta; la tessitura dell’opera poligonale è riconducibile alla cosiddetta prima e seconda maniera.
In alcune zone, lungo tutto il tratto, la muratura scompare, per poi riapparire, ed anche in maniera piú evidente, man mano che si sale, dove appare conservata in maniera discreta. Solo in rari casi le mura superano l’altezza di 2,5 m, poiché le condizioni generali di conservazione delle mura non sono buone.
La parte visibile da lontano consta essenzialmente di due lunghi segmenti posti sullo stesso allineamento, separati tra loro da un’ampia zona lacunosa; lo spessore lungo tutto il tratto varia da 1 m a più di 1,5.
Nonostante la lunga zona lacunosa, l’allineamento dei due segmenti consente di riconoscere facilmente un originario collegamento, che, sommato poi ad altri brevi tratti posti più in alto, dà una lunghezza complessiva di ca. 650 m, abbracciando le quote che vanno da ca. 330 a 680.
Dall’analisi della foto aerea del 1943, il tratto risulta ben visibile perché meglio conservato e non coperto dalla vegetazione. Nella parte a monte è possibile capire meglio anche l’ipotesi del collegano delle mura con un dirupo naturale indicato in planimetria come “dirupo á”. Lo strapiombo devia verso nord est e crea cosí uno sbarramento naturale che sale fin sulla dorsale di Monte Santa Croce, a quota 850 ca. Qui le rocce delimitano a monte un piccolo pianoro che si affaccia verso il paese di Pozzilli. Nel pianoro è possibile individuare le tracce di un muro a doppia cortina, di epoca non ben definibile lungo ca. 10 m e dello spessore di m 1,20, che affiora dal terreno poche decine di centimetri. La struttura muraria si riallaccia, dopo una lieve curva, ad un terrazzamento formato da muratura a secco di media e grossa pezzatura, che, piegando leggermente, si estende in direzione nord est – sud ovest, per una lunghezza di ca. 130 metri e un’altezza media di ca. 1 m.
Il pianoro nella toponomastica locale è chiamato “La Guardia”, e doveva rivestire un ruolo importante nell’antichità sia come punto di controllo della sottostante pianura di Venafro e di Pozzilli, sia come area di sosta prima di accedere ai pascoli di altura delle Mainarde. Tutt’ora è utilizzato come stazzo per gli animali. Nella parte centrale del pianoro vi è una depressione dove si convoglia l’acqua piovana usata per abbeverare gli animali.
Sul pianoro non sono visibili tracce di strutture in opera poligonale, ma, a partire dallo sperone roccioso posto immediatamente a nord ovest, si nota una fitta serie di blocchi calcarei di grossa pezzatura che segue, sul versante settentrionale, la dorsale che si inerpica verso la cima di Santa Croce. I blocchi sembrerebbero far parte di una muratura crollata; se ciò fosse vero, si potrebbe ipotizzare l’appartenenza degli stessi ad una cinta muraria che collegherebbe (attraverso il pianoro e il “dirupo á”) il “tratto A” con quello posto sulla vetta, indicato nel disegno come “tratto B”. Quest’ultimo si trova a quota 1.020 ca. e rappresenta la cinta muraria posta piú in alto su Monte Santa Croce. La località è nota come “Le Macere”, e ricade nel territorio di Conca Casale, quindi sul versante settentrionale di Santa Croce, poiché il confine comunale corre proprio lungo il crinale del monte.
Il “tratto B” è orientato in direzione nord est – sud ovest e segue grosso modo l’andamento delle curve di livello. Il lato nord est comunque scende leggermente di quota fino ad arrivare a quota 1.000 ca. Il tratto ha una lunghezza pari a 300 m ca. e si conserva abbastanza bene, anche se in alcuni punti le mura sono crollate e ridotte a un cumulo di massi. La loro altezza raggiunge a volte anche 2,5 m, mentre lo spesse medio è di 1,30. I blocchi hanno le dimensioni medie leggermente inferiore a quelle dei blocchi dei tratti “A” e “D” e sono per gran parte ricoperti da muschio che tende a mimetizzarli con la vegetazione. L’ultimo tratto di circa 30 metri dell’estremità nord est piega verso sud est di circa 45°, andando a trovare cosí il raccordo con lo strapiombo naturale indicato come “dirupo â”.
In prosecuzione della curva del “tratto B”, ad una distanza da quest’ultimo di circa 15 metri, si trova il “tratto C”, posto proprio in sommità del “dirupo â”. Benché sia molto più breve: è lungo ca. 7 m e alto 1,50, risulta molto importante perché consente di capire la direzione di chiusura del recinto.
Il lato sud ovest del “tratto B” si ricollega, anche se non ne è piú individuabile l’attacco, con il dirupo che delimita tutto il versante sud ovest di Santa Croce, i cui strapiombi compiono salti anche di centinaia di metri. Il dirupo scende verso la piana di Venafro e in corrispondenza della quota 800 genera una sorta di terrazzo naturale dove si trovano i ruderi della cosiddetta Rocca di Saturno.
A pochi metri dalla rocca, a quota leggermente inferiore, si trova posizionata una croce in ferro, ben visibile dalla piana di Venafro. Qui il “dirupo ã” si divide: un ramo (dirupo ä) continua verso Venafro e a quota 500 ca. compie una deviazione verso sud est, indicata come “dirupo å”, che attraversa quasi diagonalmente la scarpata posta immediatamente a ridosso della città. Il dirupo diminuisce progressivamente il salto di quota man mano che va a ricollegarsi con il vallone di Monte Vergine. L’altro ramo (“dirupo ö”) a quota 800 ca. volge verso nord est per una lunghezza di ca. 200 m, delimitando in località Le Croci una terrazza che si affaccia sulla città di Venafro. Lungo il bordo di questo dirupo-terrazza è posizionato l’unico tratto in opera poligonale noto già prima del 1999 (“tratto D”), che ricuce lo strapiombo e fortifica il pianoro in pendenza. Il tratto si trova a quota 770 ca. ed è lungo una ventina di metri, corre in direzione sud ovest – nord est ed ha uno spessore di ca. 1,5 m. In alcuni punti raggiunge l’altezza di 2 m. Il “dirupo ö”, che argina la terrazza in pendenza, nello scendere di quota curva su se stesso e si ricollega con l’ampio vallone che confluisce poi in località Monte Vergine.
Un ulteriore tratto in opera poligonale, di seconda maniera (“tratto E”), individuato grazie alla foto aerea del 1943, quando la vegetazione era meno rigogliosa di oggi, completa il circuito medio che racchiude una superficie indicata sul grafico come “Area II”.
L’opera poligonale del “tratto E” è stata poi ricercata e individuata sul posto. Infatti, nonostante il suo cattivo stato di conservazione, è stato possibile rintracciarne gran parte della lunghezza seguendone l’allineamento dei vari segmenti che affiorano, anche solo per pochi filari, dal terreno. Raramente in alcuni segmenti l’opera poligonale si conserva fino a cinque filari di blocchi sovrapposti, per un’altezza di oltre 1.5 m.
Il tratto che argina a nord est il vallone di Monte Vergine raccorda la terrazza in pendenza in località Le Croci con l’opera poligonale posta a quota 1.000. Partendo quindi da una quota posta a 750 m ca., sale lungo la linea di massima pendenza, in maniera quasi parallela al “tratto A”. A quota 850 ca. il tratto piega leggermente verso nord per poi raccordarsi, a quota 900, con una lieve curva, al “dirupo â” e quindi al “tratto C”, per una lunghezza complessiva di ca. 450 m.
Sempre lungo il “tratto E”, a quota 820 ca., sono stati rinvenuti, proprio a picco su una roccia, il cui strapiombo è di una decina di metri, due brevi segmenti ravvicinati di muratura in opera incerta non allineati tra loro. La muratura è a doppia cortina con una lieve scarpa su entrambi i lati. Da un’analisi approssimata sembrerebbe che i conci formanti l’opera incerta e la relativa malta siano simili per dimensioni e consistenza a quelli appartenenti ai tratti di muratura che si trovano nella parte piú alta della Rocca di Saturno. Qui la muratura si differenzia dal restante tratto in opera incerta e quindi risulta di dubbia datazione. Infatti i conci sono grandi quasi il doppio di quelli che formano l’opera incerta che si trova a quota inferiore, sia dei tratti sul pianoro, in località Le Croci, sia di quelli posti ad est e ad ovest della città. Si possono avanzare due ipotesi: la prima è che facessero parte di una torre di guardia, realizzata in epoca romana, posta lungo il tratto fortificato di epoca sannitica, l’altra è che i romani avessero in parte riutilizzato il circuito delle mura di epoca sannitica ricucendo i tratti danneggiati con murature in opera incerta. Non va però esclusa l’ipotesi che le strutture possano essere di epoca piú tarda e quindi far parte di una parziale riutilizzazione dell’area attorno alla Rocca di Saturno in età medievale.
Il circuito formato dai tratti in opera poligonale definiti “tratto B”, “tratto C”, “tratto D” e “tratto E”, e dai dirupi “â” “ã” e “ö”, racchiudono un’area (“Area II”) di superficie pari a ca. 18 ettari, e un perimetro di ca. 1,5 km.
Tra il pianoro in località Le Croci e la vetta di Santa Croce, a quota 800 ca., vi è una lieve depressione che confluisce nel vallone di Monte Vergine e che risulta in parte inglobata nell’“Area II”; in epoca romana verrà arginata da un tratto di muratura in opera incerta, ben visibile dalla foto aerea del 1960.
Attorno alla quota 850, sia all’interno che all’esterno dell’“Area II”, vi è una serie di terrazze in opera poligonale formate da muri aventi blocchi di notevole dimensioni; alcuni di essi, disposti orizzontalmente, superano anche i 2 m. I terrazzamenti, visibili anche dalla foto aerea del 1943, sono alti mediamente 1,20 m e sono posti a intervalli di ca. 15-20 m l’uno dall’altro.
Nella parte piú alta dell’“Area II”, tra le quote 950 e 1.000, nei pressi della vetta di Santa Croce, sono rintracciabili altri terrazzamenti, anche se con molta difficoltà in quanto in cattivo stato di conservazione. Dall’analisi delle foto aeree, se ne riescono però ad individuare tre o quattro che seguono grosso modo le curve di livello e vanno a raccordarsi a nord est con il “dirupo â” e a sud ovest con il “dirupo ã”. Sembrerebbe di tutt’altro genere l’ultimo terrazzamento posto a quota 1.000 ca., che, pur avendo le stesse caratteristiche degli altri, se ne differenzia per il fatto che si trova alla stessa quota dell’opera poligonale del versante settentrionale, (“tratto B”), a cui si raccorda a nord est, come si vede bene dalle foto aere. Tale considerazione porterebbe ad ipotizzare l’esistenza un recinto fortificato alto, che racchiude la vetta di Monte Santa Croce. Il recinto si presenta in pianta con una forma stretta e lunga, recante uno strozzamento sul versante meridionale, proprio in corrispondenza di una depressione formata da due piccole alture, simili alle gobbe di un cammello. La superficie che racchiude, denominata (“Area III”), ha un’estensione di ca. 1,5 ettari, mentre il perimetro complessivo, compreso le lacune, è di ca. 700 m. Attualmente il versante sud ovest del recinto è il piú agevole per valicare la sommità di Santa Croce.
Fase Sannitica
Ora, prima di passare all’analisi delle mura in opera incerta di epoca romana, si cercherà capire il ruolo svolto dall’opera poligonale posta a nord est di Santa Croce, indicata come “tratto A”. Una prima ipotesi è che faccia parte di un circuito molto ampio (una sorta di recinto esterno) di ca. 5 km racchiudente una superficie che varia da 75 a 110 ettari, che cingeva una superficie indicata come “Area I”, che contiene in sé le aree “II” e “III”. Il circuito sarebbe quello delimitato dal “tratto A” e dal “dirupo á” che andrebbero a raccordarsi con il pianoro denominato La Guardia, posto sul versante di Pozzilli. Da qui salirebbe lungo la cresta del monte fino a ricollegarsi con il “tratto B”, a quota 1.000, per poi riagganciarsi con gli strapiombi posti sul versante sud ovest di Santa Croce, indicati nel grafico come “dirupo ã” e “dirupo ä”. A questo punto il raccordo a sud potrebbe continuare con il “dirupo å”, andando quindi a raccordarsi con il ciglio occidentale che delimita il Vallone di Monte Vergine e da qui proseguirebbe fino all’area posta nei pressi del Castello Pandone, oppure, partendo dal “dirupo ä” continuare a scendere ancora verso valle, riagganciandosi allo sperone roccioso della Torricella e da qui alla parte alta della città di Venafro.
Una seconda ipotesi, che giustificherebbe l’opera poligonale indicata come “tratto A”, sarebbe che il segmento, insieme al “dirupo á” e al pianoro La Guardia, creasse uno sbarramento, a nord est di Santa Croce, agli agevoli sentieri che conducono all’“Area II”, infatti questo è l’unico versante che consente di raggiungere la parte alta della montagna con una certa facilità. Solo altri rinvenimenti in opera poligonale potrebbero indirizzare meglio le ipotesi. L’epoca di realizzazione dell’opera muraria può farsi risalire a un periodo compreso tra la fine del V sec. e gli inizi del III sec. a.C., anche se il periodo piú probabile è proprio la seconda metà del IV secolo, quando cioè la pressione esercitata dai Romani per la conquista del Sannio si fece molto piú forte.
Fase Romana
Per la trattazione dell’opera incerta di epoca romana si partirà dal “tratto F” posto a nord ovest di Venafro, in località “Muro Rotto”, e dal “tratto G” posto a monte della città, in direzione del castello Pandone e a ridosso del vallone di Monte Vergine. Entrambi i tratti, spessi ca. 1,30 m, sono a doppia cortina in opera incerta e appartengono alla stessa epoca di costruzione che può farsi risalire alla seconda metà del I sec. a. C., contemporaneamente, o quasi, alla deduzione della colonia augustea. Il “tratto F” è formato da due segmenti, posti a poca distanza tra loro, che si trovano lungo l’allineamento nord ovest – sud est, tra la quota 250 e 300. Sebbene se ne siano perse le tracce, sembrano proseguire a quota maggiore fino a ricollegarsi con il dirupo occidentale di Santa Croce, arginando a E lo sperone roccioso sormontato dalla torre medievale detta “La Torricella. Lo stesso tratto certamente continuava piú a valle fino a racchiudere l’impianto ortogonale della città. Il “tratto G” si trova compreso tra le quote 400 e 500 ca. ed è formato da tre brevi segmenti posti sul margine ovest del vallone di Monte Vergine. Il tratto nord ovest – sud est doveva proseguire seguendo grosso modo il crinale occidentale del vallone, e raccordarsi nell’area dove ora si trova il Castello Pandone. Non si esclude, però, la probabilità che prima di raggiungere l’abitato volgesse verso il vallone inglobando all’interno delle mura l’area sacra di Monte Vergine. Qui, infatti, la presenza di un imponente muro di sostruzione, di cui ora rimane solo l’opera cementizia interna, ha fatto ipotizzare la localizzazione di un tempio, citato nel Liber Coloniarum. Il “tratto G” a monte raggiunge la quota 500 ca., dove interseca il tracciato dell’acquedotto “Campate Forme”, il quale, nel proseguire verso sud ovest, si mantiene al di sotto del “dirupo å”. Sempre a quota 500 sono ancora visibili i resti di una struttura muraria che potrebbero appartenere ad una torre identificata come “Torricella scarrupata”. Pochi metri al di sopra del tracciato dell’acquedotto il “Tratto G” trova una sua continuità con il “tratto H”, non menzionato nelle pubblicazioni precedenti, ma ben visibile dalle foto aeree sia del 1943 che del 1960. Il tratto diverge da quello inferiore di circa 30° in direzione nord est e mantiene la sua linearità man mano che sale fino alla base dello strapiombo del pianoro in località Le Croci, arginando ad E il vallone di Monte Vergine. Risulta interessante notare che quest’ultimo segmento, benché termini al di sotto del terrazzamento in località Le Croci, si trova allineato con il “tratto E” in opera poligonale, posto a quota superiore, quasi a volerne intenzionalmente cercare la continuità. Sul pianoro, invece, dopo un salto di quota si trova posizionato il “tratto I” in opera incerta a doppia cortina. La struttura muraria, ben visibile nella foto aerea del 1960, sale lungo il lieve pendio da est verso ovest con un andamento spezzato e si ricollega alle strutture poste sulla sommità della Rocca di Saturno. Seguendo le poche tracce rimaste si notano alcuni resti di ambienti che sembrerebbero far parte di torri di guardia posti lungo la cinta muraria o riferibili comunque a strutture abitate.
Sul pianoro l’area che rimane delimitata dal “dirupo ö” (che contiene il “tratto D”), dal “tratto I” in opera incerta e dallo strapiombo che chiude a ovest la Rocca di Saturno, andrebbe considerata come un arce o una rocca (come infatti è chiamata), indicata nel grafico come “Area IV”.
All’arce si accedeva da una porta posta probabilmente in corrispondenza del tratto in opera poligonale definito come “tratto D”. Qui infatti conduce una mulattiera che parte poco al di sopra del castello, passa per Monte Vergine e attraversa tutta l’area racchiusa dalle mura in opera incerta.
I tratti “F”, “G” e “H” e il “dirupo ä” uniti alla base del pianoro inclinato indicato come “dirupo ö”, racchiudono un’area definita “Area V” che abbraccia tutta l’estremità settentrionale dell’impianto urbano di epoca romana e si estende, come un cono, su Monte Santa Croce, fino a chiudersi alla base dell’arce fortificata.
Quindi in conclusione, per quanto riguarda l’epoca romana, si può sostenere l’ipotesi che l’area fortificata a monte della città antica di Venafrum non si limitasse alla sola area racchiusa dalle murature in opera incerta, indicate come “tratto F” e “tratto G” e dal “dirupo å”, come si evince da alcuni autori, ma anche da tutta la parte che prosegue fino all’arce, anche detta Rocca di Saturno, quella parte cioè comprendente le aree “IV” e “V”.

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