Lʼantica via di comunicazione «Porta del Mercato Vadogrande». Appunti di toponomastica alvitana.


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«Studi Cassinati», anno 2018, n. 1
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di Domenico Lollo

Tra le arterie stradali alvitane più antiche e degne di approfondimento, sia nell’ambito dello studio della toponomastica, sia per quanto riguarda la presenza di vestigia storico-archeologiche, va evidenziata quella che un tempo rientrava sotto la definizione di «Porta del Mercato Vadogrande». Tale toponimo, che interessa i mappali catastali 23, sviluppo allegato A, 25, 29, 34, 35, 37 e 38 del Comune di Alvito, non trova più riscontro nello stradario anagrafico comunale, assumendo oggi, a seconda dei tratti, nomi diversi. Nonostante le modificazioni intervenute nel tempo, con conseguente frantumazione e intreccio in strade vicinali, cioè strade private al servizio dei confinanti, il tracciato storico dell’arteria in questione può essere ancora seguito in modo unitario.

Il citato toponimo fa riferimento, da una parte, a una delle porte presenti nella cinta muraria medievale, richiamando, in particolare, la presenza di un mercato che si svolgeva fuori dalle mura, dall’altra al termine «vado», che sta per guado (in dialetto «uat»), un luogo che consentiva lʼaccesso a unʼarea ben definita, nella fattispecie un largario, mediante il quale si usciva dal (o si entrava nel) centro storico, principalmente con lo scopo di recarsi in (o di far ritorno da) Atina. Alcune carte topografiche riportano, infatti, il nome della strada preceduto dalla ripetizione di guado («Strada Porta del Mercato vado Vadogrande«), dove il primo potrebbe indicare la prima persona singolare del verbo «andare». Il percorso prende lʼavvio dalla Porta del Mercato, cui si accede da Largo di S. Simeone, ove è collocata lʼomonima Collegiata e Chiesa madre. Appena al di là e sulla destra della porta, in corrispondenza delle mura di cinta, è possibile osservare unʼedicola votiva, di più recente collocazione, raffigurante una Madonna che allatta il Bambino. Lo stesso tema sacro ricorre, per quanto consta, in altre due edicole presenti nel territorio alvitano1. Sempre sullo stesso lato della strada, murata alla sinistra della porta dʼingresso di una casa caratterizzata dal riuso di elementi architettonici dell’antico maniero, e appartenente a un ramo della storica famiglia Castrucci, è stata collocata una lapide, in pietra locale e mancante della parte inferiore destra, proveniente dalla frazione «Castello», dove si leg-ge: «Anno Domini millesimo trecentesimo septuagesimo secundo. Angeli custodia Albetum caelo tueatur diebus noctibusque»2.

Iscrizione ex castello.

Iscrizione ex castello.

La prima parte del tracciato fuori la Porta si sviluppa, in discesa, su una scalinata suddivisa in tre rampe, che assicurano una confortevole percorrenza, attutendo il ripido dislivello. Per quanto non se ne conosca il periodo di realizzazione, la scalinata risulta già realizzata alla fine del XVII secolo, durante il dominio feudale dei duchi di Alvito, in quanto raffigurata in uno dei coevi stucchi presenti nella Villa Gallio a Posta Fibreno. Sulla destra, scendendo, pochi metri prima del termine della stessa, si trova un monumentale lavatoio in pietra locale, a cinque fornici (di cui due più grandi), sovrastato da terrazzamento. Al suo interno si trovano 15 fontanili. Attualmente chiuso al pubblico, esso fu realizzato nel 19103, in concomitanza con lʼarrivo dell’acqua da Val Canneto.

Terminata la scalinata, la discesa prosegue verso il “castellettoˮ di proprietà di una famiglia Mazzenga, ma realizzato, all’inizio del secolo scorso, da Antonio Castrucci, di fronte al quale si trova un gruppo di case dell’Ina, il cui piazzale di accesso reca la denominazione «Piazza del mercato vecchio». Lʼarea adibita al mercato si estendeva, probabilmente, dalla osservata Porta fino al Convento di San Nicola. La stessa area era in passato delimitata, sia a destra che a sinistra, come si apprende dalla Descrizione del Ducato d’Alvito, da due arboreti: quello di levante apparteneva alla famiglia Del Tinto; quello occidentale era, invece, dei Claro4.

Davanti il fabbricato Ina, la strada si divideva: una proseguiva in direzione Gallinaro, attraversando le località S. Rocco e Airella; lʼaltra, svoltato un tornante, ubicato dietro lʼarea in cui è ospita una cabina elettrica, raggiungeva il largario di S. Nicola. Quest’ultimo tratto, non più esistente, proseguiva costeggiando il muro di sostegno del citato largario ed era caratterizzato dalla presenza di un fossato. Lungo lo stesso tratto, di fronte lʼingresso dellʼex-convento, si trova la fontana chiamata «Sotto S. Nicola», all’inizio del XIX secolo attestata come «a passo sotto il convento»5. Fino a qualche anno fa, un sentiero la collegava al quadrivio con la vicinale «Rampe di S. Nicola», nelle cui vicinanze (circa 80 m. dal quadrivio) si trova unʼaltra ma ben più nota fontana, quella «dei Monaci»6.

Proseguendo in via retta, e in discesa, si giunge all’incrocio con la strada provinciale «Fondovalle», nel tratto di essa detto «Via comunale Stradone», ritenuta un limite della centuriazione romana. Si tratta di unʼimportante arteria di collegamento tra la «Sferracavallo», cioè la strada Cassino-Sora, e i centri pedemontani di S. Donato Val di Comino e Settefrati. Il suo percorso, prima della realizzazione della provinciale Borgo di Alvito-Alvito-S. Donato, passava davanti le antiche chiese di Santa Maria del Campo e di San Felice. A distanza di circa 100 m., si giunge ad un altro incrocio, questa volta con la strada vicinale «Spinelle» (sotto la cui indicazione è stata aggiunta, qualche anno fa, una tabella recante «Via Francigena»). Si incontra, successivamente, il fosso di S. Rocco7, il cui toponimo è legato, oltreché all’omonima località poco più a monte, alla chiesa e al culto dedicati al Santo di Montpellier. Oltrepassato il fosso, da una parte si osserva lʼodierno campo sportivo, all’opposto la località Aringo (in dialetto «Arign»), luogo in cui ˗ suggerisce il toponimo, di origine longobarda ˗ si tenevano riunioni.

Poco oltre, si giunge all’incrocio con la vicinale «Via del Colle». Come documenta il mappale catastale 26, lʼarea dell’incrocio è piuttosto ampia e di natura demaniale. Proseguendo il percorso, insiste unʼarea in cui dovette sorgervi la chiesa di Santa Felice (Felicia), la cui presenza, stando ai regesti di Pietro Diacono, è attestata nel 1078. Tale edificio di culto, abbandonato sino a diventare rudere, che a livello locale era identificato con il nome «Casarmegl», sarebbe stato del tutto demolito durante i lavori di ampliamento e sistemazione della strada. Nella stessa area, nel corso di recenti lavori di posa in opera delle tubazioni del gas (2013), è venuto alla luce, alla profondità del piano di calpestio di circa 30-35 cm., lʼinizio di un vespaio. È quindi probabile che lʼubicazione di Santa Felice coincida con il detto vespaio. Va soggiunto che, nei pressi, residuano alcuni massi squadrati in pietra locale, tre dei quali conservati davanti lʼabitazione di chi scrive. E che, ai lati della vicinale «del Colle», i mezzi meccanici usati per lʼaratura hanno nel tempo riportato alla luce, inevitabilmente distrutti, numerosi utensili in terracotta, testimonianza della presenza di tombe o, per qualche studioso locale, di una villa romana.

Il percorso in oggetto giunge, in seguito, all’incrocio con la vicinale «Antica Joli» (in dialetto «Le Antica Jola»), costeggiando il fosso «La Conca»8. Su di esso esisteva un piccolo ponte, forse di epoca romana (assumendo la vicinanza con altri coevi insediamenti), che fu demolito per far posto a una nuova struttura, in cemento armato. Prima di attraversare il fosso, si osserva sulla destra la fontana «La Conca», anche detta «San Giovanni»9. Il toponimo «La Conca» è ricorrente in questa parte del percorso, interessando, oltreché ponte e fontana detti, insistenze specifiche e unʼarea più estesa ma non ben circoscritta. Secondo lo scrivente, i confini meridionali di quest’ultima sono a valle dell’omonima fontana, come confermerebbe la presenza di due toponimi attinenti: il primo riguarda una località superiore, individuata popolarmente con lʼespressione «in cima alla Conca»; il secondo è relativo a una strada, oggi in disuso, che inizia poco più a valle della fontana e che è censita in catasto come «Strada vicinale antica La Conca»10.

Oltrepassato il ponte, principia una salita che conduce alla cresta del colle. Sulla sinistra, poco dopo la metà dell’erta e in adiacenza alla strada, si trova, in stato di abbandono, un fontanile-abbeveratoio che, realizzato nella seconda metà del secolo scorso, era alimentato da una sorgente presente più a monte, sempre ai margini della strada.

Giunti in cima, vi è un incrocio, sulla sinistra del quale sta la strada vicinale «Colle Buono Serre della Conca», che in quasi tutto il suo percorso in piano, prima di scendere, attraversa la località segnalata come «in cima alla Conca» o, più formalmente, «Colle della Conca». In coincidenza con lʼinizio della discesa, vi è la località chiamata localmente «LʼAntica». Da essa, sulla sinistra, diparte una strada privata che raggiunge, per una discesa di circa 100 m., la località detta «Pagania» (o «Paganìa»), il cui toponimo potrebbe rinviare alla presenza di un antico insediamento o edificio di culto pagano. Nello stradario anagrafico comunale, tale strada è citata come «Via Conca». Nella memoria orale, le aree o località caratterizzate dai toponimi «LʼAntica» o «Pagania» sono contrassegnate dalla presenza di elementi dʼinteresse archeologico. Ritornando all’incrocio in cresta, sulla destra, prima di scendere, vi si trova lʼaia detta «di Castrucci» o «dei Pezzenti».

All’inizio della discesa, sempre sulla destra, si accede alla località chiamata in dialetto «I Barnabit», con chiaro riferimento ai monaci barnabiti di Arpino che un tempo possedevano in loco dei terreni. In proseguo, si succedono diversi incroci: sulla sinistra, quello con la vicinale «Pagliarelle»; sulla destra, quelli con le vicinali «Vallicella», «Valpara» e «San Ritinto». All’incrocio con la vicinale «Vallicella», giunti in località «Serre di Conca», si trovava, come si evince da alcune mappe, «Porta Masetti», che evidentemente costituiva lʼaccesso ad alcune proprietà dell’omonima antica famiglia alvitana.

Edicola loc. San Ritinto.

Edicola loc. San Ritinto.

Poco prima di giungere all’incrocio con la vicinale «San Ritinto», in una località con lo stesso toponimo esiste, adiacente la strada, una casa colonica, in un muro della quale vi è unʼedicola votiva vuota, di cui fino a poco tempo fa non si conosceva lʼimmagine. Il recente restauro della casa avrebbe riportato alla luce un affresco, raffigurante una Madonna che allatta il Bambino, dunque il terzo della serie iconografica alvitana, che, secondo il proprietario dell’immobile, costituirebbe lʼimmagine perduta dell’edicola11. Occorre però soffermare lʼattenzione sull’agiotoponimo «San Ritinto», sul quale si sono registrate diverse ipotesi. Fino a qualche anno fa, si riteneva che un San Ritinto, sconosciuto all’antroponomastica sacra, fosse la rivisitazione popolaresca di un santo «ridipinto» (in dialetto, «rʼtint»); in altre parole, il nome originerebbe, non dall’effettiva raffigurazione, qualunque essa fosse, ma dal fatto che lʼimmagine dell’osservata edicola fosse stata «ritinteggiata». Più di recente, invece, unʼaltra chiave di lettura ha posto il legame tra lʼarea in cui sorge la casa colonica e i suoi antichi proprietari, lʼestinta famiglia Del Tinto. Il più noto esponente di essa era, tra la fine del ʽ500 e lʼinizio del ʽ600, il capitano delle guardie ducali, Alessandro Tinto, in dialetto «Sandr Tint», che, dal punto di vista del parlante locale, ben può equivalere a «San Ritinto». Va qui dato conto del fatto che il detto toponimo interessa anche un edificio, documentato dalle particelle 5 e 6 del foglio catastale 37 (aggiornato al 1988). In corrispondenza di esse, dove si trova una piccola altura, e nei pressi dell’incrocio con lʼomonima vicinale, una mappa borbonica segnalava la presenza di una costruzione, oggi non più esistente, con la denominazione «San Ritinto dir». Si trattava di una cappella direzionale, che serviva di orientamento al viaggiatore. In una parete interna, si suppone esistesse un affresco sacro anch’esso oggetto di «ritinteggiatura». Un intervistato, residente nella stessa area, segnala che la cappella era localmente detta «Casarmegl» (la stessa definizione incontrata per lʼedificio forse dedicato a Santa Felice) e che gli abitanti della contrada, compresi i suoi avi, vi si recavano per recitare il rosario. Il toponimo, come presente nella documentazione, rinvia anche in questo caso alla lettura popolaresca di un santo ridipinto.

Madonna del latte già in San Ritinto.

Madonna del latte già in San Ritinto.

Proseguendo sull’antica arteria stradale, sempre sulla cresta del colle, sulla sinistra si trova lʼincrocio con la vicinale «Fosso Guadardigno», il cui toponimo (dato dall’associazione fra «guado» e «ordigno») richiama un attraversamento complesso, per non dire ostico. Successivamente, entrati in loc. «Vadogrande» (ampio attraversamento di un corso dʼacqua), che segue i «Valloni», si giunge a un quadrivio: a sinistra vi è la vicinale «Antica Guadogrande», a destra una strada privata. La prima risulta senza uscita e al servizio di unʼabitazione, o meglio dei ruderi di essa, e sue pertinenze. In origine, detta strada doveva proseguire; lo stato dei luoghi non consente di poter offrire indicazioni utili, mentre la denominazione e il rinvenimento nei pressi di tegoloni dʼepoca romana può suggerirne le origini12.

Prima del quadrivio, spicca lʼultima abitazione del territorio, a seguito della quale la strada, non più carrozzabile, va in ripida discesa, attraversa il «Fosso Colantuono» e, costeggiandolo sulla destra, trova lʼincrocio con la vicinale «Case Candenne», toponimo che interessa anche la località delimitata, sulla destra, dalla stessa strada e dal fosso sopra richiamato. Tale toponimo, secondo un altro intervistato, trae origine dal nomignolo dato ad un antico proprietario dell’unica abitazione che si trova in loco: siccome era solito cantare tutta la giornata, venne localmente detto «candenne».

Dall’ultimo incrocio registrato, lʼarteria in oggetto, sempre costeggiando il fosso, prosegue in agro di Atina. Lo stesso intervistato riferisce che la località di confine è detta «Riv Rvnin»: al contrario di «Riv», che sta per rio, la seconda parte del toponimo è di difficile interpretazione, a meno che, mutandosi lʼultima consonante (una «v» al posto della «n»), non si voglia intendere «rvniv», che sta, in dialetto, per «ritornavi». Al di là del fosso, si resta in territorio di Alvito, all’altezza dell’incrocio con la strada vicinale «Colle Pizzuto Vadogrande». La presenza di un ulteriore attraversamento di fiume, come testimonierebbe la seconda parte del toponimo, non è però, per lo stato dei luoghi, facilmente riscontrabile.

La strada «Porta del Mercato Vadogrande» configurava, in definitiva, una comunicazione antica (presenza di vestigia archeologiche) e di lunga percorrenza (presenza di cappelle direzionali, funzione alla quale soggiaceva, ad avviso dello scrivente, anche quella antica di Santa Felice), che assolveva soprattutto allo scopo di principale e più diretto collegamento con lʼagro atinate.

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NOTE

1 Una si trova in località Santa Poppa, e più precisamente all’incrocio tra le strade «Santa Poppa» e «Piè la Cesa le Case Penta», ed è stata oggetto di un recente restauro, ad opera dell’artista locale Gianfranco Renzi e a spese del proprietario dell’immobile sulla quale insiste. Sull’altra si avrà modo di soffermarsi nel corso del presente contributo. Una lettura a carattere socio-antropologico di dette raffigurazioni è offerta da L. Villa, Le edicole votive alvitane, in «LʼInchiesta», 11 gennaio 1998, p. 13.

2 Il testo dell’epigrafe, con relativa traduzione (Anno 1372. La protezione dell’angelo custodisca dal cielo Alvito di giorno e di notte), è stato già pubblicato da M. Jacobelli, Origine di Alvito e del suo castello, Sora 1977, p. 13.

3 La data di costruzione si trova scritta per due volte, all’interno del lavatoio, sormontata da altrettanti stemmi civici. Le fornici erano chiuse da inferriate a punta di lancia, le quali, stando alla testimonianza del padre di chi scrive, di professione fabbro, sarebbero state rimosse dall’artista locale conosciuto con il nomignolo «Mʼnegl».

4 G.P.M. Castrucci [ma G.P. Mattia], Descrizione del Ducato d’Alvito nel Regno di Napoli in Campagna Felice, Napoli 1863, pp. 44-45.

5 L. Ricciardi, Le fontane di Alvito nel territorio e nelle carte dell’Archivio storico comunale, Alvito 1989, p. 75.

6 Ivi, pp. 45-47. Ma si veda anche, dello stesso autore, Alvito Terra di S. Benedetto e la fontana dei monaci, Casamari 1985.

7 Gli alvitani lo indicano anche come «Fosso Cʼcucc», dal nomignolo di un compaesano, che era proprietario dei terreni nei pressi delle sponde del fosso.

8 Il fossato presenta una linearità tale, in direzione delle montagne, dà suggerire lʼipotesi che potesse trattarsi di un sentiero, se non di un tratturello.

9 Anch’essa è attestata in L. Ricciardi, Le fontane … cit., pp. 25-28.

10 È possibile che un tempo essa si riallacciasse con le vicinali «Antica Vallicella» e «Via del Colle», che oggi, tuttavia, come nel caso della prima, risultano cieche, cioè senza uscita.

11 Lʼaffresco, tuttavia, è avulso dal presunto contesto originario, essendo conservato all’interno dell’abitazione.

12 Secondo Pierre Toubert, cit. in D. Antonelli, Settefrati nel medioevo di Val Comino, Castelliri 1994, la strada che sia precisata come «Antiqua» deve ritenersi di epoca romana ed essere caratterizzata dal tipico fondo a selciato.

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