In ricordo di Gaetano Di Biasio


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«Studi Cassinati», anno 2021, n. 4
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di Peppino Grossi
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Il 26 novembre 1959 scompariva Gaetano Di Biasio, avvocato, letterato, primo sindaco della ricostruzione di Cassino. Per ricordarlo si propone l’intervento svolto dal preside Peppino Grossi presso la Scuola Media «G. Di Biasio» di Cassino il 3 dicembre 2009 in occasione del cinquantenario della morte di “don Gaetà”.

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Foto segnaletica di Gaetano Di Biasio nel Casellario Politico (Archivio Centrale dello Stato).

Ricordare l’avvocato Gaetano Di Biasio (per tutti i Cassinati semplicemente don Gaetano) significa non soltanto richiamare alla memoria la vita di un uomo di notevolissimo valore intellettuale e morale, ma anche ripercorrere molti decenni della storia della nostra città, della quale don Gaetano fu protagonista assoluto. Naturalmente, non è mia intenzione, questa sera, raccontare la storia di Cassino, cosa che è stata fatta decine di volte, e da gente di gran lunga più competente ed informata di me. Ma qualche momento di essa storia sarà, necessariamente, richiamato, anche se solo, per così dire, alla buona, cioè senza pretese di storiografica scientificità.

Per cominciare, si può dire che Gaetano Di Biasio ebbe una vita piena, movimentata, ricca di imprevisti, a volte di pericoli, di forti delusioni, ma anche di riconoscimenti notevoli e di confortanti gratificazioni: una di quelle vite che sembrano uscite, pari pari, dalla penna di un romanziere ottocentesco, tanto richiamano alla mente personaggi e vicende di raffinati ed avvincenti romanzi di formazione; una vita che, proprio per il suo carattere intrinsecamente e naturalmente romanzesco, non esiterei a definire “romantica”. Ma, per ciò stesso, anche una vita che corre il rischio, se raccontata con intendimenti appena appena agiografici, di scadere al livello di un romanzo di appendice (o di una telenovela). Voglio dire che il pericolo di finire nella retorica incombe, qui, minaccioso più che mai.

 L’avvocato Di Biasio nacque a Cassino il 21 maggio 1877, in una famiglia di modestissime condizioni sociali ed economiche (il padre calzolaio e la madre calzettaia e rivenditrice di ortaggi), una famiglia, però, di mentalità aperta e sensibile, la quale si rese immediatamente conto, appena dopo i primi anni di scuola, delle attitudini, della intelligenza e della volontà del ragazzo, e non si risparmiò sacrifici per consentirgli di proseguire negli studi. Il futuro avvocato Di Biasio frequentò, a Cassino, il ginnasio (che, all’epoca, comprendeva le tre classi dell’attuale scuola media), e, poi, ad Arpino, il liceo, dove conseguì quella che allora si chiamava licenza liceale. Seguì l’iscrizione alla facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Napoli, dopo che il giovane ebbe abbandonato, non senza rimpianti, l’idea di iscriversi alla facoltà di lettere, verso cui lo spingevano la sua attitudine e la sua predilezione per gli studi umanistici, le quali si erano prepotentemente manifestate durante gli anni del liceo. Fu, questa, per il giovane, certamente una rinuncia dolorosa, ma non significò, come vedremo, l’abbandono degli studi e dell’attività letteraria, i quali trovarono incoraggiamento e sostegno nell’amicizia di poeti e letterati quali Raffaele Valente e, soprattutto, Carlo Baccari, che di Gaetano Di Biasio fu amico fraterno.

Durante gli anni dell’università, alla quale potette iscriversi grazie ad una borsa di studi ottenuta per l’interessamento di un altro cassinate benemerito, l’avvocato Benedetto Nicoletti, allora Presidente della provincia di Caserta (di cui Cassino, all’epoca, faceva parte), durante gli anni dell’università, dicevo, il giovane Di Biasio s’ingegnava come poteva in lavori saltuari, ad esempio come scrivano presso il Tribunale di Cassino e presso ditte private, e, così, concorreva a pagarsi gli studi, integrando il sussidio provinciale di 50 lire, e ad alleggerire i sacrifici economici della famiglia.

Gaetano Di Biasio con Enrico De Nicola.

Conseguita la laurea in legge, Di Biasio si immerge in una fervida attività, che spazia in campi disparati: l’avvocatura, la cultura, la politica.

Nella professione di avvocato, da subito diventa uno dei penalisti più rinomati del foro di Cassino. Con il passare degli anni, acquisita una sempre più ampia maturità umana e professionale, la sua notorietà valica i confini della provincia, e don Gaetano prende parte a processi importanti che si svolgono nelle Corti di Assise di Roma e di Napoli. È in quest’epoca (più o meno i primi Trenta anni del secolo scorso) che egli stringe amicizia con i più grandi penalisti italiani: Giovanni Porzio, Ettore Botti, Giovanni Persico, Alfredo De Marsico e, soprattutto, Enrico De Nicola, il futuro primo Presidente della Repubblica, al quale Di Biasio rimarrà legato da profonda amicizia e da reciproca stima (De Nicola gli si rivolgeva sempre con un affettuoso e rispettoso «Caro don Gaetanino»!).

La fama forense di don Gaetano riposava su una eloquenza nativa, alimentata, oltre che da una conoscenza giuridica notevole, da una profonda cultura letteraria e filosofica. Le sue arringhe in corte di Assise, che richiamavano immancabilmente, come ad una rappresentazione teatrale, un uditorio composito, costituito da professionisti, studenti, borghesi, popolani, erano, anche, recite appassionate, perorazioni ed invocazioni di giustizia, in cui una retorica alta ed una sottile dialettica facevano spesso aggio su più specifiche e tecniche motivazioni giuridiche.

Per rendersi conto dei motivi del successo forense di don Gaetano, per penetrare il segreto di tante vittorie clamorose, ottenute in processi nei quali gli avversari erano principi del foro tecnicamente attrezzati come lui, se non più di lui, bisogna anche tener presente la composizione (e, quindi, la natura) della Corte di Assise di quei tempi (almeno i primi trenta anni del secolo scorso), che era molto diversa rispetto ad oggi. In quella, era maggiore il numero dei giudici popolari (12, poi ridotto a 10) e minore, almeno per un certo periodo, quello dei giudici togati (il solo Presidente). Le giurie popolari avevano, quindi, maggiore autonomia e maggiore forza di quanto ne abbiano oggi, e, spesso, le facevano valere in maniera determinante. Agli avvocati erano richieste, perciò, capacità ulteriori rispetto alla conoscenza dei codici. Per fare breccia nel cuore dei giudici popolari, per “ispirare” loro, se così vogliamo dire, per suscitare in loro decisioni favorevoli, non era sufficiente la logica della convinzione, sostanziata di argomentazioni squisitamente, rigorosamente giuridiche: necessitava, anche, la retorica della persuasione, diretta a “commuovere”, ad emozionare, a far leva sui sentimenti non meno che sull’intelletto. L’eloquenza di don Gaetano, certamente sorretta, come dicevo sopra, da profonda conoscenza giuridica, ma affidata anche ad un linguaggio ricco di citazioni letterarie, venato di metafore e di similitudini, attraversato da brevi squarci lirici, sembrava tagliata su misura per processi in cui la mozione degli affetti otteneva un’udienza pari, se non superiore, a quella riservata alla tecnica giuridica. E non bisogna dimenticare, anzi bisogna tenerli nel dovuto conto, le capacità teatrali (nel senso migliore del termine) di don Gaetano e il suo stesso aspetto fisico. La figura alta ed imponente, la chioma lunga e folta, la voce limpida e potente, il gesto imperioso che accompagnava la parola, sottolineandola e rafforzandola nei momenti cruciali di un’arringa, insomma quell’aria carducciana che spirava dalla sua persona imponeva attenzione e rispetto e concorreva a creare le condizioni per una felice conclusione del processo.

Fu così per quello di Linda Amato, un processo famoso che si svolse negli anni Venti, e richiese giorni e giorni di udienze. Don Gaetano difendeva la donna, giovane e bella, che aveva ucciso il suo amante, credo per gelosia. Oggi, la signora si sarebbe, certamente, beccata una trentina di anni di reclusione, ma era di difficile difesa anche in quei tempi di giurie popolari imperanti. Era, però, sotto il patrocinio di don Gaetano, che fece uno dei suoi miracoli. Stregando letteralmente i giurati, grazie a quell’eloquenza di cui dicevo prima, ma anche all’avvenenza della donna – avvenenza che la facondia di don Gaetano sfruttò a dovere per idealizzare l’imputata, anche se non proprio nella maniera e nella misura in cui Iperide idealizzò (e salvò) Frine -, stregando i giurati, dicevo, don Gaetano riuscì a persuaderli che Linda Amato non era l’assassina di cui parlava l’accusa, ma una fulgida eroina, che aveva ucciso non un amante, ma un ignobile seduttore, il quale aveva infangato il suo onore. Linda Amato, quindi, fu assolta, e il suo difensore fu portato in trionfo per le vie della città (In margine al racconto, però, è doveroso aggiungere che don Gaetano non riuscì ad ipnotizzarli proprio tutti, i giudici popolari: un voto contrario all’assoluzione della donna uscì pure dall’urna, e gli osservatori dell’epoca lo attribuirono ad un acuto ed enciclopedico professore di filosofia del locale liceo, Alessio Cellucci, al quale, evidentemente, non resse il cuore di fare, votando per l’assoluzione, un così grave affronto alla sua ragione e alla sua coscienza, anche se, in seguito, trincerandosi dietro la segretezza del voto, si guardò sempre bene dal confessare e rivendicare il suo atto di coraggio!).

Parallelamente all’attività forense, don Gaetano coltiva i suoi interessi culturali e comincia ad interessarsi di politica. Quelli che seguirono alla laurea furono, quindi, anni molto intensi, e non soltanto sul versante dell’attività letteraria. Già durante il periodo dell’università (vale a dire gli ultimi quattro o cinque anni dell’Ottocento), Di Biasio era stato conquistato dalle idee socialiste di Turati, Modigliani, Bissolati. Ai primi del Novecento, questo suo socialismo assunse venature anarcoidi, perché don Gaetano, frequentando un suo parente, il tipografo Raffaele Mentella, si era avvicinato al circolo anarchico di Roma, di cui Mentella era stato uno dei fondatori. Per tale circolo, Di Biasio fece conferenze e commemorazioni (famosa, ad esempio, quella di Carlo Pisacane, che egli tenne sul Gianicolo, per incarico del Partito Socialista Anarchico di Roma). Don Gaetano, insomma, obbedendo alla sua indole ribelle, e, forse, anche in reazione a certi piccoli soprusi e insolenze di alcuni maggiorenti di Cassino, che mal sopportavano che il figlio di un calzolaio stesse diventando l’idolo del paese, andava schierandosi con gli anarchici e con i socialisti, cioè con la parte allora più debole dello schieramento politico, costantemente tenuta sotto stretto controllo dai governi dell’epoca. E fu proprio a causa della sua adesione al movimento anarchico che si trovò coinvolto, senza colpa alcuna, in un tentativo di regicidio ad opera di un giovane anarchico, tale Antonio D’Alba, il quale, il 14 marzo 1912, aveva sparato due colpi di pistola contro Vittorio Emanuele III, mancando, però, il bersaglio. Arrestato e sollecitato (probabilmente nella maniera in cui la polizia, a quei tempi, era solita “sollecitare”) a fare i nomi di eventuali complici, lo sciagurato, allettato forse anche dalla promessa di uno sconto di pena, fece quello di don Gaetano, di cui aveva, a Roma, ascoltato i discorsi. Don Gaetano fu arrestato a sua volta, e, solo dopo un drammatico confronto con il suo accusatore, riuscì a dimostrare la sua assoluta estraneità al fatto. Ebbe, comunque, anche in quella triste occasione, la testimonianza dell’affetto che Cassino nutriva per lui: alla notizia della scarcerazione di don Gaetano e del suo imminente arrivo a Cassino, un intero paese abbandonò l’importante processione serale che si svolgeva ogni anno il 27 di maggio per la festa della Madonna della Rocca, e si riversò alla stazione ferroviaria. Don Gaetano fu accolto addirittura con la banda musicale e accompagnato trionfalmente a casa.

L’adolescenza e la giovinezza di don Gaetano (cioè, il periodo della sua formazione culturale ed umana) coincidono, più o meno, con gli ultimi quindici anni del secolo diciannovesimo. Nessuna meraviglia, quindi, se la cultura e l’etica del Nostro presentino caratteri ottocenteschi. Quello che induce, invece, a qualche riflessione è il fatto che l’“ottocentismo”, se così lo possiamo chiamare, di don Gaetano sembra (almeno a me) quasi assolutamente esente da influssi di correnti culturali, quali, ad esempio, il Decadentismo e il Verismo che, al tempo della sua formazione, pure si andavano affermando. I suoi referenti culturali sono sempre poeti e scrittori “forti”, niente affatto decadenti: i classici latini e greci in primis, in particolare Virgilio, di cui don Gaetano aveva tradotto Le Georgiche e l’Eneide, fornendo, peraltro, di quest’opera una versione originalissima, che trasponeva in italiano il ritmo dell’esametro latino; e poi Dante, Foscolo, Mazzini, Carducci. E, anche se non se ne ha esplicita notizia, fra le sue letture non sarà certamente mancato Francesco De Sanctis, se si tiene conto della straordinaria somiglianza che c’è fra il modo di concepire i rapporti tra morale, politica e arte da parte del grande critico irpino e la concezione che di tali rapporti ebbe don Gaetano. Anche Alfieri, dovette avere, secondo me, la sua influenza su don Gaetano, almeno l’Alfieri filtrato attraverso Foscolo e Carducci. Solo il Pascoli fa stecca nel coro dei poeti forti letti ed amati da don Gaetano. La predilezione per il poeta di Myricae e de I canti di Castelvecchio non deve, però, meravigliare troppo: la delicata sensibilità del Pascoli, la sua attenzione per i più deboli, il suo socialismo un po’ ingenuo, la celebrazione degli affetti familiari facevano di sicuro vibrare certe corde profonde dell’anima di don Gaetano, in genere tacitate da una severa, spartana concezione della vita. Ma forse giocavano motivi più personali nella vicinanza spirituale di Pascoli e don Gaetano: tra le carte di quest’ultimo sono stati ritrovati alcuni fogli manoscritti di Giovanni Pascoli, con in calce la firma dell’autore di Myricae, firma che sembra essere autentica. Il fatto farebbe pensare ad una corrispondenza epistolare fra i due scrittori. Ma, tornando a quello che, per comodità, ho chiamato l’ottocentismo di Don Gaetano, mi sembra evidente che la connotazione richiami, in generale, più il primo che il secondo Ottocento, e, in particolare, quella tradizione poetico-patriottica, pre e post-risorgimentale che, partendo dall’Alfieri, passa attraverso Foscolo, Mazzini ed altri, ed arriva sino a Carducci.

Nota di protesta contro i tentativi di mutilazione della circoscrizione giudiziaria del Tribunale di Cassino.

Manifesto avvio lavori E.r.i.cas.

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Don Gaetano era ormai anziano, aveva di gran lunga passato la sessantina, quando, nel 1944, fu chiamato a quella che doveva risultare l’impresa più ardua e più importante della sua vita: la ricostruzione di Cassino.

Immediatamente dopo la liberazione della città ad opera degli Alleati, i Cassinati sfollati in tutte le parti d’Italia cominciarono a tornare alla loro terra, spinti da un insopprimibile, quasi selvatico animus revertendi, ma là dove sorgeva una volta Cassino trovarono una landa desolata di macerie e di acquitrini. Si sparsero, allora, nelle contrade: a S. Antonino, a S. Michele, a S. Angelo in Theodice, a Caira. Si trattava di circa diecimila persone scalze ed affamate, prive dei più elementari mezzi di sussistenza, che andarono ad aggiungersi agli abitanti che non avevano mai lasciato queste zone. Intanto, gli Alleati, che avevano dichiarato Cassino zona infetta e inabitabile, la ritenevano disabitata, mentre, invece, almeno nelle frazioni, la popolazione era enormemente aumentata. L’Amministrazione Militare continuò, quindi, a distribuire quel poco di farina che non bastava nemmeno prima, ignorando l’aumento della popolazione. La situazione era disperata: mancava tutto. Non c’era un medico, non c’era una farmacia. Cominciarono a diffondersi la malaria ed il tifo, che facevano strage nella popolazione già debilitata dalle sofferenze e dalla fame. Nessuna autorità si incaricava di reprimere i delitti, e diventavano frequenti aggressioni, furti e rapine.

Erano queste le condizioni in cui versava la cittadinanza quando, finalmente, nel giugno del ’44, il Prefetto di Frosinone, visitò Cassino (meglio: quel che rimaneva di Cassino) e si rese conto della gravità della situazione. Rimase esterrefatto, non si aspettava lo spettacolo che gli si parò davanti agli occhi. Cercò di fare qualcosa, e, non potendo fare niente di meglio, decise di nominare un sindaco ed un vice-sindaco con l’incarico di ricostituire il Comune di Cassino. Gli fu impossibile, però, reperire persone che si intendessero di amministrazione, e “ripiegò”, se così vogliamo dire, su due uomini di lettere, non compromessi con il passato regime, ma assolutamente digiuni di cose amministrative: fu così che l’avvocato Di Biasio divenne sindaco di Cassino e l’avvocato Tancredi Grossi vice-sindaco.

Per don Gaetano cominciava una fase cruciale della sua vita. Non era l’inizio di una normale sindacatura, ma quello di una avventura inaudita. La guerra aveva cancellato ogni indizio di civiltà, e la vita doveva rinascere, a Cassino, quasi al di fuori della storia. Un sindaco puro amministratore non sarebbe stato, certo, il più indicato in una situazione del genere, ove, d’altronde, non c’era gran che da amministrare. Come disse molto bene il Preside Francesco De Rosa, ex-sindaco di Cassino, in una commemorazione di don Gaetano in occasione del ventennale della morte, «il problema (prioritario) era quello di suscitare una volontà di rinascita, di raccogliere le forze morali residue, di far intendere a tutti, al di là delle divisioni ideologiche, la necessità che il paese rinascesse». C’era bisogno, insomma di un animatore, di un uomo autorevole, di un trascinatore di indiscusso prestigio, ma anche di notevole coraggio. Si trattava, da un lato, di motivare i cittadini dubbiosi perché collaborassero come potevano; dall’altro, di fare intendere alle autorità centrali, non proprio sensibili al problema della rinascita di Cassino, la particolare condizione di una cittadinanza senza più paese, di un comune senza più territorio abitabile. Non era proprio il caso di muoversi per vie burocratiche, o di andare a piatire soccorsi. Don Gaetano agì d’istinto, obbedì alla sua indole ribelle, risfoderando il suo carattere anarchico e libertario, risorgimentale e carducciano. Si mosse su diversi fronti: mentre mandava imperiose richieste di aiuto economico prima al Presidente Roosevelt e poi al successore Truman, invitandoli a mantenere le promesse fatte dagli Alleati appena passata la guerra, scavalcava le autorità provinciali, sorde ai problemi di Cassino, e faceva rotta decisa sui ministeri. Qui, seguito dai suoi più stretti collaboratori, gli avvocati Luigi Colella, Tancredi Grossi e Giuseppe Margiotta, combattivi non meno di lui, si scontrava, a volte con inaudita violenza verbale, con ministri e sottosegretari che si mostrassero insensibili alle condizioni dei Cassinati. Gli uscieri assistevano, un po’ increduli e un po’ spaventati, all’irrompere incontenibile nelle stanze ministeriali di questo drappello di insoliti questuanti (per tali, infatti, venivano presi!) che, più che a chiedere, venivano a minacciare e a pretendere: i loro volti portavano ancora i segni delle privazioni sofferte, i loro abiti logori denunciavano la perdurante, attuale miseria (ricordo ancora un trench che mio padre indossò, anche con un certo sussiego, per diverse stagioni: avrebbe fatto la felicità del tenente Colombo!).

Quando non riusciva ad ottenere proprio niente, don Gaetano, sempre seguìto dai suoi “straccioni”, si avviava, risoluto, verso il Quirinale, dove il Presidente della Repubblica, il suo vecchio amico e collega Enrico De Nicola, lo accoglieva con il consueto «Caro don Gaetanino!».

Fu così, in quest’aura garibaldina, che iniziò la rinascita di Cassino. Poi vennero i primi risultati sul piano amministrativo: furono costruite le prime case, furono ricostituiti gli uffici pubblici, fu ripristinata l’istruzione. Intanto, ci si rese conto che la rinascita di Cassino non poteva aver luogo se non in armonia con quella dei comuni del territorio, e che era necessario unire le forze. Don Gaetano fonda l’«Associazione dei Comuni dalle Mainarde al mare», per la difesa dei diritti delle popolazioni sinistrate, e l’«Ente per la ricostruzione del Cassinate» (E.r.i.c.a.s.), che viene dotato di 10 miliardi. Ottiene, poi, per i cittadini di Cassino, un’esenzione decennale dalle imposte statali, dopo che egli stesso li aveva esentati da quelle comunali.

Don Gaetano non potette, però, amministrare i 10 miliardi dell’E.r.i.c.a.s., perché nel ’48 la giunta da lui capeggiata fu costretta a dimettersi. Un giovane sconsiderato, che fungeva da segretario privato di don Gaetano, e che, quindi, non aveva alcun rapporto diretto con il Comune, tradendo la fiducia riposta in lui, s’impossessò di una somma di denaro che, incautamente, gli era stata affidata. Don Gaetano, già indebolito politicamente dopo la mancata (per pochissimi voti) elezione al Parlamento nelle file del Partito Repubblicano, decise di dimettersi (allora ci si dimetteva per poco!), e, insieme a lui, cadde, naturalmente, l’intera Giunta.

Ma la ricostruzione di Cassino, nelle sue linee generali, era ormai avviata, molti progetti erano in fase di attuazione. Finiva il periodo pionieristico, il periodo eroico nel quale si era combattuto contro la miseria e la fame, il tifo e la malaria; il periodo che aveva visto lo sminamento del territorio, il dissodamento delle campagne, con gli uomini attaccati agli aratri al posto delle bestie e le donne che li aiutavano come potevano; e poi i primi prodotti della terra, le prime baracche, le prime case. Finiva l’epoca di don Gaetano, il sindaco della ricostruzione, il profeta della rinascita di Cassino e del Cassinate.

E così, mentre altri uomini si accingevano a completare l’opera della ricostruzione, cominciava il declino fisico ed esistenziale di colui che aveva fortemente voluto la resurrezione di Cassino. La sua attività politico-amministrativa terminò del tutto con le sue dimissioni anche da presidente dell’E.ri.c.a.s., quella forense languiva da tempo, le sue letture non erano più sorrette dall’entusiasmo di una volta. La morte della moglie, che era stata la forza della sua vita, e per la quale aveva una vera e propria adorazione, gli diede il colpo di grazia. Negli ultimissimi anni, vagava come un estraneo per le vie della sua Cassino, e, anche se rispondeva con la consueta, estrema cortesia ai saluti dei concittadini che gli si rivolgevano con rispettoso affetto, pure il suo fare tradiva la lontananza di chi si sente già altrove. Si intratteneva solo con alcuni suoi parenti, che lo accudirono sino alla fine, e con i cari amici della sua gioventù, Carlo Baccari e Raffaele Valente, con i quali riandava ai tempi de «Il Rapido» e de «Le fonti», il giornale e la rivista da loro fondati agli inizi del Novecento.

Se ne andò il 26 novembre del 1959, in una di quelle giornate buie e nebbiose che caratterizzano l’autunno cassinate.

Questa sera, a cinquant’anni dalla sua morte, «Città Città» ha voluto rendergli l’omaggio che si deve ad un uomo la cui vita è stata, ed è, un fulgido esempio di onestà, di serietà, di laboriosità e di dedizione assoluta al bene comune: uno di quei Cassinati grazie ai quali le persone oneste di questa città possono ancora dirsi orgogliose di essere cittadini di Cassino!

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