Eduardo Paolozzi: le origini, l’arte, il manoscritto


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«Studi Cassinati», anno 2021, n. 3
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di Piero Ianniello e Laura Di Pofi*

 

Eduardo Paolozzi.

Eduardo Paolozzi.

Ad inizi ‘900, durante la prima ondata migratoria italiana, una famiglia di Viticuso si trasferì nella lontana Scozia. Qui nacque una figlia, che fu poi raggiunta da un altro giovane dello stesso paese. I due si sposarono, aprirono una gelateria e nel 1924 diedero alla luce il primogenito Eduardo, che in seguito divenne uno dei massimi esponenti dell’arte postmodernista anglosassone, membro fondatore dell’«Independent Group» di Londra. Un artista di fama internazionale che nella vita non ha dimenticato le sue origini italiane o, per meglio dire, cassinati. Proprio alla battaglia di Montecassino è infatti dedicata un’installazione enorme che oggi campeggia di fronte alla Cattedrale di St. Mary nella Picardy Place di Edimburgo, in Scozia.

 

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Paolozzi e il legame con le terre di origine

In un’intervista, alla domanda su quale fosse il primo ricordo della sua vita, Paolozzi rispose così: «Penso che le mie prime memorie siano all’età di tre anni, quando fui portato in Italia. Ero il primogenito, e maschio, e i miei genitori venivano da un paesino dove appunto nella cultura c’è una sorta di orgoglio del primo figlio maschio, così mi portarono per essere mostrato a tutti come un vanto. Di quel viaggio ricordo l’orrore nel vedere l’uccisione di un maiale, dev’essere stato febbraio, peraltro il mese adatto per la chiusura di una gelateria. L’altra cosa che ricordo è un enorme specie di millepiedi che veniva fatto a pezzi con una vanga»1.

Un evento probabilmente di forte impatto, nonostante il bambino avesse soli tre anni. Ma un viaggio in quell’epoca (1927 circa) non doveva essere cosa facile, e il cambiamento intorno a sé doveva aver impressionato il bambino così tanto da farglielo restare impresso per il resto della vita.

Il territorio cassinate di quel tempo è descritto così da Paolozzi stesso: «[Un paese] chiamato Viticuso, che è nella provincia di Frosinone, ma per arrivarci bisogna arrivare a Roma, e poi andare in autostrada, in macchina o autobus, fino a Cassino, e poi continuare per altri venti minuti sulle colline. Ma quando mio padre era ragazzo quella strada bisognava percorrerla sul mulo. Cassino era la cittadina più vicina dove la gente si incontrava scendendo dai paesi circostanti per comprare le provviste che non si coltivavano da sé»2.

La migrazione dal cassinate era avvenuta nei primi del ‘900. Da Viticuso i primi a partire per la Scozia furono i nonni materni di Eduardo, portando con sé la figlia Carmela. In un viaggio di ritorno al paese natio, la giovane conobbe colui che sarebbe poi diventato il babbo di Eduardo e se ne innamorò. Dopo aver espletato il servizio militare durante la Prima guerra mondiale, il ragazzo decise così di migrare anche lui in Scozia e di sposare la giovane.

I genitori di Eduardo iniziarono l’attività di gelatai a Seafield, un quartiere molto povero di Edimburgo, mentre i nonni paterni rimasero a Viticuso a gestire l’ufficio postale del paese e ad amministrare i terreni di famiglia, assumendo periodicamente braccianti per i lavori stagionali.

I suoni della prima lingua udita da Eduardo, sia all’interno delle mura domestiche che tra i membri della comunità italiana della città, sono stati quelli del dialetto di Viticuso. Il bambino crebbe così bilingue come molti figli di migranti, parlando il dialetto paesano in casa e lo scozzese all’esterno con i propri amici. La scuola pensò poi ad insegnargli l’inglese ufficiale, cui infine si andò ad aggiungere l’italiano standard sovraregionale, allorquando i genitori lo iscrissero ad una scuola di lingua italiana. Secondo le stesse parole di Paolozzi: «Le quattro lingue che parlavo erano il dialetto del paese italiano, l’italiano standard, lo scozzese di strada e l’inglese standard»3.

Durante l’infanzia, il legame di Eduardo con la terra d’origine dei suoi genitori era dunque molto forte. «Dall’età di nove anni in poi – racconta – mio padre mi mandava in Italia per tre mesi all’anno, per quelli che chiamavamo ‘i campi Balilla’»4. Un’esperienza che definì bellissima e che gli permise da un lato di improntare la sua identità su due culture e dall’altro di imparare la vita di campo, esperienza che sostiene lo abbia preparato ad affrontare la prigionia che avrebbe vissuto negli anni della Seconda guerra mondiale: «Stare in prigione non è stato poi così difficile, perché ero abituato a contare solo su me stesso, in un certo qual modo»5.

Gli eventi bellici devono poi aver ridotto la forza del legame con l’Italia. Paolozzi seppe dell’entrata in guerra della Germania proprio mentre si trovava a Roma, nel 1939, ma a partire dalla fine della guerra non si hanno più notizie di sue regolari visite a Viticuso o nella zona del Cassinate. L’unica, peraltro senza datazione, è di un viaggio di Paolozzi insieme all’amico Nigel Henderson, fotografo e membro anch’egli dell’«Independent Group». Nell’occasione furono scattate così tante foto da riempire 10 rullini. Purtroppo, sembra che di quei 10 rullini solo due si siano salvati, con grande rammarico di Paolozzi stesso, che perse così gli scatti di un’Italia agreste che andava ormai scomparendo.

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Eduardo Paolozzi, l’artista e il suo tempo

Edoardo Paolozzi, Wittgenstein the soldier.

Edoardo Paolozzi, Wittgenstein the soldier.

Fu tra gli anni 1952 e 1954 che Eduardo Paolozzi divenne uno dei fondatori dell’«Independent Group» di Londra, un gruppo di artisti d’avanguardia la cui idea di fondo era quella di incorporare la cultura popolare nell’arte modernista, già sviluppatasi tra Inghilterra e Stati Uniti nei decenni precedenti. L’arte del gruppo, di cui Paolozzi sembra fosse l’esponente maggiore, viene comunemente considerata precorritrice della «Pop Art» che di lì a poco si sarebbe diffusa soprattutto in America.

Dalle parole dello stesso Paolozzi ci viene la definizione della sua arte: «Penso di essere interessato principalmente alla magica abilità dell’artista di produrre una metamorfosi nelle cose, che da ordinarie diventano qualcosa di straordinario e magnifico»6.

Una delle opere maggiormente conosciute di Paolozzi è As Is When, una collezione di immagini serigrafiche realizzate da Paolozzi nel 1965 e conservata oggi al «MoMA» (Museum of Modern Art) di New York.

Edoardo Paolozzi, Wittgenstein at Cassino.

Edoardo Paolozzi, Wittgenstein at Cassino.

As Is When7 è stata definita da Paolozzi stesso un omaggio alla vita e agli scritti del filosofo viennese Ludwig Wittgenstein, anch’egli legato a Cassino per avervi trascorso alcuni mesi da prigioniero durante la Prima guerra mondiale8. Ma già nel 1963 Paolozzi aveva realizzato Wittgenstein at Cassino, scultura esposta alla «Leeds Art Galery», nel Regno Unito.

La connessione tra i due si gioca ovviamente anche su altri livelli9: «Gli studi del sistema linguistico di Wittgenstein coincidono con l’interesse di Paolozzi per i giochi influenzando il suo approccio alla ripetizione e giustapposizione di elementi nella sua arte»9. In As Is When, ciascuna delle immagini ripercorre una pagina della vita o delle opere di Wittgenstein, corredata da citazioni riprese dagli scritti o dalla biografia10 del filosofo. Come puntualizza Paerson: «Le citazioni si riferiscono tematicamente a vari aspetti dell’uso dell’arte figurativa a cui Wittgenstein ricorre per discutere di logica, e, se prese come un corpo organico, formano una nuova teoria di estetica basata sulla metaforica estensione del concetto di film»11.

Il concetto di film a cui Paerson fa qui riferimento, più che come narrazione cinematografica, va inteso come mera successione di immagini che vanno a creare un movimento12.

Per capire ancora meglio l’importanza di Paolozzi nel mondo dell’arte, e non solo quella anglosassone, basti pensare all’ammirazione che il cantante Paul Mc Cartney ha sempre manifestato per lui: «Io penso che il contributo alla scena della Pop art Britannica (anche se non credo lui amasse questo termine) sia stato estremamente importante»13. Il musicista si rivolse a lui per la realizzazione della copertina e degli interni del disco Red Rose Speedway, del 1973: «Ho chiesto ad Eduardo di contribuire alla realizzazione della grafica e della copertina di ‘Red Rose Speedway’, e lui l’ha fatto magnificamente»14. Oggi un’intera pagina dedicata all’artista di origini cassinati è presente nel sito ufficiale di Paul Mc Cartney15.

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The Manuscript of Montecassino

La copertina del disco di Paul Mc Cartney, Red Rose Speedway.

La copertina del disco di Paul Mc Cartney, Red Rose Speedway.

L’imponente installazione intitolata The Manuscript of Montecassino si staglia oggi di fronte alla Cattedrale di Saint Mary, a Edimburgo, in Picardy Place, un intero spazio urbano progettato anch’esso da Paolozzi. L’importanza del luogo per l’autore è data dalla presenza della chiesa, in cui aveva seguito le funzioni religiose per alcuni anni, fino al 1940, quando la guerra irruppe. L’importanza del contenuto e del messaggio dell’opera è invece legato alle origini territoriali dell’artista, Montecassino, e alla guerra, che ha segnato sia il luogo, che la sua famiglia.

 

La Seconda guerra mondiale ebbe infatti un impatto fortissimo su Eduardo. Nel 1940, a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia contro le forze alleate, gli italiani che vivevano in Scozia furono prima internati, e successivamente deportati per essere tenuti lontani da ogni possibile coinvolgimento con la guerra.

Eduardo, all’epoca sedicenne, fu separato dai suoi famigliari e detenuto nella Saughton Prison. I suoi famigliari furono invece imbarcati insieme ad altri 1500 italo-scozzesi per il Canada, sulla «Arandora Star», la nave che durante il viaggio fu silurata perché non contrassegnata come trasporto di civili. In quella nave viaggiavano il nonno, il padre e lo zio di Eduardo, tutti morti.

L’evento fu così traumatico per il giovane che quando gli fu offerto di scegliere tra restare in prigione o essere arruolato e mandato al fronte, si dichiarò schizofrenico. Fu quindi internato in un ospedale psichiatrico, dove chiese di poter seguire un corso di arte. Da lì, quasi per una casualità, nacque l’artista.

Gli eventi che lo segnarono come artista furono sia la perdita di gran parte della sua famiglia, sia la devastazione del territorio da cui proveniva, malauguratamente tagliato in due dalla Linea Gustav.

Edoardo Paolozzi, The Manuscript of MonteCassino: Il piede

Edoardo Paolozzi, The Manuscript of MonteCassino: Il piede

Edoardo Paolozzi, The Manuscript of MonteCassino: La mano.

Edoardo Paolozzi, The Manuscript of MonteCassino: La mano.

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La sensazione della nefandezza della guerra è data dalla composizione dell’opera stessa: «Il gigantesco piede è una moderna interpretazione dell’antica opera del Colosso di Costantino, ora esposto ai musei Capitolini a Roma [un’opera pervenutaci anch’essa in pezzi separati N.d.A]. In opposizione, la mano aperta, che incorpora piccoli gradini a grandezza di bambino (un invito a venire e giocare), tiene una palla, due cavallette in accoppiamento (simbolo di fertilità) e una lucertola con una coda spezzata (simbolo di coraggio di fronte al pericolo, ma anche l’abilità di accettare la sconfitta e guardare al futuro). Infine l’ultimo elemento del trittico, la caviglia tagliata con su una iscrizione, presenta un elemento dell’autonomia del piede umano che mostra movimento, ma anche equilibrio e stabilità»16. Un’opera quindi divisa e dispersa come le parti di un corpo smembrato da un’esplosione. Tre parti di corpo separate, una mano, un piede e una caviglia, che trasmettono comunque un messaggio positivo: il progredire inesorabile del cammino della storia che dal passato conduce al presente e al futuro, l’invito alle nuove generazioni a tornare con resilienza a giocare e ripopolare quelle terre, la voglia di proseguire il cammino con fermezza, nonostante le ferite. In contrapposizione alla lacerazione del corpo, ma in maniera complementare al loro messaggio simbolico, la speranza di pace data dal testo inciso sulla scultura stessa. Il testo, il più chiaro riferimento a Montecassino e che risulta inserito nella caviglia, è ripreso da una epistola di Carlo Magno a Paolo Diacono, al tempo monaco dell’abbazia:

Edoardo Paolozzi, The Manuscript of MonteCassino: La caviglia.

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Hinc celer egrediens facili, mea carta, volatu
Per sylvas, colles, valles quoque præpete cursu,
Alma Deo cari Benedicti tecta require.

Est nam certa quies fessis venientibus illuc;
Hic olus hospitibus, pisces, hic panis abundans,
Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum,
Laus, amor et cultus Christi simul omnibus horis17

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Un testo che fa appello alla pace e alla bontà offerta da Montecassino e dai monaci che popolano l’abbazia. Come se l’artista si chieda incredulo: ma è così che è stato ridotto questo luogo di pace e amore? Paolozzi ha dichiarato che il testo della scultura «[…] serve come un doppio legame tra la Cattedrale e le origini non solo di mio padre e di mio nonno, ma dei tanti Italiani che sono venuti da queste terre per fare della Scozia la propria casa»18. È dunque un messaggio che prendendo spunto dal massacro del cassinate, travalica i confini della propria tragedia famigliare e include in un sentimento di dolore tutti gli italiani, vittime di una Guerra che ha devastato un paese già povero, e già per questo costretto a vedere i propri figli migrare in cerca di migliori fortune.

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Bibliografia

Artist’s life. Sir Eduardo Paolozzi, Interviewed by Frank Whitford, National Life Stories and The British Library, C466/17, 1994

Bibliothèque de l’ecole de chartes, Imprimerie de decourchant, 1839-1840

Paolozzi and Wittgenstein. The Artist and the Philosopher, a cura di Diego Mantoan e Luigi Perissinotto, Plagrave, 2019

Kołakowska Beata, Konarzewska Bogusława, Public art in the era of urban transformations. A case study of Eduardo Paolozzi’s artistic output in Edinburgh and in London, Przestrzeń i Forma, Wydawnictwo Uczelniane Zachodniopomorskiego Uniwersytetu Technologicznego w Szczecinie, 2020

Pearson Brook, Ontology in Collage: Paolozzi’s Wittgenstein and Fili, in «Rivista di estetica», 2011

Edouard Roditi, Interview with Eduardo Paolozzi, in «Arts», Maggio 1959

Wendy Weitman, in Deborah Wye, Artists and Prints: Masterworks from The Museum of Modern Art, New York: The Museum of Modern Art, 2004

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NOTE

* Tutte le traduzioni dall’inglese e dal latino sono opera degli autori dell’articolo.

1 «I think my earliest memories are at the age of three being taken to Italy. Because I was a first-born, and a son, because my parents came from the same village, there is a thing about village cultures, a pride in the first-born, so I was taken to the village there to be shown off, and I think what I remember of that time was being horrified at seeing a pig being killed, so it might have been February, which makes sense for an ice-cream shop, because February be the slackest month for the shop. And the other thing I think I remember was seeing what looked to me an enormous kind of centipede being chopped up with a spade» («Artist’s life», p. 4).
2 «[A village] called Vidicuzo, which is in Frozinone, but to get there you go to Rome and you go down on the altostrada, either by bus or by car, to Cassino, and then you can either carry on, it’s about twenty minutes from Cassino, up in the hills. But when my father was a boy it was by mule, more or less. Cassino was the nearest town where people could come down from the villages, and buy staples that they didn’t grow themselves» («Artist’s life», p. 4).
3 «The four languages I used to speak was the village Italian, proper Italian, and the Scottish of the streets, and proper English» («Artist’s life», p. 13).
4 «From the age of nine onwards my father sent me to Italy for three months a year to what we call Balila camps» («Artist’s life», p. 6).
5 «Going to jail, it didn’t seem such a hardship, because I was so used to being self-sufficient of a kind» («Artist’s life», p. 6).
6 «I suppose I am interested, above all, in investigating the golden ability of the artist to achieve a metamorphosis of quite ordinary things into something wonderful and extraordinary» (Roditi 1959, p. 44).
7 In As I When una delle serigrafie realizzate da Paolozzi s’intitola Wittgenstein the soldier che riporta la seguente citazione: «When Wittgenstein was captured [by Italian forces in WWI] he had in his rucksack the manuscript of his Logisch-philosophische Abhandlung», cioè: «Quando Wittgenstein fu catturato [dalle truppe italiane nella prima Guerra mondiale] aveva nello zaino con sé il manoscritto del Tractatus Logico-Philosophicus».
8 Un intero studio è stato dedicato alla connessione artistica-linguistica-filosofica tra i due: Paolozzi and Wittgenstein (Palgrave, 2019).
9 «Wittgenstein’s study of linguistic systems coincided with Paolozzi’s fascination with games and influenced his approach to the repetition and juxtaposition of elements in his own vocabulary» (Weitman, 2004, p. 173).
10 La biografia è stata scritta da Norman Malcom nel 1958, studente di Wittgenstein e ripubblicata nel 1984 con l’aggiunta delle lettere scritte dal filosofo al suo studente.
11 «The quotations relate thematically to various aspects of Wittgenstein’s use of visual imagery to discuss logic, and, when taken as a whole, comprise a new theory of aesthetics, freighted upon the metaphoric extension of ‘film’» (Pearson 2011, p. 104).
12 Paolozzi ha realizzato lui stesso alcuni brevi film. Uno di questi è anche disponibile sui vari canali internet: History of Nothing (1962). Si tratta di un breve film in cui Paolozzi mette in discussione (sin dal titolo) la linearità narrativa e lo fa attraverso un susseguirsi di immagini in gran parte tratte dalle sue opere.
13 «I think his contribution to the British pop art scene (even though I don’t think he liked that term) was extremely important!» (Paul McCartney Eduardo Paolozzi – Paintings On The Wall | full in bloom).
14 «I asked Eduardo to contribute to the artwork for ‘Red Rose Speedway’ which he did brilliantly (Paul McCartney Eduardo Paolozzi – Paintings On The Wall | full in bloom).
15 www.paulmccartney.com
16 «The gigantic foot is a modern interpretation of the antique foot of the Collosus of Constantine, now on display in the Musei Capitolini in Rome. In contrast, the large, outstretched hand, with in-built small steps, adjusted to the size of a child and inviting to come and play, holds a ball, two mating crickets (a symbol of fertility) and a lizzard with a broken tail (a symbol of courage in the face of danger, but also of the ability to accept a loss for the sake of the future). And finally the last element of the triptych, the severed ankle with a place for the inscription presents an element of the anatomy of a human foot showing motion but also equilibrium and stability» (Kołakowska & Konarzewska 2020, p. 202).
17 «Tra i boschi, le colline e le valli, la mia carta vola leggera e veloce, alla ricerca della dimora nutriente del caro Benedetto, dove risiede nel riposo. In quel luogo trovano riposo certo gli stanchi viandanti; qui tutte le bocche degli ospiti trovano verdura, pesce, pane in abbondanza, pace, semplicità di cuore, cose belle e la concordia dei frati, la lode, l’amore e il culto di Cristo tutto insieme» (Bibliothèque de l’ecole de chartes, p. 307).
18 «[…] serves as a double link between the Cathedral and the origins of not only my father and grandfather, but to many Italians who came from these regions to make Scotland their home» (Pearson 2011: 116).

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