Vita e morte senza miracoli del tenente Gabriele Grande di Frosinone. Diario di un ragazzo soldato.


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Studi Cassinati, anno 2017, n. 3
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di Cristiano Turriziani*

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Foto di Gabriele Grande su cui vergò la sua firma.

Foto di Gabriele Grande su cui vergò la sua firma.

Gabriele Grande1, figlio di Vittorio, era nato a Frosinone il 25 marzo 1889 e compì i suoi studi diplomandosi presso il Liceo ginnasio «Conti Gentili» di Alatri. Il 10 maggio 1915 aveva ricevuto la lettera di assunzione alle Regie Ferrovie dello Stato, una notizia che era stata presa dalla famiglia Grande come un qualcosa da ricordare negli annali, una di quelle notizie da pranzo della domenica. Tuttavia proprio in quei momenti si era in quello che è passato alla storia come il «radioso maggio» cioè quell’arco di tempo che precedette la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria del 23 maggio. In quelle tre settimane si operò per il richiamo alle armi delle varie classi di soldati e proprio quel 10 maggio, presso l’allora Distretto militare di Frosinone, furono affissi i manifesti che annunciavano la mobilitazione generale.

I ragazzi del 2° scaglione della classe 1889, compreso Gabriele Grande, giunsero alla caserma di Viterbo e furono raggruppati nel 59° Reggimento fanteria “Calabria”. Il II Battaglione fu posto al comando dei capitani Umberto Barchiesi (1888-1916) e Giovanni Pedrazzoli (1890-1918) entrambi decorati di Medaglia di bronzo al V.M.; essendo di stanza il III Bersaglieri seguì alle loro quella del capitano, e avvocato del foro di Sora, Domenico Serafini caduto sul Col di Lana il 26 maggio 1916 per la strenua resistenza sua e della truppa, ricordato da una sbiadita lapide posta di fronte all’episcopio della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

La brigata “Calabria” partì il 15 maggio da Roma e raggiunse il 25 la zona di Agordo, alla dipendenza della 18ª divisione. Il 5 luglio iniziarono le operazioni per l’attacco agli sbarramenti dell’alto Cordevole alle quali vi concorse operando nella zona del Col di Lana. L’8 luglio il I e il III/59° occuparono lo sperone Col di Lana-Castello, favoriti dall’avanzare della 6ª compagnia sullo sperone Col di Lana-Agai; tuttavia nei giorni successivi ulteriori tentativi di avanzata incontrarono una tenace resistenza e pertanto non riuscirono. Il 28 luglio il 59° e il 60° Reggimento passarono a operare sul costone di Salesei, sempre sul Col di Lana. Il 2 agosto venne ripresa l’avanzata: il II/60° raggiunse e occupò una trincea nemica sul cosiddetto “Panettone” del Col di Lana. Tuttavia, essendo stato fatto segno da un intenso tiro di artiglieria, fu costretta a lasciarla dopo avere subito rilevanti perdite. La notte sul 28 agosto il 59° sostituì il 60° e il mattino successivo il III/59°, avanzando sul costone di Agai, riuscì, malgrado la vivace resistenza incontrata, a portarsi fin sotto la posizione nemica detta “Cappello di Napoleone”. Ai primi di ottobre, riprese le operazioni, alla “Calabria” fu assegnato il compito di attaccare la zona fortificata La Corte-Montagna del Sief, per poi procedere alla completa conquista del Col di Lana. L’azione si svolse fra il 18 ottobre ed il 2 novembre. Le truppe della brigata si addentrarono nella zona del forte La Corte, diroccato dalle artiglierie italiane, ma, violentemente contrattaccate, furono costrette a ripiegare. Due battaglioni del 59° che, insieme con uno del 51°, costituivano una colonna speciale al comando del tenente colonnello Garibaldi, riuscirono il giorno 26 ottobre ad impadronirsi oltre che della forte posizione detta “Cappello di Napoleone”, anche della sella ubicata tra “Cappello” e Cima Lana. Il 7 novembre, infine, il III/60°, con un magnifico attacco riuscì a raggiungere la Cima del Col di Lana, ma nella notte ne venne ricacciato da un contrattacco. Il 20 novembre due compagnie speciali del 59° e due del 52° tentarono di riprendere la Cima Lana. Tuttavia l’attacco, condotto in condizioni atmosferiche pessime, non riuscì nonostante le perdite notevoli. Il 31 dicembre la brigata si trasferì nella zona Caprile-Alleghe, dalla quale i reggimenti andavano alternativamente a presidiare le posizioni del Col di Lana2.

Zio Gabriele era lì come tutti loro; con il grado di sottotenente perché a lui che aveva studiato gli era stato consentito di frequentare la scuola sotto ufficiali. Tuttavia in mezzo al crepitio delle armi dovette presto scoprire che non esistevano gradi né mostrine e che la guerra, quella guerra avrebbe coinvolto intere generazioni.

Fin dai primi momenti aveva iniziato ad annotare sensazioni ed emozioni nonché vicende nelle quali si trovò coinvolto, in un Diario che tenne con lui sino alla sua morte e poi inviato col postale alla mamma e alla sorella che gelosamente lo custodiranno.

Quel 15 maggio 1915 la tradotta iniziò a muoversi sulle rotaie del viterbese per raggiungere il fronte. Il viaggio fu affrontato con entusiasmo, anche se dovette apparire interminabile. Passate le stazioni di Grotta di S. Stefano, Sipicciano, Attigliano arrivò lo stesso giorno alle 11 per ripartire alle 6.00 e attraversare la Toscana con Alviano, Ficulle, Città della Pieve, Chiusi; poi Panicate, Castiglion del Lago, Terontola, Costone, Castiglion Fiorentino, Frassineto, Arezzo, Rondine, Laterna, Bucine, Montevarchi, S.Giovanni Valdarno, Figline, Incisa, Bignino sull’Arno, Sant’Ellero, Pontassieve, Campobbi, Campo di Marte, Firenze – ed erano già trascorsi tre giorni; infine Castello, Sesto Fiorentino, Calenzato, Prato, Montale, Pistoia fino su a Porreta sopra l’Appennino. Il giorno successivo alle 5 del mattino ripartì per Bologna poi fu la volta di Ferrara, Rovigo, Monselice, Padova, Camposampiero, Castelfranco Veneto, Fanzolo, Montebelluna, Cornuda, Pederobba Molinetto, Albano, Fener, Valdobbiadene, Quero, Vas, Feltre.

Sebbene consapevoli di una guerra delle nazioni, soldati semplici, otto ufficiali e sotto ufficiali, stipati come le mucche, felici si lanciavano in impeti di baldoria così come ci racconta zio Gabriele nel suo stesso Diario: «è un gran baccano – scriveva il 23 maggio 1915 – i treni si fermano a tutte le stazioncine che incontriamo; tricolori festanti fanno di qualche nuvolaglia presente nel nostro percorso un cielo sempre primaverile; gente che sale e scende in una euforia confusa sui treni che si fermano !?! c’è chi saluta con la mano, chi piange da lontano chi si da l’ultimo bacio e ancora uno che non ne basta … e poi festa. Una festa a cui non mi sembra mai di aver assistito; il mondo attorno a noi sembra essere impazzito mentre noi stessi ci apprestiamo a scrivere la storia delle future glorie». «Il Re Vittorio Emanuele l’ha ordinato e Cadorna ce l’ha promesso; l’ha promesso alle forza di terra, di cielo e di mare: strapperemo in meno di un mese le irredenti terre Italiane alla spocchiosa Austria e porteremo come trofeo l’ Aquila bipenne e noi ci crediamo perché in fin dei conti siamo un po’ tutti figli suoi ed un padre non si è mai visto o sentito che voglia male ad un figlio».

Non è poi troppo difficile immaginarsi la loro euforia, frammista a stupore e senso di inadeguatezza, quando sul treno furono fatte girare delle carte topografiche incomprensibili frutto di una approssimativa cartografia militare “rubata” al nemico. Non si sapeva nulla; né dove vi sarebbe stato collocato fisicamente il campo base, dove avrebbero montato l’ospedale da campo con l’infermeria nel caso ci fossero stati feriti, né la foresteria. E poi armi, munizioni, viveri? Certo era tutto dietro, tra le loro bisacce, ma dove si sarebbero sistemati? dove, vettovaglie e viveri? Non riuscivano a farsi un’idea su quella carta straccia di come sarebbe potuto essere il terreno che avrebbero trovato. Quali tranelli avrebbe nascosto loro e con quali astuzie avrebbero superato o raggirato i mille ostacoli di natura impervia? Non erano tenaci uomini di montagna conoscevano a mala pena le loro per avere fatto delle piccole esercitazioni su quelle colline situate nel Viterbese ma, quelle montagne, quei colossi granitici di dolomia pensavano forse che potessero esistere solo nei libri di fiabe. Ciò probabilmente – con narrativa invenzione – cogitava il buon zio Gabriele salendo su al nord con la tradotta. Dico probabilmente perché il tutto gli sembrava venisse offuscato da una parte da un senso di euforia dall’altra di ansia e vacuità.

Giunti alla stazione di Feltre, lasciarono il treno e il 26 maggio 1915 alle ore 07.00 in punto ripartirono in fretta, giusto il tempo di caricare qualche carrettino e di organizzare i loro zaini, il loro equipaggiamento e le loro pesantissime bisacce. Ad ognuno era stato affidato un fucile «Carcano modello 91» con baionetta, mentre agli ufficiali una sciabola di ordinanza e una pistola «Glisenti» 9mm. Al resto del battaglione furono affidati degli obici da 280mm, delle granate Besozzi e per coloro che si piazzarono sul «Cappello di Napoleone» furono date anche tre mitragliatrici «Fiat-Revelli Mod. 1914» in uso anche al II battaglione dislocato sul Costone di Salesei.

I fanti del Reggimento “Calabria” a piedi, tra polvere e un gran fragore, si portarono su alla volta di Belluno e giunsero nell’Agordino fino a Livinallongo del Col di Lana sulla linea di quel confine su cui vennero scritte con il sangue le concitate pagine di storia che i giovani – anche quelli di oggi – attraverso il racconto degli anziani ancora dettagliatamente conoscono. Raggiunsero così il cuore dell’Austria Felix, massima rappresentazione, più di Trento e Trieste, forse, di quell’ Austria che non voleva mollare.

«Facemmo una lunga ed estenuante marcia per Lentiai e da lì la mattina del 26 maggio per arrivare a Cencenighe. Lì si incominciarono a vedere i primi soldati nostri recare seco bisacce cannoni vettovaglie e approvvigionamenti, lontani dalla linea del fronte, non ci rendevamo conto di cosa potesse essere la vita lassù. La notte del 27 maggio avanzammo con tutto il battaglione per arrivare a Caprile dove ci sarebbero stati impartiti successivi ordini per raggiungere la nostra postazione verso il Costone di Salesei in Austria. Da Livinallongo del Col di Lana percorremmo la strada Dolomiti e tra spari che già ci gettavano addosso e pietre lungo tutto il percorso raggiungemmo la prima trincea a quota 1023 m.».

Da li nacque il motto del Reggimento Alpini “qui non si passa” ; su quella catena di cime che dal ghiacciaio dell’Adamello creava una cordigliera fino alle Tofane il Col di Lana che di questo castrum montano rappresentava la torre di vedetta. Zio Gabriele assieme alla sua generazione ci avrebbe lasciato la vita e quella montagna chiamata impropriamente Colle sarebbe divenuta in termini storici un altro dei ’48. Si perché se è vero che la nostra Prima guerra mondiale è stata più volte ribattezzata la IV guerra di indipendenza, vero è che il passaggio tra il romanticismo della Repubblica Romana e la spietatezza della guerra di trincea, di shrapnel, dissenteria e dissanguamento trova nel Col di Lana il suo più specifico confine. Lì ogni cosa assunse il grido di una intera generazione; dall’una all’altra parte. Lì ogni cosa diventò ossessiva al parossismo perché dall’altra parte – quella austriaca – si tentava di difendere questa postazione tattica, dalla nostra invece questa postazione passò da tattica a vitale senza tenere conto degli altri due fronti (orientale e occidentale) che malgrado tutto sarebbero rimasti scoperti. Il Col di Lana fu un tritacarne a cielo aperto e quello che i nostri soldati videro e scrissero non è di certo secondo al bombardamento di Montecassino o alla guerra del Vietnam. In più l’inadeguatezza dell’equipaggiamento dei mezzi e il grigio e freddo inverno giocarono una guerra nella guerra; la stessa che nessuno aveva previsto.

«Neanche una mese fuori casa e penso spesso a voi tutti», scriveva nel Diario il 30 maggio 1915. Non doveva essere una sensazione particolarmente spiacevole; in un misto tra paura, nausea e un senso di spaesante entusiasmo. Ma man mano che i furiosi assalti alle trincee nemiche e le strenue difesi si susseguivano ecco che il tono muta e ci si ritrova di fronte a un testo scritto con il sangue e vissuto con i nervi probabilmente più a pezzi che saldi e resistenti. Anche i colori più tenui – via via scorrendo – hanno la capacità di divenire cupi e quando «non si vorrebbe pensare» ci si ributta su qualche regola grammaticale della lingua latina studiata in quel di Alatri al Convitto dei «Conti-Gentili». Zio Gabriele ebbe – nella sfortuna della sua morte – la fortuna di non comprendere perfettamente ciò che stava accadendo. Nei suoi scritti sparsi e per certi versi molto sbrigativi vi è la necessità della comunicazione di un disagio che tra l’altro era pedissequamente censurato e che avrebbe potuto causare – in tempi di inasprimento, così come è poi successo – la stessa fucilazione per reato di infamia e di tradimento.

Per qualche tempo, a parte piccoli movimenti localizzati in una zona compresa tra il Castello di Buchenstein e quella che divenne la «Ridotta La Marmora», poi denominata l’Infantriestellung austriaco, non ci furono grandi operazioni. Poi d’improvviso in una notte «venti trenta lampi e poi il silenzio; il cielo notturno era solo pieno di stelle le stesse che si vedevano giù in collina da noi ma più luminose. Poi una pioggia di pallini di piombo e strazianti e insopportabili urla rompevano quel finto silenzio notturno». È il 20 luglio 1915 una notte come tante; la truppa di zio Gabriele è di vedetta. Notte silenziosa, un po’ umida e fredda; all’altezza del Sett Sass gli austriaci provano la loro nuova arma: il lanciafiamme e le vampe e i “fuochi” forse derivano da ciò. Poi qualche minuto di tregua e iniziano nel buio a lanciare quegli «aggeggi infernali», come li definì Gelasio Caetani3, che erano le shrapnel.

A fine luglio le Brigate di Fanteria Alpi e Calabria e il III° Bersaglieri tentarono la conquista, senza successo e con alte perdite. Quindi il 15 agosto 1915, dopo numerosi attacchi, i Bersaglieri riuscirono a conquistarne una posizione, appunto la «Ridotta La Marmora», mentre il 18 ottobre ripresero gli attacchi verso la cima e sui fianchi del monte.

Scriveva zio Gabriele il 10 ottobre 1915, dopo aver riportato diverse ferite per l’attacco voluto dal comandante Peppino Garibaldi (lo stesso che piantò in inverno il tricolore sulla vetta) sferrato alla vetta il giorno precedente: «Mamma! oggi è gran fragore anche la campana giù in paese suona forti rintocchi e sembra non volersi fermare più!?! L’Italia nostra si è riappropriata delle sue terre. Il bipenne stanco è planato sfinito con l’ala insanguinata sulle tristi cime del Col Di Lana». Fu una vittoria di Pirro che, però, tutto il Reggimento accolse con l’animo in fiamme. Poco dopo, infatti, sarebbe stato condotto dagli austro-ungarici uno dei contrattacchi peggiori della Prima guerra mondiale, ancor prima della Strafexpedition, e furono mietute vittime come spighe di grano. Quegli attacchi, che dal Costone di Salesei e dal costone Agai al Sett Sass muovevano verso il Col di Lana con i loro rocamboleschi e inadeguati assalti, hanno spazzato via una generazione di sicuro non pronta e mal equipaggiata per affrontare un conflitto; una generazione che però ha dato alla propria sopravvivenza e a quell’ideale Italia, anima cuore e corpo.

Di lì al freddo novembre l’epilogo sarebbe stato il dramma. Si legge infatti nel Diario del 59° fanteria: «Addì 20 Novembre 1915 sabato: La 5ª compagnia rinforzata dai disponibili del 5° battaglione sino a raggiungere la forza dei 190 uomini alle ore 14,00 si porta sul Costone di Agai per presidiare la posizione avanzata. Perdite della Giornata: truppa morti 1 feriti 45 ammalati del giorno 19 (segno irriconoscibile) 210. Domenica 21 novembre 1915. Situazione invariata; Ufficiali morti 1, truppa morti 1 e feriti 22».

Con ogni probabilità ciò che rimase di zio Gabriele, ufficiale caduto il 20 novembre, è stato conteggiato qui e qui consegnato all’oblio della storia scritta da gente comune.

3 Turriziani 2In ogni foglio di ciò che si definisce Diario più per il vissuto che per ciò che si intende ad oggi con questo termine (anche se attualmente già di diari non se ne vedono più), scorgere le aspirazioni, la paura, il coraggio e l’animo di un ventisettenne chiamato a morire sui monti “Per la più grande Italia” cantata dal vate D’Annunzio, non dovrebbe essere solo monito alle future generazioni ma dovrebbe far riflettere davvero su ciò che adesso sta accadendo per farci prendere piena consapevolezza di quante differenze sostanziali tra qui ragazzi dell’89 e del ‘99 e le nostre generazioni: loro morti sulle montagne e noi morti di indifferenza e di miseria senza aver avuto nemmeno “l’onore delle armi”.

Il nome di Gabriele Grande campeggia ora, assieme ai suoi convittori, su una stele di marmo collocata nel Liceo ginnasio «Conti Gentili» di Alatri, in quel che una volta fu – assieme al Cicognini di Prato – una eccellenza italiana.

Gabriele Grande da Frosinone (Roma), sottotenente di complemento Reggimento fanteria, fu decorato di due Medaglie di bronzo al Valore Militare. La prima concessa in seguito alla strenua difesa della posizione operata il 9 luglio 1915 (nell’ambito dell’operazione condotta da Peppino Garibaldi) con la seguente motivazione: «Sorpreso dal fuoco delle mitragliatrici nemiche, nonostante le gravi perdite, subite dal reparto, riusciva a mantenere saldamente la posizione occupata – Col di Lana, 9 luglio 1915»; la seconda quattro mesi dopo in occasione dell’azione d’attacco nel corso della quale trovò la morte: «Conduceva eroicamente il proprio plotone all’attacco delle posizioni nemiche, e, dopo aver attraversato un fitto reticolato, stava per guadagnare una trincea avversaria, quando venne colpito a morte – Col di Lana, 20 novembre 1915».

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Note

* Un doveroso ringraziamento per avermi condotto con amorevole senso religioso sui luoghi della Grande Guerra da Livinallongo fin sul Col di Lana va a David Palla e Anna Valcozzena ragazzi del 1990 che custodiscono di quei monti e di quelle valli la storia e il loro “segreto”. Unitamente a loro vorrei ringraziare il «Museo della Grande Guerra –Tre Sass» e, in particolare alla “roccia d’amore” custode di scrigni e segreti, il sig. Loris Lancedelli e tutti i rappresentanti del Circolo culturale Col di Lana-Buchenstein ideatori dello splendido «Museo Mostra della Grande Guerra » di Passo Pordoi a cui ho donato tra i mille e più cimeli lì presenti anche la foto ricordo di un prozio mai conosciuto ma legato a me in termini di costellazioni familiari.

1 Tale era il suo esatto cognome anagrafico e non quello di «Grandi» riportato, erroneamente, nella documentazione militare.

2 Arch. AUSSME, Diario del 59° e 60° Reggimento “Brigata Calabria”, per gentile concezione. Rintracciabile anche sul sito internet http://www.ilfrontedelpiave.it.

3 G. Caetani, Lettere di Guerra di un Ufficiale del Genio dal 29 Agosto 1915 al 17 Agosto 1918, Ed Fondazione Camillo Caetani, 2007.

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