Il bombardamento della stazione di Rocca D’Evandro: diario inedito


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Studi Cassinati, anno 2006, n. 3

di Egidio Baccilieri

“Dopo l’armistizio dell’8 settembre una cinquantina di militari italiani allo sbando cercavano di tornare alle loro abitazioni presso i paesi di origine dell’Emilia Romagna e si trovavano presso la stazione ferroviaria di S. Vittore per prendere una tradotta militare. Il giorno 11 settembre 1943 alle ore 13,35 c’ero anch’io proprio nei pressi della stazione quando c’è stato l’inferno: un improvviso e violento bombardamento scatenato dall’incursione di ben 36 aerei quadrimotori bombardieri americani”: così inizia il racconto di Vittorio Maraone nel libro del Martirologio di S. Vittore del Lazio (CDSC 2004) riguardo al bombardamento della stazione di Rocca D’Evandro e S. Vittore.
Nel bombardamento aereo rimasero uccisi 44 soldati italiani e 9 civili del luogo. Nel mensile “Piazza Verdi” di Finale Emilia (ott. 2006), a firma di Celso Malaguti, si ricostruisce l’antefatto di quegli eventi: “Tutto accadde dall’agosto al settembre 1943. Alla deposizione di Mussolini nel luglio precedente […] il governo si affidò a nuove forze, richiamando ‘riservisti’ che in un primo tempo non aveva impiegato. In questo ambito oltre 1300 giovani della classe del 1906 residenti in provincia [Modena, n.d.r.] furono radunati presso la caserma XX Settembre di Modena, e inviati a mezzo di un convoglio di carri-bestiame in zona di operazioni di guerra. Giunti il 16 agosto a Mignano Monte Lungo (Caserta) e accorpati nella 704ª e 705ª Compagnia Lavoratori, ebbero incarico di scavare fosse antiaeree, trincee, camminamenti e postazioni per cannoni e mitragliatrici”.
Tra le vittime di quel giorno ci furono 10 morti e tre feriti finalesi; uno di questi ultimi era Egidio Baccilieri, che, ricoverato nell’ospedale di Pontecorvo, fu compagno di stanza di Vittorio Maraone, ma non lo ha mai saputo.
Baccilieri, grande invalido, usciere comunale, spentosi nel 1998, all’età di 94 anni, lasciò il breve diario, che qui si pubblica per la prima volta grazie alla cortesia di Celso Malaguti di Finale di Romagna e del sindaco di S. Vittore, prof. Vittorio Casoni, che ce lo hanno fatto pervenire. La memoria di Baccilieri ci aiuta a conoscere meglio quanto accadde in quel tragico 11 settembre 1943: quell’eccidio non è mai salito alla ribalta della memorialistica di guerra, pertanto è rimasto pressoché sconosciuto.

“Modena, li 5 agosto 1943
In questa data che io scrivo fui richiamato alle armi al Distretto Militare di Modena insieme ad altri 12 amici del mio Paese1, destinati alla Caserma XX Settembre, dove rimanemmo diciotto giorni consecutivi, e precisamente fino al 23 dello stesso mese.
Per me non furono molto tristi, perché per la vicinanza qualche volta mi era possibile recarmi a casa per vedere la mia cara famiglia; ma purtroppo quelle passeggiatine ben presto ebbero fine, perché giunse il momento di rinunciare ed abbandonare il mio amato paese e dover partire per destinazione ignota.
Fu quindi lo stesso giorno del 23 agosto, alle ore 19.45 la dolorosa partenza da Mode-na. Arrivati alla stazione fummo caricati su un convoglio di vagoni bestiame; eravamo in 1350 circa; dopo un lunghissimo viaggio, siamo giunti in un piccolo paese, chiamato Mignano, in provincia di Napoli2; erano le ore 12 del giorno 25; là giunti ci fu distri-buito il corredo: il giorno dopo, 26, riposo, ed il 27, alle ore 6 del mattino partenza a piedi fra pianure e montagne; dopo 30 Km. finalmente arrivammo al posto assegnato3.
Era una zona isolata, vicina ad un grande fiume chiamato Garigliano, circondato da alte montagne.
Un venerdì, verso le ore 13,30, ordinarono di costruire le tende; poi riposo assoluto per sabato e domenica. Lunedì 30, si iniziò il lavoro scavando fosse anticarro, camminamenti, trincee, postazioni da cannoni e mitragliatrici, e così si continuò fino al giorno otto settembre.
Quel famoso giorno, come al solito a mezzogiorno, nel ritornare all’accampamento per consumare il pasto, poco distante, sopra ad una piccola altura, sentii dei canti ed inni religiosi; mi misi in ascolto ed incuriosito mi incamminai in quella direzione. Dopo circa 10 minuti giunsi lì dove sorgeva una piccola chiesetta circondata da un basso muro di recinzione. Per me fu una meravigliosa sorpresa nel vedere un afflusso di gente, soprattutto donne e bambini, che partivano in ginocchio dal piccolo prato per recarsi nell’interno della Chiesa, dove, sopra ad un enorme piedistallo, vi era collocata una bellissima Statua chiamata Maria SS. di Piedigrotta : lì depositavano doni in denaro pregando per i loro congiunti che si trovavano sotto le armi e chiedendo di ottenere la grazia per il loro ritorno.
Mi commossi molto e non posso negare che qualche lagrima mi usciva dagli occhi; mi misi in un angolo ed acquistai una fotografia; la deposi nel portafoglio con intenzione di portarmela a casa come caro ricordo. Restai ad assistere per circa mezz’ora, poi uscii e ritornai all’accampamento. Consumai in fretta un misero pasto recandomi poi al posto di lavoro insieme ai miei amici raccontando della mia avventura.
Alla sera, circa alle ore ventuno, mentre stavamo conversando sotto le tende giunse da lontano un mormorio di voci che invocavano la pace, la pace; quasi pazzi di gioia ci dirigemmo in quella direzione. Giunti vicino al fiume dove dalla parte opposta si trovavano altri colleghi, pure loro molto allegri, ci comunicarono che era giunta la notizia dell’armistizio. Ci emozionammo e ritornammo contenti all’accampamento; fino alla mezzanotte fu per noi una grande allegria per festeggiare la gradita notizia. Il mattino seguente i nostri superiori fecero l’adunata e, contenti ma anche preoccupati, ordinarono di non abbandonare i propri posti e restare in attesa di ordini superiori. Ci comunicarono in seguito che non era possibile l’arrivo dei viveri in quanto il camion del servizio era stato sequestrato dalle truppe tedesche. Sorpresi e preoccupati da tale notizia, ma rasse-gnati, rimanemmo al nostro posto.
Proprio quel giorno (9 settembre) la gente del luogo festeggiava quell’Immagine che il giorno precedente avevo visto in quella piccola chiesetta, e la trasportava giù per la montagna per raggiungere la vallata sottostante formando una lunghissima processione che ebbe la durata di quasi tutta la giornata: fu veramente uno spettacolo meraviglioso e di commozione in quanto si diceva che da settanta anni non era stata spostata da quel luogo sacro. Noi tutti partecipammo insieme a quella povera gente piena di dolore e di sofferenze convinti di adempiere ad un sacro dovere.
Il mattino seguente, trovandoci senza mangiare, fu deciso di recarci nel paese chia-mato Cucuruzzo sopra ad una grande montagna distante 10 Km per procurarci qualche cosa da mangiare; così si formò una squadra di nove persone, io compreso, e partimmo. Giunti sul luogo tutti ci diedero qualche cosa secondo le loro possibilità trattandoci con coscienza come figli e fratelli. Si fece una buona raccolta e tornammo all’accampamento alle ore 14. Si fece baldoria mangiando tutti insieme la nostra abbondante raccolta. Verso sera fu annunciato di togliere le tende e partire ognuno per il proprio destino. Subito ci mettemmo all’opera e dopo poco tempo terminammo di preparare il nostro piccolo corredo. All’imbrunire fu deciso di partire. Dopo circa 3 Km tra sentieri rocciosi in quella zona sconosciuta e al buio non fu più possibile continuare. Arrivati vicino ad una casetta dove esisteva un pagliaio abbiamo fatto tappa chiedendo al proprietario il permesso di poterci fermare lì; quello cortesemente ce lo concesse e così riposammo.
Alle 5 del mattino seguente abbiamo ripreso il nostro lungo e faticoso cammino, chiedendo a qualcuno che incontravamo sulla strada indicazioni per arrivare alla stazione ferroviaria. Continuammo a percorrere scorciatoie rocciose e nascoste per non farci sorprendere dai tedeschi, dopo circa 30 Km di marcia finalmente riuscimmo ad arrivare in quella famosa ed indimenticabile stazione del paese che era chiamato Rocca D’Evandro : erano le ore 12 e là trovammo i nostri Ufficiali che ci consigliarono di nasconderci dalla parte opposta della ferrovia distante un centinaio di metri, dove c’era una vigna con alberi per poi dare l’assalto al treno appena arrivava. Seguendo il consiglio sugge-rito ci collocammo al posto indicato, e vicino ad un grosso albero abbiamo deposto le nostre valigie e seduti, formando un cerchio, ansiosi e desiderosi di tornare presto alle nostre case, con pazienza siamo rimasti in attesa conversando di buon umore.
Alle ore 14.45 fummo sorpresi da uno strano rumore lontano proveniente dalla direzione di Napoli; immediatamente si presentò una squadriglia composta da 38 apparecchi da bombardamento a bassa quota diretta verso di noi, subito incominciò a sparare la contraerea tedesca che si trovava lungo la ferrovia. In quell’istante noi tutti spaventati cercammo di metterci al sicuro nascondendoci ognuno dove credeva opportuno; ma fu un attimo che cominciò a cadere una pioggia di bombe di grosso calibro per un tratto di circa un chilometro; io non ricordo cosa avvenne in quel fatale momento: solo dopo pochi istanti mi accorsi di essere rimasto seppellito con il capo fino a metà corpo; non riuscivo a respirare; con molta fatica riuscii ad uscire da quella situazione trovandomi fra le gambe di un caro amico morto e tutto fracassato. Lentamente mi alzai barcollando dirigendomi verso la stazione, ma dopo pochi passi persi i sensi cadendo a terra. In quello stato rimasi circa una mezzoretta. Quando mi svegliai mi sembrava di sognare, ma in seguito constatai che era realtà, nel vedere con grande sorpresa tutto intorno alberi che bruciavano e profonde buche ricoperte da qualche morto. Rendendomi conto di quella situazione e trovandomi disperato in mezzo a quel campo di sterminio e di morte, incominciai a chiamare aiuto ma nessuno poteva soccorrermi. Così trascorse molto tempo, quando finalmente sentii delle grida da me conosciute, cercai di muovermi ma inutilmente; rimasi immobile perché non mi era possibile alzarmi. Quando poi quella voce si avvicinò riconobbi un mio caro amico che, disperato pure lui, cercò alla meglio di aiutarmi mettendomi degli indumenti, che aveva potuto rintracciare, sotto il capo assicurandomi che sarebbe andato a cercare soccorso e che sarebbe venuto a prendermi. Trascorse ancora molto tempo finché mi raggiunse insieme ad Ufficiali e ferrovieri iniziando il trasporto dei feriti, giunse il mio turno e mi caricarono sopra ad un camion tedesco che attendeva ad un incrocio a cinquecento metri dalla stazione. Le macchine tedesche erano due e noi eravamo una trentina circa di feriti; con molta fretta fu data la partenza in quanto quel posto era molto pericoloso.
Dopo undici chilometri arrivammo a Cassino e ci collocarono in una grande sala dell’Ospedale4 dove rimanemmo per poco tempo perché non era possibile il ricovero in quanto c’erano feriti tedeschi. In quella sosta eravamo solo in otto rimasti vivi, tutti gli altri purtroppo erano morti in quella sala. In seguito ci caricarono sopra ad un altro camion italiano e ci trasferirono all’Ospedale di Pontecorvo distante 17 chilometri da Cassino.
Erano le ore 20.30 del giorno 11 settembre quando mi portarono in camera operatoria: mi estrassero due schegge facendomi molto male; poi mi rimisero a letto in una piccola cameretta insieme ad un altro sventurato da me sconosciuto. Il mattino seguente vennero a farci la visita e dopo aver controllato le nostre ferite, il Professore annunciò che nessuna speranza esisteva per noi due di poter guarire.
Mai come in quel momento sono rimasto sfiduciato e disperato per le mie gravi condizioni: non volevo credere che fosse giunto il momento estremo della mia vita. Poco dopo mi calmai e col pensiero rivolto alla mia famiglia cercai di rassegnarmi sperando solo in un miracolo.
Trascorsi una dolorosa e lunghissima notte senza sonno travolto dai pensieri; inoltre il collega vicino si lamentava, pregando l’infermiera di turno di riferire al Professore di voler essere immediatamente operato perché si sentiva molto male, ma quello non acconsentiva, perciò desiderava morire presto per non più soffrire, dopo due giorni morì. Così rimasto solo ancora più desolato incominciai a credere che fosse giunta la mia fine e rimasi in attesa del fatale destino.
Il terzo giorno mi trasferirono in un altro reparto insieme ad altri feriti sconosciuti. Trascorsero otto giorni quando parlando con qualcuno mi riferirono che in quell’Ospedale era ricoverato un mio collega paesano: chiesi subito il trasferimento che mi fu concesso; là giunto riconobbi immediatamente il mio amico e piangendo tutti e due parlammo della nostra sventura.
Così passarono 50 penosi e lunghissimi giorni soffrendo terribilmente per il male ed anche per la fame, sempre sotto il pericolo dei bombardamenti. Nel frattempo insieme ad un altro amico progettavamo di fuggire visto che il quel periodo eravamo in via di miglioramento; ma dovendo affrontare seicento chilometri circa in condizioni non del tutto abili a camminare e nel timore di esporci al grande pericolo che si poteva incontrare, rinunciammo alla nostra decisione e rimanemmo al nostro posto rassegnati a seguire il nostro destino.
Il giorno 29 del mese di ottobre in tutti i reparti venne fatto un controllo per trasferire all’Ospedale ‘Celio’ di Roma tutti coloro che si trovavano in via di guarigione. Furono scelte quattro persone, io compreso e ci comunicarono che il Comando delle truppe tedesche minacciava di prelevare i feriti in buone condizioni e trasportarli con loro in Germania. Per tale motivo il Professore decise di trasferirci per il bene nostro onde evitare brutte sorprese.
Il giorno dopo alle cinque del mattino su un camion tedesco si partì: era una brutta giornata con il cielo nuvoloso e quasi tutto coperto da apparecchi che bombardavano in direzione di Gaeta. Noi, rifugiati in un angolo, con tanta paura pregavamo che il nostro viaggio proseguisse senza inconvenienti, infine le nostre preghiere furono esaudite: tutto procedette per il meglio ed arrivammo a destinazione verso mezzogiorno. Fui asse-gnato in un grande reparto di sconosciuti senza più rivedere i colleghi di viaggio, trascorrendo in quel luogo nove lunghissimi giorni; poi, finalmente, mi mandarono in convalescenza per quaranta giorni.
È molto difficile ora descrivere il mio pericoloso e disperato viaggio con i molti o-stacoli che dovetti affrontare: ora mi limiterò solamente a raccontare i più importanti.
Uscito dall’Ospedale di Roma, verso sera giunsi alla stazione, ma trovandola deserta e non sapendo da che parte rivolgermi mi sistemai sopra un grande mucchio di carta che si trovava sotto la tettoia della stazione. Dopo pochi istanti fui sorpreso da due Guardie Repubblicane che mi dissero che in quel posto non si poteva rimanere perché era molto pericoloso e che la partenza del treno era alle ore sette del mattino seguente. Sorpreso mi alzai; poi mi chiesero i documenti e gentilmente mi indicarono un luogo dove si trovavano degli emigranti. Là giunto trovai molte persone tra cui donne e bambini; così passai l’intera notte. Al mattino mi recai alla stazione e partii. Il viaggio fu disperato in quanto trascorsi pochi chilometri il treno doveva fermarsi per evitare bombardamenti. Finalmente alle tre del pomeriggio si arrivò nella città di Terni: da quella stazione non era più possibile proseguire, a causa dei bombardamenti tutto era ridotto in macerie. Allora a piedi cercai un riparo senza sapere da che parte rivolgermi, finché fatti pochi passi incontrai dei tedeschi che mi condussero in una Caserma dove rimasi rinchiuso per tutta la notte.
Il giorno dopo mi fecero uscire; arrivai davanti ad una Chiesa che si trovava in un incrocio; su quella strada transitava una infinità di automezzi armati e truppe che non finivano mai. Ero sempre in attesa di un mezzo di fortuna; in seguito alle mie richieste un camioncino si fermò e con sorpresa mi trovai davanti dei tedeschi appartenenti alle famose SS. Inferociti e con parole incomprensibili puntarono i mitra minacciando di fucilarmi; rimasi immobile e non pronunciai parola spostandomi vicino al muro. Vedendomi in che condizioni pietose mi trovavo (forse in quelle cattive persone esisteva anche un po’ di comprensione) rimasero per qualche istante a guardarmi, poi se ne andarono. Anche quella volta pensai che non era ancora giunto il momento di andarmene per sempre all’altro mondo: fu per me un vero miracolo. Trascorse ancora poco tempo quando passò una colonna di corriere piene di Repubblicani; una si fermò e mi concessero un passaggio: facevano un servizio di linea con sosta a Riccione per poi prose-guire verso la Città di Padova. Nella tarda serata si arrivò a Riccione dove mi dettero alloggio con loro e per la prima volta dopo tanto tempo ebbi la soddisfazione di mangiare e riposare abbastanza bene.
Il giorno dopo alle sei del mattino si doveva partire, ma a causa del cattivo tempo si rimandò a verso le ore dieci. Si fece un’abbondante colazione, poi si partì e al pomeriggio alle ore quattordici circa arrivai a Ferrara; a mia richiesta la corriera si fermò; scesi e ringraziai quella buona gente che con me era stata molto cortese e mi misi in cammino per raggiungere la stazione. Percorsi varie vie della città e finalmente arrivai; mi si-stemai sul treno e partii contento e desideroso di raggiungere presto il mio Paese.
Erano le ore venti del giorno otto Novembre quando, finalmente dopo tante sofferenze, ebbi la grande gioia e soddisfazione di arrivare a casa e rivedere ancora la mia amata famiglia. Mai come in quel momento sono stato così felice; quasi non credevo di aver raggiunto quel desiderato traguardo quando non avevo più nessuna speranza di sopravvivere; non avrei creduto di meritarmi tanta fortuna.
Qui ha termine il mio breve e doloroso racconto e sono tanto contento di trovarmi insieme ai miei cari da non poter descrivere la mia commozione. Ma purtroppo mi è rimasto l’amaro ricordo della sorte dei miei cari amici e del loro crudele destino perché non hanno avuto la grande fortuna di ritornare, lasciando per sempre i loro cari inconsolabili che mai più potranno dimenticare”.

“FINE”

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