La pavimentazione a marmette colorate della chiesa di San Michele Arcangelo di San Pietro Infine (anno 1921)


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«Studi Cassinati», anno 2021, n. 1-2
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di Maurizio Zambardi

Il 12 ottobre del 1919, a restauro completato, con una solenne cerimonia di inaugurazione, la chiesa di San Michele Arcangelo venne riaperta al culto. In quell’occasione l’abate di Montecassino, don Gregorio Diamare, nel complimentarsi con quanti avevano contribuito a farla «risorgere a nuovo splendore», manifestò a don Aristide Masia il desiderio di un nuovo pavimento, perché – disse – «se era bello guardarla in alto, si provava un senso di sconforto guardare a terra pel suo pavimento tanto consumato e malandato».

Tale desiderio fu per l’arciprete Masia come un ordine, e così, con estrema sollecitudine, si dette subito da fare per ricercare i fondi per realizzare la nuova pavimentazione.

L’impresa fu ardua, anche perché aveva dovuto affrontare non poche difficoltà nelle opere di restauro effettuate. Da un sommario conteggio era stato preventivato che per rifare tutta la pavimentazione ci voleva una spesa superiore alle 15.000 lire. Inoltre, vi era un grave problema ancora da risolvere: alcuni lavori di rifinitura erano stati sospesi per «deficit da colmare». Don Aristide, però, non perdendosi mai d’animo, rivolse una sua umile supplica al Papa Benedetto XV. E questi, sensibilizzato dal notevole impegno che l’arciprete stava mettendo per rimettere a posto la sua chiesa, gli accordò un contributo pari a 10.000 lire.

Del generoso contributo rimase sorpreso anche l’abate Diamare, che, lieto e ansioso di comunicare la notizia a don Aristide, gli spedì immediatamente un biglietto in cui scrisse: «Carissimo arciprete, sono lieto parteciparvi che il Santo Padre, con una bellissima lettera del Card. Segretario di Stato mi ha rimesso lire diecimila per il restauro della vostra chiesa. Mi congratulo vivamente con voi. Il Signore aiuta chi lavora per Lui e con Lui. La somma è a vostra disposizione».

E così don Aristide Masia, con la somma ricevuta, prima estinse il debito dei precedenti restauri e poi si dette da fare per intraprendere l’opera per realizzare la nuova pavimentazione.

Il problema, però, era che la somma rimasta era insufficiente. Ricorse allora alla sensibilità dei sampietresi emigrati in America. E questi risposero con contributi così generosi che andarono oltre ogni aspettativa. E solo allora fu possibile rifare l’intera pavimentazione della chiesa. In segno di riconoscenza per le offerte dei sampietresi emigrati fu stilato, in un apposito registro, un elenco contenente i nomi di tutti coloro che avevano contribuito alla generosa colletta.

Fig. 1. Particolari della pavimentazione della chiesa di San Michele Arcangelo di San Pietro Infine.

Fig. 1. Particolari della pavimentazione della chiesa di San Michele Arcangelo di San Pietro Infine.

Per la scelta del pavimento si optò per le marmette di graniglia, che andavano molto di moda in quegli anni. Le marmette di graniglia, iniziarono a prodursi già dalla fine del 1800, e negli anni venti-trenta del secolo scorso ebbero un notevole sviluppo per la loro velocità di produzione e per i gradevoli disegni che si potevano ottenere combinando tra loro le mattonelle quadrate, di misure 20x20cm, per uno spessore pari a 2 cm.

E così fu pavimentata tutta la chiesa con marmette colorate a disegno, acquistate presso la Ditta Vianini di Napoli (Fig. 1). Il lavoro di posizionamento, completato nel 1921, fu eseguito da Gennaro Sorrentino, proveniente da Bellona, per l’importo di L. 15.450.

Per ricordare a “futura memoria” l’enorme impegno, la perseveranza e la tenacia di don Aristide, nel portare avanti quel non facile compito, venne inserita nel nuovo pavimento, proprio in corrispondenza dell’ingresso principale della chiesa, noto anche come «Entrata delle donne», un’epigrafe in marmo con incisa la seguente scritta:

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HVIVS ECCLESIAE

PAVIMENTUM

A. MASIA CURANTE

A.D. MCMXXI

RENOVATUM FUIT

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Fig. 2. Immagini relative all’epigrafe posta in ricordo della nuova pavimentazione.

Fig. 2. Immagini relative all’epigrafe posta in ricordo della nuova pavimentazione.

Ora la chiesa appariva veramente rinata a nuovo splendore, come desiderava l’abate Diamare. Ma, nel dicembre del 1943, il paese, occupato dai tedeschi, subì un incessante cannoneggiamento, da parte degli Alleati che avanzavano verso Roma, che ridusse tutto l’abitato, compresa la chiesa di San Michele Arcangelo, ad un cumulo di macerie.

Nell’immediato dopoguerra si cercò di restituire la chiesa al culto dei fedeli, per cui venne parzialmente riparata, riducendola di dimensioni. Il transetto, corrispondente al braccio minore della chiesa, fu chiuso con nuovi muri e fu rifatta anche la cupola e la copertura a volta del transetto. In questo modo il transetto divenne l’unico ambiente della chiesa. La lapide, che ricordava la realizzazione del nuovo pavimento, rimase esterna al nuovo profilo della chiesa e, con il passare del tempo, e per l’incuria, andò distrutta.

Fig. 3. Apografo di Maurizio Zambardi con ipotesi di ricostruzione dell’epigrafe inerente la nuova pavimentazione del 1921.

Fig. 3. Apografo di Maurizio Zambardi con ipotesi di ricostruzione dell’epigrafe inerente la nuova pavimentazione del 1921.

Da alcune riprese filmate, fatte al paese per documentari televisivi, svolte nel 1955 e del 1963, si può vedere il suo stato evolutivo nel tempo. Nel 1955 la lapide era ancora intera, mentre nel 1963 risultava lesionata e priva di un angolo (Fig. 2). Poi, più nulla si riuscì a vedere della epigrafe per cui si pensava fosse andata completamente distrutta. Ma, qualche anno fa, spuntò fuori un frammento dell’epigrafe, salvato dalla distruzione da un sampietrese, ed ora, grazie al suo apografo e ad una serie di ricerche di archivio e documenti fotografici, ne ripropongo la sua ricostruzione totale (Fig. 3).

L’epigrafe, grande 80x40cm, è composta da cinque righi, giustificati al centro, con altezze delle lettere variabili in base ai righi. Le lettere del primo, quarto e quinto rigo hanno altezza pari a 2,7cm; le lettere del secondo rigo hanno altezza pari a 3,6cm; mentre il terzo rigo presenta due altezze diverse delle lettere, e cioè da 2,7cm e 3,3cm. Inoltre, dal frammento rimasto è possibile confermare che le lettere incise erano colmate a raso con il piombo, così da mettere in risalto la scritta.

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