LA BATTAGLIA DI CASSINO DEL 1266*


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Studi Cassinati, anno 2004, n. 1/2

di Antonio Giannetti

Le mura di San Germano. G. Carettoni

Fu combattuta tra le truppe di Carlo d’Angiò, che muovevano alla conquista del regno di Sicilia, e quelle di Manfredi, asserragliate nella rocca Ianula di Cassino, ricostruita da Federico II. Battaglia importante perché segnò il tramonto della dominazione sveva in Italia; così come quella di quaranta anni fa segnò la fine della occupazione tedesca. Apprestandosi la città di Cassino a ricordare quest’ultima alla generazione dei giovani che quel martirio non subirono, non è vano richiamare alla memoria anche l’altra battaglia più lontana nel tempo, per corroborare, se non altro, le nozioni di storia patria che nella scuola gli stessi giovani dovrebbero acquisire. Le notizie che qui si riportano sono tratte da un resoconto in italiano composto dal Tutini e da un documento ufficiale in latino, dallo stesso autore trascritto e fatto conoscere per convalidare la veridicità delle sue asserzioni1. Nell’esporre lo sviluppo della sopraddetta battaglia, ci rifaremo alle due documentazioni ed a quanto riporta il Summonte2, anche per cogliere certe particolarità di natura lessicale o topografica da cui dedurre una migliore conoscenza della Cassino del sec. XIII. Qualcosa ci dice già il titolo dei due resoconti, e cioè che la battaglia avvenne in S. Germano Aculeario. La strana qualifica alla città, che in quei tempi si denominava S. Germano, a dire del Tutini, le venne dal lavoro delle Aco che si fanno colà»3, la cui industria dovette scomparire appena qualche secolo fa, se il Tutini, che scriveva nel 1666, osservava «et hoggi giorno si fanno».
Re Carlo si era portato nei pressi di Cassino nel mese di febbraio del 1266 ed aveva deciso di dare battaglia il primo giorno di Quaresima; se non che gli fu facile avvicinarsi alla città perché nel rione detto di S. Pietro dei Verlasci (alias rione Crocifisso), trovò impedito il passaggio sull’attuale via Casilina. Il luogo era particolarmente favorevole perché «da una parte ha grandissime montagne, e dall’altra gran palude fangosa»4. Inoltre nella sommità di Montecassino, dentro e fuori il Monastero, entro le antiquarias sparse ai piedi di esso monte e nella paludosa pianura (tomba di Ummidia, Anfiteatro alias Verlasci, Terme Varroniane, Trocchio ecc.), si erano asserragliate truppe saracene, circa 2500 fanti, pronte all’attacco. Come si vede, un geniale piano di difesa conformato al particolare aspetto topografico. In tempi a noi vicini, e cioè nell’ultimo conflitto mondiale, il tedesco invasore lo riproporrà integralmente per impedire il passaggio alle truppe alleate provenienti dal sud della nostra penisola.
In quel tempo la città di Cassino si distendeva ai piedi della collina di Rocca Janula (nel testo Rocca Rainola), versante meridionale, mentre le sue mura più occidentali non oltrepassavano l’attuale via Varrone. L’esercito di Carlo, che era fermo in località detta Campo di Porro, cioè a più di Km 1 verso occidente, non trovava modo di uscire da quella incresciosa situazione. Se non che la Fortuna che, come si sa aiuta gli audaci, venne a dargli una mano.
Usavano «i famigli e servienti» delle truppe angioine condurre ad abbeverare i cavalli presso qualcuna delle sorgenti del Gari che dovevano scaturire in prossimità dell’Anfiteatro; e in quelle escursioni venivano scherniti e derisi dai saraceni che vigilavano dall’alto di quell’edificio. Avvenne che il martedì di Carnevale, che quell’anno cadeva il giorno 10 di febbraio, quei tali «servienti» non sopportarono più gli scherni e si diedero a rispondere con mezzi più solidi quali fionde e archi. Venuti alle mani, si levò tale rumore tra le soldatesche angioine che altri corsero a difendere «li compagni» mentre i capitani, «stimando che li nimici fossero usciti a sortire», sopravvenivano con truppe bene armate. «Si fè una fiera scaramuzza» e i soldati angioini «tanto virilmente combatterono» che, presero il luogo detto S. Pietro Verlasci, ed entrati nella Terra di S. Germano, piantarono lo stendardo regio «in una parte eminente di quello». Di poi, impossessatisi della piazza col rimanente esercito, massacrarono 1500 soldati dell’esercito di Manfredi, mentre pochi, che riuscirono a fuggire, riparavano entro le mura di Cassino che restava ancora bene fortificata da solide mura, guardate da Rocca Rinola (Rocca Janula) ritenuta imprendibile. Ma alla presa della città provvide un più ragionevole consiglio espresso dai magnati della città, mossi in parte da risentimenti verso la casa sveva, in parte dall’esame di una dolorosa situazione venutasi a creare tra le truppe. Queste, che erano formate di «cristiani e saracini», non andavano più d’accordo a causa di «una briga che la notte precedente la battaglia era sorta tra loro, probabilmente a causa delle abbondanti libagioni consumate in una carnevalesca bisboccia. Inoltre mancavano di un capo supremo che le tenesse a freno e li incoraggiasse a combattere; infatti il conte Rinaldo d’Aquino, che era il loro comandante, era passato al nemico avendo saputo che re Manfredi, in sua assenza, gli aveva «adulterata» la moglie, che era sorella del re, commettendo nello stesso tempo una grave offesa all’onore del conte e un incesto. Ma forse questa non era che una calunnia propagata da chi aveva interesse a giustificare il tradimento del conte. Fatto sta che le truppe sveve di stanza a Cassino erano disorganizzate e disorientate. Perciò s’imponeva loro una resa.
Il Summonte, che si rifà in parte alla cronaca del Villani, racconta di una grande battaglia svoltasi presso le mura e le torri di Cassino, e dell’atto coraggioso di due capitani angioini che, con coraggio inaudito, entrarono nella città per un postierla rimasta aperta per raccogliere i soldati svevi che erano usciti a combattere in campo aperto. Ma pare che tutte queste cose siano state inventate dal Summonte, che troppo si adopera ad esaltare la parte angioina ed a giustificare il tradimento del conte d’Aquino.
Terminata così ingloriosamente la battaglia di Cassino del 1266, il giorno dopo, mercoledì delle Ceneri, il re Carlo entrò trionfante nella città ed ordinò che fosse raccolta una colletta di 2000 once d’oro da versare ai suoi soldati, pena il saccheggio dell’abitato. In tal modo iniziò la campagna di conquista del regno svevo che doveva definirsi due anni dopo il 29 ottobre con la decapitazione di Corradino, ultimo rampollo svevo, a Napoli, nella piazza del Mercato, suscitando nell’intera Europa tale commozione che Carlo d’Angiò fu definito «più Nerone, che Nerone, più Saracino, che gli Saracini»5.

* Da: Il Gazzettino del Lazio, a. XXII (1974), n. 6 (30 giugno 1974), pag. 3; successivamente ripubblicato,con lievi modifiche, in: Spigolature di varia antichità nel settore del medio Liri, Banca Popolare del Cassinate, Cassino 1986, pag. 199 sgg.
1 Tutini: Discorsi dei sette offici, ecc. op. c., parte prima, Dei Contestabili, p. 83-85.
2 Summonte: Dell’historia ecc., op. c., vol. II, p. 179.
3 Fragmenta Regesti Bernardi I, op. c., p. 185, n. 432, «in platea acorariorum».
4 Summonte, libro e p.c.
5 Pietro Mattei: Historia di Francia, op. c., p. 554.

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