SUPPLIMENTO ALLA STORIA DI AQUINO, E SUA DIOCESI


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Studi Cassinati, anno 2002, n. 1

di Pasquale Cayro

[PAG. 1] Primacché il Re pupillo Ferdinando divenisse maggiore, e dalla Reggenza si governava il regno, avvenne la caristia, la quale affliggé Napoli, e quasi tutte le sue Provincie [Anno di Cristo 1764], poiche si vendé il grano ne’confini di Terra di Lavoro, e nella Diocesi di Aquino fin a ducati sei, e sette il tomolo, e neppur si trovava a comprare, e supplì molto a questa mancanza il vicino stato Romano, dove si ritirarono molte famiglie delli Ducati di Sora, e di Alvito. Cessò la Reggenza, appena che il Re giunse all’età di anni sedici, avendo così disposto Carlo III suo padre, ed in tal tempo fu l’espulsione de’Gesuiti da suoi reali domini, e tra i loro collegi si numerava quello di Sora, e gli individui di esso nell’istesso giorno, che tutti gli altri del Regno furono espulsi, anch’essi accompagnati vennero fin’a [Anno di Cristo 1768] confini da una Compagnia di Cavalleria del Reggimento Sicilia, e da alcuni Fucilieri di Montagna, o siano Micheletti, avendo eseguita la Commissione, D. Rocco Aggiuntorio, allora Giudice della Città di Gaeta. Si ritirò di poi in Arce la riferita Compagnia di cavalli sotto il Comando del capitano Grimaldi, il quale per la penuria dell’acqua in tempo di state, a sua rappresentanza fatta al regio Trono, fu rilevato dal capitano Ammone del Reggimento [PAG. 2] infanteria Sannio: Da allora in poi si fissarono in Arce cinquanta fanti, i quali si distaccavano dalla real Piazza di Gaeta, essendovi in tal tempo di guarnigione i due Reggimenti Sannio, e Siracusa; e mentre persisteva questo distaccamento, se ne spedì per Aquino un altro da Napoli di simil numero del Reggimento Re infanteria sotto il Comando del Capitano Longie, e nell’atto istesso fu inviata altra truppa nelle vicinanze di Benevento. Si conchiuse traditanto il matrimonio di Ferdinando IV con Maria Carolina Arciduchessa d’Austria, la quale per la volta di Roma, servita da Cavalieri, dame, e dalle Guardie nobili Austriache incamminossi verso il Regno in compagnia del Gran duca di Toscana suo fratello, e dalla Granduchessa sua cognata. Giunse in Terracina, dove il Sig. Maresciallo Conte Pallavicini Commissario Imperiale ne fé la consegna al Principe di Santo Nicandro, Ambasciatore destinato per quest’atto; e nell’istesso tempo si licenziò il suo seguito condotto da Vienna, e subentrarono a servirla, i Cavalieri, le dame, e le Reali Guardie del Corpo, spedite dalla Corte di Napoli. Venne ad incontrarla il Re ne’confini del Regno con altro nobil seguito a undici del mese di maggio in quel sito, dove si appella Portella, sotto Monticelli di Fondi, essendovisi formato un Padiglione o sia una Palleria in pian terreno, la quale quantunque di tavole costrutta, pure si addobbò in una maniera nobile, e primacché vi giungesse lo sposo, vi si squadranò avanti una Compagnia del Reggimento de dragoni di Borbone ed un Pic[PAG. 3]chetto di Fucilieri di montagna situossi di guardia alla medesima. Breve complimento ivi si fecero i conjugi, e subito si misero in carozza, ed a pranzo si firmarono in Mola di Gaeta, e la sera in Caserta si condussero, dove goderono le illuminazioni, comedie, ed altri divertimenti.

Mentre in Arce, come si è narrato, persisteva il distaccamento d’Infanteria, ed anche l’altro in Aquino, a tredici Giugno il Commissario di Compagnia di quel tempo D. Ferdinando de Leon si condusse coi due nominati distaccamenti sul far del giorno in Pontecorvo, ed in nome del re prese il possesso di questa Città facendo cantare il Te Deum nella Concattedrale del fu Vescovo di Aquino D. Giacinto Sardi. Si restituì quindi il Distaccamento in Arce, e restò quello d’Aquino in Pontecorvo, dove persisté fin’a ventotto ottobre; e ritirossi in Napoli per incorporarsi al suo Reggimento, e di questo un battaglione dové quindi con marcia forzata condursi nell’Aquila per la controversia insorta tra il Re, ed il Papa, essendosi sparsa la voce, che doveva invadere lo Stato di Castro, e Ronciglione, che un tempo si apparteneva alla Serenissima casa Farnese. Finalmente a ventisette Gennaro millesettecentosettantatré si restituì Pontecorvo, e pel papa prese di nuovo possesso il nominato Vescovo d’Aquino D. Giacinto Sardi.

Cadde un’impetuosa pioggia a dodici settembre, e continuò la notte de’tredici del mese, ed il fiume Liri gonfiò talmente [PAG. 4] che fuori del letto traboccavano le acque; cosicché la violenza di questa rovesciò i muri sopra il ponte di Pontecorvo, ed entrarono fin dentro la chiusa di Domenicani, trasportando la custodia di legno dell’Altare Maggiore, dove la Sacra Pisside esisteva, e fu ritrovata più miglia lungi, dopo ritirate le acque del fiume. Rovesciarono altresì il ponte di Ciprano, e dové il Pontefice ordinare la restaurazione, e nel rifarlo si rinvenirono in un pilastro le medaglie del Papa Paolo V ed il regnante Pio VI volle di più ornarlo con due lapidi, ed in una delle quali fe’ scolpire l’inscrizione dell’imperadore Adriano, che si rapporta dal Grotero, e nell’altra si legge la memoria di quest’ultima rifazione.

Si formarono in tutto il regno le compagnie de’ Miliziotti, avendo somministrata la tangente la Diocesi di Aquino; e per la sollevazione suscitata in Francia, furono incorporati ai Reggimenti di linea, ed altresì le marine si fortificarono, ed anche le città di Napoli, e la sua riviera. Difatti all’avviso di esser vicina la flotta Francese su tardi de’ quindici Dicembre millesettecentonovantatrè, l’ordine si diede a tutta la truppa, che si ritrovava ivi di guarnigione, di star pronta, e si fecero coprire i posti da maggior numero di soldati, e già nella mattina seguente comparvero nella punta di Posillipo tre[PAG. 5]dici legni da guerra; ma non si commise ostilità alcuna, bensì dopo sotto scritta la neutralità, altrove veleggiarono.

Non si osservò la parola, ed i Reggimenti d’infanteria nominati Real Napoli, Messapia, Re, e Borgogna si imbarcarono per Tolone in sussidio delli alleati, e per non potersi sostenere una tal Piazza d’armi, si abbandonò, e la truppa ritirossi.

Nel mese di maggio dell’anno susseguente volle il Re formare un accampamento nel territorio di Sessa presso Santa Maria la Piana, e vi si condussero i riferiti Reggimenti d’infanteria, e tre di cavalleria, Re, Regina e Principe chiamati, dove in presenza del sovrano fu più volte questa truppa esercitata. Dopo disciolto il Campo i riferiti Reggimenti di Cavalleria, marciarono in Lombardia in aiuto degl’Austro-Sardi e nell’istesso tempo fe’ la leva forzosa di sedicimila uomini colla condizione di dover servire durante la guerra, avendo contribuito Aquino, e la sua Diocesi la sua tangente. Si dispose il sovrano a andare in Montecasino, e per osservare le due cascate del fiume Liri nell’Isola di [PAG. 6] Sora, ed erasi già fatto il tratturo; ma per trovarsi allora impratticabile, si forzarono ad andare uomini, e donne delle popolazioni esistenti anche fuori dal territorio delle Terre, per le quali passava la strada, per appianare, e mettere il Lapillo.

Per la di lui venuta fissata per i quattordici di maggio in Sangermano, per indi nel dì susseguente per l’Isola, e per Arpino; si inviò antecipatamente il real equipaggio, ed un distaccamento de’ Granatieri di Borgogna in Sangermano suddetto, un altro del Re nell’Isola, ed in Arpino, ed il terzo di Messapia in Sora. Cominciarono le Università per dove passar doveva a far archi trionfali, secondo le loro forze, ed il Progettista sig. Ferrante dispose, che le medesime da due, o tre giovanette delle più belle, e ben vestite all’uso delli rispettivi Paesi, presentassero al Monarca nel passare i regali di quel tanto di buono produce il loro territorio, e si lavora, onde si sentivano doni di canepa, di formaggio, di capretti, di legumi, maccaroni, e cose simili.

A questo giorno, in cui si doveva solennizzare in questa [PAG. 7] contrada la venuta del Re, della Regina, e del Principe Ereditario, successe quello di afflizione nel sentire nel giorno tredici di essersi sospesa la partenza, per cui si ritirarono i nominati distaccamenti, ed il real equipaggio, e giunsero le notizie di guerra. Imperciocché i felici progressi de’ Francesi in Lombardia fecero sì, che si inviasse ivi altra cavalleria per la strada di Venafro, e si mettesse in movimento tutta la truppa per gli accantonamenti, con disporre il trasporto di artiglieria, ed ogni altro, che si conviene per la marcia di un esercito. Si costruirono nell’Isoletta due fortini, ed anche in Castelluccio, e nell’imboccatura delle montagne tra Fondi, ed Itri nella via Appia, dove si appella Sant’Andrea. Giunse a venticinque giugno un battaglione del Reggimento Siracusa in Roccasecca, e dopo alcuni giorni marciò per Sora, ed indi continuarono a venire altri Reggimenti, essendosi accantonati nella medesima Città quello di Messapia, in Alvito Agrigenti, in Atina il Re, in Cervaro un Reggimento Estero, e Real Campagna in Santo Vittore, ed in San Pietro in Fine. In Sant’Elia Rossillone Cavalleria, in Sangermano Real Farnese con Macedonia, e Lucania, il quale poi passò in Pontecor[PAG. 8]vo, e sbarcarono Calabria, e Sannio in Gaeta coll’ordine di star pronti per la marcia. In Arpino i Pontonieri, o siano Picchieri, vi si situarono, e nelle nominate Città, e Terre parimenti incorporate furono alla truppa di linea rispettivamente le compagnie de’ volontari; e di questi un corpo sciolto circa mille calabresi, in Piedimonte, e delle dodici compagnie dei cacciatori volontarj sotto il comando del colonnello Lop, due se ne situarono in San Giovanni Incarico, e dieci in Alvito, le quali per le infermità si distribuirono di poi in Santo Donato, Casalvieri, Pescosolido e Balsorano. Formossi lo Spedale in Roccasecca, dove si situò un Picchettodi Fucilieri di Montagna, che si inviava da Fontana, per essersi un tal corpo ivi accantonato, ed un picchetto di Lucania da Pontecorvo, ed in Aquino situossi una Compagnia d’Artiglieri per la custodia della polve[re], e pel treno de’pontoni, poiché i cannoni nel numero di ventiquattro, con i corrispondenti attrezzi, e munizioni si erano trasportati nell’Isoletta. Giunse a tre Luglio il Re in Sangermano, e nel giorno susseguente in Arpino, ed a sette nell’Isoletta per osservare i fortini, ed a otto trovò la Regina nella prima nominata città, ed assieme andiedero nella Seconda, ed indi partirono per la Capitale, [PAG. 9] da dove a sei agosto il Sovrano portossi in Gaeta, e dopo di aver visitato il Fortino in Itri, nel giorno undici si restituì in Arpino. Poi nel dì susseguente diede fuori real carta, colla quale aggregò al Regno Demanico il Ducato di Sora, e quello di Arce, ed altresì il marchesato di Arpino, e la Contea d’Aquino, con destinare quattro governatori, soggettando Santo Patre, e Fontana ad Arce, ed a quello d’Aquino Roccasecca, Colle S. Magno, Terelle, e Palazzolo. Da Arpino nel giorno diecisette si condusse in Napoli e volle nel ritorno tutto osservare, e già a nove settembre fu in Aquino, dove invitato da quel Capitolo, si portò nella Cattedrale, ed ivi adorò il Santissimo Sagramento sull’Altare esposto, ed altresì breve sermone ascoltò recitato da quell’Arciprete, ed indi portossi in Pontecorvo. Visitò i quartieri, e l’ospedale provvisionale, dopo di aver mangiato in una campagna aperta, montò a cavallo, e giunse nell’Isoletta dopo le ore venti, dove osservò i Fortini, e poi andiede in Arpino, ed a diecinove in Sangermano, e quindi partì per Napoli. Ritornò a venti[PAG. 10]sei, ed a ventotto fu in Roccasecca ad osservare l’ospedale, ivi lasciò ducati duecento, e restituissi in Montecasino.

In questo tempo si credé prossima la marcia, poiché si separarono le compagnie di Granatieri di ciascun Reggimento, distribuendosi in Battaglioni, di quali il primo situossi in Arce, comprendendosi in questo quelle di Calabria, di Messapia, e del Sannio, il secondo in Sora, e le altre formarono i Battaglioni in S. Germano, e nell’Abruzzo, dove si trovava l’altro accantonamento. Ma a questo apparato di guerra, giunse la consolante notizia della conchiusa pace, per cui cominciò a diminuirsi l’accantonamento, e rimané la truppa in Sora, nell’Isola, in Sangermano, come ancora in Arce, in Pontecorvo, in San Giovanni Incarico, in Aquino, e d in Piedimonte, e circa duecento infermi Pontonieri, che stavano in Arpino, durante la loro convalescenza, restarono in Santo Patre.

Al godimento della pace, venne in sequela la venuta [PAG. 11] dell’Arciduchessa d’Austria, sposa del Principe Ereditario, la quale sbarcò in Manfredonia, e per riceverla vi si portò collo sposo il Re e la Regina, e con esservisi mandata truppa per la parata, e vi si trasferirono da Arce quattro compagnie di Granatieri, essendovi rimaste le sole due del Reggimento Calabria. Si suscitò un popolare movimento in Roma a ventotto dicembre mille ottocento [leggasi “settecento”, n.d.r.] novanta sette, e per sedarlo giunsero in quella città le truppe Francesi, ed occupata, la costituirono in Repubblica democratica con tutta la Provincia dello Stato, per cui si impedì ogni commercio tra lo Stato Romano, ed il Regno di Napoli. Per tale avvenimento si aumentò di nuovo l’accantonamento, e si fé marciare per San Giovanni Incarico il terzo battaglione di Granatieri, spostando i volontari di Lucania, ed in Arce si completò il Battaglione, per esservisi mandate le quattro compagnie di Granatieri, che vi mancavano, ed in Piedimonte, Villa, Palazzolo, e Caprile si accantonarono le Compagnie di Cacciatori del secondo, terzo, quarto e sesto. Venne a sedici Aprile in Sangermano il Re, ed [PAG. 12] a sedici maggio il terzo Battaglione suddetto di Granatieri, composto delle due compagnie di real Campagna, delle due di Puglia, e delle due di Lucania, da San Giovanni Incarico marciò per Pontecorvo, e dalla medesima ivi ritornarono due compagnie di Lucania, le quali poi si aumentarono colle altre due per la controrivoluzione della maggior parte delle città e terre della Provincia, Campagna e Marittima, che da’ Francesi si dissero il Circejo ed Anagni fu eletta per capitale. Tra quelle che tagliarono l’albore, si numeravano Ferentino, Veroli, Frosinone, ed in Ceprano si tagliò a ventotto Agosto, e la sera in Falvaterra; ma i Francesi contro queste, e delle altre marciarono, ed i Ferentinati, Frosolonesi, e Terracinesi, che vollero far resistenza, videro le loro Città saccheggiate, ed alcune abitazioni arse; ma Frosinone soffrì più d’ogni altra; però si concesse quindi il perdono a quelle, che lo domandavano, e di nuovo l’albore piantarono. A venti Agosto le quattro compagnie de’ volontari di Real Farnese diedero la muta in San Giovanni Incarico a quelle di Lucania, ed a quattro di settembre i pontoni da Aquino si trasportarono all’Isoletta, ed i nominati volontari di Lucania a trentuno ottobre ritornarono in San Giovanni Incarico, poiché quei di Farnese parti[PAG. 13]rono a due Novembre per Tagliacozzo per incorporarsi al loro Reggimento, il quale due giorni prima da Sangermano era per ivi marciato. Tra Piedimonte, e Sangermano nella Contrada Fontanella formossi a cinque del riferito mese il campo, dove si unirono non solo le truppe, che stavano in San Giovanni Incarico, in Pontecorvo, in Arce, in Caprile, in Palazzolo, in Piedimonte, in Sora, in Arpino, in Casalvieri, ma ancora oltre, che si trovavano fin presso Napoli accantonate. Vi giunse il Re a otto in Sangermano, e sul tardi scorse le linee del campo, ed a dodici tutto l’esercito travagliò nella presenza del Sovrano, e della Sovrana, e circa le ore venti si cominciò a manoverare e le manovere continuarono fino alle ventidue, e mezzo.

Cominciò a dieciotto del mese l’esercito a sfilare, e le prime furono alcune truppe di linea, e corpi di volontari per Fondi, dove si era formato un altro campo, e nel giorno susseguente una parte della Cavalleria, Infanteria, ed un gran numero di Cacciatori, marciò per Castelluccio, e per Veroli e per Arce e per l’Isoletta il restante dell’esercito in fanti, cavalli, e artiglieria.

Il Re che pernottato aveva in Arce, comparve nel giorno ventidue alle ore quattordici circa in quell’altura presso il ponte di Ceprano, e fe’ sentire di sloggiare al Comandante Francese, che con cento ses[PAG. 14]santa uomini circa ivi alloggiava, ma chiedé tempo, e per non esserli stato accordato, evacuò la terra, ritirandosi verso Roma.

Era stato diviso l’esercito in tante colonne, e vi si comprendeva la truppa accantonata nell’Abruzzo, la quale per quella strada sfilava, comandate da Tenenti Generali, da Marescialli, e da Brigadieri, come tra gl’altri vi furono il Principe d’Hassia, Fhilipstall, il Principe di Sassonia, Dames, Bourgard, Micheroux, Metshc, Cusani, essendo il Capitan Generale il Barone Mack. Per l’acqua che continuava a cadere, e per essere il terreno reso impratticabile, non si poté mettere il ponte di rame sul fiume, e la truppa dové passare per quello di pietra, e giunse in Roma l’esercito rovinato per la pioggia, e cattive strade, essendovi stata ancora la mancanza de’viveri. Si mise in assedio Castel Sant’Angelo, e l’esercito continuò la sua marcia, ed a cinque Dicembre si batteva Civita Castellana, ma essendosi ritrovata resistenza, si vide l’esercito retrocedere a marcia forzata, e ritirossi il Re in Napoli, e chi disse per tradimento, e chi per cotardia, ed inespertezza di alcuni Comandanti, e de’vili soldati, però è certo che la fuga fu precipitosa, e la dispersione grande, ed i pochi, che seguirono le bandiere, ed i sten[PAG. 15]dardi, si ridussero in mal arnese. Per la via Latina si tirossi la diminuita colonna del Maresciallo Bourgard, il quale prima di giungere in Frosinone distaccò per Veroli un Battaglione del Reggimento Lucania, sotto il comando del Tenente Colonnello Poulet, e fermarsi si doveva in Castelluccio, per difendere quel paese, ed Egli situossi in Ceprano.

A quindici dicembre inviò in San Giovanni Incarico il Maggiore D. Ignazio Marzano con duecento Calabresi, e tra il fiume, e la montagna si appostò una Guardia, e si intraprese a formare un gran fosso; per cui sembrava volersi difendere il confine, maggiormente perché fortificato si era anche con truppa il passo di Santo Andrea tra Fondi, ed Itri, essendosi situata gente negli adiacenti monti: ma alle due ore e mezza della notte di Natale giunse ordinanza da Ciprano spedita al sud.° maggiore dal nominato Bourgard coll’ordine, che Subito si mettesse in marcia per Pontecorvo, e custodisse quel ponte, con assicurare quella popolazione, e già alle ore cinque, e mezza, e nell’atto che continuava a nevigare, si misero in marcia, con ogni Secretezza, e l’istesso fecero quei di Ciprano per l’Isoletta ed il Battaglione che si trovava in Castelluccio passò per Arce, e tutti si unirono in Sangermano. Si cominciarono nella nominata Isoletta a bruciare i carri, buttare nel [PAG. 16] fiume munizioni, ed ogni sorta di attrezzi; e si inchiodavano i cannoni, per non far trovare quel che servir potea ai Francesi, i quali per questa strada, e per quella di Fondi venivano dietro. A ventotto dell’istesso mese occuparono il nominato Fortino, di Sant’Andrea, e quindi marciarono per Gaeta, la quale si vendé senza far resistenza, e quella cavalleria, ed infanteria nimica, che nel giorno ventisette era giunta in Ciprano, marciò avanti per Sangermano. Avvenne intanto, che per la pioggia, e per la neve liquefatta di molto crebbé l’acqua del Liri, e rovesciò quel ponte, per cui a due del mille settecento novanta nove, cinquanta di Cavalleria passando il fiume Tolero, per San Giovanni Incarico si condussero in Pontecorvo, ed indi in Sangermano, dove si unirono altri cavalli, e fanti, che per Veroli, Arce, e Roccasecca marciarono, e quindi fecero rotta per Capua. Questa fortezza più resistenza ogni un credeva, che facesse, ma si sostenne per poco tempo, e quindi per Napoli si incamminarono, da dove il Re si era imbarcato per la Sicilia, e de’ Castelli si impadronirono. Erasi già disciolto il rimanente dell’esercito Napolitano, ed ebbe principio il governo Repubblicano sotto il comando del Generale Championet, ma non passò gran tempo, che si suscitò l’insurrezione, la quale di giorno, in giorno crebbé, per esservisi unite anche le persone, a quali pri[PAG. 17]ma piaceva la fatiga, e poi stimarono meglio far un tal mestiere, poiché senza fatigare a spese altrui si mangiava, e si vestiva, con rubbare.

Ed ecco le Città, e Terre in dissordine per tali masse composte di gente omicidaria, rissosa, e latra, la quale sotto il nome di difendere la Religione, e la real Corona, commetteva ogni sorta d’eccessi avendo in mira le sole famiglie facoltose, chiamandole giacobine, per indebitamente assassinate, non essendo sicura la loro roba, e fin’anche la vita, per essersi usurpato il ius sanguinis, et necis.

FERDINANDUS IIII
SICILIARUM ET HIERUSALEM REX
PIUS FELIX AUGUSTUS PATER PATRIAE
IN OPPIDO SANCTI IOANNIS INCARICI PATRIMONIALI FISCI
SUI PRIVATI FONTEM AQUIS SALIENTIBUS PERENNEM AD
PUBLICUM MUNICIPII COMMODUM EX RELIQUIS AERARII
PUBLICI EIUSDEM OPPIDI APPARARI IUSSIT
IMPERIO PRINCIPIS BENEFICENTISSIMI
PASCHALIS CAYRUS PATRITIUS ANAGNINUS SYNDACUS UNA CUM
ARDUINO VENTURA ET IOANNE LOMBARDO ELECTIS AD CIVES
SALUBRITATE POTUS REFRIGERANDOS ATQ. AD PISTRINA PUBLICA
AQUARUM INCURRENTIUM ABUNDANTIA PRO COMMODIORE
FRUMENTI MOLITURA OPORTUNIUS INSTRUENDA AQUAS IN CON
CEPTIONES SUAS COGI FONTEMQ. CERVARIUM APERIRI CURAV’IT
IDEMQ. PROBAVIT AN. MDCCLXXVII

Iscrizione scolpita sulla parte frontale della fontana settecentesca nella ex Piazza Regina Margherita in S.Giovanni Incarico. Marco Sbardella ipotizza che il testo fosse opera dello stesso Pasquale Cayro (in “Civiltà Aurunca”.42) ene propone la seguente lettura:
Ferdinanco IV Re delle Sicilie e di Gerusalemme pio, felice, augusto, padre della patria, nel castello di Dan Giovanni Incarico, appartenente al patrimonio del suo fisco privato, ordinò che, per pubblica utilità del municipio, fosse allestita una fontana perenne di acque zampillanti con le rimanenze dell’erario della città per disposizione del principe manificentissimo, Pasquale Cayro, patrizio anagnino, sindaco, insieme agli eletti Arduino Ventura e Giovanni Lombardo, per refrigerare i cittadini con acqua potabile, e per rifornire più adeguatamente i mulini pubblici di abbondanti acque correnti per una più conveniente macinazione del frumento, curò che le acque fossero raccolte nei propri serbatoi e che fosse realizzata la fontana del Cervaro. Lo stesso la collaudò nell’anno 1777.

Ne’ tempi avvenire se il tutto si narrasse, sarebbe difficile a credersi i tanti danni, scelleraggini, ed enormi delitti, con massacro commessi, e compassionar si devono alcuni galantuomini, i quali forzosamente, per non perder la vita, furono costretti a far da capo alle masse delle rispettive padrie, ed in qualche maniera tennero a freno tal razza di gente proterva. I Francesi intanto stimarono tenersi libere le strade dell’Abruzzo, e l’Appia in Terra di Lavoro, per avere la communicazione collo Stato Romano, ma quelle Popolazioni, che vollero inquietarli, furono punite col saccheggio, col fuoco, e colla morte. La loro forza non era sufficiente per sostenersi nel regno di Napoli, quantunque si era aumentata di soldati della dismessa truppa Napolitana, e de’ loro aderenti, per cui non poterono impegnarsi per distruggere gli [PAG. 18] Insorgenti da essi chiamati Scarpitti, perché calzavano i piedi con stivali con parte del moso legata con cordella, maggiormente per essersi penetrata l’alleanza di Ferdinando IV colla Russia, Austria, e la Porta.

Per l’insolenza degl’Arcesi, e de’ seguaci dell’iniquo Mammone di Sora, sconcerti, ed oppressioni si commettevano nello Stato Romano, rubando, e mettendo a contribuzione le Università, ed i possidenti cittadini, per cui si condusse truppa francese da Roma, in Ciprano, ed in Castelluccio. Si è scritto di essersi rotto il ponte in Ciprano, e pure a tredici Aprile passarono il fiume, per l’impertinenze degl’Insorgenti, che ivi guardavano il passo, ma nel vederli risoluti a traversare le acque, si diedero in precipitosa fuga, e tratto tratto gli altri, sicché senza ritrovar resistenza, giunsero nell’Isola di Sora, la quale venne a trovarsi in mezzo a due fuochi. Questa Terra per esser circondata dal fiume, dava spirito a Cittadini difensori, maggiormente per l’aiuto, che speravano da Sora, da Arpino, e dalle altre circonvicine popolazioni: ma queste talvolta dimostravano di avvicinarsi; ed al primo fuoco de’Francesi si davano in fuga per li luoghi remoti, e per boschi, e monti. Gli Isolani, meglio riflettendo, capitolarono, e l’empio Mammone, dopo che si furono spostati, marciando per Roma, barbaramente castigò molti di quei [PAG. 19] Cittadini, e fe’ tagliare la testa a loro Comandante Muscella, e diede la morte all’Arciprete di Gallinaro, che ivi si era ritrovato.

Cominciò intanto per Fondi a marciare la truppa Francese con carreggi, ed artiglieria, ed essendosi uniti in questa città in numero di seicento circa d’infanteria, e quaranta di cavalleria a trenta Aprile per Lenola s’incamminarono per Pastena, e nell’approssimarsi l’avvanzata, vollero que’Cittadini far fuoco, ma quando gli videro risoluti per assalire, si diedero in fuga, e que’pochi, che rimasero dentro la Terra, e non ebbero tempo di salvarsi, e nascondersi, furono uccisi in numero di diecisette tra uomini, e donne, e dopo di averla saccheggiata si diede alle fiamme, e bruciò quasi tutta. Per Falvatera quindi si condussero in Ciprano, da dove dopo pochi giorni marciarono per Roma, e dopo la di costoro partenza, gl’Arcesi, Sorani, ed altri delle circonvicine popolazioni, s’inoltrarono nello Stato Romano, commettendo furti, rovine, ed incendi, tanto che Afile rimase quasi del tutto distrutta; ma con essi vi si erano ancora uniti non pochi omicidiari, e latri della stessa Campagna di Roma.

Si era conchiusa a diecinove maggio mille settecento novantotto il trattato di Alleanza tra il Re Ferdinando IV, e l’Imperadore Re di Ungheria, e di Boemia, ed a primo Di[PAG. 20]cembre col Re della gran Brettagna, ed a ventinove dell’istesso mese, ed anno coll’Imperadore di tutte le Russie, e finalmente coll’Imperadore degl’Ottomani.

S’incamminarono le truppe per ricuperare l’Italia, e l’ultima Colonna de’ Francesi, che in Fiano alloggiava, parimenti si mise in marcia per lo Stato Romano, e pochi di loro rimasero per guernire le Fortezze, e Castelli, e tra essi vi si comprendevano i patriotti loro seguaci. Si incamminò la nominata colonna per Sangermano, e gl’Insorgenti, che fortificato avevano, e guardavano il passo di Mignano, nell’avvicinarsi gli Francesi, si diedero tutti in fuga, ed i Sangermanesi prima che giungessero nelle loro Città se ne fuggirono; onde entrando in essa diedero la morte a pochi, che non poterono fuggire, e la bruciarono in parte. Nel giungere sotto Roccasecca, per essersi tirate alcune fucilate, ma sempre fuori tiro, fuggendo, entrarono in essa, e la saccheggiarono, essendosi ammazzate due, o tre persone; ed anche Arce fu consegnata al sacco, ed alcune case bruciate, poiché alcuni Arcesi, mentre fuggivano, ed in distanza fecero fuoco, e la fuga fu generale, anche a quei fuori strada, i quali per timore ne’ luoghi più nascosti si rifugiarono. Continuando la marcia giunsero all’Isola di Sora, ed i cittadini del[PAG. 21]la medesima, per non incorrere di nuovo allo sdegno del capomassa Mammone, il quale aveva fatto tagliare i ponti, dovettero difendersi per necessità, ancorché sapevano che con truppa di linea, e valorosa combattevano. Finalmente privi di speranza d’aiuto, e non potendo far maggior resistenza, ed ostacolo a Francesi, videro questi passar il fiume, entrando nella Terra inviperiti, misero tutti a fil di spada, senza perdonar sul principio alle Donne, e poi salvarono queste anche per dar sfogo alla libidine. Molti si rifugiarono nella chiesa, mentre si ufficiava; ma non fu d’ostacolo al furor militare, essendosi ivi continuato il massacro, e l’intiero numero di morti ascese a secento e forse più, e le abitazioni furono saccheggiate, e quasi tutte bruciate. Volevano far l’istesso complimento a Sora; ma l’ordine era di continuare la marcia forzata, per cui fecero rotta per Roma.

D. Fabrizio Ruffo, Cardinale di Santa Chiesa si rattrovava presso il Re in Palermo, ed in Calabria aveva cominciato a far truppa a massa, ed usciti i Francesi dal Regno, come si è scritto, s’incamminò con tale gente, e con pochi Turchi, e Moscoviti verso Napoli con coccarda, e Croce nel Cappello, per denotare di essere difensori della Sacrosanta fede, e del Monarca: Altamura più di ogni altra Città, o Terra, per dove passaro[PAG. 22]no, soggiacque a maggior rovina, e danno, ed avvicinati che furono alla Capitale, entrarono in essa dopo superati i difensori quasi tutti patriotti, cinsero i Castelli, ma non gli presero, ancorché questa massa si era aumentata da Napolitani, e dopo sbarcati gli Inglesi si renderono, ed i prigionieri a’ tredici Giugno imbarcarono ne’ loro bastimenti. Né quei, che difendevano Capua, e Gaeta vollero cedere agli Insorgenti, che cagionato avevano gran danno a particolari, ed alle campagne con furti, e devastazioni, bensì alla truppa di linea, allorché si avvicinò alla nominata Fortezza, ed i prigionieri furono tutti imbarcati. Si vide quindi marciare da Napoli con que’ calabresi, e con altri aggiunti in Massa un giovane appena dottorato in Legge di anni ventiquattro, di nome D. Giambattista Rodio di Catanzaro, il quale a’ ventidue Luglio alloggiò in Sangermano, ed a’ ventisei in Arce, e nel giorno susseguente in Sora. Si intitolava Egli Comandante Generale della Truppa Cristiana per lo Stato Romano, deputato della Maestà del Re, ed era questa massa composta di birri, di omicidiari, di latri, e di gente sfaccendata, e si vedevano col distintivo di cadetti, d’Alfieri, di Tenenti, di Capitani, e di Maggiori, e si facevano alloggiare in casa di galantuomini, mangiando a spese de’ medesimi; e quei ufficiali della truppa di linea [PAG. 23] dismessa, i quali vi si erano accompagnati per dimostrare la loro fedeltà, e per trovarsi senza impieghi, e per ottenergli di nuovo, arrossivano in vedersi tra questi e di mal cuore tolleravano ubbidire a tale Comandante. Costui cominciò a fare denari con transiggere giacobini, com’egli diceva, e coloro che esercitato avevano impieghi in tempo della Repubblica, ed altri, che a nulla colpavano, avendo fatto l’istesso nello Stato Romano, pigliando robe, e facendo ricivi, senza speranza di essere pagati. A undici agosto per l’Isoletta giunse in Ceprano il Principe di Rocca Romana colla cavalleria malmontata, e si toglievano a possidenti i cavalli buoni, e mediocri, e si facevano ricivi, e ad alcuni davano i loro ronzini, che montavano pur gl’ufficiali, e si condusse in Frascati, dove trovò il Rodio. Esistevano in Roma pochi Francesi uniti con patriotti, loro seguaci, e parte di questi si portò ad assalirgli in Frascati, ed al primo fuoco fu subito abbandonata la città colla dispersione de’ difensori lasciando in potere de’ vincitori l’artiglieria, ed ogni altro, e fuggendo con buone gambe andiedero ad unirsi in Sora, ed il Rocca Romana fermossi nel piano di Frusinone. [PAG. 24] Fu sorte, che si contentarono di avergli fugati, e di ritirarsi in Roma, poiché quel complimento ostile con saccheggi, che avevano fatto alle vicine popolazioni di questa Città, avrebbero fatto a quelle de confini del Regno. Mentre il Rodio si trattenne in Sora, obligò con maniere impropre, incivili, ed oppressive gl’Erari, Affittuari, di chiese, e di Luoghi Pii, e Procuratori de’Seminari a dar denaro anche con carcerazioni, ancorché non dovevano pagare, né aveva riguardo a galantuomini, e quindi si condusse verso Roma, avendo fatto l’istesso complimento nelle Città, e Terre Romane. La sorte si fu, che venne da Napoli il Maresciallo di campo D. Emanuele Bougard con truppe di linea, tenendo indietro le masse, ed allora il Comandante Francese si portò in Civitavecchia a parlamentare coll’Inglese, che ivi comandava i bastimenti da guerra, e secondo la capitolazione nel ritorno, che fe’ in Roma consegnò Castel Sant’Angiolo al nominato Maresciallo, e ne’ legni Inglesi s’andiedero i Francesi ad imbarcare.

La casa di Pasquale Cayro

Si proibì alle masse di entrare in Roma, cioè a quelle di Rodio, e di Fra Diavolo, che si era situato in Albano, essendo il loro nome, odioso ai Romani per i furti, od eccessi commessi, eccetto al capo massa Proino, colla sua gente, perché era vestita alla fuciliera, ma in danno altrui, e per tenere il [PAG. 25] Bougard poca gente, dové ammettere questa, ancorché come le altre si fusse. Prese egli le redini del governo militare, e politico di Roma, e intanto per la strada di Sangermano s’incamminarono trecento, e più Moscoviti con Cavalleria, e furono essi di edificazione, dovunque passarono perl’esatta disciplina senza dar occasione di menoma lagnanza. Pel loro passaggio si formò sul fiume Liri in Ciprano un ponte colla scafa di San Giovanni Incarico, e con altri legni, e tavole ivi prese, e vi passarono nei giorni sei e sette ottobre con carri, e si condussero in Roma. Quindi giunse ivi il Tenente Generale Diego Naselli, il quale ebbe il governo militare, e politico della medesima, ed a sedici ottobre emanò il primo editto. Informato il Re delle scelleraggini commesse dalle masse, comandò, che quelle di terra si fossero ritirate sotto i loro capi, e che non avessero commesso alcun disordine, e le altre come quelle di Calabria per mare si fossero trasportate; e pure molti disertarono per andare con libertà, facendo furti.

Onde [PAG. 26] in parte non giovò la prevenzione del Sovrano, il quale usò anche misericordia a loro capi, come si rileva dalla real carta per segreteria di Stato, e Guerra in data de’ dieciotto del milleottocento, nella quale tra le altre cose si legge di aver ordinato, che subito si ponessero in libertà il colnnello d. Giovanni Salamone, e Capomassa D. Antonio Caprara arrestati nel castello di Sant’Angiolo di Roma, e qualunque altro Capomassa, il quale si trovasse in arresto, per motivi di dissordini commessi dalle masse armate nel regno di Napoli, e nello Stato Romano, e vuole, che contro detti individui, contro i Colonnelli D. Michele Pezza, D. Gerardo Curcio Sciarpa, e contro D. Giambattista Rodio, ed altri Capomassa, i quali si trovassero sotto inquisizione, non si proceda ulteriormente.

I fuorgiudicati, e quei, che avevano esercitato il mestiere di rubare uniti colle masse, continuavano nello Stato Romano a commettere furti; onde si vide costretto il Maresciallo Bougard uscir da Roma con Pronio, e con tutta la di lui massa. Da Anagni a ventiquattro Dicembre passò in Frosinone, e poi in Ciprano, e divise la gente, per avere in mano quei di Vallecorsa, i quali erano in numero maggiore, e li più ostinati, e dopo si ritirò in Roma, avendo lasciati quei della massa dispersi in varie Città, e Terre sotto i loro capi per tener a freno i latri; ma furono ritirati a ricorsodelle Universi[PAG. 27]tà per le quali stavano nello stato di disperazione, per gli eccessi, che commettevano essi, e fu peggiore il rimedio. Si ruppe di nuovo la pace tra l’Imperadore, ed i Francesi, i quali fecero progressi nell’Italia, ed il Re aumentò in Roma la Cavalleria, e l’Infanteria, e quei Pontoni, e Pontonieri con pochi di cavalleria, e tutti ascendevano a ducento circa, i quali da Roma a ventisette luglio si erano portati in Ciprano, e per la cattiva aere, e mancanza di foraggi furono mandati in Sora, e ritornarono di nuovo a ventisei settembre con gli attrezzi nella nominata Terra. Nel giorno susseguente cominciò a passare per l’Italia l’equipaggio scortato dalli stessi soldati di cavalleria, la quale pernottò in Sant’Onofrio, ed a vent’otto passò per l’Isoletta, e Ceprano, ed andiede ad accampare in Frosinone per marciare avanti, essendo stati circa mille ottocento cavalli. L’infanteria marciò da Sangermano, ed alloggiò fuori Arce, e per Ciprano continuò la marcia per Roma, da dove le truppe s’incamminarono per la Toscana. In Fuligno a dieciotto Febbraio mille ottocento uno si concluse l’armistizio tra il re, e la Francia per trenta giorni, con dieci dippiù di prevenzione, quando dovesse denunciarsi il termine, ed intanto cominciò a retrocedere la truppa, e si vuole che si fusse convenuto di doversi evacuare tra quindici giorni lo Stato Romano. Di fatti entrò in Regno, e fu divisa per alloggiare in Sora, Arpino, Arce, Roccasecca, e San Germano, ed il Reggimento di Montefusco fe’ alto in Ci[PAG. 28]prano, e per essere giunti circa altri trecento, si mandò il secondo Battaglione nell’Isoletta nel numero di circa duecento, ed il primo a ventisei Febbraio con i Granatieri, e banda marciò per San Giovanni Incarico, da dove con quello che stava nell’Isoletta a primo marzo passò all’Isola di Sora. Si conchiuse finalmente la pace, a vent’otto marzo mille ottocento uno, in Firenze dal cittadino Carlo Giovanni Maria Alquier per parte della Repubblica Francese, e dal colonnello D. Antonio de Micheroux per parte del re delle due Sicilie, e le truppe accantonate, come si è scritto, si ritirarono dalle nominate Città, e Terre in Capua, ed in Napoli, oltre quelle, che marciate avevano per l’Abruzzo. Dalla Sicilia venne in Napoli il Principe Ereditario per governare la Città, ed il Regno in nome del Re Suo Padre, il quale poi a ventisette Giugno mille ottocento due sbarcò anche egli nella real villa della favorita, e sul tardi pel ponte della Maddalena entrò in Napoli. Avvenne, che in Malaca, e sue adiacenze per la febbre gialla chiamata, moltissime persone passavano all’altra vita, e si introdusse anche in Livorno, per cui nel Regno si presero le precauzioni, ed il Re ordinò ancora situarsi il cordone dal Tronto fino a Fondi. Di fatti con Dispaccio d’ otto novembre mille ottocento quattro diede l’ordine a S. A. S. il Principe Hassia Philipstall Tenente Generale, e Comandante della Real Piazza di Gaeta di situarlo da Portella di Monticelli di Fondi fin’alla Valle di Rovito; e già dal mare presso [PAG. 29] Terracina fin’a San Giovanni Incarico s’inviarono i Cacciatori, e dall’Isoletta fin’a Sora le truppe di linea. Quindi con altra Real Carta de’ventotto novembre di detto anno comandò, che tutta la nominata frontiera presso lo Stato Romano si custodisse da Soldati Provinciali, e si diede il comando a D. Giovanni Benet Tenente Colonnello, e Comandante del V Reggimento de’ medesimi; ma cessò finalmente detta febbre, ed otto Febraio mille ottocento cinque si tolse il cordone. Si erano ritirati i Francesi dalla Puglia, dove per più tempo alloggiati avevano, prendendo la marcia per la Lombardia, poiché si erano incominciate le ostilità per parte dell’Imperadore Austriaco unito colla Russia. Ad essi parimenti il Re Ferdinando IV; e sbarcarono nel Regno Moscoviti, ed Inglesi, ed i primi si acquartierarono in Sangermano, ed in Mignano; ed i secondi in Sessa, e Trajetto, ma per la Battaglia di Austerlitz terminata colla disfatta degl’Austro – Russi, avvenne la pace, ed allora le dette straniere truppe sbarcate in Napoli di nuovo s’imbarcarono. Quindi s’incamminò l’esercito Francese verso lo Stato Romano per invadere il Regno, ed il Re partendo per la Sicilia a ventitré Gennaro mille ottocento sei, lasciò S. A. R. il Principe Ereditario suo figlio al governo del reame, dandoli le più ample, ed illimitate facoltà, e potere. Il medesimo pure abbandonò la Capitale, poiché il numeroso esercito Francese era entrato nello Stato Romano, e situossi verso il Tronto, e nelle Provincie [PAG. 30] Campagna, e Maremma, alloggiando parimenti nelle piccole terre della frontiera. Da Ciprano sortì l’avvanzata per l’Isoletta a otto Febraio, e nel giorno susseguente dal Quartier Generale di Ferentino si diede fuori un Proclama diretto a Popoli del Regno di Napoli da SAI Giuseppe Napoleone Buonaparte, intitolandosi Principe Francese, Grande Elettore dell’Impero, Luogotenente dell’Imperadore, Comandante in capo dell’armata di Napoli. L’esercito continuò la marcia per l’Isoletta, per Fondi, e per l’Abruzzo, ma il numero maggiore si incamminò per la prima e quei, che situati stavano in Valle Corsa, per Lenola si unirono alla colonna presso Gaeta, che rimase bloccata; e quei, che in Falvaterra alloggiavano, fecero rotta per San Giovanni Incarico, per Pontecorvo, per Aquino, e Sangermano, dove giunsero gli altri accantonati nel Monte San Giovanni, e sue adiacenze per l’Isola di Sora, Arce, e Roccasecca. Il maggior numero marciò per l’Isoletta sotto il comando di S. A. I., e continuò il careggio per giorni quindici, e molti carri rimasero dietro per la pessima strada. Si rendé Capua, e la Capitale, e poi parte delle truppe marciò per la Calabria, e Puglia, comandate parimenti da S. A. I., e furono soggiogati, e dispersi i soldati Napolitani, e quietate quindi quelle popolazioni, fé ritorno in Napoli. Ivi a undici maggio fé la solenne entrata, e fu il novello Re ricevuto nel Reclusorio dal Governadore [PAG. 31] della Città, dal Senato, e dal Commissario Generale della Polizia, dopo avergli consegnate le chiavi, continuò il cammino col nobil seguito, e tra truppe squadranate, e nella piazza del Mercatello trovò eretto un superbo arco trionfale, e vi rinvenne il Cardinale, e Clero, e sotto il pallio accompagnato entrò nella chiesa dello Spirito Santo nobilmente apparata, e con scelta musica terminò la funzione. Il Cardinale lasciò gli abiti Pontificali, e tutti a piedi col Re si condussero nel Real Palazzo, ed avanti si era formata una macchina rappresentando il Campidoglio e su il cavallo in vece dell’Imperadore Adriano figurava quella del nuovo Re Giuseppe Napoleone. Fu ricevuto dalla nobiltà, e dalle Magistrature, e per tre sere furono illuminazioni, musiche, e la strada di Toledo tutta illuminata era di gradimento ad ogni ceto di persone dell’uno, e dell’altro sesso, e senza impedimento di carrozze, passeggiarono fin’a notte avanzata.

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