La lenta agonia dell’Abbazia nel racconto di uno dei superstiti. Anniversario della distruzione di Montecassino.


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«Studi Cassinati», anno 2018, n. 2
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di Fernando De Rosa

Il 18 maggio 1944, alle ore 10,50, la bandiera polacca della «divisione Carpazi» si alzava sulle rovine dell’Abbazia. Nello stesso istante duemila bocche da fuoco, che da otto mesi vomitavano tonnellate e tonnellate di esplosivi, cessavano il loro fragore assordante. Su tutta la linea Gustav gravò il silenzio della desolazione estrema: la battaglia di Cassino era finita.

Dopo i Longobardi, i Saraceni e il terremoto, la quarta distruzione di Montecassino era un fatto compiuto. Oggi, a dieci anni dall’evento, il Monastero è tornato ad essere quello che fu sempre: un grande centro di cultura e fervore spirituale. Ma più non sono tornati i sepolti vivi, la gran parte dei profughi che sotto il tetto di S. Benedetto sperarono di salvarsi. Trecento ne perirono: uomini, donne, bambini che respirarono con orrore gli ultimi aliti di vita, che sopportarono chissà mai con quale strazio l’atroce supplizio dell’asfissia.

Fino alla vigilia del giorno fatale, il 14 febbraio 1944, già tremendamente provati dalla guerra, che ci aveva fatti peregrinare qua e là per le montagne, credemmo, una volta rifugiati nell’Abbazia, alla certezza di sopravvivere: sovente ci guardavano l’un l’altro per riconoscerci, per dirci fortunati di tornare un giorno alla pace del focolare domestico.

Erano circa le due pomeridiane. Oltre il perimetro extra-territoriale le artiglierie anglo-sassoni infuriavano. Una granata, sparata a salve, lasciò cadere improvvisamente nei chiostri alcuni volantini. Erano questi messaggeri di notizie i cui riflessi furono il sacrificio dei morti, e sono ancora oggi l’ambascia dei pochi superstiti. Recavano, questi volantini, un invito perentorio diretto «agli amici italiani» da parte della V Armata: «Finora abbiamo cercato di evitare il bombardamento di Montecassino. Ma i Tedeschi hanno saputo trarre vantaggio da ciò. Ora la battaglia si è ancor più stretta intorno al sacro recinto. Noi a malincuore siamo costretti a puntare le nostre armi contro il monastero stesso. Abbandonate subito il monastero: mettetevi in salvo. Il nostro avviso è urgente. Esso è dato per il vostro vantaggio».

Fu questo il preteso che valse al generale inglese Freyberg, attuale governatore della Nuova Zelanda , a far commettere uno dei più grandi crimini dell’ultimo conflitto. Non un tedesco si faceva scudo dell’Abbazia, nella quale era loto tassativamente proibito di entrare; né gli anglo-sassoni ignoravano ciò essendo ben accertabile dalle loro insistenti «cicogne» l’esistenza dei soli civili nel luogo. Il bombardamento non arrecò alcuna offesa al tedesco resistente: anzi le 580 tonnellate di bombe sganciate da 255 fortezze volanti ebbero l’effetto di ritardare, anziché facilitare l’avanzata alleata verso Roma. Infatti i tedeschi, di fronte a questa sfacciata violazione di neutralità, si affrettarono a ricavare tra le macerie un caposaldo pressoché inespugnabile. E qui un battaglione di paracadutisti resistette accanitamente per altri tre mesi.

Ma del crimine vi sono ben altre prove. A parte la testimonianza di noi superstiti e la dichiarazione a suo tempo prodotta dal compianto Vescovo mons. Diamare, che fu pubblicata anche dai giornali, vi è un altro fatto. E questo è tanto inconfutabile quanto atroce. Durante la notte un cannoneggiamento, quant’altri mai violento, tenne isolato da un cerchio di fuoco l’intera Abbazia e non cessò che qualche istante prima del bombardamento, il giorno successivo. Era pertanto evidente come uno solo di noi, che per tutta la notte attendemmo invano un momento di tregua per un esodo in massa, potesse abbandonare il Monastero, minacciato dalla furia distruttrice.

Era, quello del febbraio 1944, un bel mattino di primavera: il sole ancora pallido accarezzava le foglie umide degli ulivi, che formavano attorno alla Badia una verde collana. Visibile da una feritoia, mi appariva l’ondeggiare di quel mare di verde prodotto dalla schiera di proiettili dai fischi rabbiosi. Allora cessarono quando un rombo lontano, un suono strano che ossessionava si fece più percettibile alle nostre orecchie. Un panico indescrivibile si impossessò di noi: i bimbi piangono, le donne pregano, gli uomini invocano. Fuori i bombardieri sono ormai a poca distanza dall’obbiettivo. Ma non vedete o macchine di guerra, o macchine di morte quei corpi distesi tra la polvere sotto la buia volta, a cui si accede solo dal Chiostro del Priore? Essi sono inermi e già quasi sepolti, fermatevi! Un momento ancora … è passata la morte. L’unica porta del grande tunnel ha ceduto al crollo di un pilastro, rimanendo sepolta. Ma un filo di speranza è ancora in quelle anime affrante perché un foro, miracolosamente apertosi, ha permesso a qualcuno di uscire. Tutti i prigionieri si accalcano presso quell’unica via di salvezza. Ancora grida di terrore, ancora invocazioni di aiuto: torna di nuova dal cielo la morte: ancora esplosioni. Ma già la grande volta è tomba, i sepolti sono vivi.

Non più grida adesso, non più invocazioni di aiuto. Tutto tace, mentre tra le chiuse mura lunghe e strazianti ore dovranno ancora passare perché la morte giunga vera liberatrice.

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* «Il Tempo», 20 maggio 1954.

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