IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI CASSINO-CAIRA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE: MILITARI DELL’ESERCITO AUSTRO-UNGARICO DECEDUTI IN PRIGIONIA E REDUCI


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Carlo Nardone, Cassino 2016, 2^ edizione
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Introduzione alla seconda edizione8bis_caira-ii-ediz
Le continue ricerche effettuate da Carlo Nardone sui militari dell’Esercito Austro-ungarico internati nel Concentramento di Caira  hanno richiesto l’ag- giornamento dell’elenco di quelli giunti a Cassino e da lì ripartiti per essere liberati nel corso del 1919 o nel frattempo deceduti. I risultati conseguiti hanno pertanto portato alla pubblicazione di una seconda edizione che, dunque, ri- sulta non solo corretta ma anche notevolmente ampliata. Quest’ultima, accanto a immagini, foto e documenti della precedente versione, si compone ora di due specifici elenchi. Il primo, che risulta formato da ben 912 nominativi re- periti in una specifica pubblicazione stampata a Roma nel 1925 (Elenco dei Militari Appartenenti agli Eserciti AustrooUngarico, Bulgaro, Germanico e Turco caduti e raccolti sul campo dalle truppe italiane nella guerra 1915-1918 oppure deceduti durante la prigionia di guerra in Italia redatto dal Mi- nistero Italiano della Guerra, Direzione Generale Leva Sottufficiali e Truppa), è relativo ai militari dell’Esercito Austro-ungarico internati nel campo di Cas- sino-Caira e poi deceduti nell’ospedale del Concentramento. Il secondo elenco si compone di 770 nominativi di militari internati nel Concentramento e poi liberati, estratti dalle «Liste delle Perdite» (Verlustliste) pubblicate periodica- mente dal Ministero Austro-Ungarico della Guerra. Un doveroso ma sentito e particolare ringraziamento va a Giovanni Terra- nova, ricercatore storico trentino sugli eventi della Prima guerra mondiale, per la sensibilità dimostrata nel mettere liberamente a disposizione la preziosa e rara pubblicazione edita nel 1925. Ulteriore documentazione reperita è quella relativa a una relazione redatta dal ten. medico Francesco Savà, dirigente sanitario del Campo di Concentra- mento di Caira agli ordini del col. medico Martoglio, in merito a una epidemia di tifo petecchiale scoppiata tra l’aprile e l’agosto 1919. Il dott. Savà fece della sua relazione una pubblicazione dal titolo di Osservazioni sopra una epidemia di tifo petecchiale, stampata presso lo Stab. Tip. Ospizio di Beneficenza A. Rizzica, a Caltanissetta nel 1919. Se le condizioni igienico-sanitarie dei Campi di Concentramento italiani fino al 3 novembre 1918 potevano dirsi sostanzialmente «ottime», scriveva allora il dott. Savà, la situazione andò peggiorando fortemente subito dopo. Infatti il notevole afflusso di militari austro-ungarici fatti prigionieri dopo la vittoria del 4 novembre 1918, e internati nei vari campi italiani, portò a un peggioramento delle condizioni di ognuno di essi proprio perché «impreparati alla somministrazione di vestiario, allo allestimento di al- loggiamenti» per tale rilevante massa umana di «captiv[i] … che affluiva lu- rida, denutrita». Una delle prime malattie a manifestarsi fu il tifo petecchiale, trasmesso attraverso i pidocchi. Inoltre la situazione risultò peggiorata dal fatto che la malattia non fu immediatamente individuata ma scambiata con altri tipi di infezioni. A Caira-Cassino nel maggio del 1919, dunque a circa sei mesi dalla fine della guerra, vi erano all’incirca 6.000 prigionieri. Di tale contin- gente, circa 1.500 erano ufficiali e di essi circa 250, poco meno del 20%, con- trasse l’infezione. Invece tra i restanti 4.500 uomini (sottufficiali e truppa) la malattia infierì in modo molto più deciso. Infatti se ne ammalarono i due terzi in quanto circa 3.000 furono i casi riscontrati. In definitiva l’infezione colpì meno gli ufficiali a causa di «condizioni sociali differenti, [di] mezzi di sussi- stenza migliori della truppa, [di] mense costituite, [di] un vestiario general- mente personale». Per far fronte all’emergenza sanitaria determinatasi in quei frangenti si giunse all’allestimento di un reparto di isolamento formato da una serie di baracche «cinte di reticolato spinoso disposto a quadrupla filiera» e sorvegliato da sentinelle italiane. L’ingresso era consentito solo al personale sanitario, ottemperando, oltretutto, a varie misure preventive in quanto vi do- veva accedere «vestito dello scafandro, munito di maschera, di guanti e di sti- vali di gomma». Il tifo ebbe forti ripercussioni anche sulla sfera psichica degli ammalati provocando, nelle forme più gravi, «frequentissimo un delirio con ossessione ambulatoria e non di rado bellico talché i pazienti con volto con- gesto, seduti sul letto, davano ordini imperativi ai dipendenti immaginarii, in rapporto col loro antico mestiere». Tali gravi casi, precisava Savà, «ebbero tutti esito infausto».

Cassino 14 dicembre 2015

Gaetano de Angelis-Curtis
presidente del CDSC-Onlus


Indice

Introduzione alla seconda edizione – p. 3
Introduzione alla prima edizione – p. 5
Costruzione del Campo di concentramento (foto) – p. 9
Elenco dei militari deceduti durante la prigionia – p. 20
Cimitero di Caira – p. 124
Sterbebild (“santini militari”) – p. 129
Documenti dei prigionieri di origine cecoslavacca – p. 136
Elenco dei militari internati – p. 141
Altri militari internati – p. 230
Prigionieri nel Campo (foto) – p. 244
Buoni di acquisto – p. 252
Corrispondenza dei prigionieri – p. 253
Prigionieri romeni in Italia 1918-1919 – p. 259
Prigionieri ucraini in Italia – p. 260
Situazione del Campo a inizio 1919 – p. 261
Osservazione sopra una epidemia di tifo petecchiale (F. Savà) – p. 262
Legione Allievi Carabinieri Reali – p. 279
Ex Campo di concentramento 1944 (foto) – p. 282
Ex Campo di concentramento 2016 (foto) – p. 285

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