Dopoguerra a Cassino: il Comune e l’ospedale di S. Antonino


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Studi Cassinati, anno 2006, n. 1

di Guido Vettese

Le “baracche” di S. Antonino nel febbraio 1946

Finita la guerra e la breve parentesi dell’Amministrazione affidata dagli americani ad Arcangelo Pinchera, a Giugno del 1944 il Prefetto di Frosinone incaricò l’Avv. Gaetano Di Biasio e l’Avv. Tancredi Grossi di gestire l’Amministrazione comunale di Cassino. In città tutto era distrutto e per gli uffici si dovette ricorrere alla casa rurale di Nicola Pacitto in S. Antonino. Fu il ben noto parroco don Luigi Viola a mettere a disposizione per il Municipio, nel luglio del ’44, qualche sedia, dei fogli di carta, un calamaio ed una penna1. Il primo impiegato comunale fu Angelo Pacitto, abitante nella casa confinante con quella di Nicola.
Le strade erano impraticabili e tutti avevano grandi difficoltà per raggiungere la sede comunale per le pratiche burocratiche, il cui peso maggiore ricadeva sulle spalle dell’Avv. Tancredi , che non tardò molto a …mollare2.
La malaria imperversava e nel 1945 raggiunse la punta massima, causando con i residuati bellici tanti morti (anche chi scrive ha avuto modo di vedere i resti umani di tanti compagni d’infanzia). All’epoca era medico condotto il Dr. Filippo Matronola.
Stante la difficile e precaria situazione della sede comunale, il 23 ottobre 44, la Giunta deliberò di fare i possibili lavori e trasferire il Municipio in Via Pietro Bembo.
Intanto il 16 aprile 1945 nella stessa casa di Nicola Pacitto fu aperto l’ufficio postale e vi prese servizio anche il nipote Rosino che successivamente ha diretto l’ufficio postale centrale di Cassino3.
L’8 maggio 1946 venne a S.Antonino la principessa Maria Josè a portare degli aiuti alla popolazione; alla distribuzione contribuì anche l’allora giovane e bella Annunziata Di Biasio, ora Signora Sambucci. Maria Josè lasciò anche un contributo in denaro per l’Amministrazione comunale, ma il sindaco repubblicano Di Biasio lo rifiutò; tuttavia quei soldi non tornarono a Roma e il popolo di Cassino non ha mai saputo chi ne abbia usufruito4.
La principessa, tornata a Roma il giorno successivo, si ritrovò Regina inaspettatamente. Altri pacchi provenienti dall’America furono distribuiti da don Luigi Viola e c’era sempre una gran ressa nei luoghi di distribuzione, innanzi alla Chiesa di S. Antonino. Anche da Genoveffa Torrice, che tutt’ora dirige a Detroit il Club “le campagnole di Cassino”5, ricevette una somma corrispondente al valore di un maiale per la realizzazione di una decorazione nella chiesa, che non fu fatta e l’allora “VINCA” sul settimanale “Il Rapido” per diversi giovedì si divertì a fare dell’ironia sulla “destinazione del maiale”!
Intanto, mentre la malaria mieteva vittime, fu provvidenzialmente realizzato l’ospedale dell’American Relief For Italy, con 24 posti letto, destinato soprattutto a curare la malaria. C’era il medico Gagliardi di Cervaro e poi il dott. Jappelli, inviato da Roma; c’erano un paio di donne di S. Antonino (Caterina e Luigia), l’infermiere Felice Vettese, poi passato all’INAIL, la suora infermiera Angela Miglioli di Padova – notissima per la sua preziosa e lunga attività6 –, ma era la cucina (era cuoco il “cassinese per eccellenza” Arturo Gradini) che il giorno richiamava sopratutto noi ragazzi, che, appena usciti da scuola (Selvotta, S. Michele, Cappella Morrone, Vaglie, Pastenelle) correvamo a prendere il rancio: quando si giungeva in tempo ad occupare il posto giusto si poteva consumare un pasto costituito da pasta asciutta, carne e piselli, un panino ed un formaggino o un pezzetto di durissimo cioccolato fondente in scatole cerate, che già avevamo visto abbondanti nelle mani dei soldati americani.
Quando andava male si poteva ritirare qualche mestolo di brodaglia, che, poi, portata a casa in quei secchielli “residuati bellici”, con l’aggiungeva di un peperoncino e un po’ di pane rosso diventava … un pasto!
Tra gli “ospiti fissi” dell’ospedale tutti ricordano il vecchio single Pascale, la nubile cieca Bettina che animava le funzioni religiose ed aiutava ad insegnare il catechismo.
Per il funzionamento dell’ospedale l’Amministrazione Comunale intendeva prelevare l’acqua in una piccola sorgente sotto la chiesa di S. Antonino; in questo l’Avv. Di Biasio voleva far valere le sue “prerogative” di sindaco, ma gli abitanti di S. Antonino riuscirono a fargli cambiare idea; fu incaricato Cosimo Di Placido, di S. Antonino, che aveva ricevuto dal Governo un mulo militare, a prendere l’acqua, con il suo carretto, al centro di Cassino; la portava all’ospedale e con la carrucola la sollevava sul piccolo serbatoio “in eternit”; in tal modo l’acqua poteva giungere nei locali dell’ospedale con la necessaria pressione.
L’ospedale fu “inaugurato” con il ricovero di un tale di S. Michele soprannominato “Musollino”; anche il ferroviere-scrittore Mario Amendola, che era venuto da Roma in visita ai genitori, contrasse la malaria e fu costretto ad andarsi a curare a S. Antonino.
Più tardi vi prestò servizio, e per parecchi anni, il benemerito Pasquale Candido, di grande professionalità, carisma e amor patrio, tanto che quando la nave sulla quale era imbarcato stava affondando, nel naufragio trovò la forza di gridare “Viva il Trento!”
Nonostante la severità dell’Archivio di Stato di Frosinone nel tutelare i dati personali, abbiamo potuto constatare che la pedanteria burocratica era ben funzionante anche allora: infatti l’Amministrazione comunale di Cassino dovette fare una delibera di Giunta (27-12-46) per autorizzare la spesa per il trasporto di un ammalato all’ospedale di S. Antonino.
Non vanno dimenticate persone particolarmente benemerite in quel frangente; mi viene in mente il dott. Stefano Gargiulo: innanzi a casa sua vi era sempre molta gente che attendeva la visita. Egli curava amorevolmente tutti, praticava i raggi ultravioletti e faceva le analisi, ma sopratutto pagava di tasca sua la Streptomicina per gli ammalati che non avevano possibilità economiche.
Intanto in quel periodo si celebrarono matrimoni di guerra per un soldato polacco, per un soldato del Nord Italia, per un Terellese; ma si ebbe una certa frequenza anche per i matrimoni locali e il fotografo Onorio Di Sturco di Roccasecca, con il suo sidecar e il tendone con l’aereo, immortalava i giovani che “si imbarcavano per l’America”: questi erano i tempi!

1 C. Iadecola, Mal’Aria, Centro di Studi Sorani “V. Patriarca”, Sora, 1998, pag. 286.
2 T. Grossi, Il calvario di Cassino, Ciolfi, Cassino 2003, 1ª ediz. Rispoli, Napoli 1946, 2ª ediz. Lamberti, Cassino 1977.
3 Ricordi dell’Autore.
4 Id.
5 Vd. “Studi Cassinati”, IV (2004), n. 4, pagg. 230-234.
6 È ricordata da E. Pistilli nell’articolo: Il “Dono Svizzero”? Finì a Pontecorvo per le resistenze dei privati di Cassino, L’Inchiesta, III, n. 25 (30 giugno 1996), pag. 14.

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