Montecassino nell’inferno della Gustav


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Studi Cassinati, anno 2004, n. 4

di Faustino Avagliano

Inter arma ne sileat spirutus!

Le rovine del monastero dopo il bombardamento del 15 febbraio 1944

Montecassino durante il secondo conflitto mondiale venne a trovarsi in prima linea, nel cuore della ormai tristemente nota Linea Gustav, che tanti morti causò su entrambi i fronti e tra i civili nei lunghi mesi dell’inverno ’43 fino al maggio del 1944.
Fin dal maggio 1943 affluirono a Cassino truppe tedesche ma come in un luogo di riposo; e molti militari di ogni grado si recavano a visitare il Monastero, accolti sempre con deferenza che essi ricambiavano. Fra questi è da notare in modo particolare il Generale Hube, comandante il XIV Corpo di truppe corazzate, il quale volle far visita ufficiale a S. E. il Vescovo Abate, con cui rimase in ottimi rapporti tanto che in prosieguo, aderendo alle preghiere di lui fece mitigare la grave pena minacciata ad una contrada di Cassino, a Sant’Antonino. Oltre al Gen. Hube, i vari Comandi delle truppe tedesche succedutesi a Cassino si sono mostrati sempre molto deferenti verso la Badia.
Quando fu dichiarato l’armistizio, il Rev.mo P. Abate si trovava in Sacra Visita pastorale in un paese della Diocesi. In quel giorno alcuni Parroci furono arrestati, altri diffidati, con divieto assoluto a tutti i cittadini di recarsi da un paese all’altro. Ma il P. Abate poté ottenere il giorno 9 stesso un lasciapassare per poter rientrare in residenza a Cassino ove subito fece istanza perché quei Parroci dei paesi limitrofi a Cassino che erano stati allontanati dalla residenza vi potessero ritornare.
Il giorno 10 settembre avvenne il primo bombardamento di Cassino, in cui fu gravemente colpito e distrutto parte del Palazzo Abbaziale e propriamente il nuovo fabbricato costruito per le Suore di Carità, alcune delle quali furono sottratte dalle macerie, e il locale dell’Oratorio Cattolico. Il panico della popolazione fu enorme. Molti si rifugiarono a Montecassino. Lo stesso P. Abate fu costretto a far salire su nella Badia le tre Comunità religiose esistenti in Cassino, cioè le Monache Benedettine di S. Scolastica, le Suore di Carità e le Suore Stimmatine che attendevano all’Orfanotrofio, con le relative bambine. Il P. Abate con alcuni Monaci si trovava allora a Cassino e pensò subito ai soccorsi spirituali per i colpiti, circa 60 morti e parecchi feriti. Dopo tre giorni egli salì alla Badia per regolare la gente che, oltre alle dette religiose, vi era accorsa.
Da quell’epoca il Monastero venne man mano a trovarsi completamente isolato: privo di luce per esser stata distrutta la centrale elettrica, con pericolo di rimanere senz’acqua, che si aveva da Cassino, sia per la rottura della conduttura che per mancanza di forza motrice che la elevava sul Sacro Monte; fu distrutta la funivia,… con impossibilità quasi assoluta di comunicare con i paesi circostanti perché i Tedeschi arrestavano tutti gli uomini che si trovavano per strada.
Da quell’epoca cominciò pure la caccia a tutti i mezzi di trasporto specialmente macchine; e più di una volta dei soldati tentarono con violenza d’impossessarsi delle macchine della Badia. Ma fin d’allora per interposizione dei Comandanti si poté ottenere una relativa sicurezza.
Intanto si sapeva che le truppe anglo-americane si accostavano dalla via di Napoli verso Cassino, e che truppe Tedesche si stabilivano nei paesi della Diocesi per ostacolarne l’avanzata.
E’ da notare che già da qualche mese il Soprintendente del Museo Nazionale di Napoli e quello degli Scavi di Pompei ed altre Autorità Italiane, con intesa del superiore Ministero dell’ Educazione Nazionale, avevano voluto trasportare a Montecassino, sicuri di metterli in salvo, i loro cimeli, alcuni di essi togliendoli da altre località (come Cava de’ Tirreni e Badia di Montevergine) dove prima erano stati depositati. Così pure il Tesoro della Cappella di San Gennaro di Napoli ed il medagliere del Museo archeologico di Siracusa furono depositati a Montecassino come in luogo sicuro.
Frattanto ancora altri bombardamenti si succedettero in Cassino e nella stessa montagna di Montecassino, per cui fin d’allora il Monastero veniva a trovarsi in condizione pericolosa se non da un tiro diretto di bombe almeno dai proiettili della contraerea che spesso s’incrociavano sulla Badia stessa.
Il 14 ottobre provenienti da Teano si presentarono al P. Abate il Ten. Col. Schlegel ed il Cap. medico Becker dicendosi inviati espressamente dal Sig. Ten. Generale Conradt, comandante della Divisione H. Goering. Essi invitarono il P. Abate a voler metter in salvo, trasportandoli altrove, i tesori artistici e culturali di Montecassino… In una quindicina di giorni furono messi in salvo i tesori culturali più importanti conservaitr nel monastero, anche quelli portati di recente in deposito.
Rimase l’abate con una decina di monaci e una sessantina di persone, appartenenti alle famiglie dei nostri coloni sulla montagna. Tutti gli altri monaci (una quarantina), e i civili furono trasportati a Roma, o verso paesi del Nord.
I Tedeschi non potevano permettere, sia per l’incolumità degli individui, che per motivi di sicurezza, che civili rimanessero sul posto, i quali presto si sarebbero trovati su la linea di fuoco.
Gli avvenimenti successivi fino al 15 febbraio 1944 ormai sono noti a tutti. Nel monastero furono accolti verso la metà di gennaio del 1944 dal venerando Abate Diamare oltre mille sfollati, che fino ad aloora erano rifugiati nelle grotte. In questa isola di pace sul fronte della guerra si sperava di trovare solvezza.
La tomba di S. Benedetto fu risparmiata dalla distruzione delle bombe. E per i monaci ritornati in sede subito dopo il passaggio del fronte questo rinvenimento diede tanto coraggio e fece sorgere nei loro animi la certezza che la ricostruzione sarebbe stata possibile. Cosa che avvenne con la venuta dell’abate Ildefonso Rea, che ricostrì Montecassino “dov’era e com’era”.
La ricostruzione di Montecassino attestò che “I valori dello spirito dello spirito sono più forti della forza della materia e della distruzione”.
I monaci non hanno serbato mai nessun rancore con nessuna parte dei belligeranti. Erano solamente consapevoli di essere coinvolti dal punta di vista umano in una spirale di violenza, che vivevano coma tutti gli altri, ma il loro spirito erano immerso e guida dalla fede cristiana, tanto che fece pronunciare al venerando abate Diamare, appena giunto a Roma dopo la distruzione di Montecassino, quella frase rimasta celebre: “Se il Signore ha permesso la distruzione di Montecassino, nella sua Provvidenza sarà stato anche un bene”. Non era fatalismo, ma una visione di fede nell’immane tragedia della guerra. Roma fu dichiarata città aperta e i danni furono relativamente contenuti.

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