I LETTORI CI SCRIVONO: Ferdinando Corradini, Paolo Gerardi, Guido Barbato


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Studi Cassinati, anno 2006, n. 1

Gli “alleati tra loro” e il “risentimento” del senatore Minnocci
In discussione anche la questione marocchina

La questione degli “alleati tra loro” e il “risentimento” del senatore Giacinto Minnocci (vd. precedenti numeri di Studi Cassinati, 3 e 4/2005) ha aperto, come si prevedeva, il dibattito. Ad intervenire con lettere al Direttore sono l’avv. Ferdinando Corradini, di Arce, autore, tra l’altro, dell’opera “… di Arce in Terra di Lavoro …” in tre volumi del 2004, e, con due e-mail, il sig. Paolo Gerardi, residente in Francia da 43 anni ma originario di Pontecorvo. La questione coinvolge inevitabilmente anche l’operato dei soldati nordafricani nel nostro territorio; e qui si contrappongono (ma non troppo) le posizioni tra i due autori delle missive: il Corradini, rivaluta l’intervento dei marocchini sul piano puramente militare, mentre scarica sui comandi francesi ogni responsabilità sui loro misfatti contro la popolazione civile; il Gerardi, con la sua prosa colorita – che abbiamo preferito lasciare così come ci è giunta (comprese le difficoltà linguistiche che egli stesso giustifica), per non perdere il suo pathos, la sua sofferenza profonda – inveisce contro i governi delle potenze vincitrici, ma anche italiani, per l’oblio colpevole delle vittime degli stupri, pur attribuendo, anch’egli, ogni responsabilità dei misfatti al comando francese.

Arce, li 4 febbraio 2006
Caro Emilio,
dopo aver letto sul n. 3/2005 di Studi Cassinati il tuo articolo dal titolo Gli alleati: ma di chi?, volevo scriverti per congratularmi con te. Sono tanto convinto di quanto tu scrivi nel citato articolo che nella mia monografia su Arce tutte le volte che ho menzionato gli “alleati” l’ho fatto con il termine di “angloamericani”. Ancor più mi sento spinto a scriverti ora che ho letto il tuo scritto apparso sul n. 4/2005 dal titolo Il risentimento del Sen. Giacinto Minnocci a proposito dell’articolo “Gli alleati: ma di chi?”.
Vedi, caro Emilio, mi dispiace doverlo scrivere, ma c’è tanta gente, anche di livello culturale molto elevato, che della Storia e, in genere, della Cultura conosce soltanto la versione ufficiale, quella, per così dire, “scolastica”. Solo chi, come te, ha frequentato e frequenta gli Archivi sa che accanto alla versione ufficiale delle vicende, che, in definitiva, è quella dei “vincitori”, ne esiste anche almeno un’altra, che, in ultima analisi, è quella dei “vinti”. Càpita, però, che quando qualcuno si permette di far riferimento, in qualche modo, alla versione dei “vinti”, coloro che conoscono soltanto ed esclusivamente la prima versione e la considerano, quindi, come la Verità rilevata si indignino. A ben riflettere è normale che sia così.
Quando ho un po’ di tempo libero, vado a trovare una coppia di anziani che vivono alla contrada Fontanelle di Arce: lei è nata nel 1920 e lui nel 1921. Sono molto ospitali: mi fanno sedere vicino al camino e mi offrono della bruschetta condita con l’olio da loro stessi prodotto, il tutto innaffiato dal vino di loro produzione. Noi che viviamo in provincia, passiamo così il nostro tempo libero. Per non stare proprio in ozio, mi faccio raccontare qualcosa da loro e mentre parlano, prendo degli appunti. Ciò è accaduto anche domenica passata. Il discorso è caduto sulla guerra. Dai tanti episodi riferitimi, sui quali, ora, non è opportuno che io mi dilunghi, traspare in modo inequivocabile un dato che avevo già precedentemente acquisito e che avevo riportato nella mia monografia su Arce: i rapporti fra la popolazione arcese e i soldati tedeschi non sono stati del tutto negativi. Anzi, tutt’altro. Al contrario, la gente di Arce serba un ricordo non molto buono dei soldati inglesi. Queste cose, però, non le troveremo mai scritte sui testi ufficiali. È naturale ed è giusto, quindi, che chi è abituato a leggere soltanto questo tipo di testi si indigni quando apprende notizie del genere, dando magari del “nazista” a chi le riferisce. Più passano gli anni, più mi convinco che nella Cultura laica esistono dei Dogmi che sono molto più pregnanti (e pericolosi) di quelli ecclesiastici. Mi spiego meglio: la Chiesa presenta i propri Dogmi per quello che sono: delle Verità rivelate alle quali bisogna credere punto e basta. I Dogmi laici, per contro, sono molto “pericolosi” perché non vengono prospettati come delle Verità rivelate bensì come la verità pura e semplice dei fatti. Questo fa sì che i primi (quelli ecclesiastici) vengano guardati con un certo sospetto, mentre i secondi (quelli laici) vengano recepiti supinamente dalla quasi totalità della popolazione.
Vorrei, ora, spingermi ancor più avanti in questa opera di “revisione”, sfidando ancor di più il comune modo di sentire. Vorrei, cioè, spendere due parole in difesa di quelle truppe, sulle quali tutti, ma proprio tutti, sono d’accordo nel parlar male: quelle marocchine. Nell’approfondire (neanche tanto, per la verità) la conoscenza delle vicende della seconda guerra mondiale, mi pare di aver capito che le popolazioni locali siano debitrici ai Marocchini di aver posto fine alla Guerra. Mi spiego meglio. I Tedeschi si erano fortificati sulla Linea Gustav, che, com’è noto, andava dal Tirreno all’Adriatico. Gli Angloamericani per più mesi tentarono di sfondarla utilizzando la loro schiacciante superiorità in uomini e, soprattutto, armamenti. Ma i loro aerei, i loro cannoni, i loro carrarmati, le loro autoblindo non riuscivano a venirne a capo. Intanto il tempo passava e le popolazioni della valle del Liri erano sottoposte ad ogni genere di privazione e di pericolo, costituiti, questi ultimi, soprattutto dai bombardamenti degli Angloamericani. Coloro che riuscirono a sfondare la linea Gustav furono proprio i Marocchini, i quali furono lanciati dai loro Alleati alla conquista di una zona di territorio (quella fra Castelforte, Esperia e Campodimele) che, per la sua asperità, non consentiva l’utilizzo dei moderni strumenti di guerra, in primo luogo i carrarmati e l’artiglieria pesante. Su quelle aspre montagne ci si puó muovere soltanto a piedi e, per il trasporto delle cose, si potevano usare soltanto i muli e i somari. Fu questo il motivo per il quale furono scelti i Marocchini: essi erano dei montanari, sapevano, quindi, come muoversi su quel territorio, ed erano dei contadini, sapevano, quindi, come si governano i muli e i somari. Ma il motivo, a mio sommesso avviso, fu anche un altro. Non potendo utilizzare i carrarmati e le autoblindo, su quelle montagne si poteva combattere soltanto corpo a corpo. Fu anche per questo che gli Americani, gli Inglesi, i Canadesi, i Francesi (in definitiva “gli Alleati fra di loro”) preferirono evitare che ad affrontare questo tipo di combattimento fossero i loro giovani e delegare lo stesso a degli uomini arruolati con la forza in una colonia della Francia. Si trattò, in definitiva, di una precisa scelta razzista. E i Marocchini, che, secondo le teorie hitleriane, appartenevano ad una razza inferiore, sconfissero i Tedeschi, dimostrando a tutti quanti (“alleati fra di loro” inclusi) la superiorità dell’uomo sulle macchine e sulla tecnologia, dei somari sui carrarmati, in definitiva dell’ésprit de finesse sull’ésprit geometrique. Fu la loro travolgente avanzata, e non altro, che costrinse i Tedeschi a ritirarsi da Cassino per non rimanere intrappolati in una sacca. Così, per le popolazioni della Valle del Liri, finì la guerra che tanti lutti aveva portato. Per questo dobbiamo essere riconoscenti ai Marocchini. Ma, mi si obietterà: “E le marocchinate?” Certo non si è trattato di una bella pagina della nostra storia. Non dobbiamo dimenticare, però, che ai Marocchini era stato promesso che, se avessero sconfitto i Tedeschi, sarebbe stata data loro “carta bianca” per trentasei ore. Chi fece loro questa promessa, lo fece barattando l’incolumità della inerme popolazione civile della Valle del Liri con tutte le cose che ho elencato poc’anzi. E, per quel che ne so, questa promessa fu fatta ai Marocchini dai loro ufficiali che appartenevano agli “Alleati fra di loro”.
Sono pronto a ricevere gli strali di tutti coloro che non condividono queste opinioni

Ferdinando Corradini


From: paolo gerardi
To: cdsc@cassino2000.com
Sent: Tuesday, January 31, 2006 5:05 PM
Subject: la guerra dei vigliacchi

Credo che non facciamo abbastanza rumore nella faccenda dei morrocchini comandati dai signori francesi.
Sono originario di pontecorvo qui in francia da 43 anni, loro si credono i campioni dei deritti dell’uomo, ma lo specchio l’hanno rotto.
Quelli de la mia generazione, abbiamo avuto poco tempo e pochi mezzi per fare sentire al mondo che non eravamo conteni.
Adesso conto sui nostri bravi giovani di fare sapere al mondo intero, ”chi a fatto che”.
Qui nemmeno 10% sa quello che si è passato.

Scusate gli errori e un caro saluto a tutti
Gerardi Paolo


From: paolo gerardi
For: cdsc@cassino2000.com;
Sent: Sat, 04 Feb 2006 09:4
Subject: La guerra dei stupratori

Signor Pistilli,
Prima di tutto grazie per aver risposto al mio mail, volevo dirle che ricordando con rabbia tutti i racconti che ho sentito nella mia infanzia dai più anziani, su i morti, i disonerati, uomini legati oblicati à guardare i stupri delle loro moglie figlie e ammazzati dopo, i malati morti cèchi per colpa della sifilide dei nord africani, non c’èra nessun codice, ne per i bambini, ne per i vecchi, ne per i preti, ne per le suore (per nessuno).
Allora vorrei domandare à questi signori internazionali, e ai nostri capi di governi italiani dal 46 à adesso, se ci sono dei morti e disonorati di serie A, B, C, perché essendo à quel tempo la ciociaria un punto di brava gente di lavoratori infaticabili e che facevano poco rumore in tanti honno creduto che eravamo dei cretini senz’anima, ma che sappiano questi signori, che i ciociari dove vanno mentre gli altri parlano loro fanno i fatti, facendo onore à l’Italia e agl’italiani.
Questo detto à proposito di A, B, C … à quel momento là noi ci mettiamo in divisione d’onore e domandiamo à questi signori, perché in altri orizzonti ci sono dei processi per crimini contro l’umanità?.
Quello che hanno fatto i nord africani era à l’altezza del loro livello intelletuale, ma i veri colpevoli sono quelli che gli comandavano.
A Yalta èrano seduti per la conférènza J. V. Staline, W. S. Churchill, F. D. Roosevelt, é arrivato il quarto credènto che il posto suo era là con i grandi … e Stalin gli ha detto … cosa vieni à fare tu qui?
Questo povero signore non sapeva ancora che non si diventa grandi stuprando i vecchi, i giovani, i bambini, i preti, le suore ecc… ecc… ecc…
Pure essendo à l’antipode di questo signore, per questa frase, gli dico una sola volta (bravo Stalin).
O provato à dirvi quello che ho sul cuore scusate qualche errore (disgraziatamente ho più di facilità à scrivere francese che italiano)
Cordiali saluti à tutti un bacione à tutta la ciociaria.

Gerardi Paolo


***

Toccante il saluto finale: l’amore per la propria terra non viene meno neppure dopo mezzo secolo di lontananza!

2 giugno 1946: la “bizzarria” di Guido Barbato
in un articolo su “Il Rapido” – Ci scrive il figlio.

Roma, 21 febbraio 2006

Guido Barbato

Gentile Direttore,
mi viene segnalato adesso, a Roma dove abito, il fascicolo di luglio-settembre 2005 della sua rivista, contenente un suo articolo sul voto del 2 giugno del ’46 nel Cassinate, plebiscitario a favore della monarchia.
Non sfugge a lei la sbalorditiva singolarità di quella scelta monarchica così massiccia, superiore perfino a quella pilotata dalla mafia in Sicilia e all’altra prodotta dal sistema di corruzione istituito da Achille Lauro a Napoli, che riuscì a stemperare in quella città il ricordo ancora palpitante delle “4 giornate”. Ma quali meriti la monarchia poteva vantare presso i cassinati per meritare, a un anno dalla fine della guerra, un consenso così totale?!
Mio padre, l’avv.Guido Barbato, che lei chiama in causa per la “bizzarria” di una sua durissima indignata reazione sulle pagine di “Il Rapido” a quel vandeano pronunciamento, fu colto da un profondo senso di delusione. Egli, di formazione decisamente democratica, durante il Ventennio era stato perseguitato politico. Avvocato, per anni non aveva potuto esercitare liberamente perché non iscritto al fascio. Proposto, con i suoi fratelli Gennaro e Mario, per il confino di polizia, se ne sottrasse perché, come ufficiale superiore in congedo, con la guerra fu richiamato alle armi. Subito dopo il passaggio della guerra, che lo aveva visto profugo con la famiglia a Ferentino, ad Alatri e infine a Roma, si era speso con tutte le sue forze, insieme all’avv. Antonio Grossi, anche attraverso le colonne di “Il Rapido”, innanzitutto per il risanamento dalla malaria e dalle mine, poi per l’avvio immediato della ricostruzione, infine per il ripristino delle istituzioni democratiche nella città che più di qualunque altra in Italia aveva subìto le conseguenze estreme della politica della monarchia e del fascismo.
Sulla tomba di mio padre che, dall’esilio romano, volle tornare per l’estremo riposo nella sua Cassino, c’è un’epigrafe da lui stesso dettata:

er egoismo amò l’umanità,
quella, s’intende,
che lavora e spera
nel domani migliore,
perché di quella solamente
egli era parte degna e assertore.
E quando la sognò libera e lieta,
soltanto in sogno, egli felice fu.
Lei, gentile Direttore, probabilmente non ha avuto occasione di conoscere mio padre,

morto nel ’73, né probabilmente ne ha sentito parlare da chi direttamente l’ha conosciuto. Guido Barbato fu un benemerito della città che ha onorato anche con la sua professione e con la pubblicazione di due libri, il secondo dei quali, “Cassino Kaputt”, premiato, parla proprio del dramma bellico della sua città. Egli fu anche delicato poeta e appassionato pubblicista. Ma soprattutto fu un intellettuale che non piegò mai la schiena – ce ne furono pochi! – e che per la sua dirittura non esitò a pagare un alto prezzo, anche negli anni del ritorno alla nostra “condizionata” democrazia. Aggiungo, per concludere, che Cassino, la città che sentiva ancora in molti suoi figli l’orgoglio di aver dato i natali ad Antonio Labriola, gli tributò un grande omaggio quando lo accompagnò all’ultima dimora.
Queste poche righe certo non pretendono di spiegare ma di comprendere la “bizzarria” della sua reazione così aspra al voto quasi plebiscitario della città martire a favore della monarchia. Non è superfluo notare che, a prescindere dal giudizio negativo ormai consolidato della storia, in quei giorni la maggioranza degli italiani decideva di ripudiare quella Istituzione perché ritenuta tra i principali responsabili della tragedia nazionale, della quale Cassino era il simbolo. Che cosa dunque bisognerà sforzarsi di interpretare e di capire: il 90 per cento dei voti monarchici di Cassino o la reazione disperata di Guido Barbato a quel voto?
Una notazione a concludere. È singolare che quell’articolo di mio padre, pesantemente titolato “Vizio totale di mente”, susciti una polemica oggi, a distanza di quasi 60 anni dalla sua pubblicazione, mentre a suo tempo fu “incassato” senza scandalo. Cassino, come Napoli, non fu scevra da una massiccia opera di corruzione, che agiva efficacemente su un tessuto estremamente fragile al limite della disperazione. Se ne denunciava il disastroso effetto corrosivo in un altro articolo, proprio in quello stesso numero di “Il Rapido”. Non furono pochi coloro che, pur avendo contribuito a formare quel risultato, ne sentirono tutto il peso e non se ne vantarono.
Ringrazio per l’attenzione, lieto se la pubblicazione della presente potrà suscitare, sia pure a distanza di tanti anni da quegli avvenimenti, un dibattito tra i lettori. Cordiali saluti.

Cosmo Barbato

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