Vincenzo Pomella l’eroico motorista delle imprese popolari di Umberto Nobile


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Studi Cassinati, anno 2004, n. 3

di Giovanni Petrucci

Vincenzo Pomella partecipò come motorista alle due sepedizioni di Nobile. La prima, realizzata con l’aeronave Norge nel 1926, con un equipaggio di diciassette uomini tra i quali Roald Amundsen e Lincoln Ellsworth, permise il passaggio dall’Europa all’America, sorvolando il Polo Nord.
Due anni dopo ci fu la seconda con il dirigibile Italia. Nell’equipaggio erano alcuni scienziati: il norvegese Finn Malmgrenm, il cecoslovacco Francesco Behounet e l’italiano Aldo Pontremoli. Questa si proponeva studi di notevole interesse geografico e scientifico; ed effettuò importantissimi rilevamenti. Ma a causa di una tempesta il dirigibile Italia precipitò a nord delle isole Svalbard. Nell’impatto perse la vita Vincenzo Pomella, proiettato dalla navicella di poppa sul pack, forse a causa di gravissime lesioni interne; certo il suo trapasso fu istantaneo e senza dolore. Erano le 10,33 del 25 maggio 1928.
Vincenzo Pomella nacque il 25 novembre 1896 da Ambrogio e Peppuccia Petrucci in S. Elia Fiumerapido, dove essi gestivano una panetteria; era ottavo di dieci figli in una famiglia che viveva agiatamente, specie perché Ambrogio esercitava a Napoli il lavoro di sarto. Fu alunno dei maestri Francesco Ferrari, Pasquale Fiorillo e Giovanni Mancone, dai quali gli furono inculcati i primi rudimenti del sapere e il gusto di imparare sempre meglio, sempre di più. Giovanetto, passò come apprendista nella falegnameria di Angelo Cocorocchia e poi nell’officina annessa alla Cartiera Cerroni.
All’età di sedici anni, nel 1913, chiamato dal fratello Gianbattista, si trasferì a Roma e trovò lavoro presso le officine meccaniche Tabanelli a Porta Maggiore. Nel 1915, partito volontario insieme con gli amici più avanzati negli anni, fu gravemente ferito ad una gamba.
Esentato dal continuare il servizio militare attivo al fronte, venne impiegato nel Convalescenziario Militare allestito in un’ala del Palazzo Quirinale.
Dichiarato inidoneo all’arma della Fanteria, chiese di entrare al Genio Aeronautico e poté frequentare un corso per motoristi a Torino, nella Scuola diretta dall’Ing. Enrico Forlanini, costruttore del primo elicottero e di dirigibili impiegati in guerra.
Nel 1918 tornò a Roma; continuò a prestare servizio da civile in aviazione e fu assegnato allo Stabilimento Costruzioni Aeronautiche di viale Giulio Cesare. Anche qui notarono le sue eccezionali capacità, la sua preparazione e il suo attaccamento al dovere, perciò gli uomini di Nobile lo chiamarono nella loro cerchia.
Era un meccanico provetto e un giovane ardimentoso e sprezzante del pericolo. Manifestò i1 coraggio in piccole e grandi azioni, come quando a diciotto anni salvò da una sicura tragedia la bella Carmela; o quando si segnalò in una rischiosa azione di guerra, restando ferito in combattimento; o quando nel 1926, mentre veniva completato l’allestimento del dirigibile «N. 1» sul campo di Ciampino, una raffica di vento ruppe le funi di ormeggio e spinse lontano, sul mar Tirreno, l’aeronave con tre uomini a bordo. Egli sfidando le avversità, scese dalla navicella di comando a quella di poppa, avviò il motore e così rese possibile la manovrabilità del dirigibile che fu riportato a Ciampino dal capotecnico Cecioni.
La medaglia d’argento conferitagli per questa impresa e gli onori resigli dalla intera cittadinanza santeliana e dalle autorità della provincia per il felice esito della prima spedizione non lo fecero inorgoglire:

 

 

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