Roma invasa dai migranti: la ricetta di Giovenale


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«Studi Cassinati», anno 2020, n. 1-2
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di Francesco Sabatini

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Roma, tardo pomeriggio di un’estate della fine del I secolo dopo Cristo.

Umbricio, deciso ad abbandonare Roma che considera ormai invivibile, è a Porta Capena in attesa che il mulattiere carichi le sue masserizie sul carro che lo porterà a Cuma. Lo raggiunge per salutarlo il suo vecchio amico Giovenale.

È quanto si legge nella terza satira del poeta di Aquino che per la sua freschezza e la vivacità della descrizione della vita quotidiana del tempo affascina ancora oggi il lettore, a distanza di duemila anni.

Umbricio elenca le ragioni della sua decisione: la disonestà e la corruzione sono troppo diffuse, per una persona onesta non c’è più spazio, sono insopportabili la corsa ad arricchirsi rapidamente e con ogni mezzo e la ricerca continua del lusso. L’incolumità personale è sempre in pericolo: gli enormi carri (antenati dei nostri tir) che trasportano blocchi di marmo o grossi tronchi di alberi, in curva minacciano di ribaltarsi e di travolgere e maciullare i malcapitati passanti; troppe case presentano vistose crepe e sono malamente puntellate dagli avidi amministratori e frequenti sono pure gli incendi; i prezzi sono troppo elevati tanto che per affittare per un anno una oscura stamberga si spende quanto a Sora, a Frosinone o Frabateria (oggi Falvaterra) sarebbe sufficiente per l’acquisto di una splendida casa con l’orticello ed il pozzo. Soltanto il ricco se la passa bene poiché dispone di una magnifica domus dotata di ogni confort e viaggia in lettiga con le tendine abbassate sicché può tranquillamente leggere, scrivere o persino dormire mentre i pedoni faticano a camminare nella ressa tra gomitate e spintoni e talvolta avviene perfino che i chiodi dei sandali di un soldato ne trafiggano i calcagni. Se una calamità si abbatte su un ricco le affrante matrone si adoperano a prestargli immediato soccorso mentre se lo stesso evento colpisce un povero nessuno se ne cura ed egli finisce sul lastrico.

Di notte, poi, le cose vanno ancora peggio poiché non si può neppure dormire dato il chiasso della “mandria umana” e lo stridio delle ruote dei carri sul basolato. Se qualcuno è costretto ad uscire è bene che faccia prima testamento poiché è facile imbattersi in un rapinatore armato di coltello o in un ubriaco deciso a menare le mani, e guai a protestare perché in tal caso ti querela. Dalle finestre delle case in cui ancora si veglia si getta qualunque cosa, non solo vasi da notte e rifiuti alimentari ma anche oggetti pesanti senza curarsi dei passanti.

Troppo numerosi sono i migranti giunti a Roma dalla Grecia, dall’Asia minore e dalla Siria nonché, aggiunge Giovenale, dalla Giudea. Essi, dice Umbricio, si sono sistemati sull’Esquilino (che oggi ospita una numerosa colonia cinese) e sul Viminale e presto, con la loro intraprendenza e la loro sfrontatezza, diverranno proprietari delle case prese in affitto. L’elenco delle attività da loro svolte comprende grammatici, retori, geometri, pittori, profumieri, auguri, funamboli, medici, maghi e prostitute: a parte quest’ultima, tutte attività che richiedevano un grado di istruzione medio o superiore giacché alle mansioni più modeste provvedevano gli schiavi.

La satira, sebbene fresca e vivace come si è detto all’inizio, non sembra tuttavia in tutto fedele alla realtà del tempo, che è descritta dalla visuale di un povero.

La Roma del tempo, e non solo di quel tempo, era divisa tra splendori e miserie, tra i ceti che detenevano enormi ricchezze e quelli privi di ogni mezzo. Ammiano Marcellino, il grande storico dell’età costantiniana, così descrive la vita quotidiana dei poveri di quell’epoca: «Alcuni trascorrono le notti nelle osterie, altri si nascondono sotto i tendoni dei teatri, che Catulo per primo, imitando la mollezza dei Campani, fece stendere durante la sua edilità. Oppure con accanimento giocano a dadi e provocano turpi rumori ritirando l’aria nelle strepitanti narici. Infine, e questa è la loro più elevata attività, dal sorgere dell’alba sino a sera, sia che ci sia il sole o che piova, se ne stanno a bocca aperta osservando con la massima attenzione i pregi ed i difetti degli aurighi e dei cavalli. Ed è veramente assai strano veder una folla senza numero, in preda ad una forma di smania, seguire attenta e trattenendo il respiro lo svolgimento delle gare con i cocchi. Fatti del genere non permettono che a Roma si faccia nulla che sia serio e degno di ricordo».

In sostanza i poveri del tempo, paghi delle provvidenze imperiali e della sportula quotidiana (antenate dell’odierno reddito di cittadinanza) del patronus, trascorrevano la giornata senza far nulla.

All’epoca della satira la situazione non doveva essere molto diversa: Umbricio è un “romano de Roma” che aveva trascorso l’infanzia sull’Aventino e che dopo traversie di cui non conosciamo lo svolgimento alloggiava in una oscura stamberga della malfamata Suburra. Avanti negli anni e senza speranze per il futuro egli aspira soltanto a vivere in tranquillità e lascia Roma con il solo rimpianto degli spettacoli del circo, senza alcun interesse per lo splendore della città che, grazie alle immense ricchezze affluite da ogni parte dell’Impero, aveva costruito templi, basiliche (ad uso civile e politico e prese come modello architettonico da Costantino per le basiliche cristiane), i fori e i palazzi imperiali, le terme, un patrimonio monumentale che sarebbe stato ulteriormente arricchito nei tre secoli successivi. Umbricio è un laudator temporis acti, rimpiange i costumi austeri dell’età repubblicana e perfino l’epoca remota della monarchia e non si rende conto che è proprio la politica espansionistica perseguita a lungo dai Romani ad aver profondamente modificato il modo di vivere e fatto affluire nella capitale numerosi migranti, desiderosi di migliorare il loro tenore di vita.

Se Umbricio per le sue condizioni personali ingigantisce le criticità di una metropoli quale Roma, che allora contava all’incirca un milione di abitanti, Giovenale invece minimizza: solo apparentemente loda la decisione dell’amico dalla quale però prende le distanze. Egli infatti all’epoca attraversava bensì un periodo di ristrettezze economiche e probabilmente abitava anch’egli nella Suburra, forse nell’appartamento di un’insula (uno di quei caseggiati divisi in appartamenti, di quattro cinque piani con le tabernae al piano terra che da tempo si costruivano per far fronte all’incremento demografico), è molto più giovane – ha poco più di quarant’anni essendo nato ad Aquino a metà del secolo, probabilmente nell’anno 55 – ed ha ancora intatte le sue speranze, preferisce restare a Roma, da dove si allontanerà coattivamente quando alcuni anni dopo sarà mandato in esilio, forse in Egitto, a causa di una satira troppo pepata che aveva suscitato l’ira del potente destinatario. All’inizio della satira riassume nel terrore degli incendi e dei continui crolli delle case “di questa temibile Roma” le angosce di Umbricio ma inserisce scherzosamente tra tali pericoli anche le recite dei poeti, forse voleva dire poetastri, in pieno agosto, evento minimo non comparabile con le calamità temute.

Singolare è quanto egli afferma riguardo ai Giudei, che avevano preso in affitto alberi del bosco della ninfa Egeria un tempo caro a Numa Pompilio per appendervi cestelli pieni di fieno per conservare caldo il cibo per i giorni di sabato, giacché gli Ebrei, la cui religione era stata dichiarata “licita” fin dai tempi di Giulio Cesare, erano presenti a Roma per i loro commerci da un paio di secoli ed alloggiavano in abitazioni lungo le rive del Tevere, senza bisogno quindi degli alberi del bosco sacro per osservare le loro pratiche rituali: San Paolo quando fu tradotto a Roma per essere processato come aveva egli stesso chiesto data la cittadinanza romana ereditata dal padre, trovò infatti alloggio in una zona abitata da Ebrei, oggi via San Paolo alla Regola. Il riferimento del poeta riguarda forse i prigionieri ebrei portati a Roma da Tito dopo la conquista di Gerusalemme dell’anno 70 (si trattò di una carneficina che provocò molte decine di migliaia di morti e episodi di cannibalismo tra gli assediati ricordati da Giuseppe Flavio nella sua Guerra giudaica) e che successivamente liberati avevano trovato una precaria sistemazione nei pressi del bosco.

Data la durata ultramillenaria della storia romana l’atteggiamento politico nei confronti dei migranti non rispose di certo ad un indirizzo univoco. Nel IV secolo, come scrive Ammiano Marcellino, a causa di una grave carestia furono espulsi da Roma tutti gli stranieri, ed il provvedimento colpì anche lo scrittore sebbene cittadino romano (era nato in Siria, ad Antiochia, ed aveva a lungo militato con incarichi di responsabilità nell’esercito romano), mentre furono risparmiate dal provvedimento mime e ballerine: i romani dunque dovevano sopportare la carestia ma non potevano anche restare a digiuno degli spettacoli.

All’epoca della satira la politica imperiale era basata non sull’accoglienza né sul respingimento, bensì sul non respingimento: non sull’accoglienza trattandosi di nozione ancorata ai valori cristiani allora seguiti da un numero ristretto di fedeli non in grado di influenzare le scelte politiche – studiosi moderni stimano che all’inizio del III secolo, su una popolazione complessiva dell’immenso Impero Romano di 60 milioni di abitanti i cristiani fossero all’incirca 300.000 -, né sul respingimento trattandosi pur sempre di sudditi dell’impero. Giovenale mostra di condividere tale politica: egli infatti nel riassunto all’inizio della satira non cita la Grecia, l’Asia Minore e la Siria come luoghi di provenienza dei migranti ma soltanto la Giudea e solo perché i Giudei si erano insediati in un bosco a lungo venerato dai Romani. Non è dunque il fenomeno migratorio in sé ad infastidire il poeta, come invece infastidisce Umbricio, ma soltanto il mancato rispetto del luogo da parte di un gruppo di migranti, mancato rispetto peraltro dimostrato anche dai responsabili del governo della città che, senza reprimere il fenomeno, incassavano una tassa per ciascun albero utilizzato.

I due amici si rivedranno? Dice Umbricio a Giovenale: ti rivedrò soltanto se deciderai di trascorrere qualche tempo nella tua Aquino e li verrò a trovarti.

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BIBLIOGRAFIA
Giovenale, Terza satira.
Svetonio, Le vite di dodici Cesari.
Giuseppe Flavio, La guerra giudaica.
Ammiano Marcellino, Le Storie, XIV, 6, 19; XIV, 6, 25.
Jerome Carcopino, La vita quotidiana a Roma.

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