Alcune considerazioni sul “giornale di scavo”


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Studi Cassinati, anno 2001, n. 3

di Massimiliano Valenti

Parte della cavea nel 1949

Con Gianfilippo Carettoni, la secolare tradizione di studi sull’antica Casinum compie un deciso salto di qualità. Le rovine di quella che Strabone definisce “ultima città del Lazio”, già note e descritte fin dal XVI secolo, vengono infatti per la prima volta esaminate, studiate e rilevate con rigore scientifico, a tal punto che il volumetto intitolato “Casinum (presso Cassino)”, edito nel 1940 nella collana dell’Istituto di Studi Romani “Italia antica: municipi e colonie” e frutto della sua tesi di laurea in Lettere discussa nell’anno accademico 1933 – 1934, è ancora oggi da considerare testo insostituibile e imprescindibile per chi voglia affrontare lo studio delle antichità di Cassino.
Nell’ambito della sua produzione scientifica dedicata alla cittadina laziale, produzione che spaziò dall’epoca protostorica a quella medioevale, lo studio del teatro romano di Cassino ricopre un ruolo sicuramente fondamentale nella sua formazione di archeologo. Per merito della nobile iniziativa del padre (che, restando nell’anonimato, acquistò il terreno ove si estendevano le rovine del complesso antico, lo donò al Comune e ne finanziò in parte lo scavo), il giovane ed appena laureato Gianfilippo ottenne, di fatto anche se non ufficialmente, la direzione delle indagini, condotte sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologica, rappresentata dal prof. Amedeo Maiuri[1], celebre per le pubblicazioni che proprio in quegli anni andava preparando e dedicando a Pompei e alla Campania in generale.
A circa settant’anni da quell’impresa, anticipata nelle cronache dei quotidiani dell’epoca dallo stesso Carettoni e poi minuziosamente edita nel 1939 nella prestigiosa collana dell’Accademia Nazionale dei Lincei “Notizie degli Scavi di Antichità”[2], la lettura e la pubblicazione degli appunti ci consentono di condividere le emozioni, le intuizioni e i dubbi che accompagnarono quel lavoro.
Le indagini vennero condotte con una strategia molto intelligente e proficua. Nel 1934 si praticarono alcuni “cavi” e un “trincerone”, una sorta di sondaggio trasversale all’edificio scenico, che permisero di valutare i livelli degli interri, la ricchezza del giacimento archeologico, i tempi e i costi delle lavorazioni. Lo scavo estensivo venne invece realizzato due anni dopo, nel 1936, forse a causa del disbrigo delle pratiche amministrative (autorizzazioni, valutazione dei costi, disponibilità economiche, etc.).

L’orchestra nel 1949

I tempi di esecuzione dello scavo furono piuttosto brevi. In quattro mesi, da maggio a settembre (inclusi 20 giorni di interruzione) venne completamente liberato il complesso. La cosa non deve sorprendere, considerando il clima politico e culturale dell’epoca, proteso alla esaltazione e alla valorizzazione della romanità, e alle metodologie allora in uso in Italia per gli scavi archeologici (si pensi alle più o meno contemporanee esplorazioni dei Fori Imperiali, a Roma), più simili a degli sterri che a quelle che vengono oggi definite indagini stratigrafiche[3]. Anche a Cassino dunque il fine è quello di riportare alla luce le strutture del complesso per evidenziarne l’ossatura architettonica e di recuperare l’apparato decorativo. Tuttavia, proprio leggendo gli appunti e più in generale la pubblicazione finale, si scorge una certa attenzione nel descrivere le indagini, così che, ad esempio, viene annotata la differenza tra i vari tipi di terreno riscontrati o, ancora, si sottolinea la presenza di fosse di spoliazione post-antiche che arrivavano fino al piano della scena, praticate per il recupero di materiale da costruzione. Purtroppo queste preziose annotazioni non sono poi graficizzate e non ci consentono di capire, ad esempio, i rapporti esistenti tra i singoli strati e le strutture. Ma, ancora una volta, la meticolosità del Carettoni, che suddivise il materiale da lui recuperato e schedato, per settori ed aree di provenienza e – talora – con indicazioni approssimative sulla profondità di giacitura, ci consente il parziale recupero delle notizie che a noi interessano per una corretta comprensione della storia del monumento.
La felice scelta di premettere al giornale di scavo del Carettoni le annotazioni prese da Gaetano Fardelli in occasione delle prime prospezioni, oltre a fornire un utile contributo alla storia delle indagini, evidenzia il legame di fiducia, poi trasformatosi in vera amicizia, già instauratosi tra lo studioso e quel semplice ma appassionato abitante della contrada Crocifisso, cresciuto e vissuto tra le rovine della città romana, di cui diventerà, per lunghi anni, orgoglioso custode onorario.
L’accurata edizione dello scavo ha costituito per anni il punto di riferimento obbligato e definitivo per chi si volesse occupare del monumento. In attesa della pubblicazione dei risultati emersi nel corso dei recentissimi scavi realizzati per la nuova sistemazione dell’area[4], vale la pena ricordare il rinnovato interesse scientifico per questo monumento, alimentatosi negli ultimi anni riesaminando reperti e problematiche ad esso connesse.
L’attento studio condotto da M. Fora[5] sull’importante iscrizione, recuperata in tre frammenti negli scavi del Carettoni, relativa ai lavori di restauro del teatro promossi da Ummidia Quadratilla[6], grazie alle felici e verosimili integrazioni proposte, consente ora di comprenderne meglio il significato. In essa si fa riferimento ad un banchetto (epulum) offerto da Ummidia Quadratilla ai decurioni (il senato locale), alla cittadinanza e alle donne di Cassino, in occasione del restauro del monumento, che risultava essere già in rovina. Allo stesso studioso si deve anche la corretta lettura di un altro frammento epigrafico trovato sempre negli scavi del teatro, che ha consentito di riconoscervi l’unica, fino ad ora, testimonianza di organizzazione di giochi (munera gladiatoria) nell’anfiteatro di Cassino[7]. A questo proposito vale la pena evidenziare ancora una volta la precisione e la preparazione del Carettoni i cui dati (in questo caso il calco delle epigrafi) sono ancora oggi fondamentali e preziose fonti di informazione per il progredire della ricerca.
Le conclusioni contenute nel lavoro di M. Fora sono ulteriormente sviluppate in una interessante serie di articoli del prof. Filippo Coarelli, nei quali[8], partendo dall’assunto che la celebre statua ritratto di età tardo-repubblicana recuperata nello scavo ed oggi esposta nel Museo Nazionale di Napoli[9] rappresenti, in nudità eroica, M. Terenzio Varrone, si propone la sua pertinenza ad una decorazione del frontescena di età pre-augustea e si attribuisce la costruzione del teatro al celebre scrittore reatino.
Più recentemente, la “riscoperta”[10] in un vecchio catalogo di un’altra statua “tardo-repubblicana” proveniente dal frontescena del teatro, venduta all’estero alla fine del secolo scorso ed esposta alla Ny Carlsberg Glyptothek di Copenhagen, consente di intuire l’organizzazione decorativa del frontescena, all’interno della cui partitura architettonica si disponevano, verosimilmente, tre statue marmoree: quella di Copenhagen, che guarda a sinistra, sopra la porta hospitalis destra, quella di Napoli, rivolta a destra, sopra la porta hospitalis sinistra e, infine, quella rinvenuta in frammenti (la nuca e un braccio, attribuiti ad una statua colossale di Augusto e oggi esposti nel Museo Nazionale di Cassino)[11] collocata sopra la porta regia centrale. Questo interessante “ritrovamento”, se da una parte riduce di probabilità il suggestivo assunto di F. Coarelli, dall’altro sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto ancora occorra lavorare e discutere su questo importante monumento e sui dati scaturiti dalle indagini del Carettoni.

[1] MAIURI A., Passeggiate Campane, Milano 1990, pp. 190-195 e nt. 1 a p. 429 (dove si sottolinea la funzione di assistente della “giovane recluta dell’archeologia italiana, Gian Filippo Carettoni”).
[2] CARETTONI G.F., Il teatro romano di Cassino, in Notizie degli scavi di antichità 1939, pp. 99-141.
[3] Per scavo stratigrafico si intende l’asportazione dei singoli strati di terra in maniera inversa a quella della loro formazione (cioè dal più recente al più antico). Il rapporto fisico esistente tra gli strati e le strutture, e lo studio dei materiali in essi contenuti consente di stabilire la cronologia di un edificio e di ricostruirne in maniera piuttosto analitica la storia (preesistenze, epoca della costruzione, trasformazioni, abbandono, crollo, riutilizzazioni, etc.).
[4] Brevi cenni sono contenuti in TANZILLI S., Il teatro romano di Cassino, in Universitas Civium 2000-2001, pp. 24-28; PALOMBI C., Il teatro di Cassino: una messa a punto sulla situazione attuale, ibidem, pp. 29-33.
[5] FORA M., Ummidia Quadratilla ed il restauro del teatro di Cassino (per una nuova lettura di AE 1946, 174), in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 94, 1992, pp. 269-273.
[6] CARETTONI 1939, p. 129, nr. 159.
[7] FORA M., Testimonianze epigrafiche sugli anfiteatri del Latium adiectum: i casi di Velitrae, Circei e Casinum, in Miscellanea greca e romana XVI, 1991, pp. 203-215.
[8] COARELLI F., Il ritratto di Varrone: un tentativo di paradigma indiziario, in Splendida Civitas nostra. Studi archeologici in onore di Antonio Frova, Roma 1995, pp. 269-280; COARELLI F., Varrone e il teatro di Casinum, in Ktema 17, 1992, pp. 87-108.
[9] CARETTONI G.F., Replica di una statua lisippea rinvenuta a Cassino, in Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia 3, 6, 1943, pp. 53-66.
[10] VALENTI M., Alcune annotazioni sul patrimonio disperso di Cassino, in Universitas Civium 2000-2001, p. 36, fig. 3.
[11] CARETTONI 1939, p. 113, nr. 2, fig. 10 e p. 117, nr. 8. Cfr. GHINI G. – VALENTI M., Cassino. Museo e Area Archeologica (Itinerari dei Musei, Gallerie, Scavi e Monumenti d’Italia, n.s., 28), Roma 1995, fig. 35.

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