DIRITTI DI TRANSITO SULLE SCAFE DI MONTECASSINO NEL MEDIO EVO


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Studi Cassinati, anno 2003, n. 4

di Luigi Serra

I fiumi hanno sempre avuto una rilevante importanza nella vita degli uomini e le attività economiche del passato si sono sviluppate soprattutto lungo i corsi d’acqua. I fiumi sono stati importanti vie di comunicazione ed ancora oggi il trasporto per via d’acqua è quello più economico. Si pensi al ruolo avuto nei secoli dal Nilo, dal Tigri-Eufrate e, per Roma, dal Tevere. Però i fiumi creano anche delle difficoltà di attraversamento a tutti coloro che percorrono una via terrestre.
La città eterna fu edificata sul fiume onde facilitare i traffici commerciali, ma in un punto dove era più facile l’attraversamento, potendosi scavalcare il corso d’acqua con due salti, visto che al centro dell’alveo c’era l’Isola Tiberina che costituiva una valida base di appoggio. Prima della costruzione dei ponti, ed in alcuni punti anche in tempi recenti, i fiumi sono stati attraversati con le scafe: erano delle grosse zattere che con due carrucole scivolavano lungo una fune posta attraverso il fiume; la fune impediva che la zattera venisse trascinata a valle e, in quelle più piccole, serviva allo scafaiuolo che, stando sulla zattera, vi si aggrappava facendo camminare l’imbarcazione sull’acqua. Quelle più grandi, invece, erano tirate da terra alternativamente da una sponda e dall’altra.
Nel passato i corsi d’acqua del cassinate ricadevano, come tutto il territorio, sotto la giurisdizione di Montecassino e spettavano al monastero tutti i diritti relativi, come: la pesca, la costruzione di mulini, l’attraversa- mento con scafe, ecc. Durante una fase di restaurazione intrapresa dall’abate Bernardo I Ayglerio (1263-1282), furono fatte diverse indagini – inquisizioni – per accertare tutti i diritti spettanti al monastero; durante l’indagine venivano interrogate le persone sotto giuramento ed in presenza dei testimoni. Una di queste, fatta nel 1273, ebbe per oggetto l’accertamento dei diritti da pagare all’abbazia per l’attraversamento dei fiumi Liri, Garigliano e Rapido sulle scafe del monastero1.
La tariffa base, per chi attraversava a piedi, era di 9 grana a persona, ed era seguita da tutta una serie di casi, con qualche ripetizione ed anche qualche contraddizione, per il cui dettaglio si rimanda alla tabella. Si tenga sempre presente che si trattò di una indagine dove furono interrogate delle persone, per cui su qualche punto le testimonianze potevano anche non coincidere. La tariffa per gli artigiani era di grana 12½ e la maggiorazione – pari al 38,8% – si spiega con il fatto che il diritto pagato era solo in parte il corrispettivo per il servizio reso a chi attraversava il fiume, mentre per la maggior parte era da considerarsi una vera e propria imposta.
Il sistema tributario medievale prevedeva il pagamento di pedaggi per l’attraversamento dei ponti, dei valichi, delle valli, ecc. e quelli riscossi da Montecassino per l’attraversamento dei fiumi si inserivano a pieno nel contesto storico del tempo, vista anche che nelle carte cassinesi non si trova traccia delle altre “diverse imposte che si pagavano per passare per certe vie, ponti, porte da soli o con animali”2.
Oggi abbiamo tariffe multiple sui alcuni mezzi di trasporto a seconda della classe, che è collegata al lusso dello scompartimento, ma allora la diversità dei pedaggi aveva ben altro significato; infatti l’artigiano che portava pettini per cardare la lana doveva pagare in base al numero dei pettini trasportati. Evidentemente si voleva evitare l’evasione che ne sarebbe scaturita portando più pettini e facendosi aiutare da altre persone che abitavano sul posto dell’esecuzione dei lavori.
Lo stesso diritto di grana 12 ½ pagavano i mercanti in generale, però poi c’erano le tariffe differenziate per diverse merci. Così si pagavano solo dai 3 grana ai 3 grana e mezzo per il sale, il pepe ed i sandali; ma c’era la tariffa maggiorata per lo zafferano, le stoffe di lusso ed i metalli preziosi non lavorati. Sale e pepe erano considerati beni di prima necessità e lo zafferano un bene voluttuario. Anzi, per l’oro e l’argento non lavorati e per lo zafferano si trattava di una imposta proporzionale, pari a 18 grana per ogni oncia di peso, mentre per le altre merci si pagava la tariffa relativa senza tenere per i metalli preziosi grezzi si pagava un diritto, che per l’oro si aggirava intorno al 3%, per quelli lavorati, che pure erano di maggior valore, si attraversava senza dover corrispondere alcun pedaggio3. Sarebbe interessante scoprire quale politica fiscale si intendesse raggiungere con simili provvedimenti. Anche le stoffe pregiate pagavano una tariffa piuttosto elevata, ma stabilita per ogni passaggio e senza riferimento alla quantità come, invece, avveniva per i metalli preziosi4.

Tabella dei diritti dovuti allo scafaiuolo del monastero elaborata sulla traduzione dal latino
del dott. Emilio Pistilli

Chi attraversa a piedi grana 9
Il sarto con forbici o altri arnesi del mestiere grana 12 ½
Il calzolaio con forme e coltello del mestiere grana 12 ½
Il mastro carpentiere con i ferri del mestiere grana 12 ½
Il mastro muratore con i ferri del mestiere grana 12 ½
Il falciatore con falce o sega accompagnato dall’aiutante grana 12 ½
Il calderario e il riparatore di recipienti in rame con i ferri del mestiere grana 12 ½
Il mercante con le merci da vendere grana 12 ½
Chi vende o trasporta pettini per cardare lana, canapa o lino,
per ciascun attrezzo grana 12 ½
ugualmente il mastro o il venditore di seta grana 12 ½
Il cantastorie o suonatore, se vuole suonare e suonerà grana 9
se non suonerà o non vorrà farlo grana 12 ½
La meretrice grana 12 ½
Il corriere del Papa o di qualsiasi altro Re o Principe non paga pedaggio
I corrieri di duchi e baroni grana 9
I monaci, gli appartenenti all’ordine degli mendicanti , gli ospitalari,
gli eremiti una candela
Chi conduce bestie come cavalli, muli, asini, vacche: per ogni bestia grana 12 ½
Chi conduce pecore e capre acquistate: per ogni capo grana 9
Il falconiere senza falco grana 12 ½
con il falco non paga pedaggio
Chi conduce cavalli, asini o muli con basto carico di viveri o senza altro peso grana 3
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di olio grana 12 ½
Chi conduce cavalli, asini o muli carichi di sale grana 3
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di croco o zafferano grana 18 per oncia
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di pepe grana 3 ½
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di pesce grana 12 ½
se invece lo trasporta (il pesce) addosso grana 3
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di polli, carni, salumi,
ova, formaggi grana 12 ½
se li trasporta addosso grana 3
Chi conduce cavalli o muli sellati, con o senza cavaliere grana 5
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di oro o argento lavorato non paga pedaggio
similmente se trasporta addosso oro o argento lavorato non paga pedaggio
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di oro o argento non lavorato grana 18 per oncia
se trasporta tutto addosso paga lo stesso pedaggio grana 18 per oncia
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di ferro, acciaio, piombo,
stagno o rame grana 12 ½
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di panni di lana, canapa o lino grana 12 ½
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di stoffe fini e di ottima qualità
o scarlatti (porpora) o di valore tarì 7 ½
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di stoffe colorate non fini, né di qualità tarì 3 ½
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di stoffe di lana garfagnina,
di lino, di canapa, di coperte o di fustagno grana 12
Chi attraversa con panni colorati addosso nella quantità da ½ a 6 canne
(quantità) da valutarsi dallo scafaiuolo grana 12 ½
Chi attraversa con cavalli, muli o asini carichi di cuoio o pelli lavorate
o con pelo grana 12 ½
se porta addosso calzari di cuoio lavorati o non grana 3
Chi conduce cavalli, muli o asini carichi di stringhe (lacci) grana 12 ½
Chi attraversa con cavalli, muli o asini carichi di materassi o cuscini grana 12 ½
Chi attraversa con cavalli, muli o asini carichi di libri tabulatis (rilegati ?) grana 12 ½
se porta un libro non rilegato non paga pedaggio
Chi attraversa con cavalli, muli o asini carichi di canestri, cesti e cestelli grana 5
Chi attraversa con cavalli, muli o asini carichi di libri rilegati con copertina grana 5
Chi torna indietro lo stesso giorno, per antica consuetudine paga solo il primo attraversamento non paga pedaggio

Un riferimento indiretto alla quantità di merce trasportata si aveva per alcuni prodotti, i quali scontavano una tariffa se trasportati con i cavalli ed una inferiore se trasportati addosso dal mercante. In qualche caso, invece, la tariffa era fissata per una quantità di merce stabilita tra un minimo ed un massimo (da ½ a 6 canne di panni trasportati addosso), lasciando allo scafaiuolo il compito dell’accertamento.
Una certa attenzione era riservata a chi trasportava prodotti poveri dell’artigianato locale per rivenderli all’altra parte del fiume, come cesti di vimini costruiti dai contadini, per i quali la tariffa era addirittura inferire rispetto a quella pagata dai pedoni che attraversavano senza un scopo ben preciso; certo è che allora la maggior parte delle persone lavorava nei propri campi vicino casa e spostarsi era quasi un lusso. Gli attraversamenti con gli animali erano differenziati tra capi grandi e capi piccoli ed in ragione del numero degli stessi, però, tenuto conto del valore relativo, i capi piccoli erano maggiormente tassati.
Le meretrici pagavano quanto gli artigiani, mentre per i cantastorie c’erano due tariffe: una ridotta e pari a quella degli altri pedoni se suonavano dall’altra parte del fiume, ed un’altra maggiore, pari a quella degli artigiani, se non suonavano. La doppia tariffa era sicuramente un provvedimento di politica sociale, ma resta il dubbio sui mezzi usati per accertare se, una volta attraversato il fiume, la condizione venisse rispettata o meno. Qualche cosa di simile esisteva per il falconiere il quale transitava addirittura gratuitamente se aveva con sé il falco; la disposizione sembra far propendere per un incoraggiamento alla caccia con il falcone, cosa tanto cara a Federico II che era scomparso da qualche decennio quando fu fatta l’indagine relativa a questi diritti, ma che tanta influenza aveva avuto nella vita del Cassinate, anche dal punto di vista fiscale.
Infine le agevolazioni per i monaci e gli eremiti, che pagavano solo una candela per motivi sociali, e le esenzioni totali per i corrieri del Papa o di qualsiasi Re, i quali non pagavano alcun diritto per motivi politici nei rapporti che Montecassino manteneva con i vari potenti del tempo.
Una volta assolto il diritto relativo al primo attraversamento, tutte le categorie non pagavano nulla se riattraversavano il fiume lo stesso giorno; si trattava di qualche cosa molto vicino agli odierni biglietti a tempo sui mezzi pubblici.

* * *

Nel periodo in esame le entrate e le spese del monastero di Montecassino facevano capo a diversi centri amministrativi, come se fossero tanti piccoli ministeri odierni; le entrate delle scafe spettavano al Cellerario, che era l’amministratore generale del monastero. Egli doveva provvedere alla riparazione degli approdi, come poteva costruirne dei nuovi per la costituzione di altri passaggi lungo i fiumi.
Gli abitanti dei centri prossimi al fiume, invece, erano soggetti ad alcune prestazioni in natura, in opere lavorative o in denaro ogni qual volta la scafa doveva essere riparata o sostituita con una nuova, che veniva costruita sul posto5. Si tratta sempre del sistema medievale di tassazione, dove le imposte venivano pagate in denaro, con beni in natura o con la prestazione di giornate lavorative non retribuite.

* * *

Le scafe erano diverse e, fatta eccezione per quelle più importanti e per quelle giunte fino ai tempi nostri, non sempre è facile individuarne il numero e la localizzazione. Oltre alle 5, di cui dirò dopo, che sono rimaste a lungo nei possedimenti di Montecassino, ce ne erano delle altre lungo il Garigliano, alcune delle quali erano fra quelle più grandi sia per il traffico che smaltivano, sia perché congiungevano le rive dove il fiume era più largo. Si pensi solo a quella del Garigliano sulla quale passava il maggior traffico tra Roma e Napoli.Nel tempo queste scafe sono appartenute ai diversi signori che controllavano i territori attraversati dal fiume e quelle verso la foce, dove il dominio di Montecassino si è esteso per poi doversi ritirare, sono rimaste meno a lungo nelle mani del monastero. Spesso i diritti vantati sulle scafe furono oggetto di scambio tra i signorotti delle varie epoche, tra i quali vi furono anche conflitti di interessi. Diversi furono i ricorsi in giudizio per vedersi riconosciuti i propri diritti sulla scafa, alla cui gestione si affiancava, nel passo del Garigliano, l’osteria ed il posto per la posta. In uno di questi ricorsi intervenne, nel 1306, addirittura il Papa Clemente V, quando uno dei contendenti dovette riconoscere all’altro un diritto, sia pure parziale, che fu valutato pari a 20 once d’oro annue per la scafa di Suoi ed a 30 per quella di Minturno6. Agli inizi del 1800, invece, la rendita netta della scafa del Garigliano venne valutata pari a 2.348 ducati7.
Altre contestazioni si ebbero, sempre sulla scafa del Garigliano, circa il passaggio gratuito acquisito per antico diritto dagli abitanti di Minturno i quali, però, erano tenuti ad alcune prestazioni: tirare a terra la zattera ogni volta che sarebbe stato necessario e piantare il palo al quale era legato il cavo lungo il quale scivolava la scafa. A metà del 1700 fu investita della questione l’amministrazione centrale del Regno di Napoli, la quale riconobbe questo diritto agli abitanti del posto8.
Da una tariffa del 1690 per l’attraversamento della scafa del Garigliano, scolpita su una pietra, si può tentare anche un confronto con quella di Montecassino del 12739.

Tariffa per l’attraversamento della scafa del Garigliano nel 1690
Persona a cavallo grana 5
Persona a piedi grana 1
Bestia con basto grana 3½
Per salma di farina, frutti
ed altre vettovaglie grana 3½
Per salma di meloni grana 2½
Per salma di merci di
qualsiasi valore grana 5
Per salma di polli grana 5
Per salma di sale grana 2
Per (ogni) valigia grana 1
Per lettiga grana 10

Il confronto è molto approssimativo perché, a distanza di 417 anni, le condizioni economiche erano abbastanza cambiate e così il potere d’acquisto della moneta, anche se le due tariffe sono espresse sempre in grana. In ogni caso la seconda tariffa appare più ristretta e più uniforme della prima: non contempla gli artigiani, ma solo le persone a piedi che pagano appena un grana.
Per le merci, di qualsiasi valore, c’è una tariffa base pari a 5 grana per salma, che è valida anche per i polli. C’è poi quella ridotta a grana 3½ per la farina e gli altri generi alimentari, quella ancora più bassa per i meloni ed, infine, quella minima per il sale. I meloni, oltre ad essere un genere alimentare, sono voluminosi e pesanti rispetto al loro valore e non potevano sopportare un onere elevato. Anche il sale viene considerato ancora un genere di prima necessità per il quale sono previste delle agevolazioni, mentre fino ad alcuni lustri fa era commercializzato esclusivamente dal Monopolio dello Stato, con la relativa imposta che innalzava notevolmente il prezzo rispetto al costo di produzione. La tariffa di 10 grana per le lettighe si giustifica con lo spazio da queste occupate sulla scafa. In ogni caso il diritto da pagare è meno incerto rispetto alla tariffa medievale che, in molti punti, parla solo di carico, senza alcun riferimento preciso alla quantità trasportata.

* * *

Torniamo ora alle scafe ricadenti nel territorio di Montecassino nel 1500, che segnò un altro periodo d’oro per il monastero con una consistente rinascita, anche economica. Verso la metà del periodo questa era abbastanza consolidata e dai registri contabili, che l’amministrazione monastica teneva in partita doppia, emerge che le scafe erano 5 e tutte ubicate sul Liri-Garigliano, da monte a valle come appare nella seguente tabella.

Le scafe di Montecassino nel 1500

LocalitàRoccaguglielma
S. Giorgio
S. Apollinare
Vantra
Mortola
Totale

Fitto 1545-46 ducati12
18
6
14
50
Fitto 1546-47 ducati e tarì (*)12.0
18.1
6.0
14.0
6.0
56.1

(*) Il ducato si divideva in 5 tarì.

 

La scafa di Roccaguglielma (oggi Esperia) era fittata al comune, mentre le altre erano fittate ad uno o più cittadini privati; allora l’esercizio amministrativo non coincideva con l’anno solare e il fitto, pagabile in una o più rate, decorreva dal 29 giugno, data importante per la chiesa cattolica perché coincide con la festa dei Santi Pietro e Paolo. Comunque c’era anche un fitto che decorreva dal 10 luglio10.
Il fitto rimase pressoché invariato per i due esercizi, in quanto solo quello della scafa di S. Giorgio subì il lieve aumento di un tarì, pari all’1,11%. Ovviamente il fitto era rapportato, sia pure indirettamente, al transito sulla scafa e quella di S. Giorgio, che nel 1546 era fittata a Pietro Iannoni, era al servizio della strada più transitata di tutta la zona. Seguiva quella di Roccaguglielma, anche se per questa località oggi la situazione è completamente cambiata. A meno che il fitto, piuttosto alto rispetto alle restanti, non va giustificato con il fatto che il comune era moroso e, nel 1546, doveva 41 ducati di arretrati, oltre il fitto corrente.
Comunque in questo periodo le scafe sembrano più un servizio sociale che un centro di entrate per il monastero. Infatti la situazione non era migliore per le altre scafe i cui fittuari raramente saldarono i conti o pagarono nel numero di rate previste. Fra l’altro quella di Mortola non apportò alcuna rendita nell’anno 1545-4611. Il monastero era tenuto alla riparazione delle scafe e quando queste venivano riparate dai fittuari il costo dei lavori fatti veniva portato in diminuzione delle somme da versare12.
Infine, per fare un raffronto sui fitti, dalle scritture contabili, che sicuramente sono più inoppugnabili di qualsiasi altro documento, emerge che il fitto della scafa di S. Apollinare – pari a 6 ducati – era di poco inferiore a quello del locale forno – pari a 7 ducati – che era fittato alla stessa persona del luogo, la quale, però, non aveva pagato ancora nemmeno il fitto del secondo bene di proprietà di Montecassino.

* * *

La scafa di Sant’Apollinare agli inizi degli anni Cinquanta. Biblioteca Comunale di Sant’Apollinare

Agli inizi del 1700 troviamo ancora tutte le suddette scafe riportate nelle carte che Marcello Guglielmelli realizzò per l’abbazia di Montecassino. Egli mise in evidenza anche diversi ponti in tutto il Cassinate, e specificò se erano in pietra o meno. I ponti erano stati costruiti sui corsi d’acqua minori, mentre le scafe erano ancora in esercizio nel tratto più largo del fiume, dove sarebbe stato più difficile, oltre che più costoso, costruire i ponti.
Se veniamo ai nostri giorni, vediamo che alla fine della seconda guerra mondiale, che sconvolse tutto il Cassinate, queste scafe erano ancora in funzione o dovettero essere ripristinate. I tedeschi in ritirata fecero saltare i ponti sul Liri e, per l’attraversamento del fiume, si dovettero ripristinare le scafe di S. Giorgio e di S. Ambrogio (scafa di Vantra), fino a quando i ponti non furono ricostruiti.
La scafa di S. Apollinare, il cui fitto nel 1743 ascendeva a 15 ducati13, invece è rimasta in funzione fino al 1954, quando venne inaugurato il ponte costruito per la prima volta sul fiume. Ma la scafa, come viene indicato sulle carte geografiche, da tempo era passata in proprietà del comune; forse dal 1866 quando furono confiscati i beni a tutti gli ordini monastici. Il servizio era qualche cosa di molto familiare e i residenti sul posto pagavano in moneta od in natura, spesso aggiungendo delle regalie periodiche in vettovaglie – vino od altro – in coincidenza con le feste principali dell’anno. Chi voleva attraversare di note doveva chiamare appositamente lo scafaiuolo che, anche se dormiva dall’altra parte del fiume, sentiva benissimo chi lo chiamava ad alta voce14.
Qualcuno, se non udito dalla scafaiuolo, si avventurava lungo la fune che attraversava il fiume e qualche volta finiva in acqua. Frequentemente su tutte le scafe i passeggeri aiutavano lo scafaiuolo nel tirare, stando sul mezzo, la fune fissa che faceva avanzare la zattera.
Nel dopoguerra hanno funzionato ancora anche le scafe di Esperia e di Mortola: la prima in un punto dove non è stato mai costruito un ponte e la seconda a circa 2 chilometri a monte del ponte di Suio, che già esisteva da tempo. Prima della massiccia diffusione dei mezzi di trasporto, accorciare il viaggio anche solo di qualche chilometro costituiva un vantaggio e la scafa di Mortola era al servizio soprattutto delle famiglie che avevano i parenti dall’altra parte del fiume e dei contadini che vi si dovevano recare a coltivare la terra.
La zattera era condotta da una famiglia che andava avanti con i pedaggi riscossi dai clienti; il pagamento avveniva per la maggior parte in abbonamento ed in natura: chi passava spesso pagava annualmente un tomolo di grano, chi passava meno frequentemente pagava mezzo tomolo15.
Sembra che sia stata l’ultima scafa a scomparire sul Liri-Garigliano.

* Da “Diritti di transito sulle scafe di Montecassino nel Medio Evo”, in Rivista Italiana di Ragioneria e di Economia Aziendale, Roma, Anno 1999: pagg. 646-53.
1 Archivio di Montecassino, Regestum II Bernardi abbati, n. 6 f. 77 v. La tariffa è riportata in: Luigi Fabiani, La terra di S. Benedetto, vol. I, pagg. 450-53.
2 Luigi Fabiani, op. cit., vol. II, pag. 376.
3 L’oncia era una misura di peso che corrispondeva a grammi 26,4 e, nello steso tempo, unità monetaria con 1 oncia=30 tarì=600 grana; i 18 grana pagati sui 600 di valore dell’oro corrispondono al 3%.
4 Un tarì =2 0 grana. I tarì 3½ per le stoffe comuni corrispondevano a grana 70 e i tarì 7½ per le stoffe pregiate corrispondevano a 150 grana, che sono molto al di sopra di quanto pagato per i carichi delle altre merci.
5 La Curia di Montecassino poteva tagliare gratuitamente nei terreni dei privati gli alberi senza viti. Gli abitanti erano tenuti a fornire gratuitamente la mano d’opera e la stoppa, che allora si ricavava dalle abbondanti coltivazioni di canapa esistenti nella zona. Per il rifacimento della scafa in alcuni posti c’era anche l’obbligo di pagare un’oncia d’oro. Luigi Fabiani, op. cit., vol. II, pag. 377.
6 Aldo Di Biasio, Il passo del Garigliano nella storia d’Italia, pag. 83.
7 Le spese per l’acquisto delle funi, le riparazioni della scafa e la sua sostituzione con una nuova ogni 9-10 anni furono valutate pari a 64 ducati – circa il 2,6%. Aldo Di Biasio, op. cit., pag. 136.
8 Aldo Di Biasio, op. cit., pag. 137.
9 La tariffa del 1690 è riportata in Aldo Di Biasio, op. cit., pag. 142, nota 39, dove l’autore la ha ripresa da altra opera.
10 Si tratta della scafa di Vantra.
11 Nel relativo libro mastro c’è un conto intestato alla scafa di S. Andrea, che veniva chiamata anche di Mortola, ma è completamente in bianco; forse il fittuario non pagava e l’anno successivo, visto che cambiò nome, probabilmente venne fittata ad una persona residente sull’atra sponda del fiume.
12 Il fittuario della scafa di S. Giorgio, che doveva pagare in 2 rate, fece 6 versamenti a determinate persone per conto di Montecassino e saldò il conto consegnando tela all’amministratore del monastero.
13 Giuseppe Coreno, Sant’Apollinare – origini e storia, pag. 111.
14 Prima che aumentassero enormemente i rumori degli ultimi decenni, in aperta campagna era facile farsi sentire anche a distanza di alcune centinaia di metri. Per chi stava in casa il problema non era molto diverso a causa degli infissi che erano tutt’altro che a perfetta tenuta.
15 Il tomolo era una misura di capacità per gli aridi e corrispondeva a 55 litri e, per il grano, a circa 42-43 chilogrammi.

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