I fratelli Vito, Gerardo, Cesidio e Luigi Di Ciacca di Picinisco. Tra Grande Guerra ed emigrazione.


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«Studi Cassinati», anno 2018, n. 2
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di Gaetano de Angelis-Curtis

Tre fratelli Di Ciacca in divisa militare: Luigi (a destra) Gerardo (al centro) e Cesidio (a sinistra).

Tre fratelli Di Ciacca in divisa militare: Luigi (a destra) Gerardo (al centro) e Cesidio (a sinistra).

Antonio Di Ciacca e Maria Teresa Coppola era una coppia di contadini residenti a Picinisco in via «Ciacca valleoscura», località detta «i Ciaccia». Ebbero complessivamente sette figli di cui quattro maschi, Vito, Gerardo, Cesidio e Luigi, che presero parte alla Prima guerra mondiale, e tre femmine. Di essi solo una, Maria Immacolata, ha trascorso tutta la sua vita a Picinisco, continuando a risiedere nelle proprietà di famiglia a «i Ciaccia» dove è deceduta nel 1969, mentre gli altri sono emigrati tutti in Scozia.

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Vito Di Ciacca

Nato a Picinisco il 17 luglio 1883, primogenito, chiamato a prestare servizio militare il 12 dicembre 1903. Nei primi mesi del 1914 emigrò con la moglie, i fratelli Luigi e Cesidio, la sorella Maria Annunziata, il cognato Angelo Conetta, e un cugino, Ernesto Di Ciacca, a Port Chester, New York1. Richiamato alle armi e rientrato in Italia, combatté inquadrato nel 13°Reggimento Artiglieria da campagna Roma. A fine guerra, posto in congedo illimitato emigrò a Edimburgo in Scozia.

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Gerardo Di Ciacca

Nato a Picinisco il 13 marzo 1889, aveva occhi e capelli castani ed era alto m. 1,75. Chiamato alle armi il 26 marzo 1916, era stato inizialmente riformato («inabile alle fatiche di guerra per mancanza di vari denti»), ma il 2 maggio 1917 era stato richiamato e inquadrato nel 1° Reggimento Genio, matricola n. 45058. Il 23 ottobre successivo giunse in «territorio dichiarato in stato di guerra» e il 18 novembre fu assegnato alla 196ª compagnia zappatori del 2° Reggimento Genio. Nell’estate del 1920 fu posto in congedo illimitato e fu autorizzato «a fregiarsi della medaglia interalleata della Vittoria»2. Tornato a Picinisco vi rimasto per poco, emigrando poi a Glasgow in Scozia3.

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Cesidio Di Ciacca

Nato a Picinisco il 20 ottobre 1891, aveva occhi e capelli castani ed era alto m. 1,73 e ½. Chiamato alle armi il 4 ottobre 1911, su «disposizione d’indole generale del Comando della Divisione Militare di Livorno» fu assegnato al 7° Reggimento Fanteria, matricola n. 90496. Il 5 settembre 1912 partì per la Tripolitania e Cirenaica, con imbarco da Napoli, per rientrare in Italia l’8 novembre 1913. Quindi il 29 successivo fu posto in congedo illimitato. Il 29 gennaio 1914 gli venne rilasciato il nulla osta per emigrare a New York, negli Stati Uniti, dove si trasferì con i fratelli e altri familiari. Fu richiamato alle armi per mobilitazione e, presentatosi il 10 maggio 1915, venne assegnato al 56° Reggimento Fanteria. Il 23 maggio 1915 giunse in «territorio dichiarato in stato di guerra», quindi il primo dicembre 1915 passò al 68° Reggimento Fanteria e poi, il 3 aprile 1916, al 258° Reggimento Fanteria. Il 31 ottobre 1916 fu promosso caporale. Il 12 gennaio 1917 lasciò, «per malattia», il fronte di guerra, facendovi ritorno il 3 aprile successivo. A partire dal primo gennaio 1918 fu assegnato al 21° Reggimento Fanteria. Con la fine della guerra, il 28 agosto 1919 fu posto in congedo illimitato. Per la sua partecipazione a due campagne di guerra, quella del 1911-1912 e quella del 1915-16-17-18, fu autorizzato «a fregiarsi» di tre medaglie: quella «commemorativa della guerra italo-turca», quella «commemorativa della guerra 915-918» e quella «interalleata della Vittoria»4.

Il 26 gennaio 1920 partì alla volta della Gran Bretagna, stabilendosi a Cockenzie nei pressi di Edimburgo, in Scozia, dove, l’anno successivo, fu raggiunto dalla moglie e dai due figli5. Negli anni fra le due guerre Cesidio e la moglie Maria Lucia tornavano regolarmente a Picinisco, in particolare in autunno per partecipare alla vendemmia.

Cesidio perse la vita, assieme al nipote Aristide, figlio del fratello Luigi, il 2 luglio 1940 nell’affondamento della motonave «Arandora Star»6 su cui erano imbarcati 712 italiani7 arrestati nei giorni precedenti nel Regno Unito e destinati a raggiungere dei campi di internamento ubicati in Canada. Infatti con l’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale (10 giugno 1940), si era venuta a porre anche la questione degli immigrati italiani in Gran Bretagna. Il governo di Winston Churchill, uniformandosi a quanto aveva già stabilito il 23 maggio precedente nei confronti dei 20.000 (di cui 4.800 donne) tra austriaci e tedeschi anch’essi residenti nel Regno Unito, decise di attuare anche nei confronti degli italiani la politica del «Collar the Lot!», ossia la cattura dei cosiddetti enemy aliens e il loro internamento in campi di prigionia ubicati nell’isola di Man, nelle isole Orcadi, oppure in altri d’oltreoceano, Australia o Canada. Complessivamente furono 4.500 gli italiani arrestati in quei frangenti anche se da anni trasferitisi nel Regno Unito, anche se avevano figli arruolati nell’esercito inglese, anche se antifascisti fuggiti dall’Italia, anche se ebrei sfuggiti alle leggi razziali fasciste. Il primo contingente di italiani catturati, per la maggior parte con un’«età media superiore ai 45 anni, capi famiglia», fu imbarcato il primo luglio 1940 sull’«Arandora Star». La nave lasciò il porto di Liverpool senza scorta e la mattina seguente fu centrata, al largo della costa irlandese, da un siluro di un sommergibile tedesco e in 40 minuti colò a picco8. Del gruppo di italiani si salvarono solo in 2269. Invece furono in 446 quelli che perirono nel naufragio10. Di questi ultimi un’ottantina erano originari di paesi del Lazio meridionale e tra essi diciotto di Picinisco11, fra cui, appunto, Cesidio e il nipote Aristide. Invece uno dei figli di Cesidio, Giovanni, arrestato anch’egli, fu internato in un campo ubicato nella città di Onchan nell’Isola di Man, dove trascorse quattro anni prima di essere liberato.

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Luigi Di Ciacca

Nato il 14 maggio 1894 a Picinisco, prima dello scoppio della guerra era emigrato con due fratelli e altri parenti negli Stati Uniti. Richiamato alle armi fece ritorno in Italia e fu inquadrato nel 1° Reggimento Granatieri, 6ª compagnia, matricola n. 62365, con il grado di caporal maggiore.

Nel corso dell’estate del 1916 fu fatto prigioniero dall’Esercito austro-ungarico. Il 16 settembre di quell’anno la Croce rossa italiana comunicava che godeva di «buona salute» e si trovava internato nel campo di Sigmundsherberg12 in Austria. Poi all’inizio del 1917 fu trasferito nel campo di prigionia ubicato nella città di Prijedòr Ljùbia in Bosnia, «baracke VII», matricola n. 33755 (KUK Militār Bergban).

Durante la prigionia Antonio inviò varie lettere o cartoline postali dai due campi di internamento indirizzandole a Picinisco alla madre Maria Teresa, essendo già scomparso all’epoca il padre. La prima, o una delle prime, è datata 20 settembre 1916 e in essa si lamentava di non aver ricevuto alcuna notizia dalla madre, sperando che almeno le fossero giunte le sue. In ogni lettera riferiva sul suo stato di salute. Scriveva, inevitabilmente, di essere «in buone condizioni» o di stare «ottimamente» e si augurava che lo stesso fosse anche per i suoi cari. Parimenti sollecitava la risposta, anche per telegramma, per avere notizie dei familiari, soprattutto del fratello Cesidio «che si trovava al fronte», per poi chiudere quasi sempre allo stesso modo («vostro affezionatissimo figlio» e «addio»). Tuttavia i temi pressanti e ricorrenti, presenti in tutta la corrispondenza inviata, erano due e riguardavano essenzialmente il cibo e il denaro (solo in qualche rarissima occasione, ad esempio nella lettera del 30 aprile 1917, appose in alto, la frase: «perché Marietta non mi scrive nessun rigo?…», invece in una successiva scrisse «Marì vi domanda di me?»).

Nei campi di internamento i prigionieri ricevevano, più o meno con regolarità, i pacchi alimentari distribuiti dalla Croce Rossa così come quelli inviati dalle famiglie d’origine che potevano contenere derrate alimentari ed effetti d’uso. Era la Commissione di soccorso ai prigionieri di guerra della Croce Rossa di Torino che si faceva carico dello smistamento, per ogni militare internato, di quattro pacchi al mese, uno a settimana, sulla base di un «abbonamento pane di 4 settimane in altrettante spedizioni di Kg 2» (con l’avvertenza che si poteva accendere un «solo abbonamento mensile e presso un solo Comitato») dal costo mensile di L. 7 aumentato, a partire dall’agosto 1917, a L. 8. Tale importo doveva essere pagato dalle famiglie dei prigionieri tramite vaglia postale. La signora Maria Teresa provvedeva a versare con regolarità, presso l’Ufficio Postale di Atina o presso quello di Picinisco, gli importi richiesti per l’«abbonamento pane» alla Cri di Torino a partire dal primo del 20 settembre 191613 nonché altri versamenti di L. 7,50 con la causale di «importo pacco n. 2 cibarie»14.

Antonio, nelle sue lettere, teneva aggiornata la madre sui pacchi alimentari ricevuti, sia quelli distribuiti dalla Croce rossa sia quelli spediti da Picinisco. La pregava solo di inviargli delle gallette anziché il pane poiché gli giungeva un «po’ guasto». Tuttavia in ogni occasione la sollecitava affinché si interessasse a che non si interrompesse il regolare flusso delle consegne. Una volta chiese alla madre di inoltrare i suoi saluti ad Agostino assieme alla preghiera che provvedesse a inviargli dalla Scozia un «piccolo pacco» allo stesso modo in cui veniva fatto per altri prigionieri.

Finché permase nel campo di prigionia di Sigmundsherberg, ricevette con regolarità i pacchi alimentari. Ad esempio comunicò alla madre che il giorno 2 novembre 1916 aveva ricevuto due pacchi n. 6725-B, il 17 dicembre il pacco n. 2930-C di cui era «molto grato», quindi il 9 gennaio 1917 un pacco contenente «maccheroni, risi ecc.».

Però da quel momento, e per alcuni mesi, egli non ricevette più nulla. Evidentemente il suo trasferimento dal campo di Sigmundsherberg in Austria a quello di Prijedòr Liùbia in Bosnia, avvenuto, presumibilmente, a inizio 1917, fu alla base di iniziali complicazioni nella distribuzione dei pacchi alimentari. Infatti la Cri di Roma aveva incontrato delle difficoltà nell’individuazione della sede del nuovo campo di prigionia e solo il 12 maggio 1917, a distanza, cioè, di qualche mese dal trasferimento, la Commissione dei prigionieri di guerra informò di aver provveduto a notificare alla corrispondente associazione di Vienna il nuovo indirizzo del prigioniero. In tali frangenti Antonio non poteva che fidare sull’aiuto della madre. Non riceveva più da qualche tempo i pacchi, né sapeva dare una spiegazione sull’interruzione del flusso di consegne («vorrei sapere il perché» scriveva), poteva solo sollecitare la madre affinché provvedesse a spedirgli del pane, della biancheria, della «roba di casa per mangiare, ceci» (4 marzo) nonché del denaro (20 febbraio).

Finalmente il 19 marzo 1917 gli furono recapitati due pacchi, uno della Croce rossa e uno spedito da casa «contenente del formaggio e della biancheria». Comunicò la buona notizia alla madre con una lettera datata 20 marzo (arrivata a Picinisco il 15 aprile), scrivendole che poteva ben immaginare la sua «consolazione», cioè la sua contentezza, al pari della ricezione della biancheria di cui ringraziò espressamente. Quindi ricevette il pacco n. 11052-A, poi il pacco n. 5394-A contenente «scatolette, maccheroni ecc.», poi, come scrisse il 9 aprile 1917, il pacco n. 2099-C e quelli di febbraio ma non quelli di gennaio. Il 30 aprile 1917 informò la madre che riceveva regolarmente i pacchi della Croce Rossa ma non quelli da casa e perciò la pregava di «fare l’impossibile». Le consegne si mantennero regolari anche nel successivo mese di maggio. Poco dopo, tuttavia, la situazione tornò a farsi drammatica per Antonio. C’è da presupporre che nei mesi di giugno e luglio non dovette ricevere pacchi né dalla Croce Rossa né da casa se nella lettera del 20 agosto tornava a sollecitava la madre ad interessarsi e curarsi della vicenda, esortandola a inviargli da casa «sigarette, formaggi, scatolette di conserva e tutto quello che [le passava] alla mente». Evidentemente in preda allo sconforto la pregò di non abbandonare quel «lontano figlio» a cui era stato dato un destino «severamente triste come la rosa che fiorisce nella merda …».

L’altro tema costantemente presente nelle lettere riguardava la richiesta di denaro. Anche per questo aspetto pregava la madre di «fare l’impossibile» e sempre più pressanti appaiono le richieste di invio di denaro (scriveva che non aveva ricevuto «ancora un centesimo», o un «soldo» o «denari» e di avvertirlo anche con telegramma al momento del versamento) da trasmettere tramite la CRI oppure tramite «vaglia internazionale».

La signora Maria Teresa effettuò una serie di versamenti di somme di denaro con vaglia postale sul conto della Croce rossa di Roma che poi provvedeva a farlo giungere al prigioniero15. La prima «rimessa» era pervenuta regolarmente al campo di Sigmundsherberg ma il trasferimento nel campo di prigionia in Bosnia interruppe il flusso di denaro che pure la madre aveva continuato ad alimentare. Infatti nell’aprile 1917 la Croce Rossa chiedeva al presidente del Comitato civile di Picinisco, Francesco Boni, di comunicare in quale località della Bosnia si trovasse il prigioniero in modo da «poter richiedere alla Croce Rossa di Vienna il recapito del denaro giacente». Solo con lettera datata 12 maggio 1917, indirizzata sempre al presidente del Comitato civile di Picinisco, la CRI di Roma informava di aver comunicato alla Croce Rossa di Vienna il nuovo indirizzo del prigioniero.

Tornato a Picinisco a fine guerra16, Luigi Di Ciacca emigrò poi anch’egli in Scozia. Sopravvisse anche alla seconda guerra mondiale mentre il figlio Aristide, nato il 6 ottobre 1920 e residente a Glasgow, musicista che aveva ottenuto già vari riconoscimenti in Scozia come pianista, come già accennato, perse la vita il 2 luglio 1940 nell’affondamento dell’«Arandora Star» assieme allo zio Cesidio.

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NOTE

1 Il 18.1.1914 aveva sposato a Picinisco la compaesana Maria Assunta Di Ciacca. Il primo figlio Antonio nacque a Portchester negli Stati Uniti (13.1.1916), il secondo, Rudolfo, a Edimburgo (1.3.1924).

2 Archivio di Stato di Frosinone, Distretto Militare di Frosinone, fogli matricolari, inv. 73.

3 Coniugato con la compaesana Immacolata D’Ambrosio (15.2.1890), al momento di emigrare aveva cinque figli tutti natia Picinisco: Giovannina (11.2.1914), Teresina (15.3.1915), Lorenzo (29.8.1916), Natalina (23.12.1917), Evaristo (5.12.1919) mentre un sesto, Giuseppe, nacque il 20.8.1922 a Glasgow.

4 Archivio di Stato di Frosinone, Distretto Militare di Frosinone, fogli matricolari, inv. 73.

5 Cesidio si era sposato il 7.5.1914 con Maria Lucia Di Ciacca (nata a Londra il 7.5.1895). Prima di emigrare a Picinisco erano nati Carmela (15.8.1917) e Giovanni (23.12.1919), mentre a Cockenzie nacquero altri due figli Anna (9.1.22) e Alessandro (19.9.23).

6 L’«Arandora Star» in tempo di pace era una nave da crociera di proprietà della Blue Star Line. Requisita, fu trasformata nel 1939 in vapore armato, dotato di due cannoni, per trasporto truppe.

7 Vi erano anche 478 austriaci e tedeschi, più 200 uomini di scorta e 174 membri dell’equipaggio.

8 L. Sani, La strage dell’Arandora Star. A bordo anche Fuchs: rivelò i segreti della bomba H, in «Quotidiano Nazionale», 26 dicembre 2003.

9 Tra gli italiani che si salvarono c’era anche Mario Zampi, nato a Sora nel 1903, regista e produttore che era stato allievo di Ettore Petrolini.

10 Nel naufragio perirono, oltre a 75 tra tedeschi e austriaci, 37 militari e 42 membri dell’equipaggio, anche i fratelli piciniscani Francesco e Silvestro D’Ambrosio con quest’ultimo che, emigrato in Gran Bretagna fin dal 1898 e residente ad Hamilton in Scozia dove faceva il ristoratore, aveva due figli inquadrati nell’esercito britannico.

11 E. Pistilli, L’affondamento dell’Arandora Star, in «Studi Cassinati», a. IV, n. 3, luglio-settembre 2004, pp. 160-167.

12 Sigmundsherberg è un comune ubicato in Bassa Austria dove venne costruito, nel corso del 1916, un campo utilizzato per i prigionieri di guerra russi. Successivamente vi furono internati i soldati italiani catturati in particolare dopo Caporetto. Il sopraggiungere di un’ingente massa di prigionieri portò al forte peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie del campo determinandovi un’alta mortalità.

13 Nel corso del 1916-1917 i rinnovi furono effettuati in data (Archivio privato famiglia Di Ciacca):

     – 20 settembre 1916 (ricevuta Cri Torino n. 2930-C del 23 settembre);

     – 20 ottobre 1916 (ricevuta Cri Torino n. 6725-B del 23 ottobre);

     – 27 novembre 1916 (ricevuta Cri Torino n. 11052 dell’1 dicembre);

     – 13 dicembre 1916 (ricevuta Cri Torino n. 20999-C del 18 gennaio 1917);

     – 16 gennaio 1917 (ricevuta Cri Torino n. 5394-A del 18 febbraio);

     – 11 marzo 1917 (ricevuta Cri Torino n. 8608-A del 15 marzo);

     – 5 marzo 1917 (ricevuta Cri Torino n. 12254-C del 16 aprile);

     – 26 aprile 1917 (ricevuta Cri Torino n. 14509-B del 3 maggio);

     – 29 maggio 1917 (ricevuta Cri Torino n. 18773-C del 3 giugno);

     – ?  luglio 1917 (ricevuta Cri Torino n. 28416 del 6 agosto);

     – 24 agosto 1917 (ricevuta Cri Torino n. 31906-B del 29 agosto);

     – 26 settembre 1917 aumentato a L. 8 (ricevuta Cri Torino n. 38200-B del 12 ottobre).

14 Nel dicembre 1916 (deposito n. 2580 del 17 dicembre) e poi, nell’anno successivo il 12 febbraio e il 18 marzo 1917 (deposito n. 7856 del 28 aprile); (Archivio privato famiglia Di Ciacca).

15 L. 20 il 22 settembre 1916, L. 10 il 23 aprile 1917, L. 15 il 14 maggio 1917, L. 15 il 2 luglio 1917, L. 10 il 20 settembre 1917, L. 10 il 4 ottobre 1917; (Archivio privato famiglia Di Ciacca).

16 Picinisco ha avuto complessivamente 51 caduti (di cui 43 nati nel Comune e 8 lì trasferitisi) mentre cinque sono state le onorificenze concesse (una medaglia d’argento al Valor Militare, due di bronzo e due croci di guerra) a reduci (G. de Angelis-Curtis, La Prima guerra mondiale e l’alta Terra di Lavoro. I caduti e la memoria, Cdsc-Onlus, Cassino 2016, pp. 327-330).

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