La parrocchia di Cicerone


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«Studi Cassinati», anno 2019, n. 3
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di Costantino Jadecola

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Nel suo numero del 16/17 ottobre 1890 il «Corriere della Sera» pubblicò di spalla in prima pagina, ultima colonna, il resoconto di un viaggio – La visita d’un italiano all’Italia, questo il titolo – sviluppatosi da Terni a Napoli – la corrispondenza, infatti, è datata Napoli e siglata P.B. – attraverso Aquila, Sulmona, Avezzano e Sora.
Si tratta di una testimonianza di prima mano che mi è parso opportuno riproporre ai lettori di «Studi Cassinati» limitatamente alla parte che si interessa al territorio a noi più prossimo perché da essa viene un simpatico ed interessante contributo sia su come ci si muoveva nell’ultimo decennio di due secoli or sono, con annessi e connessi, che sullo stato dei “trasporti pubblici”: la tratta Arce-Sora della futura ferrovia Roccasecca-Avezzano era in via di costruzione mentre era già perfettamente funzionante, ormai dal 1863, quella tra Roma e Napoli, via Cassino. Cosicché dalla stazione di Arce, con l’inevitabile trasbordo a Roccasecca, si può tranquillamente prendere il treno per Napoli, città, peraltro, raggiunta da Cassino nel giro di un paio d’ore. Provatelo a farlo oggi! (C.J.).

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(…) Giunto ad Avezzano, città posta in basso, dall’altra parte del Fucino, lasciai la ferrovia e presi la diligenza di Sora. Questa diligenza è una vettura sconquassata che fa anche il servizio della posta nell’alta valle del Liri. Da Avezzano a Sora ci sono cinquanta chilometri; la prima ora di viaggio s’impiega a valicare faticosamente il monte Salviano. Dal colle di quel monte si guarda giù nei famosi campi Palentini, dove il povero Corradino di Svevia venne sconfitto e fatto prigioniero da Carlo d’Angiò.

Malgrado lo stato inquietante della diligenza, scendiamo di carriera per la lunghissima valle, percorrendo una bella strada sulla sinistra del Liri sempre provvisto di acque. Tre cavalli napoletani, piccoli, ma lesti, divorano la via, sollevando dietro di noi nuvoli di polvere.

Ma che negligenza nel servizio! All’ultimo cambio di cavalli il vetturino s’accorge che al cavallo dì destra manca un ferro. Che fare? Aspettare non sì può, in causa del servizio postale. Vetturino e stalliere si scambiano le più sconcie bestemmie, quindi si parte col cavallo privo d’un ferro e la valorosa bestia fa dodici chilometri al trotto serrato, senza mai zoppicare.

Un altro accidente. Mentre la vettura stava ferma un maiale erasi sdraiato fra le ruote. Il vetturino non lo vide, frustò i cavalli e schiacciò il maiale. La sua proprietaria corse dietro alla diligenza finché l’ebbe raggiunta, fermò i cavalli e chiese di essere indennizzata del danno. Essa aveva torto, perché il vetturino non era responsabile di quella «porcheria» ma strillava tanto che accorsero parecchi contadini. Il buon senso prevalse per fortuna e finalmente partimmo. Dopo altri incidenti minori, facemmo il nostro ingresso a Sora verso le sette di sera.

Sora è una graziosissima città addossata alle montagne, allo sbocco della valle superiore del Liri. Essa resterà sempre impressa nella mia mente, come luogo in cui potei avere un magnifico pranzo, una bella camera e mille gentilezze, per la modica somma di 4 lire, compreso il caffè e la mancia.

Ed ecco in che modo avvenne il miracolo. Gl’ingegneri della linea Sora-Arce (Roccasecca) in costruzione, davano, all’albergo, un pranzo ad un loro collega che partiva. Io stava nella sala vicina a quella del panchetto. Una bruna e simpatica cameriera, forse per compassione di me, povero viaggiatore solitario, ebbe l’idea originale di farmi assaggiare di ogni pietanza servita ai convitati. A ogni portata essa veniva a me col sorriso sulle labbra, dicendo:

«L’ho data ai signori ingegneri, posso darla anche a lei!»

Che il cielo rimuneri la buona ragazza!

La mattina seguente lasciai Sora in una diligenza migliore diretto ad Arce, ove dovevo ritrovare la ferrovia. Avevo per compagno di viaggio il parroco di X… un buon prete dimezza età, che recavasi a Cassino per raccomandarsi ad un suo protettore. Il parroco aspirava alla parrocchia più importante d’una piccola città della diocesi di Sora che non voglio nominare. Basterà dire che fu la patria di Cicerone.

«Capisce, mi diceva il parroco, una parrocchia che rende 800 ducati, senza calcolare gl’incerti: ma siamo parecchi a concorrere e ci facciamo la guerra; però colle mie protezioni spero di vincerla».

Glielo auguro di cuore. Il parroco fu felice di trovare in me un compagno di viaggio che parlava francese. Nella sua giovinezza egli era stato in Francia parecchi anni come prete nel Cordelese, ed aveva quindi un certo fare, diverso da quello degli altri preti. Simpatizzando subito con me, mentre la diligenza attraversava Isola del Liri, volle che si fermasse per condurmi a vedere le famose cascate. Ed eccoci di corsa, io ed il prete, attraverso il paese, in cerca delle cascate, che trovai molto inferiori a quelle delle Marmore. Non c’è confronti. Non glielo dissi però, per non mortificarlo.

Usciti da Isola raggiungemmo due giovani contadine che portavano enormi pesi sulla testa. Il vetturino le invitò ad approfittare della diligenza ed esse accettarono, dopo aver fatto il prezzo, pochi soldi. Sedettero in faccia a noi dopo aver collocata la roba che portavano sopra la vettura. Una di esse era sposa, già un tantino avvizzita, ma ancora splendida di bellezza.

L’altra era ancora zitella e nel pieno fiore di vera giovinezza.

Entrambe avevano i capelli biondi, ma d’un biondo abbronzato dal sole. Due napoletane bionde! Che festa per gli occhi! Il parroco chiuse beatamente gli occhi e s’addormentò. Le due sorelle, erano tali, si fecero a discorrere, rispondendo alle mie interrogazioni con una grazia che si crede generalmente di trovare soltanto in Toscana. Per mia disgrazia, sopra dieci parole ne comprendevo solamente tre; le altre, forse le più belle andavano perdute.

Giunti che fummo ad un certo bivio, le due donne scesero, ringraziando del permesso avuto di viaggiare con noi. Mi mostrarono il loro villaggio, dove si recavano. Fontana, un paesello situato sulla cresta d’una montagna. Rimisero allegramente i gravissimi carichi sulle belle testoline bionde, ci salutarono un’ultima volta colla mano, e cominciarono a salire per l’erta. Mancano dunque gli uomini, mancano gli asini nel napoletano, perché si debbano vedere creature così gentili, piegare come bestie da soma sotto il carico?

Alla meschina stazione d’Arce, in attesa del treno per Napoli, offrii la colazione al mio buonamico parroco, in un’osteria delle più primitive. Quando mi portarono il conto, ebbi un istante di paura, credendo aver letto 85 lire. Erano 85 centesimi, in due! Che cuccagna!

Nondimeno il signor parroco mi assicurò che avevano abusato di me, ravvisandomi forestiere.

Il buon prete si staccò da me a Cassino, con visibile rincrescimento; io gli strinsi cordialmente la mano, augurandogli quanto egli desiderava: la parrocchia, dirò così, di Cicerone. Due ore dopo io scorgevo per la prima volta il Vesuvio e la sua colonna di fumo che s’innalzava obliquamente verso il cielo.

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