Gli ebrei internati a San Donato Val di Comino: 1941-44 ( parte IV) L’intervista a Mordko Tenenbaum e Ursula Lotte Steinitzdi


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Studi Cassinati, anno 2006, n. 2

di Alessandrina De Rubeis

Il 25 aprile 1994 fummo ospiti dei coniugi Tenenbaum nella loro casa di Sabaudia. Il dottor Mordko (Marco) aveva 83 anni, la signora Ursula (Ulla) 78. Ci accolsero cordialmente e trascorremmo insieme l’intera giornata. Sapevano del nostro arrivo e si erano resi disponibili a rilasciarci la loro testimonianza diretta sugli anni di internamento a San Donato Val di Comino. Riascoltarli, attraverso i nastri registrati, emoziona sempre profondamente; tuttora Marco e Ulla risiedono a Roma.
Parla Mordko Tenenbaum:
“Sono nato il 2 luglio 1911, ai tempi dello zar, a Kobrin, una piccola cittadina della Polonia orientale, oggi compresa nel territorio della Belorussija. La popolazione, in prevalenza ebrea con sette – otto mila persone, solo nel retroterra era rappresentata da Bielorussi. All’entrata dell’Italia in guerra, nel giugno 1940, io e mia moglie abitavamo a Firenze ed eravamo in attesa di qualche miracolo che ci facesse ottenere il visto, almeno per lei che era cittadina tedesca. Speravamo di riparare insieme in Polonia o in qualche altro paese, giacché dal marzo 1939 tutti gli Ebrei stranieri dovevamo lasciare l’Italia. Ma, all’indomani stesso dell’entrata dell’Italia in guerra, fui incatenato alle mura di Firenze insieme con tanti altri e poi trasferito nella campagna di Eboli; successivamente fui trasferito a Ferramonti Tarsia, in provincia di Cosenza. Nel frattempo, a San Donato mandarono le prime donne viennesi ebree o mezze ebree e poi anche mia moglie, ma io di tutto questo non ero a conoscenza perché non avevamo la possibilità di scambiarci le lettere.
Durante il tragitto per San Donato, mia moglie si fermò illegalmente a Roma, si recò alla centrale di polizia fascista e si fece ricevere da Bocchini1 in persona, al quale chiese se poteva trasferire anche me a San Donato. Sicché, un bel giorno, mi chiamarono e mi annunciarono il trasferimento; pensai che fosse una punizione e arrivai accompagnato da un questurino. Familiarizzare con la popolazione era proibito, ma le donne, già con l’andare a fare la spesa, stabilirono qualche rapporto. Al loro arrivo in paese, erano state sistemate in case private; mia moglie era stata ospitata dalla signora Franceschina. Appena fummo insieme, ci trasferimmo in via Aradonica, ospiti dell’impresario edile Carmine Fabrizio. Il Governo ci elargiva 50 lire al mese per l’alloggio, 8 lire giornaliere per il capofamiglia, 6 lire per mia moglie; quando nacque la nostra bambina, Katja, il I luglio 1942, si aggiunsero 23 lire per lei.
Qual era il regime di vita per noi
Un giorno, con mia grande sorpresa, il Podestà, avvocato Amedeo Fabrizio2, mi chiese: – Spiegami un po’, cos’è tutta questa legislazione contro gli Ebrei? –. Parlammo a lungo. Si capiva che era una persona di cultura, conosceva i provvedimenti del Governo, ma era assolutamente ignaro di tutto il problema ebraico in Europa e in Italia.
Noi internati dovevamo recarci due volte al giorno dai carabinieri per firmare la presenza; le donne, specialmente le tedesche, tenevano molto alla disciplina e si presentavano con regolarità. Io cominciai a saltare qualche giorno, feci amicizia col brigadiere e praticamente non firmavo. Non erano molto rigidi. L’unica limitazione era di non poter lasciare il paese, per quanto io abbia infranto anche questa. Cercavamo contatti con la gente, anche se era proibito; comunque era difficile evitarli, specialmente per mia moglie che faceva l’ostetrica di professione. Volevo lavorare come medico, non direttamente, ma in collaborazione coi due medici del paese, Guido e Pasqualino Massa. Quest’ultimo era il medico degli internati, molto corretto, ma niente di più. Ogni tanto cominciò a chiamarmi qualcuno, ma i due medici avevano delle perplessità: si diceva che, se avessi lavorato, mi avrebbero rimandato nel campo di concentramento. A chiamarmi erano soprattutto i contadini; arrivavo velocemente in bicicletta, ma spesso anche a piedi. Carmine Fabrizio aveva bisogno di operai per la cava di sabbia situata a metà strada tra il territorio di San Donato e quello di Settefrati; mi offrii di andare, ma lui non volle prendermi perché pensava che non sapessi lavorare. Prese altri internati che, però, non resistettero: la cava era esposta al sole ed il lavoro era molto pesante. Finalmente mi accettò e, sebbene non avessi mai preso in mano un badile, fui in grado di affrontare la fatica. Così mi chiamarono anche per andare a legnare a Forca d’Acero. Facevamo cataste da un metro cubo e spesso mi divertivo a gareggiare con le donne a chi trascinava più velocemente giù dalla montagna le fascine di faggio. Coi vicini di casa andavo a caccia di allodole e partecipavo ad altre attività che svolgevano; quando ammazzavano il maiale ci invitavano. I rapporti che avevamo stabilito con loro erano abbastanza accettabili.
La sortita a Pescasseroli
Avevo fatto amicizia con un giovane di cui non ricordo il nome, ma ricordo che abitava a metà strada tra le case dei due medici Massa e che la madre era vedova. Questo giovane aveva una fidanzata a Pescasseroli, voleva andarla a trovare, ma non si fidava di attraversare da solo la montagna. Eravamo in gennaio, procurammo due paia di sci e andammo. Arrivammo di sera; era un sabato e ci riunimmo con altri giovani del paese e ballammo. Fui presentato loro come uno studente fiorentino, ma all’indomani, durante la messa, il prete tenne un sermone con cui avvertì le mamme di stare attente alle figlie perché c’erano dei lupi in giro. Subito un giovane venne a riferirci che anche i carabinieri erano stati informati della nostra presenza e che sarebbero venuti a prenderci. Ci nascondemmo e quando fu notte, con una temperatura di parecchi gradi sotto lo zero, scappammo via. Arrivammo a San Donato nel pomeriggio. Il brigadiere, venuto a conoscenza dell’episodio, mi fece una lavata di testa e minacciò di mandarmi nei campi di punizione; io mi giustificai dicendo che mia moglie era incinta e che, secondo le usanze nordiche, aveva avuto voglia di un’oca e che, perciò, ero andato a cercarla. La situazione si risolse e, dopo qualche tempo, cominciai a raggiungere anche Sora in bicicletta e qui conobbi un amico medico con la moglie farmacista, anch’essi internati; il professor Zeri, primario dell’ospedale, che li prese a lavorare con sé; il dottore Vincenzo Tocci di San Donato.
Il nostro rifugio in montagna
Il 25 luglio 1943, giorno della caduta di Mussolini, Podestà del paese era l’insegnante Gaetano Marini3, uomo decisamente fascista e contro gli Ebrei; con lui non riuscii ad avere alcun rapporto, mentre col fratello farmacista sì ,anche se mi fece capire più volte di evitare che i nostri contatti fossero palesi.
Con la mia famiglia mi rifugiai in montagna, in località La Vorga,4 da un certo Michele. In mezzo ai boschi cominciarono ad arrivare molti soldati fuggiti dal sud dell’Italia: Inglesi, Neo Zelandesi, Americani, e tutti affetti dal terribile problema della scabbia e con vistose piaghe ai piedi. Mi prodigai per curarli e andavo spesso dal farmacista a farmi dare la soluzione medicamentosa; lui sapeva a chi era destinata, ma non la negò mai. In questo periodo successe un episodio spiacevole: alcuni Sandonatesi dissero alla figlia di “zio” Michele che gli Alleati, ex prigionieri, mi avevano dato tanti soldi, e siccome lì passavano tanti stranieri per qualche ricotta o un po’ di pane, anche lei si aspettava della riconoscenza. Quando, dopo la guerra, ritornai a San Donato, cercai di farle capire che non avevo avuto niente da nessuno.
L’8 settembre 1943
Dopo il proclama di Graziani,5 ci fu il tentativo di creare, a S. Donato, un gruppo di partigiani. Nella zona della Vorga continuavano ad affluire prigionieri alleati che tentavano di superare la linea Gustav per ricongiungersi con l’esercito. Io continuavo a curare gli ammalati, ma non avevo mezzi e ,così, spesso mi rivolgevo anche al dottor Guido Massa. C’era un capitano indiano che era pieno di scabbia norvegese e di piaghe; stava nascosto in un porcile discretamente ripulito. Mi contagiai anch’io. Sia io che mia moglie non eravamo coscienti che nella zona vi fosse una ricetrasmittente, come alcuni dicevano. In complesso, la nostra vita non era molto piacevole, ma neanche deprimente. Tutto il mondo era in fiamme e noi, fino ad allora, non avevamo sentito il pericolo imminente. Da questo momento, però, le cose cambiarono, come dappertutto. La Casilina era bombardata e i Tedeschi presero ad usare la strada verso Cassino e quella di montagna, verso Pescasseroli. A San Donato c’era una persona che produceva tessere false per i prigionieri alleati, nel tentativo di poterli trasferire a Roma, in Vaticano. Io non mi fidavo: come avrebbero potuto camuffarsi i nordici coi capelli rossi e senza conoscere una parola d’italiano? Che quest’uomo avesse contatti in Vaticano era vero perché portava medicinali provenienti da lì, ma trasferire clandestinamente tutti i rifugiati civili e militari, nascosti nei boschi di San Donato, era impossibile.
Nei campi di concentramento gli Ebrei italiani e greci morivano come mosche: resistevano poco alle fatiche e al clima rigido, non capivano una sola parola di tedesco e, quindi, neanche i comandi; per questo venivano eliminati subito, per insubordinazione”.
Parla Ursula Lotte Steinitz :
“Sono nata il 25 maggio 1916 a Breslavia, una cittadina della Germania, oggi compresa nel territorio polacco. Quando stavamo alla Vorga, io mi occupavo di far riparare gli scarponi dei prigionieri fuggiaschi, portandoli di nascosto da un calzolaio del paese, antifascista e antitedesco, e mi occupavo anche di procurare una specie di razione alimentare di ferro, a base di noci e fichi secchi, per quando i soldati non sarebbero più potuti scendere dalle montagne fino alla nostra zona periferica. Una volta, per precauzione, indossai la pacchiana, il costume tipico sandonatese, e imbracciai una cesta, ma certamente avevo un’andatura a modo mio e mi scambiarono per un uomo camuffato, tanto è vero che corse voce che giravano uomini vestiti da pacchiana per non farsi prendere dai Tedeschi e portare al fronte. Alla Vorga c’erano tre capanne in cui i contadini rimettevano il fieno ed era lì che i soldati si nascondevano.
Una sera arrivarono i Tedeschi, cercavano del vino e ne bevvero abbondantemente, mentre i fuggiaschi si nascosero sui tetti. In paese sicuramente c’era una spia perché i Tedeschi riuscirono a stanare un’officina degli Alleati; io e Marco avvertimmo il rischio che correvamo per la nostra attività clandestina, sicché decidemmo di non dormire più alla Vorga. Trovammo rifugio in una grotta di Costanza Rufo, di fronte alla sua casa, in via Portella. Scendevamo in paese col buio e tornavamo su appena giorno. Una mattina in cui eravamo già pronti per andare, fummo avvertiti che, durante la notte, i Tedeschi e i Repubblichini avevano perquisito la casa alla Vorga, sparato al cane perché abbaiava e trovato due nostre valigie con un album di fotografie, soprattutto della bambina.
Fu allora che decidemmo di fuggire. Ci mettemmo d’accordo con Carolina, una donna che abitava al Tracciolino e che trafficava in borsa nera: lei avrebbe portato la bambina da un contadino giù nella vallata, in contrada Selva, e noi l’avremmo raggiunta di notte.
Rimanemmo in campagna qualche settimana e, nel frattempo, Marco si recò a Sora per cercare altra sistemazione. Il contadino, presso cui stavamo, aveva due figli che erano ritornati dall’Africa e che avevano allestito rifugi tipici di quelle zone. In uno di questi si nascose Marco una notte in cui vi fu una spiata perché i Tedeschi fecero razzia di bestiame nei casolari vicini. E sempre in quelle notti furono rastrellati i prigionieri che stavano nelle tre capanne alla Vorga e fu arrestata una coppia di coniugi che venne portata ad Alvito per essere interrogata su dove fossimo noi.
Sapemmo anche che la polizia fascista e i Tedeschi avevano promesso una ricompensa a chi avesse fornito notizie sul nostro conto”. “Ci tenevano troppo in considerazione – interviene Marco – come se io fossi stato il braccio destro di Churchill”.
Riprende il racconto Ulla: “Quando ancora eravamo alla Vorga, girava voce che, di notte, gli Alleati avessero paracadutato un soldato con una ricetrasmittente. Noi credemmo che fosse una diceria; c’era invece un ufficiale neo-zelandese che voleva a tutti i costi ricongiungersi col gruppo. Dopo la guerra, però, qualcuno in paese venne a sapere che c’era stata davvero la ricetrasmittente e che era stata tenuta nascosta sotto lo strame. Ritornando a noi, Marco aveva preso contatti col dottor Zeri perché potessimo fuggire a Roma e trovare rifugio in Vaticano, così io decisi di andare a riprendere il microscopio, regalatoci dai miei genitori poco prima che lasciassimo la Germania, e che avevamo murato nella grotta di Costanza Rufo; sicuramente a Roma avremmo potuto rivenderlo per ricavarne qualche lira.
Mi recai di notte da Costanza, smurammo l’apparecchio, ma intanto si stava facendo giorno ed era rischioso per me lasciare il paese a volto scoperto. Costanza risolse il problema: prese un cestone in cui si salava il maiale, mi fece acciambellare nel fondo (pesavo 48 chili), mi coprì con un telo sul quale cosparse del letame; fece chiamare un suo amico fidato, il signor Donato Coletti, che l’aiutò a sollevare il carico e a porselo sulla testa, come di consuetudine per le donne sandonatesi. Intanto una Iugoslava, con la quale avevo preso accordi, trasportò il microscopio dentro uno zaino.
Arrivammo prima noi nel posto convenuto, fuori dal paese; Costanza si appoggiò ad un muretto, fece scivolare il cestone lentamente finché riuscì a metterci giù; poco dopo arrivò anche la Iugoslava. Ringraziai le due amiche e feci ritorno al casolare di campagna”.
Parla Marco:
“Alcuni giorni dopo, il professor Zeri ci mise a disposizione un’autoambulanza dell’ospedale di Sora: io ero il medico accompagnatore; mia moglie, la paziente da trasportare urgentemente a Roma; la piccola Katja, la figlia della paziente; una parente di Zeri, l’infermiera accompagnatrice. Così arrivammo a Roma, superando le perquisizioni ai posti di blocco. Cercai ricovero per mia moglie e la bambina in un convento di suore polacche, ma era già pieno; trovarono posto in un convento di suore francesi, sulla Nomentana. Io fui ospitato in un villino, situato in una traversa di via Nomentana, nel quale erano anche due coniugi che conoscevo. Il 23 marzo 1944, mi trovai nei pressi di Via Rasella proprio quando vi fu l’attentato dinamitardo contro una colonna di soldati delle SS tedesche; scappai e feci ritorno nel villino a sera inoltrata, ma ecco che mi venne incontro la moglie del mio amico e mi disse di scappare perché era passato di lì un ufficiale della Polizia Africana Italiana, accompagnato da uno di San Donato, a chiedere di me ed aveva lasciato detto che sarebbero ritornati: Attraversai il giardino, scavalcai il muro di cinta e fuggii dalla parte opposta. Passai la notte in un giardinetto vicino Villa Torlonia. Fino a quel momento, avevo creduto di essere al sicuro, con documenti falsi, cambiando sempre itinerario e ora non riuscivo proprio a spiegarmi come era potuto accadere tutto ciò. In seguito, ho cercato di sapere, ma fino ad oggi non sono riuscito a conoscere il nome di quel sandonatese, né se fosse esistito veramente. Non riuscivo a capire la morale cattolica, l’osservanza dei precetti e la grande fede che non precludeva la delinquenza”.
Conclusioni
Marco concluse la sua intervista parlando di come, dopo la guerra, avesse ripreso contatti con due ufficiali inglesi conosciuti durante l’internamento a San Donato; di Enrico Levi, del quale già si è detto nel N.4 (Ottobre – dicembre 2005) di Studi Cassinati; di Margaret Bloch, la donna di cui si scriverà nel prossimo numero della rivista e che ispirò il titolo del Convegno che si tenne il 28 maggio 1994, a San Donato Val di Comino. Il 22 luglio 1994, la direttrice del Centro di Cultura Ebraica della Comunità Ebraica di Roma, dottoressa Bice Migliau, scrisse al Dr. Auro Massa e si complimentò per le iniziative del Convegno e del conferimento della cittadinanza onoraria ai coniugi Tenenbaum, elogiando anche il comune di San Donato Val di Comino per “essersi distinto per coraggio e solidarietà nei confronti degli ebrei perseguitati e per l’attenzione ai temi della storia e della memoria collettiva, fondamentali in una società democratica e pluralista”.
Il 31 luglio 1994, il Consiglio Comunale di San Donato Val di Comino, riunito in adunanza straordinaria, concesse la cittadinanza onoraria ai coniugi Tenenbaum “per la coraggiosa opera svolta contro il nazismo, il fascismo, il razzismo ed a favore della pace e della solidarietà tra i popoli e per il particolare apprezzamento della popolazione sandonatese per l’operato del Dr. Tenenbaum e di Ursula Steinitz in favore dei nostri concittadini”.
L’Assise, presieduta dal Sindaco Carlo Pittiglio, risultava così composta: Antonellis Silvio, Gatti Luciano, Chiorazzo Antonio, Rufo Maddalena, Cugini Sandro, Cardarelli Stelio, Rufo Elio, Perruzza Federico, Cedrone Maurizio, Leone Cesidio, Cellucci Donato, Cellucci Carmine F. (assente), Perrelli Paolo (assente), Salvucci Antonio. Segretario, Dr. Alberto Robustelli. Ospiti d’onore i coniugi Tenenbaum (accompagnati dal figlio); Costanza Rufo; i dottori Auro Massa e Domenico Cedrone che, in collaborazione con l’assessore alla cultura Stelio Cardarelli, avevano organizzato il Convegno del 28 maggio; e una numerosa rappresentanza del popolo sandonatese.
I coniugi Tenenbaum, in segno di riconoscenza, fecero piantare 15 alberi nella Foresta dei Giusti, in Israele, in onore di Costanza Rufo.
La scuola elementare, nella primavera del 1996, invitò Costanza Rufo a parlare del suo gesto coraggioso e caritatevole ad un attento e calorosissimo pubblico di scolari. La donna, che era nata il 31 ottobre 1908, morì poco dopo e, precisamente, il 16 dicembre 1996. Nel libro La strada di ritorno, Manni 2005, di Giuseppe Cassieri, a pagina 19 è scritto: «Nessuna piazza né via onorano Costanza Rufo, come non onorano le benemerenze della coppia Tenembaum. In compenso ci ha pensato la comunità ebraica ad accogliere la “primula” di Valcomino nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme».
Io credo che la toponomastica potrebbe essere aggiornata in qualsiasi momento e ritengo che anche un’epigrafe commemorativa, murata sull’abitazione di Costanza Rufo, renderebbe omaggio ai protagonisti della storia, tuttavia spero che lo scrittore Giuseppe Cassieri possa leggere questo articolo per rivedere il suo giudizio severo nei confronti della comunità sandonatese, la quale, da quanto documentato in queste pagine, ha invece onorato i coniugi Tenenbaum ed è fiera di tutti i suoi figli che, come Costanza Rufo, hanno lasciato un esempio di vita generosa.
Per i fatti sopra riportati, la Comunità Ebraica di Roma ha conferito un attestato di riconoscimento al Comune di San Donato Val di Comino “ricordando quanti a rischio della propria vita si prodigarono per salvare gli ebrei dall’atrocità nazifascista”.

1 Arturo Bocchini, prefetto di Bologna, fu chiamato da Mussolini nel settembre 1926 e divenne capo della polizia. Nel marzo – aprile 1936 concluse un accordo segreto con il capo delle S.S., Himmler, di reciproca informazione e collaborazione tra le polizie dei due paesi contro il comunismo.
2 Amedeo Fabrizio, dal 29/1/1939 al 4/3/1939 fu Commissario del comune di S. Donato V. C.; dal 4/3/1939 al 7/3/1942 fu Podestà.
3 Gaetano Marini, dal 7/3/1942 al 13/4/1942 fu Commissario del comune di S. Donato V. C.; dal 13/4/1942 al 22/7/1944 fu Podestà
4 La contrada Vorga è una località pedemontana, a est del paese di S. Donato.
5 Rodolfo Graziani, ministro della difesa, capo di stato maggiore della Repubblica di Salò, comandante di un’armata italo – tedesca, il I maggio 1945 si consegnò agli Alleati.

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