Leonardo di Paolo da Meola da Pontecorvo: eretico


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«Studi Cassinati», anno 2018, n. 4
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di Alessandro Marino

La storia dei personaggi di rilievo del nostro paese ci porta a parlare, oltreché di beati e di devoti, anche di un eretico: Leonardo di Paolo da Meola da Pontecorvo.
Negli atti dei Registri dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, una confraternita che assisteva i condannati a morte operante a Roma dal 14881, riportati dal testo di Domenico Orano, scritto nel 1904, il quale attinge da fonti pregresse come quella di Achille Pognisi (1891), si legge che: «A dì detto [8 febbraio 1559]. Essendo costituito nella sopradetta carcere [Tordi Nona] Lionardo di Paulo da Meola da Pontecorvo … fu menato in Piaza Navona e lì fu appiccato e poi abrusciato»2.
Dalle stesse cronache giudiziarie, inoltre, il nome di Leonardo da Meola è sempre accostato ad un altro: quello di Giovanni Antonio del Bo’, il quale anche lui, in quel funesto giorno del febbraio del 1559 fu prima impiccato e poi arso vivo.
Tale condanna figurerebbe nella sezione degli eretici, per cui il nostro personaggio si sarebbe macchiato di eresia, ma per quale ragione? Se per il suo compagno di sventure la condanna è più precisa, egli, infatti si sarebbe macchiato di apostasia, per Leonardo nessuna attestazione va oltre una generica ipotesi di «eretico». Viene considerato eretico, infatti, sotto il profilo giuridico-ecclesiastico, colui che «dopo il battesimo e conservando il nome cristiano si rifiuta o pone in dubbio una delle verità che nella fede divina e cattolica si devono credere»3. Per questo motivo sotto la dicitura «eretico»,venivano annoverati una serie di reati contro Dio e contro la Chiesa che potevano riguardare sia la semplice contravvenzione delle leggi della Chiesa (apostasia appunto) sia la fede in pratiche religiose considerate eretiche, ma venivano considerati eretici anche, in quel periodo specifico soprattutto, i liberi pensatori e gli uomini di scienza le cui opere mettevano in discussione la validità dei dogmi della Chiesa.
Ricordiamo, infatti, che nel febbraio del 1559 il papa in carica era Paolo IV Carafa (papa dal maggio del 1555 all’agosto del 1559), fu l’istitutore di uno dei più ferrei regolamenti in termini di lotta all’eresia. Egli infatti, una volta diventato papa, diede un forte impulso alla lotta all’eresia, innalzando il Tribunale dell’Inquisizione romano ad organo di governo della Chiesa, in aperto contrasto con il Tribunale dell’Inquisizione spagnola di origine più antica. Egli, inoltre, si dimostrò particolarmente attento ai reati di eresia legati al libero pensiero e alla scienza, facendo pubblicare, nel 1557, il famoso Index libro rum prohibitorum (indice dei libri proibiti) in cui venivano tacciati di eresia una serie di pubblicazioni, soprattutto scientifiche, che potessero entrare in conflitto con la Chiesa, delle quali la Santa Sede vietò la diffusione4.
Quella del nostro Leonardo da Pontecorvo e di Giovanni del Bo’ fu la prima esecuzione del 1559, dal momento che avvenne in febbraio, insieme a loro viaggiano in tutte le cronache i nomi di altri due che furono condannati quello stesso giorno ed in quella stessa piazza: un certo Gabriello di Thomaien, giustiziato per sodomia e un tale Antonio di Colella del Grosso, anch’egli condannato per eresia.
In quattro, dunque, salirono al patibolo in quel giorno di febbraio del 1559, tre eretici ed un sodomita, ma la pena che fu inflitta ad Antonio di Colella del Grosso e quella che fu inflitta a Giovanni Antonio del Bo’ e Leonardo è molto diversa: il primo, infatti, fu portato in piazza e arso vivo tra atroci supplizi, gli altri due, invece, furono prima impiccati e solo in un secondo momento bruciati. Quello che a prima vista potrebbe sembrare un atto di accanimento e di crudeltà era, invece, considerato un «atto di clemenza» che veniva riservato solo a chi, poco prima di morire, dimostrasse un certo pentimento. Leggiamo, infatti, ancora dai registri: «[Leonardo da Pontecorvo] volse morir da bon cristiano, si confessò et udì la santa messa e tracomandò l’anima a lomnipotente Idio»5. Egli quindi, e con molta probabilità anche il suo compagno di sventure Giovanni Antonio del Bo’, dimostrò un certo pentimento nei confronti del suo peccato di eresia confessandosi e osservando, un’ultima volta, i dettami della cristianità, perché mentre «gli eretici e gli impenitenti e ostinati erano sempre bruciati vivi»6 agli eretici che si «convertivano», cioè che confessavano le loro colpe prima della morte, veniva «fatta la grazia» di essere prima impiccati e poi bruciati, avendo così la possibilità di sentire meno il dolore delle fiamme, dal momento che, la pratica dell’impiccagione faceva perdere i sensi7.
I due, quindi, subirono la stessa sorte e furono condannati con il medesimo supplizio, ma questo può dirci qualcosa in più riguardo alle motivazioni che portarono il nostro Leonardo alla pena capitale? In realtà di questo non possiamo essere certi e possiamo solo formulare delle ipotesi, infatti, considerato che i due viaggiano insieme in tutte le cronache che narrano il fatto, si potrebbe pensare che si fossero macchiati dello stesso tipo di reato, cioè l’apostasia. Le cronache e le liste successive però, ad onor del vero, fanno sempre e solo riferimento al suddetto atto registrato dalla confraternita di San Giovanni Decollato, unico documento, per ora, in cui figura il nome di Leonardo, e quindi la nostra è un’ipotesi sulla quale si può sì ragionare, ma molto cautamente. Quello che invece sembra doversi escludere è un improbabile “antico” rapporto tra i due, e forse anche una originaria comune formazione culturale, considerando la loro diversa provenienza geografica: Giovanni Del Bo’ proviene dalla zona di Cremona8, come sia l’Orano ma anche altre fonti asseriscono, mentre Leonardo è originario dalle nostre zone, cioè di Pontecorvo, come il suo nome per esteso indica. La riprova di ciò è anche data da una disamina sul “cognome” Meola (o da Meola) già efficacemente riportata da Angelo Nicosia in un suo articolo del 1997 confluito in un testo di scritti vari su Pontecorvo del 20159, l’unico articolo, prima di questo, che si occupa del nostro personaggio.
Ma torniamo al reato commesso dal nostro: una prima informazione sulla natura del reato commesso da Leonardo potrebbe darcela il titolo della raccolta degli atti dell’Arciconfraternita fatta ad opera di Domenico Orano nel 1904: il titolo in questione è quello del suo libro Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVIII secolo, all’interno della quale lista figura il nostro Leonardo da Meola. Pertanto la sua presenza in una lista con questo titolo potrebbe subito farci pensare allo stesso come un intellettuale, un “libero pensatore”, appunto. Un riesame ragionato dei novantasette nominativi presenti nella lista del libro, però, ci mette davanti ad una realtà effettiva ben diversa. Infatti, appena due anni dopo l’edizione del libro dell’Orano, lo storico Luigi Carcerieri, autore di una “rewiew” bibliografica sul libro dell’Orano (una “rewiew”, c’è da ammetterlo, piuttosto critica), di tutti i personaggi accennati nell’opera, riconosce solo una decina (dei quali è riportata una lista) come chiaramente “liberi pensatori” mandati al rogo, la maggior parte, invece, vengono considerati “semplici” eretici che avevano commesso reati contro Dio e contro la Chiesa10. A difesa dell’opera di Domenico Orano, però, possiamo dire che essa era figlia di un tempo fortemente anticlericale e liberale, durante il quale venivano considerati liberi pensatori tutti coloro i quali si ribellavano all’autorità costituita, che in quel tempo era rappresentata dalla Chiesa. Anche alla luce di questo, quindi, usare come metro di riferimento il testo dell’Orano per indicare il nostro Leonardo come un “libero pensatore” che sfida scientemente i dettami della Chiesa, seppur pentendosi in punto di morte, è un’ipotesi da tenere in considerazione molto cautamente, non solo perché il nome di Leonardo non compare tra quelli che il Carcerieri annovera come sicuri “liberi pensatori”, e non lo nomina mai nella sua revisione critica, pur citando molti dei novantasette personaggi descritti dall’Orano, ma anche perché non appare diversamente menzionato da altre fonti antiche o da documenti locali.
Alla domanda iniziale su chi fosse il nostro Leonardo Da Meola da Pontecorvo, quindi, non è possibile dare una risposta certa: egli poteva essere stato un eretico che praticava l’apostasia od anche un eretico che tramite suoi scritti (di cui non abbiamo alcuna notizia) o il suo pensiero si opponeva alla Chiesa (come esposto sopra), ma anche “solo” un eretico di “minore” caratura. Per ora non possiamo avere una risposta sicura alla vicenda di questo personaggio non privo di fascino: c’è da sperare che una risposta definitiva a questa domanda possa venire direttamente dagli Archivi del Sant’Uffizio, a quanto sembra ora aperti e disponibili alla consultazione. È questa, infatti, la via che intendo seguire per poter arrivare a capo della questione perché, se esiste qualche notizia in più sul nostro Leonardo, può essere solo in quel fondo archivistico.
La lista degli eretici arsi vivi in cui figura anche il nostro Leonardo da Pontecorvo, è stata pubblicata in diversi libri e siti internet che si occupano di eresia, a vario titolo e a diversi livelli di approfondimento, ma tutte le liste sono riconducibili soltanto ai citati atti della confraternita di San Giovanni Decollato e quindi non sono altro che una ripetizione di nomi, “peccati”, pene e date che nulla aggiungono alle poche ripetitive notizie del nostro personaggio. Leonardo Da Meola resta comunque nella storia di Pontecorvo e negli Annali Pontifici come il primo e unico eretico noto, seppur pentito e quindi rientrato nella “grazia di Dio”, e come tale un uomo dall’indubbio e oscuro “fascino dell’eretico”.

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NOTE
1 D. Toni 1908, p. 69.
2 D. Orano 1904, p .8.
3 K. Rahner 1964, p. 29.
4 A. Aubert 2000.
5 D. Orano1904, p. 8.
6 D. Orano 1904, p. 13.
7 A. Prosperi 2007, pp. 719-729.
8 D. Orano 1904, p. 8.
9 A. Nicosia, 2015, p. 45.
10 L. Carcerieri 1906, pp. 458-459.

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Bibliografia

  • A. Aubert, Paolo IV, in Enciclopedia dei Papi, Treccani, Roma 2000.
  • L. Carcerieri, Rassegna Bibliografica: Liberi Pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVIII secolo di Domenico Orano, in «Archivio Storico Italiano», Serie V, vol. 37, n. 242, Casa editrice Leo S.Olschki, Firenze 1906, pp. 457-459.
  • A. Nicosia, Pontecorvo e dintorni: raccolta di scritti vari, 2015, Arti Grafiche Caramanica, Marina di Minturno (LT) 2015, pp.43-46.
  • D. Oriano, Liberi Pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVIII secolo, U. Bastogi Editore, Livorno 1904.
  • A. Pognisi, Giordano Bruno e l’archivio di S. Giovanni Decollato, Roma 1891.
  • A. Prosperi, L’abiura dell’eretico e la conversione del criminale. Prime linee di ricerca, in «Quaderni storici», vol. 42, n. 126 (3), Casa Editrice il Mulino, Bologna 2007, pp. 719-729.
  • K. Rahner, Che cos’è l’eresia?, Paiedeia Editore, Brescia 1964.
  • D.Toni, Il diario romano di Gaspare Pontani già riferito al Notaio del Nantiporto dal 30 Gennaio 1481 al 25 Luglio 1492, in Rerum Italicarum Scriptores, III.2, S. Lapi, Città di Castello 1908.

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