La didattica nella scuola elementare dell’anteguerra nella zona di Cassino


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Studi Cassinati, anno 2006, n. 2

di Sergio Saragosa

Riordinando, di recente, alcuni libri della biblioteca paterna, ha attirato la mia attenzione una pubblicazione riguardante il modo di insegnare le varie discipline scolastiche nella scuola elementare, in vigore negli anni precedenti lo scoppio dell’ultimo conflitto mondiale, da parte di alcuni insegnanti della provincia di Frosinone, molti dei quali erano della zona di Cassino.
Questa raccolta di relazioni è intitolata “Convegni della scuola di Ciociaria” ed era un supplemento dell’Antologia “La Pedagogia Italiana”, un mensile pubblicato a quei tempi nella terza decade di ogni mese di scuola. Ogni fascicolo era composto di 40 pagine, costava 3 lire ed era edito dalla Tipografia Sambucci di Cassino. Il Direttore era l’ispettore Salvatore Tàlia, mentre l’Ufficio Amministrativo aveva sede nel Comune di Cervaro. Provveditore agli Studi era, all’epoca, il professore Felice Greco.
Naturalmente l’ho letto subito con curiosità e attenzione e sono ritornato con i ricordi scolastici indietro nel tempo, all’anno scolastico 1945/46, quando frequentai la prima elementare con gli stessi metodi di insegnamento esposti in modo minuzioso dagli undici insegnanti che nel testo comunicano ai colleghi le loro esperienze in materia di attività didattica. Queste undici relazioni furono selezionate tra le tante presentate da diversi insegnanti in un convegno tenutosi nell’anno scolastico 1937/38 e pubblicate in data 15 novembre 1939.
Il supplemento, come asserisce l’ispettore nella presentazione, “… è un primo panorama dell’attività didattica delle scuole della provincia ed un modesto contributo di esperienza e di riflessione pedagogica offerto ai colleghi che hanno l’onesta abitudine di prepararsi quotidianamente al lavoro della scuola”. Per calarsi nella realtà scolastica del tempo è necessario considerare con attenzione altre considerazioni dello stesso che afferma “…e se per Maestro dobbiamo considerare colui che non è il pedante ripetitore di parole o il meccanico controllore di quanto la memoria del fanciullo conserva o perde, colui che non informa ma forma e potenzia, nell’azione del lavoro di scuola, l’attitudine al chiaro pensare e al deciso volere; non è chi non veda come la scuola potendo attuarsi solo come processo di cultura, la cultura postula ed implica necessariamente e solo chi possiede con chiarezza il sapere puó con chiarezza insegnare: il problema del metodo è tutto qui. Non c’è concetto, per alto e astruso che sia, che non possa essere lucidamente esposto; è solo necessario che chi parla o scrive abbia chiare le idee in testa”.
Per quel che concerne la concezione di scuola elementare, l’ispettore continua ricordando che “… essa non è tanto quella che dà i primi elementi del sapere, quanto quella che si riferisce alla educazione delle attività elementari dell’individuo, alle sue energie fisiche, morali e intellettuali che trovano nel piano delle materie di insegnamento il mezzo per il loro naturale e normale sviluppo”.
Per quanto concerne l’insegnamento della lingua italiana, con riferimento all’apprendimento della lettura, della scrittura, agli esercizi da proporre in classe terza, al modo di dettare e a quello di correggere gli errori ortografici, relatori furono gli insegnanti Pansini Fantoni Ilda, Clara Apolloni, Michele Colapinto, Toselli Saragosa e Gilda Apostolico Lucciola; per gli insegnamenti artistici la relatrice fu Suor Zabai Gemma, mentre l’insegnante Domenica Finelli trattò l’argomento del come creare la coscienza artistica nel bambino. All’insegnante Alfredo Di Cosimo spettò trattare l’insegnamento delle scienze nel corso superiore, a Don Giuseppe Montori quello della religione, a Maria Rosa Tortini Roggero quello della geografia e della coscienza coloniale e a Salvina Apolloni, infine, l’autarchia. È stato veramente un peccato non aver trovato altri resoconti di quei convegni che avrebbero sicuramente documentato in maniera più completa lo svolgimento dell’attività didattica nelle scuole elementari della nostra zona in un periodo interessante. Tutti coloro che hanno frequentato la scuola elementare tra la fine degli anni trenta e quella degli anni quaranta, si riconosceranno sicuramente tra gli alunni depositari di quei sistemi di insegnamento, che erano quelli suggeriti dalla riforma Gentile del 1923, modificata con piccoli ritocchi nel 1934.
In questa breve disamina analizzeremo in particolare, per mancanza di spazio, solo alcune delle 95 pagine del Supplemento in questione e propriamente quelle relative all’insegnamento della lingua italiana.
Molto interessanti a questo proposito sono i suggerimenti dell’insegnante di prima elementare Pansini Faldoni Ilda, per intraprendere il lavoro in questa classe “… che è la più difficile, in cui arrivano alunni che non sanno il loro nome, né quello dei genitori, pochissimi dei quali hanno frequentato la scuola materna, che non pronunciano l’ultima sillaba delle parole, insieme a pochi altri che invece sanno già leggere e scrivere le vocali…” . Ad essi suggerirà lei stessa il loro nome, insegnando contemporaneamente quello dei genitori, dei compagni, dell’insegnante e della scuola, del paese, della città e della via in cui abitano. L’insegnante ricorda che “… la prima è la classe più importante e difficile del corso elementare, ma purtroppo i genitori ed in genere i profani in fatto di scuola, non riconoscono alla prima classe l’importanza del compito didattico educativo che effettivamente ha, anzi essa è erroneamente ritenuta quale classe pressoché facile a farsi. Ancora qualcuno, benché in casi sporadici, ritiene alto onore essere assegnato alla quinta, credendosi diminuito per essere stato destinato ad una prima classe…” (bisogna ricordare anche che allora al termine della terza elementare si sosteneva un esame per essere ammessi in quarta). La maestra, che segue e attua il Metodo Marcucci, farà eseguire quindi agli alunni, nei primi giorni di scuola, gli esercizi con le aste verticali e oblique da destra verso sinistra e viceversa, il disegno del circolo, del quadrato, del rettangolo e del triangolo e la successiva colorazione del contorno e dell’interno di queste figure per ovviare alla monotonia, il tutto sempre e solo con la matita; alla penna si arriverà in un secondo tempo. Nei primi tempi, inoltre, la maestra farà usare ai suoi alunni un quaderno a quadretti, possibilmente grandi, e solo in un successivo momento quello a righe. La scrittura del nome di ogni oggetto disegnato, (ogni lettera sull’apposito trattino precedentemente tracciato a fianco), sarà seguita contemporaneamente dalla lettura ad alta voce, con la pronuncia chiara anche dell’ultima sillaba, che generalmente viene omessa. Per correggere i difetti di pronuncia verrà fatta eseguire la recitazione lenta, a bassa voce, spiccando le parole, di filastrocche, poesie e scioglilingua. L’insegnante sostiene che nei primi giorni molto importante è la divisione in sillabe delle parole invitando gli alunni a seguire il movimento delle labbra di chi parla, numerando sulle dita i suoni emessi (uno per ogni sillaba) e segnando alla lavagna un trattino per ogni suono-sillaba emesso. Dopo tre settimane di questi esercizi si passerà all’apprendimento delle cinque vocali presentate secondo l’ordine: i- o- a- u- e, in carattere stampato e corsivo, minuscolo e maiuscolo. Completata la loro presentazione verrà insegnata agli alunni la poesia ” Le vocali ”:
Che cose strambe
l’A con due gambe
l’E con due braccia
l’O tondo in faccia
Curioso l’U che guarda in su
Ma è più carino
l’I col puntino.
La prima consonante ad essere presentata sarà naturalmente la “R” e la prima parola “Re”, suggerita come occasionale scoperta e riportata su un cartoncino che verrà posto sul quadro del Sovrano. A questo proposito, quasi in tutte le relazioni balza all’attenzione un particolare: l’esaltazione della Patria, della passata gloria di Roma, dell’impero e del Duce. Riporto alcuni stralci significativi, solo a titolo di documentazione: “… non è a caso infatti che la Società Nazionale Dante Alighieri, dopo 50 anni di efficace opera propagantistica, divulghi ancora in Italia e fuori il nostro idioma, perché gli Italiani in Patria e all’estero e gli stranieri di ogni parte del mondo, sentano risuonare, fin nelle più lontane sponde la eco che parla la lingua dell’eterna Roma, maestra di civiltà e capitale del secondo Impero…” , oppure “… la stessa scuola la quale ha compiti nobilissimi da assolvere, primo fra tutti quello di formare coscienze vibranti di amor di Patria, devote al Re e al Duce, orgogliose della propria razza, pronte a tutto osare, consapevoli dei propri doveri…”, e ancora “… il Diario, che i programmi vogliono attinente alla vita della scuola e della G.I.L. ( Gioventù Italiana del Littorio ), deve fornire il diagramma dello sviluppo del carattere del ragazzo che dev’essere il carattere dei ragazzi di Mussolini…”, ed infine “… noi maestri daremo all’Italia Imperiale e fascista, generazioni degne dei grandi destini, che spettano alla nostra gloriosa Patria…”.
Proseguendo con i suggerimenti, l’insegnante raccomanda ai colleghi di presentare i dittonghi e i loro inversi come brevi parole che abbiano un significato: “… ai- (lamento), oi- (richiamo), ia- (raglio dell’asino), oa- (pianto del bambino lattante) ecc. …”.
Riporto i suggerimenti offerti dagli altri insegnanti di lingua delle varie classi:
– per approfondire la comprensione del testo letto sul sillabario, l’insegnante porrà continue domande agli alunni e farà eseguire copia di alcuni brani;
– quando leggono e recitano gli scolari devono farlo come se parlassero normalmente;
– bisogna lasciar parlare i bambini liberamente, anche in dialetto nei primi tempi, perché il maestro guadagni la loro fiducia e il loro affetto;
– fondamentale è il ricorso al disegno per favorire l’apprendimento della lingua e per migliorarla far trovare spesso sui banchi libri di novelle e racconti, giornaletti illustrati, poesie stralciate da vecchie riviste scolastiche, manifesti e fogli di propaganda, vecchi sussidiari e libri di lettura, cartoline illustrate, buste con relativo indirizzo, telegrammi;
– quello della lingua è l’insegnamento fondamentale perché investe tutte le materie;
– oltre al libro di testo è necessario che ogni classe abbia un sua piccola biblioteca e per quanto concerne la Letteratura per l’infanzia, si puntualizza che: “… quella italiana è autorevole e sufficiente e che, pertanto, non è né necessario, né consigliabile ricorrere a quella straniera …”;
– non aver fretta, durante l’anno scolastico, nel pretendere l’apprendimento della lettura e della scrittura, perché le relative lacune non verranno mai più colmate.
Tra le raccomandazioni dei vari insegnanti a carattere generale vengono evidenziate le seguenti:
– in seconda classe consolidare quanto appreso in prima;
– in terza è importante la stesura del Diario;
– inserire nei dettati quotidiani le parole che gli scolari sbagliano con più frequenza;
– le correzioni dei compiti scritti non si devono esaurire nella semplice apposizione “dei freghi colorati in rosso e blu”;
– far correggere il proprio compito al compagno e viceversa;
– far svolgere in quinta quotidianamente un Tema;
– l’insegnante non deve far uso del dialetto in classe;
– non formare classi superiori a 30 alunni.
Questi sono solo alcuni degli aspetti evidenziati dagli insegnanti, ma sono importanti per capire come si faceva scuola una volta e quanti sono ancora oggi i suggerimenti validi per insegnare bene. Da ogni relazione traspare che tra metodo e alunni, il filtro è rappresentato sempre dalla capacità che ha l’insegnante di unire il meglio dell’uno alle esigenze e alle capacità degli altri. Tutti gli insegnanti sostengono infatti che non esiste un metodo infallibile per insegnare la lingua italiana: “… è risaputo che il metodo è il maestro che nell’educare diventa attimo per attimo il creatore della sua didattica”.
Alcune delle cose esposte in questa breve trattazione possono oggi far sorridere, ma non dimentichiamo che anche da quella scuola sono usciti fior di geni.
E anche questa è Storia!

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