La guerra a Monte Trocchio


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Studi Cassinati, anno 2005, n. 2

di Annamaria Arciero 

Nei primi anni ‘80 insegnavo nella scuola elementare di Foresta, comune di Cervaro.
Il mio gruppo docente seguiva ormai da cinque anni una programmazione incentrata sulla conoscenza approfondita del proprio ambiente, che culminava in una rappresentazione teatrale sulla storia della contrada. Avevamo iniziato con le origini romane, confermate dai resti di una tomba di epoca repubblicana, ora esposti nel museo di Cassino, per proseguire con il medioevo, testimoniato dai ruderi del castello di Trocchio, poi con i problemi dell’emigrazione del primo novecento … e ora toccava al calvario vissuto durante la seconda guerra mondiale, dato che la contrada Foresta, posizionata tra monte Trocchio e Montecassino, si era trovata proprio al centro degli eventi bellici, nei nove mesi che strinsero Cassino in una morsa di morte e distruzione.
Cominciammo così ad invitare a scuola i testimoni di quel tempo per intervistarli, ricavare informazioni e riflessioni.
Con che orgoglio, con che piacere venivano! Come erano felici di insegnare qualcosa che le maestre nemmeno sapevano! E veramente da tutti c’era da imparare, da confrontare e riscontrare le nozioni studiate sui libri, da apprendere “di che lacrime grondi e di che sangue” la nostra terra.
Tra le tante testimonianze, tutte rimaste impresse per la grande sofferenza che esprimevano, quella che è scolpita nel mio cuore e nella mia mente, parola per parola, fu resa da Angelantonio Sidonio.
Ricordo la prima frase che pronunciò Angelantonio alla richiesta di raccontare la sua vita nel periodo bellico.
“È un romanzo!” esordì, e il suo racconto proseguì senza enfasi, lasciando noi ascoltatori a bocca aperta, sbigottiti per le tristi avventure che il “nostro eroe” andava raccontando, in un crescendo di pericoli e disgrazie che nemmeno la fantasia più fervida di uno scrittore avrebbe accentrato in un solo personaggio.
Calmo e pacato, sembrava che anche lui stesse scorrendo le immagini di un film, chissà quante volte riviste, e ne descriveva i pensieri e gli stati d’animo come uno scrittore scafato che conosce l’importanza dei “vissuti”. È in questo modo che cercherò di raccontare la testimonianza di Angelantonio Sidonio: con le sue parole.
Richiamato alle armi nel II° Reggimento Bersaglieri nel giugno del 1940, fu trasferito in territorio di guerra partecipando con fasi alterne alle campagne di Albania e di Iugoslavia; nel maggio del 1943 fu collocato in congedo per aver più di due fratelli in armi: Antonio, fatto prigioniero dai tedeschi in territorio iugoslavo dopo l’8 settembre del 1943 ed internato in campo di concentramento (Germania) per tutta la durata della guerra, Luigi anche lui fatto prigioniero dai russi e recluso nel campo di concentramento di Temnikov n. 58, nella repubblica di Mordovia (ex U.R.S.S.), dove purtroppo morì nel Marzo del 1943, seppellito in una fossa comune, e Alessandro, carabiniere, dislocato in servizio a Dongo, il paese dove il 28 aprile del 1945 fu ucciso Benito Mussolini.
Il dieci settembre del ‘43, allorché ci fu il primo bombardamento di Cassino, da parte degli anglo-americani, che pure erano nostri alleati da pochi giorni, Angelantonio si trovava in servizio presso la stazione ferroviaria, proprio il luogo preso di mira dalle fortezze volanti, perché utile ai tedeschi. Stava operando con una pesante trivella vicino a un binario, quando dallo stormo di aerei cominciarono a cadere le bombe, inaspettate e terribili! Si mise a correre verso la campagna, mentre deflagrazioni e urla laceravano l’aria … Correva, correva … e si fermò solo quando il bombardamento cessò. Ed allora, solo allora, ansante e incredulo di essere vivo, si accorse che aveva ancora la trivella in mano! La paura non gliene aveva fatto sentire il peso .
Come tutti i cassinati, Angelantonio capì che la guerra “adesso” era veramente cominciata.
La maggior parte della popolazione della Foresta, radunate le poche cose necessarie abbandonava le proprie case per cercare rifugio per sé e per la famiglia: chi a S. Antonino, (dove poi fu coinvolto nella rappresaglia per l’uccisione dei due soldati tedeschi che avevano importunato una ragazza), chi nelle grotte di Trocchio. Ma queste, tra l’altro umide e fredde, con l’inverno incombente, non erano sicure, perchè situate proprio di fronte a Montecassino, da cui ricevevano i colpi di artiglieria dei soldati tedeschi che, con i loro potenti binocoli, scorgevano anche un filo d’erba che si muoveva.
Angelantonio provvide a nascondere la famiglia, i vecchi genitori, la moglie e i due figlioletti, nel posto dove si erano rifugiati molti altri, cioè un casolare isolato, alle falde di monte Trocchio, dove abitava la famiglia Gaglione, che accoglieva gentilmente tutti quelli che cercavano asilo nel suo “vascio”. Per gli uomini validi e forti, però, era pericoloso farsi trovare dai tedeschi, che subito li requisivano come forza lavoro nella preparazione delle fortificazioni a Cassino.
Per loro fu quindi ideato un nascondiglio semplice e ingegnoso: fu scavata una grossa buca vicino casa, fu ricoperta prima di tavole e poi di fascine e lì gli uomini sostavano di giorno; la notte, invece, sia per godere di un po’ di tepore, sia per offrire protezione in caso di pericolo, uscivano dalla buca e riposavano nella casa.
Come si sopravviveva in quella stanza è facile immaginarlo: ammassati gli uni sugli altri, avvolti in stracci e coperte di recupero, sporchi, pieni di pidocchi, affamati …; bambini che piangevano, tossivano, reclamavano cibo …; le donne che si ingegnavano a preparare un decotto di fichi secchi o un po’ di pane macinando il grano e cuocendo la farina impastata sulla pietra infuocata; e si raccontava di fatti avvenuti, di peripezie e disgrazie successe a malcapitati, da parte dei soldati tedeschi … Bisogna dire che la gente faceva un distinguo: c’erano “i tedeschi“, e questi erano quelli cresciuti alla scuola hitleriana, secondo la dottrina crudele e da superuomo impartita fin da bambini, e i “tedeschi buoni”, quelli che, nella contrada di S. Lucia, sul versante est di Trocchio, curavano i feriti o chiamavano mamma le donne più anziane. Erano certamente, questi ultimi, uomini che sentivano di combattere una guerra ingiusta, ma dovevano obbedire, o giovani che sentivano il bisogno di pronunciare la parola mamma, perché almeno il suono desse loro il calore affettivo di cui soffrivano la mancanza.
Certo è che tutti speravano, se proprio doveva succedere, di incappare nei soldati tedeschi “buoni”, fidando nella loro umanità verso la popolazione civile.
Quando giunse la notizia che i tedeschi procedevano al rastrellamento della popolazione nel territorio di Foresta, tutta la gente ospite presso la famiglia Gaglione si spostò, rifugiandosi nelle grotte di Trocchio. Quella sera stessa più di qualcuno, spinto dal freddo e dalla fame, maldestramente accese un fuoco, causando all’alba dell’indomani mattina l’irruzione dei “tedeschi” che con modi rudi e quasi incomprensibili, separarono gli uomini da donne, vecchi e bambini, caricandoli su un camion, come fossero merce, senza badare a familiarità alcuna. Angelantonio seppe solo alla fine della guerra che la moglie Alberina e i suoi bambini, Silvio, di cinque anni, e Adalgisa, di tre, con i vecchi suoceri erano stati sfollati a Roma, mentre i genitori e il resto della sua famiglia in Lombardia e precisamente a Romanengo in provincia di Cremona. Ci fu il caso di un bambino, Mario Gaglione, che si trovò in Veneto, separato dalla famiglia che era stata fatta rimanere a Roma, pianto morto e disperso dai suoi e poi tornato roccambolescamente a casa, a guerra finita.
Gli uomini, tra cui Angelantonio, sotto la minaccia delle armi, furono portati a Cassino e costretti ai lavori più pesanti: scaricare e trasportare cassette di munizioni, filo spinato, casematte da sistemare davanti alle grotte, su, per la salita di Montecassino. Era un lavoro che spezzava la schiena e anche il cuore, visto che doveva servire per resistere ai nostri alleati! E spesso venivano mandati anche a requisire le pecore presso la gente che ne possedeva ancora qualche capo, nella campagna di S. Angelo.
”Figliuccio mi’, pure tu të cë mitt’! N’ bastavano i tadeschi!” disse una volta una vecchietta ad Angelantonio. “Zia mia, che vuo’ da me? Pigliatélla co‘ si’ disgraziatùni che më cë hanno mannatö!”
Era conosciuto ormai Angelantonio nella zona e un suo amico, Giuseppe Marrazza, mosso a pietà, lo aiutò a fuggire: nottetempo, col plenilunio, (mese di dicembre!), con una fune legata alla cintola e assicurata ad una vetica, si gettò nel fiume Gari. La corrente impetuosa lo respinse per ben due volte, ma Angelantonio non desistette: la terza volta riuscì ad arrivare alla riva opposta, si aggrappò al primo appiglio che gli si offrì. Era un cespuglio di rovi, ma le spine non le sentì al momento: era troppa la foga di essere riuscito nell’impresa! Si avviò verso casa, a Foresta, a circa un chilometro di distanza: bagnato fradicio, sanguinante, graffiato, rischiando seriamente di incappare nelle mine che i tedeschi avevano disseminate, specie nella zona “Limate”, per impedire l’accesso al fiume agli alleati.
La contrada era deserta: chi era stato sfollato e chi era scappato. Affamato, infreddolito, lacero e dolorante, ansioso di notizie, si rifugiò in una delle grotte di Trocchio, dove si addormentò stremato.
Ma il giorno dopo sentì i passi e le voci concitate di soldati tedeschi avvicinarsi sempre più, sempre più …, trattenne il fiato, timoroso che anche il solo respiro potesse tradirlo, vide una baionetta innestata ad una canna di fucile penetrare nel rifugio e sondare il vuoto con un movimento semicircolare, trattenne il respiro, ritirò la pancia e lo stomaco fino a sentirsi schiacciato con le spalle contro la parete di roccia … e chiuse gli occhi, aspettando lo sparo, che fortunatamente non si verificò; finalmente quello si ritirò. Angelantonio trattenne anche il respiro di sollievo e capì che non poteva restare a Foresta. Perciò pensò di trovare accoglienza presso la zia Giuseppella, che abitava a S. Lucia, e, sempre nottetempo, compì anche la “scarpinata”, attraverso monte Trocchio, per arrivare lì. Tanto era il desiderio di rivedere un familiare !
Ma anche qui non è che si stava bene: nel crollo di una casa, nella quale erano ricoverati, la zia Giuseppella era rimasta ferita alla schiena . Ogni giorno un ufficiale medico, “tedesco buono”, che aveva preso a cuore la donna, veniva a medicarla, nel nuovo rifugio: un casamento in pietra troppo esposto al fuoco degli anglo-americani che stavano a Montelungo, da cui bersagliavano monte Trocchio per scacciare i tedeschi.
Il 30 dicembre ’43, il medico aveva detto: “Questo villaggio … caput!”. Poi era andato via, mentre il fuoco nemico imperversava.
Intorno ad un tavolo, seduti ad aspettare gli eventi, fatalisticamente, c’erano molte persone: uomini, donne, bambini, le famigliole delle cugine e degli amici. Ad un tratto, mentre si sporgeva all’indietro per dare un bicchiere d’acqua alla zia distesa sul lettino, Angelantonio sentì, insieme ad un boato fragoroso, un sibilo che gli sfiorava la fronte e subito, stranamente, una palla che gli rotolava tra i piedi … e poi urla, lamenti.
Chi gridava di dolore era Ernesto Valente, ferito mortalmente all’arteria femorale, ma la palla che gli rotolava tra i piedi … era la testa di Giuseppe Valente, marito di sua cugina Eugenia, padre di tre figlioletti! L’espressione di raccapriccio di chi ascolta o legge non corrisponde certo all’atmosfera che si respirava in quella stanza quel giorno: urla, grida, lamenti, disperazione, pianti … mentre fuori continuavano a piovere fuoco e schegge di mitraglia.
E fu così per più di quindici giorni. L’intento degli alleati era scacciare i tedeschi da monte Trocchio.
Ma per i tedeschi l’intento era resistere finché non fossero state pronte tutte le ”precauzioni” prima di ritirarsi e abbandonare il terreno: minare la zona, tagliare gli alberi a circa un metro di altezza, affinchè fossero di ostacolo ai carrarmati alleati, (quanti oliveti secolari rovinati su monte Trocchio!), sequestrare agli abitanti ogni bene, dalle cibarie alla biancheria, (che però i nostri avevano seppellita o murata), e distruggere ciò che non era possibile trasportare.
Il culmine della furia bellica, per la contrada di S. Lucia, ci fu la notte del 15 gennaio ’44: ininterrottamente il centro abitato e monte Trocchio furono sotto il fuoco anglo- americano! Possiamo immaginare lo stato d’animo della gente ammassata nei rifugi, nelle cantine, nelle caverne scavate nel tufo.
Angelantonio raccontò che quella notte erano convinti che non sarebbero arrivati al mattino, e invece al mattino, improvvisamente, dopo una bussata alla porta di un “tedesco buono” che salutava “Aufidersen mamma, noi andare via!”, inaspettatamente il fuoco cessò. Un silenzio che attanagliava il cuore quasi quanto la paura di poco prima. Erano vivi!
Due uomini, Celio e Pietro Arciero, consuoceri e padri di famiglie numerose, salirono sul granaio, scoperchiarono il tetto e si guardarono intorno. Il panorama era cambiato: monte Trocchio, che prima pullulava di soldati tedeschi come formiche intorno a un formicaio, era spoglio; tra i monconi di alberi bruciati e anneriti spiccavano solo le rocce; verso valle, si vedeva avanzare una fila di altre formiche: erano i soldati americani che seguivano cautamente un commilitone che sondava il terreno minato con un “arnese curioso”, mentre dietro di lui un altro svolgeva una fettuccia che tutti gli altri seguivano rigorosamente. Erano i salvatori! Gli alleati! La guerra era finita!
Scesero giù, Celio e Pietro, ebbri di gioia e comunicarono la notizia ai familiari increduli, che subito si dettero a ringraziare la Madonna e S. Lucia. Sarebbero voluti uscire subito, per offrire del vino ai nuovi venuti, o almeno un sorriso accogliente, ma Pietro, che era stato in America, sentenziò:
– Celio, Giuseppella, noi abbiamo le figlie femmine. Prima ci stavano i tedeschi e a ‘ste figliole le hanno rispettate, perchè i tedeschi so’ freddi. Ma adesso so’ arrivati gli americani, e gli americani so’ caldi, comme i taliani! E se a ’ste figliole non le rispettano? Andiamocene a Campozillone, da mia sorella, e, fra qualche giorno torniamo, perché sicuramente in settimana ‘sti americani se ne vanno a Cassino!
Quando si dice “Le ultime parole famose!” Non poteva certo sapere, povero Pietro, che gli alleati sarebbero rimasti lì ancora cinque mesi!
Alle prime luci dell’alba, uscirono fuori per salutare “i salvatori”, che, in gran parte feriti, stavano stesi dovunque: sui gradini, per la strada, negli androni. E furono proprio loro, i salvatori di sangue caldo, che proposero e consigliarono ai padri di famiglia di abbandonare le abitazioni e sfollare in Calabria.
Non tutti acconsentirono, ma Pietro, Celio e Giuseppella, con il loro prezioso carico di figlie femmine, non se lo fecero ripetere due volte. Affidarono le famiglie alle mamme e ai giovani fratelli e cugini, (Pietro e Celio rimasero a guardia della casa!) e li spinsero ad affrontare con fiducia la proposta degli alleati.
Così pure Angelantonio si unì alla comitiva della zia. Cos’altro poteva fare? Anche se il pensiero per la moglie e i figli lo tormentava, si sentiva in dovere di offrire protezione ed aiuto alla zia e alle cugine. Dopo essere stati disinfettati e “spidocchiati” ben bene dalle truppe alleate, ad Aversa, furono condotti a Latronico, dove stettero sfollati per cinque mesi.
Qui Angelantonio, che si sentiva investito di responsabilità, come uomo e come nipote, si dette da fare per il sostentamento del gruppo familiare, facendo il taglialegna, ma, come tutta la comunità, visse anche di elemosina, di carità, di baratti e … persino di qualche piccolo ladrocinio: i cavoli cappuccio in un orto, i pali in una vigna …
Tornarono a casa, finalmente, a giugno, con mezzi ferroviari di fortuna: treni merci, carrelli sgangherati …
Quello che trovarono supera l’immaginazione; solo chi l’ha visto e vissuto puó rivederlo con la memoria: case ridotte a cumuli di macerie, strade sventrate, alberi neri, quasi tizzoni spenti, che levavano i loro monconi al cielo come a chiedere pace e giustizia, e il monastero, lassù, che sembrava voler indicare agli uomini superstiti che cosa è la guerra.
Ricordo che Angelantonio disse: “Secondo me hanno sbagliato a ricostruire Cassino! La dovevano lasciare così com’era e portarci in visita la gente, per capire il danno che si compie quando si bombarda una zona!”
È un concetto espresso anche da un famoso giornalista, Jader Iacobelli, che naturalmente Angelantonio non poteva conoscere e che diceva pressappoco così: “Cassino non dovrebbe essere ricostruita ma recintata ed esposta, come un museo dell’orrore, agli occhi dei visitatori!”. Lo scrisse quando visitò la città martire nell’immediato dopoguerra.
Per tutta la zona si sentiva un puzzo nauseabondo, perché ancora si scorgeva qualche cadavere, sotto le macerie o nelle buche scavate dalle bombe e poi riempite dalla pioggia.
E fu proprio quell’acqua stagnante e putrida, dove i cadaveri si decomponevano, che provocò l’altra grande tragedia alla gente cassinate: la malaria.
Subdola e silenziosa, vera e propria pestilenza, come quel fumo letale che si vede nel film “I dieci comandamenti”, quando la morte colpisce tutti i primogeniti egiziani, la malaria si insinuò nella zona e mieté vittime a dritta e a manca.
E il povero Angelantonio, che intanto aveva potuto riabbracciare la sua famiglia, scampata miracolosamente alle vicissitudini della guerra e dello sfollamento, si vide colpire irrimediabilmente: prima la figlioletta Adalgisa, e poi, dopo un mese, la moglie Alberina! E questo concentrato di dolore si accrebbe ancora di più quando Silvio, il bambino di pochi anni che gli era rimasto, giocando davanti alla casa, a Foresta, perse due dita nella deflagrazione di un ordigno trovato per terra e considerato un giocattolo inaspettato.
“E questa è la storia!”, concluse Angelantonio.
Ricordo la scolaresca attonita, come piccoli adulti che capivano e soprattutto rispettavano un uomo, a cui la vita non aveva certo risparmiato dolori.
Aveva ragione Angelantonio a dire che la sua vita era stata un romanzo!
Credo che “di romanzi” così, a Cassino e zone limitrofe, dove la guerra ha infierito, ce ne siano davvero tanti. E credo che bisognerebbe conoscerli per apprezzare di più gli anziani che l’hanno sofferta.
Quell’anno imperniammo tutta la rappresentazione su questo episodio, come per dare la versione teatrale al “romanzo” di Angelantonio, che ne fu orgoglioso e commosso.
Ora che l’ho narrata da queste pagine mi sento veramente soddisfatta, perché mi pare di aver reso onore alla sua testimonianza, anche se lui non c’è più.
Forse perché per me, ascoltarlo, non fu solo un romanzo. Fu una lezione di storia.

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