L’odissea degli Internati Militari Italiani della provincia di Frosinone nell’inferno del Terzo Reich


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Di Vito Erasmo e Di Giorgio Franco, Cassino 2017.

 

Prefazione

L’8 settembre 1943 ha rappresentato un vero e proprio spartiacque per tutti gli italiani, civili e militari. L’annuncio dell’armistizio fu accolto dalla popolazione italiana e dai militari dislocati nei vari fronti di guerra allo stesso modo. Una iniziale euforia, con scene anche di tripudio nell’errata credenza che l’annuncio sottendesse alla fine degli eventi bellici, cui si andarono sostituendo, immediatamente dopo, avvilimento, sconcerto, delusione e scoraggiamento perché la guerra continuava, non solo, ma anche con la presenza di un ex alleato rancoroso.

Iniziò così il dramma vissuto da migliaia di giovani dell’esercito italiano. Molto spesso si ignora o si tende a dimenticare, volutamente, non solo che i primi episodi di resistenza armata si ebbero a opera di componenti delle Forze armate ma pure che i militari dettero un significativo contributo alla guerra di liberazione. Non pochi furono quelli che decisero di entrare a far parte di bande partigiane greche, albanesi o titine, o di quelle operanti sul territorio nazionale, così in Piemonte e Liguria dove quasi la metà degli effettivi erano militari. Altri combatterono strenuamente ma vanamente. Uno degli episodi più noti fu quello di Cefalonia, ma avvenimenti simili si ebbero ad esempio anche in altre isole greche come Corfù e Kos, così come vari militari reagirono a Roma armi alla mano già qualche ora dopo l’annunzio dell’armistizio. Il 9 e il 10 settembre uomini dei Granatieri di Sardegna e dei Lancieri di Montebello, assieme a militi dei Carabinieri e della polizia, coadiuvati da civili spontaneamente armati combatterono contro le forze tedesche all’Eur, nei pressi del Ponte della Magliana, a Porta San Paolo, dove, in quello che è considerato il primo evento della Resistenza italiana, caddero in 597, di cui 414 militari e 183 civili.

Anche nel prosieguo della guerra componenti delle Forze Armate nazionali continuarono a offrire il loro contributo e il loro tributo di sangue nella guerra di liberazione. Nei mesi in cui il fronte bellico sostò su questo territorio una delle pochissime bande partigiane che operò lungo la Linea Gustav fu quella organizzata dal capitano Antonio Gagliardi, originario di Sant’Andrea del Garigliano, conosciuto in ambito resistenziale con il nome di battaglia di T13.

Tornando alle vicende verificatesi subito dopo l’8 settembre 1943, su poco più di un milione militari italiani rastrellati soprattutto in Grecia, nei Balcani, nell’estremo nord est d’Italia, circa duecentomila si dettero alla macchia, qualche migliaio morì negli scontri a fuoco con i tedeschi, mentre tutti gli altri, disarmati anche facendo uso dell’inganno con la falsa promessa che sarebbero stati rimpatriati, furono avviati, in qualità di prigionieri di guerra, in campi di transito denominati Dulag (Durchgangslager). Qui furono soggetti a pressanti insistenze affinché continuassero a combattere a fianco della Germania. Circa il 10% accettò, impiegati poi a supporto della Wehrmacht. Invece quelli che avevano opposto resistenza al momento della cattura furono trasferiti per punizione sul fronte orientale come lavoratori. Mentre una parte perì nell’affondamento dei battelli e piroscafi che li stavano trasportando dalle isole greche alla terraferma silurati da mezzi navali inglesi e un’altra parte fu trattenuta nelle zone di cattura, utilizzati come forza lavoro, per la gran massa dei non optanti si spalancarono le porte dei lager nazisti. Sottoposti fin dall’inizio a un trattamento umiliante e brutale, ammassati su carri bestiame, furono deportati e internati in lager definiti Oflag (Offizier-Lager) nei quali furono relegati gli ufficiali, Stalag (Stamm-Lager) destinati alla truppa, in sottocampi (Zweiglager) e campi di lavoro (Arbeitskommandos) dove furono perquisiti, spogliati di tutti gli oggetti di valore, marchiati con un numero che divenne il loro nuovo nome. Non vennero considerati dei prigionieri di guerra ma fu loro assegnato l’inedito status di Internati Militari Italiani (Imi) non riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra del 1929 in quanto assegnato ai militari di uno Stato belligerante che si rifugiano in uno Stato neutrale, per cui furono sottratti anche dall’assistenza della Croce Rossa Internazionale. Quindi nel settembre 1944 furono trasformati in lavoratori civili, costretti, a eccezione, inizialmente, degli ufficiali, al lavoro coatto, obbligati anche a contribuire allo sforzo bellico tedesco. Ammassati in baracche fatiscenti, umide e sovraffollate, vissero quasi due anni patendo il freddo e, in particolare, la fame, in una situazione caratterizzata da pessime condizioni igieniche e da una insufficiente assistenza medica, sottoposti alle angherie dei carcerieri, ai bombardamenti degli alleati, con il morale bassissimo anche per le preoccupanti, seppur scarse, notizie provenienti dalla madrepatria, con un servizio di distribuzione della posta e soprattutto dei pacchi viveri spediti dalle famiglie mal funzionante ma assolutamente inesistente per i territori del Mezzogiorno d’Italia. Stupisce, come si evince dai ricordi di ex-Imi riportati anche in questo volume, che giovani provenienti da questo territorio, casomai mai allontanatisi dai propri luoghi di origine, siano riusciti ad adattarsi alla difficilissima situazione imparando difficili lingue come il tedesco e il russo, capaci pure di operare al meglio per la salvaguardia personale e per quella dei propri commilitoni. Liberati dall’avanzata degli eserciti alleati da est e da ovest nell’estate del 1945, in molti si misero in marcia a piedi o con i mezzi più disparati, attraversando l’Europa centrale, mendicando o barattando di città in città, pur di ritornare al più presto in Italia, mentre invece molti altri attesero, anche quasi un anno, il rimpatrio.

Al loro rientro, il dramma degli ex-Imi, non suscitò interesse, tutt’altro, sia nella società civile sia nelle stesse istituzioni italiane che avrebbero dovuto apprezzare la loro fedeltà alla Patria e il rifiuto di combattere una guerra civile a fianco dei nazisti o inquadrati nella Rsi. Secondo alcune interpretazioni storiche il disinteresse fu dovuto alla fretta di voler dimenticare gli orrori della guerra e di voler ricominciare a vivere. Tuttavia alcune testimonianze, riportate anche in questo volume, sembrerebbero contraddire queste interpretazioni come starebbe a dimostrare l’accoglienza da «schifo» ricevuta da ex-Imi in alcune stazioni ferroviarie di città italiane. La rimozione delle vicende riguardanti gli ex-Imi dalla memoria collettiva nazionale, cui contribuì anche il silenzio nel quale si rifugiarono molti di essi, ma che, tuttavia, non erano sconosciute né all’opinione pubblica né alle autorità militari e politiche, ha riguardato anche la ricerca storica. Alle primissime testimonianze pubblicate nell’immediato secondo dopoguerra, fece seguito oltre un trentennio di silenzio sulla questione. Gli Imi, i quali rappresentavano i resti di quell’esercito che aveva combattuto al fianco dei nazisti, risultarono esclusi dalla storia della Resistenza, al massimo fu riconosciuta la partecipazione a una resistenza «passiva», non armata, anche se aleggiava, insensatamente, l’ombra che il loro rifiuto alla Rsi e alle pressioni tedesche non fosse stato motivato da una vera militanza antifascista così come, dopo aver combattuto dalla parte sbagliata, non avessero preso parte, anche se forzatamente, a quella guerra partigiana capace di indurre la rinascita morale e politica dell’Italia. Solo a partire dagli anni Ottanta apparvero pubblicazioni sulla materia, anche se di carattere generale. Pure in provincia di Frosinone non sono state svolte, nel corso di questi ultimi settant’anni, delle ricerche che ricomprendessero l’intera dimensione territoriale. Certo si sono avuti degli studi, anche documentati, ma solo a livello di singole aree, tuttavia ciò che risultava mancante era una visione d’assieme di tutti e 91 Comuni della provincia. La lacuna è stata ora colmata da questa nuova pubblicazione frutto di un’approfondita, lunga e accurata ricerca. Dalle pagine del volume, di cui circa un terzo dedicate all’elenco dei militari scomparsi nei campi di concentramento germanici, si ha la percezione della dimensione della tragedia in cui i dati locali appaiono confermare quelli nazionali. Con l’eccezione di due soli Comuni (Acquafondata e San Biagio Saracinisco), tutti gli altri 89 hanno offerto il proprio tributo alla drammatica vicenda con ben 617 giovani di questo territorio che non hanno più potuto farvi ritorno (di cui ben 34 di Sora). Certo, come avvertono gli stessi autori, non si tratta di una indagine esaustiva. Considerata la complessità e vastità della questione, infatti, ulteriori nominativi potrebbero essere rintracciati in altre banche dati, in altri archivi, soprattutto quelli di famiglia, nelle carte lì conservate.

 

Gaetano de Angelis-Curtis

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