IL CASALE FARIGNOLA: un edificio da salvaguardare


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Studi Cassinati, anno 2002, n. 1

di Sergio Saragosa

Interno del Monacato

Nell’anno 1693, l’archivista e Vicario generale di Montecassino, E. Gattola volle conoscere l’esatto numero di chiese, chierici e abitanti della Terra di S. Benedetto e per quanto riguarda il Casale di Caira, riporta la seguente annotazione:
Multi olim pagi in Sangermanensi territorio extabant, quae iisdem cum urbe privilegiis fruerentur nempe Farignola, Foresta, Matronola, Tora, S. Laurentius, Peula, modo unicus Caira superest ad radices montis cognominis, qui etiam S. Basilii dicitur …”.
Dice che una volta nel territorio di S. Germano c’erano molti casali, ma di essi rimaneva allora solo Caira, chiamato così perché situato ai piedi dell’omonimo monte.
I casali elencati furono fiorenti fino al 1650, anno in cui una tremenda pestilenza, la stessa che aveva colpito tutta l’Europa, decimò letteralmente tutte le contrade. Di tutto ciò, quello che a noi interessa è il Casale di Farignola, perché mentre di tutti gli altri si conosce l’ubicazione, di questo non si è saputo mai niente di preciso.
Ora, invece, grazie ad alcuni documenti conservati nell’Archivio di Stato di Caserta ed in particolare un atto notarile del 1668 (Intendenza borbonica – Affari comunali, S. Germano, B. 2541/2542), è possibile stabilirne l’esatta ubicazione, che corrisponde a quella dell’attuale contrada Monacato, ad ovest della frazione di Caira. C’erano dunque, a quei tempi, nella nostra zona due Casali con la loro chiesa e con i loro abitanti: Caira e Farignola.
Don Giovanni Suardo era l’economo curato della chiesa di Santa Maria a Farignola (attuale Monacato), mentre don Antonio de Tarsia era curato della Chiesa di S. Basilio di Caira. Erano quindi due Casali molto vicini. Dopo che il Casale di Farignola rimase quasi spopolato per la pestilenza forse, ma anche perché andò distrutto, come è scritto nel documento, senza però specificarne le cause, sia la chiesa che i pochi superstiti di Farignola furono aggregati al Casale di Caira e i due parroci diventarono comparroci di S. Basilio, senza l’obbligo di residenza. La cosa non andò giù ai Cairesi e si addivenne a questo atto notarile, di cui ricordiamo gli antefatti.
Nell’anno 1796, l’allora parroco del Casale di Caira chiese al Sindaco di S. Germano che si provvedesse “alla riattazione della cadente Chiesa di S. Basilio” e il Governatore di S. Germano, don Giovanni Gigliozzi, fece eseguire una perizia dal capomastro Salvatore Miele e inviò richiesta di autorizzazione a procedere all’Intendente di Caserta.

Uno strumento di inizio Novecento

Costui, però, prima di concederla, chiese che si effettuassero ricerche per sapere chi aveva provveduto precedentemente a questa incombenza e che gli fossero fornite molte altre informazioni. Saltò così fuori un atto notarile che mise nei guai per diversi anni la popolazione del Villaggio di Caira, che si era fatta carico, in quell’occasione, di fornire materiali e giornate lavorative gratis pur di riavere efficiente la propria chiesa. Questo atto notarile risaliva al 21 gennaio 1668 e fu redatto in S. Germano dal notaio “Francisci” Pagliaro alla presenza dei parroci della Chiesa Maggiore Collegiata di S. Germano, Giovanni Suardo e Antonio de Tarsia da una parte e 17 abitanti di Caira (Stefano Roscilio, Angelo de Antone, Carlo de Varno, Francesco Nardone, Baldassarre Roscillo, Luca Pittiglio, Giacomo Antone, Matteo Nardone, Antonio Colella, Giacomo Nardone, Maurizio Miele, Michele Miele, Luca Saragosa, Nicola Taro, Antonio Velardo, Ambrogio Fardelli e Marco Antonio Miele) dall’altra, “per conto proprio e per conto degli altri abitanti, a nome loro, degli altri, dei loro eredi e successori anche degli altri abitanti” come recita ripetutamente l’atto.
Ed ecco che cosa fu stabilito dalle parti per avere dimorante stabilmente in Caira il parroco don Antonio de Tarsia o chi per esso:

Lato esterno del Monacato

“Don Giovanni Suardo e don Antonio, assistiti da don Augustino di Napoli, cellerario e pro Vicario Generale dei monaci Cassinesi, promettono “con parole” di far celebrare, ogni festa di precetto, la messa nella chiesa di S. Basilio, di amministrare i sacramenti ai Cairesi (precedentemente, per mancanza del parroco residente, alcuni erano morti senza ricevere l’estrema unzione), di mandare a risiedere in Caira, al posto di don Antonio, il parroco don Germano della Nunziata di S. Germano, al quale i due canonici avrebbero corrisposto un totale di 15 ducati; “i Cairesi [che erano al tempo circa 200] si obbligano per loro e per gli assenti a costruire l’altare, il tabernacolo, il SS., di provvedere alla lampada accesa di notte e di giorno, a fornire tutta la cera e a riparare la Chiesa ogni volta che si renderà necessario, come avevano già fatto nel passato”. Inoltre, non potendo vivere decorosamente don Germano con soli 15 ducati, “i Cairesi gli daranno ogni anno 15 tomoli di grano buono”. Alla fine del Settecento e agli inizi dell’Ottocento gli abitanti di Caira si ritrovarono nella stessa situazione e cercarono di ottenere di nuovo sia il parroco residente che la chiesa. Nel 1812 finalmente le due cose furono concesse a spese del decurionato di S. Germano (Cassino), che non si avvalse delle promesse fatte dagli abitanti di Caira nel 1668, perché la gente viveva miseramente e non poteva accollarsi la minima spesa.    
I vecchi del paese ricordano ancora oggi che la contrada di Caira chiamata Monacato era anticamente conosciuta come Farignola e questo toponimo risulta anche negli atti di compravendita dei primi decenni del 1900.

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