La festa dell’Assunzione


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«Studi Cassinati», anno 2018, n. 1
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di Giovanni Petrucci*

Molti dicono che l’orario dell’incoronazione alle undici non risulta opportuno: fa troppo caldo e c’è il rischio che qualcuno si senta male; ma don Gennaro ai criticoni del paese ripete: «La tradizione è tradizione! Come potete avvicinarvi a tavola, se non ricevete la benedizione? Vorreste venirci di pomeriggio, magari ubriachi se avete ritrovato il vino a casa dopo lo sfollamento. La processione dell’Assunta è un avvenimento importante specialmente adesso con tante malattie, con la malaria, con il tifo: serve per innalzare una invocazione, una richiesta di protezione. Quest’anno poi è la prima volta che una Madonna riesce a passare fra le strade del paese».

Difatti, puntuale anche oggi, la Statua si vede ondeggiare dall’alto di via delle Torri tutta sforacchiata dalle cannonate e coperta ancora di calcinacci. Le due schiere di ragazze inneggianti serpeggiavano irregolari, nonostante gli inviti di Giovannino e Pasqualino che si affannano sudati al centro. Forse proprio loro, facendo pressioni sull’arciprete, l’hanno voluta quasi per sfida, perché la vita riprenda il suo corso e si evitino interruzioni dei riti sacri:

«La Madonna deve vedere quello che è accaduto e ci deve aiutare nel lavoro quotidiano!».

Dietro alla processione è numerosissima gente; nessuno dei Santeliani è rimasto a casa o in campagna; ci sono anche molte famiglie di Cassinati: dei Pio, Pallucci, Di Mambro, Zambardi, Patini, Di Zenzo, Perillo, Margiotta, Avino, Marsiglia e di altre ancora, si riconoscono perché qualche piega del viso tradisce il dispiacere di non essere nella terra natìa. Sono tutti devoti all’Assunta, protettrice della loro città ora miseramente distrutta, ridotta in polvere e hanno l’animo sconvolto perché ne sono lontani. Lontani da che! dalle pietre! Leggo nei loro volti una indicibile sofferenza, un pianto tenuto a freno da una forza misteriosa e anche il conforto di trovarsi sotto le mani della nostra sacra Immagine: con il volto pietoso rivolto al Cielo, bella come “nessun’altra creatura”, Ella implora mercé di noi.

Don Italo ripete che anche la statua dell’Assunta di Cassino risorgerà come l’Araba Fenice dai mille frantumi che don Francesco Varone ha recuperato dalle macerie e adesso conserva in una cassa a Capo d’Acqua.

Intanto il piedistallo viene appoggiato su quattro cassette delle munizioni americane di ferro e Giovannino, asciugandosi la fronte, aiuta don Gennaro a salire su un tavolo affinché possa avvitare il perno della Corona. L’arciprete la solleva nella sinistra, mentre con la destra si tiene alla spalla di Antoniuccio, per reggersi in equilibrio sul ripiano malfermo.

Improvvisamente si sente un crepitio irregolare, cupo, come proveniente dalle viscere della piazza, che rintrona nei tubi vuoti dalla vasca: sono i bossoli di fucile e di mitragliatrice che i miei amici avevano preparato ieri sera. Una traccia di polvere grigia a spaghetti è stata allungata fino all’inizio della voragine. Essi sono all’interno, per evitare che qualche bambino si avvicini imprudentemente. Il nostro parroco in cotta e stola, alto sugli astanti, viene distratto; si rivolge all’indietro, li vede attraverso le lenti spesse e allunga la mano come a voler minacciare. E aggiunge a bassa voce e con gli occhi lucidi:

«Fatemi concentrare in preghiera per me e per tanti che non sono più con noi».

Molti sentono le parole e si commuovono; la voce passa sveltamente alle donne che si stanno piegando per inginocchiarsi.

Poggia il diadema con le dodici stelline tremolanti sulla testa della statua, ma per il nervosismo non riesce a stringere il dado a farfalla; ma no, si comprende ora che è commosso: il momento è carico di tensione.

Sembra impossibile che tanti Santeliani si siano riuniti in appena due mesi: sono voluti tornare a bere nel Rapido e a soffrire al sole luminoso di questa terra; mille afflizioni si sono accumulate negli animi e oggi tentano di sfogarsi in lacrime. Il celebrante gira lo sguardo all’intorno, sulla folla impaziente in attesa.

Scende, mentre Giovannino gli poggia il piede destro su una sedia e poi quello sinistro in terra. Si inginocchia e si raccoglie in preghiera. Siamo in attesa del grido «misericordia», ripetuto in crescendo, che un tempo faceva vibrare i vetri delle finestre del Municipio. Questa volta tarda ad innalzarsi, mentre comincia a serpeggiare una strana preoccupazione nei fedeli, che gli vogliono un gran bene:

«Che si senta male?».

Finalmente viene fuori, in tono incerto, quasi di pianto la parola «misericordia». Tutti, in coro, rispondono allo stesso modo; anzi si distingue chiaramente che qualcuno singhiozza.

La seconda è ancora sempre velata: si intuisce che l’arciprete si è commosso a ritrovarsi insieme con i suoi parrocchiani e che si sta riprendendo; alla terza è nitida, come un tempo, scuote gli animi ed invita ad implorare perdono e soccorso.

Le file si ricompongono e riprendono ad andare, serpeggiando stringendosi quasi al centro di Via Angelo Santilli, perché si teme che dall’alto cada qualche pietra ritardataria; quindi si avvia anche il Simulacro che ondeggia secondo l’altezza dei cumuli delle macerie.

La folla va dietro ormai in silenzio, muta, senza pregare, finché non si dilegua alla curva di Olghetta.

Terminato lo scampanio, un folto gruppo di giovani, trascinato quasi da Pisiello, il cantore dei giorni festivi, si forma «Fuorilaporta» e va a sostare all’ingresso della Villa Comunale, dove si stendono le ombre dei nostri ippocastani.

L’omino, magro come un prigioniero di lager, attende che gli spettatori aumentino per iniziare la sua esibizione. In verità si capisce che è pronto per dare la stura alla filastrocca, ma attende le sollecitazioni, le lodi, i battimani.

Gli si crea una ruota di persone intorno ed egli finalmente si aggiusta il cappello divenuto tutto una cotica sulla testa piccola e a forma di pera, con tante sfilacciature di capelli che svirgolano in basso intorno alla nuca; la pelle olivastra gli pende ai lati delle guance; gli occhietti mobili, impazienti, ruotano con prontezza incredibile; ha il sorriso malizioso e soprattutto la parola svelta, pronta a rinfacciarti questo o quel difetto.

È bleso e pronunzia male soprattutto la erre e qualche altra consonante; ciò nonostante riesce a comunicare con chiarezza. Noi lo conosciamo: guai a muovergli un’obiezione! Ti rifila una serie di improperi e ti distrugge nella ilarità che subito nasce, perché sa cogliere nel vivo.

Si deve solo ascoltare e magari mettere qualche soldo nel cappello alla fine della esibizione; altrimenti è sufficiente manifestare allegria e far scomparire dal viso certi pensieri consueti; e ti fa ridere a crepapelle, ti fa scoppiare:

– Don Gregorio amareggiato, allontanato, martoriato, santificato, pietrificato, infuriato, calmato, subissato, innalzato, abbassato, squartato: povero Abate! è rimasto solo senza i suoi monaci sparsi per l’Italia!

Montecassino bombardato, affumicato, incendiato, sgretolato, rasato, accumulato, abbandonato, polverizzato, frantumato, annientato, annullato, atterrato, cancellato, dissipato, devastato, disgregato: ahimé mio Montecassino!

– Cassino cannoneggiata, sfollata, incendiata, sforacchiata, smembrata, minata, mitragliata, arruvinata, scacazziata, infuriata, ammischiata, straripata, espugnata, intasata, divorata, eliminata, estirpata, frantumata, fracassata, dimenticata, guastata, inabissata, paralizzata, sterminata, spianata, sprofondata, stritolata, smantellata: Cassino, mi sei rimasta nel cuore!

– Le case scoperchiate, diroccate, ammucchiate, abbandonate, svaligiate, bruciate, cannoneggiate, scarrupate, sfondate, sfasciate, sforacchiate, scassate, scassinate, fracassate, lacerate, maciullate, scheggiate, schiantate, scompaginate, sconquassate, screpolate, sfracellate, strappate: non sappiamo dove dormire!

– Le piante arrossate, allungate, accorciate, appicciate, tagliate, scheggiate, triturate, sfogliate, segaturate, troncate, sramate, sradicate, strappate, estirpate, scartocciate: hanno distrutto la natura!

Quindi sfila elegantemente dall’ascella sinistra un bastone, con tanti forellini incisi sulla corteccia, che nella sua fantasia di artista imita il flauto, lo avvicina alle labbra e, sul motivo del Carnevale di Venezia, intona il ritornello:

Ghièga, bisghièga,

gadaùppa e damièga

ed un ghidighidighì

gàda,

gadaùppa ed un pappà!

 

Poi riprende di nuovo:

Gli animali sparpagliati, rubati, strangolati, scannati, sgambettati, scuoiati, appestati, rubati, abbandonati, lasciati, agguantati, trafugati: a Cassino hanno sofferto anche gli animali!

– Gli uomini schiaffeggiati, angariati, pelati, scorticati, deportati, sventrati, truffati, privati, triturati, allontanati, spazzati, picchiati, bucati, seviziati, ammalati, ammanettati, malariati, sfumati, non curati, schiaffeggiati, piagati, fucilati, martoriati, trasportati, scabbiati, legati, pestati, appestati, ammacellati, scalcagnati, sfracellati, ritrovati, desiderati, risanati, affrancati, liberati, sbocconcellati, sbranati: non possiamo parlare per la fame!

– Le donne sfiancate, braccate, affamate, tagliate, santificate, amate, odiate, desiderate, abbottonate, sbranate, bramate, ritornate, accarezzate, baciate, idolatrate, dannate, mangiate, adorate, venerate, abbracciate, innamorate, attorniate, avvicinate, arraugliate: le nostre donne hanno affrontato mille difficoltà con animo fiero!

– I bambini sfiniti, pentiti, ammattiti, denutriti, spauriti, immiseriti, traditi, sfioriti, appassiti, avvizziti, puniti, incolleriti, stizziti, anneriti, infreddoliti, tramortiti, rinsaviti, ripuliti, immusoniti, feriti, trasferiti: l’inferno ha toccato l’innocenza!

 

Ghièga, bisghjièga,

Gadaùppa e danièga

ed un ghidighidighì

gàda,

gadaùppa e un pappà…

 


* Dai ricordi 1943-44.

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