S. Elia: storia di un sequestro


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Studi Cassinati, anno 2002, n. 3/4

di Giovanni Petrucci

1 Archivio di Stato di Torino, Relazione Quindicinale inviata dal Comando Militare di Napoli al Segretario Generale del Ministero della Guerra con sede a Firenze il 30 gennaio 1868. 2 Ringrazio vivamente le signore Angelina Delli Colli e Rachele Cerroni, nipoti di Antonio Delli Colli, che mi hanno fornito le notizie riguardanti il sequestro e mi hanno permesso così la ricostruzione dell’episodio

L’inverno del 1867 fu tremendo per i Santeliani: si viveva in un terrore continuo che impediva a ogni cittadino di allontanarsi di là da Fuorilaporta o da giù alla Cartera: “in questa zona il brigantaggio offriva una leggera recrudescenza, attribuita alle cause che inducevano in questa epoca i briganti a rientrare alla spicciolata nei loro paesi fra il rigore della stagione e le ricorrenze delle feste natalizie”; ai primi di dicembre gli sgherri della banda Colamattei, che da monte Cifalco infestavano le campagne sottostanti, avevano sequestrato il ragazzo Fortunato Soave1 di Valleluce e gli avevano tagliato un orecchio per ottenere subito il riscatto dalla famiglia.
Il 23, l’antivigilia di Natale, la compagnia del 28° Reggimento di Fanteria del 3° Battaglione, di stanza a S. Elia, operò una perlustrazione per tutte le terre all’intorno del paese; e la vista di tanti soldati, armati di tutto punto, se da un lato rassicurava la gente, dall’altro accresceva la preoccupazione.
Il 5 di gennaio, mentre una tormenta di neve si abbatteva su Valleluce, la stessa banda Colamattei rapì il parroco Don Luigi Amato.
La notizia aveva prostrato gli animi di tutti e si temeva l’arrivo dei malfattori in ogni momento anche nel centro del paese.
L’arciprete Don Marco Lanni alla domenica sostava affabilmente sul sagrato della sua Chiesa di S. Maria la Nuova, per incontrare i compaesani e dare loro conforto; spesso dall’alto dell’altare faceva sentire la sua voce suadente, che veniva ascoltata molto volentieri. I giorni passavano così nella persistente preoccupazione; ormai per le campagne non si vedevano più i contadini intenti al loro lavoro; andavano solo sugli oliveti, in collina, per non madare perduto il raccolto, avendo cura di lasciare nei punti di osservazione qualche ragazzo dalla vista acuta.
Il 7 gennaio del 1868, però, un giovanetto, Antonio Delli Colli, fratello del più conosciuto Angelo, di una ricca e stimata famiglia di S. Elia, verso le 14 tornava da Cassino, dove frequentava le scuole superiori.
Qualche giorno prima era nevicato e i bioccoli avevano ammantato anche la campagna di S. Elia; macchie bianche si scorgevano ancora ai margini della strada. Faceva freddo, un freddo pungente del pieno inverno e il giovanetto cercava di vincerlo camminando a passo svelto e tenendo le mani in tasca.
Proprio all’inizio della salita della via Cupa, nel punto riconoscibile dalla pietra alta una novantina di centimetri con la scritta TERMINE, notò che degli sgherri, dal cappello a cono e a larga tesa, erano fermi sotto la volta del piccolo agnito della vecchia casa degli Arpino per proteggersi dai rigori dell’inverno: sembravano come nascosti, ma non temevano nessuno e camminavano liberamente per la campagna. Si rese subito conto che l’aspettato era lui ed allora, vincendo ogni spavento e riunendo tutte le forze dei suoi diciassette anni, se la diede a gambe ed ebbe l’agilità di attaccarsi all’ultima tavola di un carretto, che il cavallo con forte rincorsa tirava verso S. Elia, buttandovi dentro la bisaccia con i libri bene aggiustati, la carta, la penna e la boccettina dell’inchiostro. Antonio, sicuro che il suo conoscente lo avrebbe messo in salvo, si teneva stretto, e, riprendendo fiato, si raccomadava:
– Miche’, papà ti ricompenserà! Intanto dà ‘na frustata al cavallo, perché corra di più…
Ma i briganti avevano compreso; non si preoccuparono affatto e si limitarono a gridare al contadino, che avevano riconosciuto:
– Miche’, vattene a casa da solo, se ci vuoi tornà…
Michele comprese subito; allora diede un colpo violento di bacchetta della frusta sulle dita del ragazzo ed aumentò la corsa. Antonio cadde in ginocchio a terra con ambedue le mani sanguinanti, violacee per il freddo, e venne subito afferrato dai briganti.
La sera stessa sotto il portone di casa, nella masseria di Santo Ianni, venne infilato un biglietto con la richiesta del riscatto; la famiglia di Antonio dovette vendere alcuni tomoli di terreno dell’Oliveto, un orto alle Verdara e tutto l’olio che avevano nella cantina dall’anno precedente: riuscì a mettere insieme la somma necessaria e, dopo qualche giorno, a consegnarla senza tante preoccupazioni ad un amico comune: i soldati, che si aggiravano per le strade e le strette del paese non badavano o facevano finta di non badare a certe pratiche; a loro interessava tenere sempre carico il fucile per non farsi sorprendere! Fu pagato quanto richiesto e si potè ottenere la liberazione del ragazzo. Tascorsero giorni tremendi e finalmente una notte Antonio varcò la soglia di casa, apparentemente sano e salvo.
Fu una gioia immensa e l’indomani, domenica, venne approntato un pranzo, al quale presero parte i parenti e le persone più in vista del paese. Il vino ormai era abboccato e fu spillata la botte grande: i bicchieri non si contavano: si pensava solo a bere, a brindare, a cantare.
Tra gli invitati era anche il cugino del giovane, Don Raffaele Iucci; si commentava l’accaduto e questi disapprovava l’operato dei parenti:
– Potevate tirare sulla taglia… chiedere uno sconto! Tremila ducati sono una proprietà! Io non avrei pagato proprio nulla!
La mamma Mariuccia si stringeva al petto suo figlio, incurante che questi per lo spavento si era stranito, non guardava più i libri, non parlava speditamente come prima ed era divenuto balbuziente: se restava così, non avrebbe potuto più continuare gli studi.
Un giorno i Carabinieri bussarono alla porta e chiesero di Antonio; ma questi non intendeva muoversi, in quanto ormai viveva nel terrore, sempre accovacciato sotto il camino. Allora i fratelli Angelo e Pietro, il futuro medico che esercitò la sua professione nella stima di tutti i cittadini di Roccadevandro, lo presero sotto braccio, gli fecero percorrere la strada centrale e lo condussero all’interno del Palazzo Corte. Gli imposero quasi di guardare in viso i cinque uomini incatenati alle mani e ai piedi e lui, senza parlare, ne additò due.
Bastò questo segno e Pietro potè dire:
– Anto’, ormai sono in buone mani. Possiamo essere sicuri!2
Per le strette tutti ormai ripetevano con sicurezza, confermando quanto avevano sentito dalla Benemerita, che i cinque ceffi appartenevano alla banda Fuoco.
Non passò una settimana dalla liberazione del giovanetto, quando si sparse la voce che avevano sequestrato Don Raffaele Iucci; ma no… lo avevano ucciso con ventitré pugnalate.

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