1861: la fucilazione a S. Giovanni Incarico di Alfred De Trazegnies nobile europeo votato alla causa del legittimismo borbonico*


Print Friendly

 

Studi Cassinati, anno 2005, n. 1

di Marco Sbardella

Per tratteggiare la figura del nobile belga Alfred De Trazegnies è opportuno prendere le mosse dal noto episodio di reazione borbonica avvenuto l’11 novembre 18611 nei territori di Isoletta e San Giovanni Incarico. In quella tragica giornata le bande irregolari (le cronache parlano di oltre 400 briganti) capeggiati da Luigi Alonzi, il famigerato Chiavone, si portarono verso le 8 del mattino all’assalto del castello di Isoletta, presidiato da un piccolo distaccamento del 45° reggimento fanteria, costituito da 18 soldati e dal loro comandante, il sergente Eracliano Cobelli. Nell’impari scontro morirono 8 sodati italiani che si batterono valorosamente e (secondo alcune fonti) 4 chiavonisti (altri 12 o 14 sarebbero stati feriti). I soldati superstiti ripararono a San Giovanni Incarico ma anche qui le difese si dimostrarono inadeguate e i briganti occuparono il paese. Vennero saccheggiate e date alle fiamme le case dei liberali locali: tuttavia i responsabili delle maggiori spoliazioni, secondo Eliseo Grossi, che non è affatto tenero con i chiavonisti, furono quelli che egli definisce “plebaglia paesana”2, individui che approfittarono cinicamente della situazione. Nel frattempo i soldati scampati all’assalto a Isoletta giunti a Pico si unirono ai commilitoni della 7a compagnia del capitano Teccio di Bayo e della 43a del capitano Cesare Gamberini: verso mezzogiorno essi si diressero a San Giovanni Incarico e riconquistarono il paese (per questa impresa al capitano Gamberini fu concessa la cittadinanza onoraria di San Giovanni Incarico).
In quello scontro persero la vita un sodato italiano e 57 briganti chiavonisti (30 dei quali fucilati, ma le fonti discordano).
Tra di loro c’era il marchese belga Alfred De Trazegnies3, che venne catturato da alcune guardie nazionali in casa di un certo Francesco Fiore. Fu interrogato dal maggiore Savini, giunto da Pontecorvo con i rinforzi, a cui raccontò i motivi che lo avevano spinto ad abbracciare la causa borbonica. Fu ordinata la sua fucilazione: il marchese, saputa la notizia, chiese un rinvio di tre giorni, poi di un solo giorno, certo che i suoi illustri parenti avrebbero garantito per lui, ma la risposta del Savini fu perentoria: “Neppure un’ora”.
Era infatti imparentato con la contessa di Montalto, consorte dell’allora ambasciatore italiano a Bruxelles; due sue cugine avevano sposato i fratelli De Saint’Arnaud, uno dei quali era il Maresciallo di Francia (distintosi nella guerra di Crimea) e l’altro un senatore francese; aveva inoltre affinità con Saverio De Merode, potente Ministro delle Armi della Santa Sede e con la contessa di Nassau della casa reale d’Olanda (la madre del padre Carlo era Amelie Constance Marie de Nassau). Tutte queste relazioni di parentela furono riferite e trascritte di suo pugno prima dell’esecuzione, nella speranza estrema di aver salva la vita, ma fu tutto inutile. Perché fosse eseguita la sentenza, fu portato nella Piazza dell’Annunziata (quella dove oggi sorge il Palazzo Comunale di San Giovanni Incarico); chiese di non essere fucilato alle spalle, ma non fu esaudito. Morì colpito alla nuca da un solo colpo di fucile sparato da un tale Scipione Fabrizi alle 4 del pomeriggio di quello stesso 11 novembre.
Fu sepolto nudo insieme ai suoi compagni di guerriglia in una fossa comune in un cimitero utilizzato per i morti di colera in via Matrice a San Giovanni Incarico.
La storia del De Trazegnies interessò e appassionò già i suoi contemporanei forse anche per il clima di romanticismo proprio dell’epoca, ma in particolare per la curiosità sulle motivazioni che lo spinsero a condividere, così lontano dalla sua patria, appena ventinovenne, la sorte di uomini, da cui lo dividevano origini, educazione, cultura.
Ma chi era in realtà questo nobile europeo, su cui molto si scrisse già all’epoca dei fatti, travisando spesso le sue reali intenzioni o attribuendogli motivi a lui estranei, dettati da visioni storiografiche anche di orientamento diverso, ma con il limite di un giudizio omologante che, nonostante pregevoli eccezioni, non ha mai approfondito l’ambiente in cui il giovane sviluppò la sua personalità?
È proprio per conoscere meglio la sua storia che diviene imprescindibile partire dagli atti dell’interessantissimo processo contro il Fabrizi (il presunto omicida del marchese), che fu celebrato l’anno successivo ai fatti a Roma presso il Supremo Tribunale della Sacra Consulta, e che è conservato nell’Archivio di Stato di Roma tra i processi politici4.
Alfredo Gillo Gisleno, Marchese De Trazegnies e De Ittre, nacque a Namur in Belgio il 28 agosto 1832, ma risiedeva a Corroy – le Château dove ricevette i primi rudimenti letterari e scientifici. La famiglia di sua madre, Raffaella, i De Romrée, dal Belgio, nel ‘700, si era trasferita in Spagna. Qui aveva perduto tutto durante le guerre carliste e la rivoluzione, e il padre della nobildonna, Carlo, che aveva sostenuto Carlo di Borbone, fu costretto a ritornare in Belgio.
In patria Raffaella andò in sposa al Marchese Carlo De Trazegnies da cui ebbe quattro figli: Alfredo, Erminia, Ottone ed Edoardo (nella cui discendenza continua il casato De Trazegnies).
Il racconto delle vicende vissute dalla famiglia materna in Spagna, e il particolare periodo storico ancora immerso nel clima della Restaurazione e la memoria del sangue versato durante le guerre napoleoniche, contribuirono non poco ad instillare nel giovane Alfred una profonda avversione per tutto quanto minasse la stabilità dei legittimi sovrani.
Dopo gli insegnamenti preparatori il giovane marchese continuò gli studi presso il Collegio di Notre Dame de la Paix a Namur e poi all’Università di Lovanio, e al termine di questi non militò, come pure spesso si disse e si scrisse, da ufficiale nell’esercito belga, ma più probabilmente prese a frequentare, come era normale per i rampolli di famiglie nobili, i salotti buoni dell’epoca.
Le cronache lo descrivono come un giovane fascinoso: la fronte alta, viso oblungo occhi di uno sguardo vivo.
La sua famiglia, come si è detto, aveva intessuto importanti relazioni di parentela con illustri rappresentanti della nobiltà europea.
Questo il beckground culturale e storico, nel quale viveva il De Trazegnies.
I rivolgimenti degli anni 1860-61 dovettero profondamente segnare il suo animo, e, nel timore che lo stesso papa fosse in pericolo, decise di partire, inesperto di armi e strategie militari, difensore di quell’ideale nel quale era stato educato: il rispetto dei legittimi governi.
De Trazegnies giunse a Roma a metà ottobre del 1861, aveva un biglietto di presentazione del suo connazionale Mons. De Moreau per il Cavaliere d’Onore di Malta, Don Tommaso Bryan, residente a Roma presso l’Accademia pontificia per i nobili ecclesiastici, amico del De Moreau. Il Bryan si trovava a Tivoli e il marchese, trascorsi pochi giorni dal suo arrivo, dopo uno scambio epistolare con il sacerdote, lo raggiunse e gli esternò i veri motivi del suo viaggio a Roma.
Nella lettera di presentazione il De Moreau spiegava all’amico Bryan che il giovane voleva prestare servizio nell’esercito del Papa, ma il De Trazegnies rivelò al sacerdote che quello era quanto aveva voluto far credere ai suoi in patria, mentre la sua intenzione era quella di partire per le Calabrie ed unirsi alla reazione napoletana dichiarando di essere “uomo devoto totalmente alla legittimità dei governi e di voler correre dove il bisogno ed il poter essere utile lo chiamava”5.
Il sacerdote cercò di dissuaderlo, ma per le insistenze del giovane, acconsentì a presentarlo a Mons. Stanislao De Cornelier, altro membro dell’Accademia Ecclesiastica, che conosceva i reali di Napoli e il cappellano di corte e che fece ottenere un’udienza al giovane marchese.
Negli ultimi giorni di ottobre il marchese incontrò anche un suo vecchio amico Mons. Edoardo barone de Woelmont, canonico di Namur, che lo conosceva da molto tempo.
Secondo il Woelmont, il giovane era “un amante dell’Ordine”6 e voleva contribuire con tutte le sue forze a mantenerlo.
Significativo un aneddoto riferito dal Woelmont: egli aveva ricordato al Marchese che il Belgio aveva già riconosciuto il Governo Italiano e si sentì profeticamente rispondere: “La mia morte che avverrà tra poco mostrerà come io non convenga nella dichiarazione del Belgio”7.
Il vecchio amico però non volle aiutarlo nel suo progetto e rifiutò addirittura di occuparsi del baule del giovane, per non essere accusato di collaborare con la reazione borbonica.
Tuttavia il sincero ideale legittimista non fu l’unica causa scatenante della sua decisione di raggiungere e unirsi alle bande irregolari borboniche nel sud Italia: tra le pieghe della sua breve esistenza si può leggere anche una pena d’amore. Egli era innamorato della baronessa Carolina De Rosée, ma suo padre, Carlo marchese De Trazegnies, non era contento di questo futuro matrimonio in quanto la sua famiglia rappresentava una delle nobiltà più elevate e si dichiarò contrario a quella unione giudicata poco conveniente.
Il giovane ne soffrì terribilmente e maturò la decisione di partire per l’Italia con la fittizia giustificazione di voler difendere il Papa dal pericolo di una probabile aggressione italiana, come pure fecero molti altri giovani nobili europei, anche belgi, ma con l’intenzione di raggiungere subito i legittimisti borbonici ed unirsi alla guerriglia antiitaliana. Forse aveva bruciato le tappe perché non sopportava il rifiuto paterno, o forse sperava che quel gesto facesse recedere il padre dalla sua posizione.
Sappiamo che molte delle persone che lo conobbero nel suo soggiorno romano o che lo conoscevano riscontrarono queste diverse motivazioni.
Il Woelmont raccontò che il marchese voleva “porsi attivamente al servizio della causa borbonica, dicendo che così avrebbe potuto dar luogo alla sua volontà”8. Inoltre il giovane volle fargli vedere la divisa che riteneva dovesse indossare sul petto: un pezzo di tessuto su cui erano ricamati una croce, un cuore sotto la croce, e le parole Dieu et le Roi.
Al Cornelier, il giovane spiegò che la decisione ultima era stata presa per questo amore contrastato e al sacerdote sembrò che egli pur religiosissimo come era, per questa fissazione, dimostrava un atteggiamento fatalista; diceva che “se era destinato a vivere avrebbe ottenuto un giorno di sposarsi” e “se poi non era così, contava fra poco di avere la testa sconquassata”9.
Il marchese, nonostante i tentativi di dissuaderlo di tutti i suoi interlocutori, fu determinato, e riuscì a farsi ricevere da Francesco II cui offrì il suo braccio: la proposta fu accettata e fu nominato colonnello.
Partì da Roma il 7 novembre, il 9 si unì a quello che probabilmente credeva un esercito regolare, la banda del “generale” Luigi Alonzi, detto Chiavone.
Ebbe, forse, i primi contrasti con gli elementi più facinorosi, se sono vere alcune delle testimonianze, riportate dal Grossi10, secondo cui le azioni a danno dei liberali sangiovannesi probabilmente non erano approvate dal colonnello.
Inoltre lo stesso Bryan che si recherà a San Giovanni Incarico per richiederne il corpo riferì che “un uomo alto, magro piuttosto vecchio dicesse spontaneamente che l’ucciso aveva impedito ogni eccesso a San Giovanni Incarico, raccomandando ai reazionari di non operare alcuna cosa di male, perché loro non dovevano far male ad alcuno, ma cercar solo l’ordine”11.
L’epilogo della vicenda lo si è detto all’inizio: il marchese l’11 novembre venne fucilato e gettato in una fossa comune.
Per interessamento del generale Gojon, comandante in capo delle truppe francesi di stanza nello Stato Pontificio, una delegazione, otto giorni dopo i fatti, venne a chiederne il corpo: essa era composta da Don Tommaso Bryan, dal magg. Gregoire, comandante delle truppe francesi del distaccamento di Frosinone, dal cap. Banzil, comandante del distaccamento di Ceprano, accompagnati da due ussari in alta uniforme.
Il 21 novembre il sindaco di San Giovanni Incarico, Francesco Battaglini, fece recapitare alla delegazione che attendeva a Ceprano, l’autorizzazione ufficiale “a rilevare il cadavere del brigante Alfredo De Trazegnies”12. Questo attributo irritò i francesi che non mancarono di protestare: in un clima teso si scoprì la fossa comune e si arrivò al riconoscimento del corpo, grazie al Bryan ed a un segno caratteristico che il marchese aveva: i due incisivi medi della parte superiore della bocca mostravano una rottura a V a rovescio. L’abate Bryan protestò vedendo il marchese sepolto in una fossa comune; il Savini replicò che “non lo si poteva meglio onorare, che dandogli morto la compagnia che vivente aveva volontariamente scelta”13. Il Bryan ebbe la forza di dire solo, nella perplessità del maggiore italiano, che comunque era stato un buon cristiano.
Le autorità civili e militari italiane vollero anche la firma di una ricevuta per la consegna del corpo “del brigante marchese Alfredo De Trazegnies”14; i francesi si rifiutarono, ma alla fine si arrivò al compromesso di apporre una postilla in francese da cui scompariva la parola brigante.
Il marchese fu deposto in una cassa di legno e scortato fino a Roma; fu custodito presso la Chiesa della Minerva in attesa dell’autopsia. Poi fu tumulato nella Chiesa di San Gioacchino e Sant’Anna in via del Quirinale (all’epoca annessa all’accademia cattolica belga).

A ricordarlo c’è la seguente epigrafe:
HEIC CORPORE TRANSLATO
AB AGRO FREGELLANO S IOANNIS
UBI A COPIIS SUBALPINIS
REGNUM FRANCISCI II INVADENTIBUS
PEREMPTUS EST
III IDUS NOVEMB A MDCCCLXI
QUIESCIT
ALPHREDUS GILLO GISLENUS
DE TRAZEGNIES ET DE ITTRE MARCHIO
CAROLI ET RAPHAELIS DE ROMRÉE F
DOMO NAMURCO
TRIDUO ANTE SE ROMAE SACRO
CHRISTI DOMINI CORPORE REFECERAT
TE IN PACE CHRISTUS

“In questo luogo trasferito il corpo dalla terra fregellana di San Giovanni, dove fu ucciso l’11 novembre 1861 dalle truppe subalpine che invadevano il regno di Francesco II, riposa Alfredo Gillo Gisleno
Marchese De Trazegnies e D’Ittre, figlio di Carlo e Raffaella De Romrée, della citta di Namur. Tre giorni prima a Roma si era rinnovato nel corpo consacrato di Cristo Signore. Cristo ti accolga nella sua pace”.
Insieme a lui riposano altri giovani belgi, morti nel corso del decennio 1860-1870 per difendere lo Stato pontificio.
Il processo, dai cui atti abbiamo desunto molte delle notizie riferite, si concluse con la condanna al carcere a vita del Fabrizi (figura di liberale su cui, credo, la ricerca debba ancora dire molto), ma non per l’uccisione del marchese (del resto era un’esecuzione decisa dalle autorità militari) bensì per spreto precetto e cospirazione, condanna che egli scontò nel carcere di Paliano fino al 1870 quando uscì per le mutate condizioni.
Come si è detto, la figura del marchese è stata tratteggiata di volta in volta come quella di un avventuriero, di un illuso, di un tradito, tutti aspetti che non sembrano tener presente l’ambiente culturale e sociale da cui proveniva il giovane.
Se la causa scatenante della sua decisione fu, come lui stesso confessa, una pena d’amore, e se puó aver influito il clima romantico proprio dell’epoca, si puó dire che la sua formazione e le sue convinzioni legittimiste appaiono sincere: tanto che non si sbaglierà nel considerare Alfred De Trazegnies un uomo coerente con la sua educazione e i suoi principi, anche a costo di scelte antistoriche.


* Il testo dell’articolo è la rielaborazione della relazione tenuta nell’ambito del convegno: “Il brigantaggio post-unitario” svoltosi ad Aquino il 5 aprile 2003.
1 La bibliografia sui fatti avvenuti l’11 novembre 1861 a Isoletta e San Giovanni Incarico è corposa; per un quadro riassuntivo, si vedano in particolare: C. A. Bianco di Saint Jorioz, Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, Milano 1864; V. Tofani, Il brigantaggio alla frontiera pontificia (in risposta al libro del Conte Bianco di Saint Jorioz), Napoli 1864; G. Oddo, Il brigantaggio e l’Italia dopo la dittatura di Garibaldi, Milano 1870; E. Grossi, L’11 novembre 1861. Contributo alla storia del brigantaggio clerico – borbonico, Fondi, 1903; R. Jacovacci, Luigi Alonzi detto Chiavone, nativo di Sora, fu veramente un brigante?, in «Terra Nostra», agosto 1967; M. Ferri – D. Celestino, Il brigante Chiavone, Casalvieri 1984. Si veda anche Olivier De Trazegnies, Un grave incident diplomatique entre la Belgique et l’Italie en 1861: l’assassinat d’Alfred De Traze49-74; 1981, 6, pp. 81-85.
2 E. Grossi, op. cit., p. 44.
3 Molte notizie su questo nobile belga, oltre che nelle opere citate alla n. 1, sono in: A. Fraccacreta, Un episodio della reazione borbonica a S. Giovanni Incarico (Caserta) l’11 novembre 1861, Roma 1938; F. Izzo, I guerriglieri di Dio, Napoli 2002, pp. 205-237.
4 Archivio di Stato di Roma, Sacra Consulta, n. 1351 rosso, bu. 347 (atti del processo); n. 1351 nero, bu. 276 (requisitoria e sentenza): “Di più delitti contro Scipione Fabrizi”.
5 ASR, Sacra Consulta, n. 1351 rosso, bu. 347, f. 110.
6 Ivi, f. 136 v.
7 Ibidem.
8 Ibidem.
9 Ivi, 149.
10 E. Grossi, op. cit., pp. 51-52.
11 ASR, Sacra Consulta, n. 1351 rosso, bu. 347, f. 51.
12 E. Grossi, op. cit., p. 66.
13 Ivi, p. 67.
14 Ivi, p. 68.

(117 Visualizzazioni)