Il luogo pio di San Leonardo a Colli a Volturno.


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«Studi Cassinati», anno 2022, n. 1
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di Alfredo Incollingo

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Colli a Volturno, Chiesa di San Leonardo.

Nell’attuale comune di Colli a Volturno1, in provincia di Isernia, da secoli è presente un luogo pio laicale (con annessa cappella) fondato dall’Università collese e intitolato a San Leonardo di Noblac, patrono del paese. I suoi amministratori avevano sempre difeso l’autonomia dell’istituto caritativo dall’eccessiva ingerenza del clero in quanto, trattandosi di un ente di beneficenza secolare, dipendeva in parte dalle autorità ecclesiastiche locali: l’arciprete di Colli, gli abati di San Vincenzo a Volturno e Montecassino.

Il borgo di Colli a Volturno è stato fondato alla fine del X secolo dall’abbazia di San Vincenzo a Volturno. Così l’agglomerato urbano, fin dall’origine, si è trovato sotto la giurisdizione dell’antica diocesi volturnense che, a partire dal 1395 e fino al XVIII secolo, era stata affidata ad abati commendatari finché con le bolle Ex debito (5 gennaio 1699) di papa Innocento XI ed Ex iniuncto nobis (27 aprile 1702) di papa Clemente XII la Terra Sancti Vincentii venne aggregata alla diocesi di Montecassino. Si venne così a sancire l’unione delle due circoscrizioni vescovili2 e così da quel momento anche la parrocchia di Colli diventò una dipendenza cassinese.

Dopo tre secoli, con Motu Proprio Catholica Ecclesia, reso esecutivo con decreto del 21 marzo 1977, papa Paolo VI giunse a scorporare l’antica Terra di San Vincenzo dalla circoscrizione vescovile cassinense per integrarla nella neonata diocesi di Isernia-Venafro, che, in cambio, cedette all’abbazia di Montecassino tre parrocchie ubicate nella provincia di Frosinone (Viticuso, Acquafondata e Casalcassinese)3.

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LE PRIME NOTIZIE

La cappella o chiesa di San Leonardo è attestata a Colli a partire dal 16784 e, all’epoca, si trovava all’esterno del centro abitato, antistante la «Taverna della Cammera Baronale, la Fontana e Strada Pubblica»5.

La chiesa, probabilmente, era stata edificata ben duecento anni prima, nel XV secolo6.

Innigo Caracciolo, già vescovo di Aversa e ultimo abate commendatario di San Vincenzo a Volturno, aveva visitato la parrocchia di Colli il 5 giugno 16977 e, oltre alle chiese di pertinenza dell’arcipretura, aveva ispezionato anche la cappella di San Leonardo, pur essendo questa di giuspatronato laico8, com’era consuetudine da tempo immemore9.

L’abate aveva ordinato che sulla parete frontale dell’edificio fosse affissa un’immagine del santo patrono e aveva dettato alcune disposizioni per l’amministrazione del luogo di culto. Infine, disponeva che ogni anno il procuratore di San Leonardo dovesse pagare 14 ducati all’arcipretura di Colli per tutte le funzioni religiose celebrate nella cappella10.

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UNA CAPPELLA LAICALE

La chiesa di San Leonardo, «quale si mantiene colle sue proprie, ed effettive rendite»11, era stata costruita dall’Università di Colli12 su un terreno di proprietà ecclesiastica e, per questa ragione, il procuratore donava all’arciprete mezza libra di cera ogni anno per la concessione13.

La cappella di San Leonardo era amministrata da un procuratore laico eletto annualmente dai sindici e affiancato da un ecclesiastico (l’economo) nominato anch’esso dagli amministratori locali di Colli14 per vigilare sulla corretta gestione della chiesa.

Secondo i decreti di Innigo Caracciolo, non poteva essere scelto come procuratore chi avesse contratto debiti con l’amministrazione di San Leonardo o con altre persone. Chiunque avesse trasgredito queste norme, sarebbe stato destituito, rimettendo le sue funzioni al vicario dell’abate commendatario, e interdetto a presentarsi per la medesima carica fino a quando non avesse soddisfatto tutti gli obblighi15.

Il vescovo Caracciolo, inoltre, ordinava che:

«i procuratori in debito di passate gestioni della chiesa che risulterà debbano presentare il rendiconto da più di dieci anni, qualora non abbiano pienamente adempiuto all’obbligo nel termine di sei mesi, siano colpiti da interdetto personale finché non vi abbiano adempiuto»16.

Nel 1697, per esempio, l’ex procuratore Francesco Di Sandro saldava un ingente debito di 400 ducati in grano e in denaro17.

Alcuni abitanti di Colli, invece, avevano presentato un ricorso al re Ferdinando IV di Borbone nel 1760 per una presunta irregolarità nell’elezione del procuratore, il «medico Pietro de Marco». Si era provveduto a sostituirlo con Leonardo Angelone, ma questi era parente di alcuni debitori della chiesa. Il sovrano, alla fine, aveva ordinato di reintegrare nel suo legittimo ruolo il «medico de Marco», che era stato eletto in un regolare «pubblico parlamento»18.

In specifici registri contabili, che coprivano un arco temporale di dieci anni, si annotava la contabilità della chiesa:

«E questi introiti [il visitatore] ha ordinato che in futuro vengano annotati non su libretti particolari di ciascun procuratore ma in un volume più grande, in cui compaia la situazione di più anni, almeno dieci, sicché si possano facilmente vedere le uscite e le entrate e i conti [delle gestioni] precedenti, sotto pena di dieci libre di cera da conferirsi alla sacrestia della chiesa medesima; i debiti della chiesa, poi, [il visitatore ha ordinato] che siano riportati dal reverendo arciprete nella suddetta tabella con tutti i loro dettagli e le note giustificative, debiti che dovranno essere sottoposti all’approvazione del vicario generale, a norma del decreto generale»19.

Nonostante la cappella di San Leonardo fosse di pertinenza esclusiva dell’Università di Colli, i sindici avevano denunciato ripetutamente l’eccessiva ingerenza dell’arcipretura nell’amministrazione della chiesa, soprattutto in occasione dell’elezione dei procuratori.

L’Università collese, per esempio, aveva risposto apertamente alle continue interferenze dell’arciprete nel 1728:

«Berardino Siravo, Simone Campellone ed Antonio Barone, odierni sindici al regimento e governo di questa terra delli Colli, Domenico del quondam Carlo d’Alesio, Domenico d’Andriuolo e Silvestro Lombardo, eletti nel regimento sudetto. Reverendo Signor Don Giovan Battista Procaccino nostro carissimo salutem et diligentiam in commissis. Vi significamo spettare a noi eliggere e destinare il sopraintendente generale della venerabile chiesa di San Leonardo, nostro invittissimo protettore, e sue entrade, ser vata la forma dell’antico solito pratticato da nostri predecessori in somigliante elettione; e, stantino l’ottime qualita ed esperimentata diligenza che concorrono nella persona di voi sudetto, abbiamo stimato convenevole farvi la presente col tenor della quale, in virtu della faccolta che abbiamo e di detto antico solito, vi destinamo, deputamo et eliggemo sopraintendente generale di detta chiesa e sue entrade per un anno continuo et ut seqitur finiendum decorrendo da oggi colla solita provisione di ducati sei, cosi goduta dagl’altri per il passato, e con l’altre clausole, preeminenze e prerogative che vanno e sono annesse a detto officio, communicandovi a tal effetto tutta la faccolta necessaria et opportuna, essortandovi aver a cuore l’interessi di detta chiesa accio in fine della vostra carica possiate riportame a beneficio di essa lodevoli progressi»20.

L’arciprete don Pietro Cimorelli, per esempio, si era pubblicamente opposto alla nomina dell’amministratore Alessio Incollingo nel 1699. Ufficialmente, non lo considerava adeguato «nei costumi e nella dottrina» a svolgere il suo incarico, mentre i sindici ritenevano che dietro la presa di posizione dell’arciprete vi fossero «fini privati»21.

Il vicario dell’abate di San Vincenzo a Volturno, don Domenico Miccioni, aveva respinto le rimostranze di don Pietro, riconoscendo l’elezione di Alessio Incollingo22.

L’arciprete non poteva esercitare nessuna autorità sul procuratore, com’era stato stabilito dai decreti di Innigo Caracciolo. L’unico esponente del clero ammesso nella gestione della cappella era l’economo, che sovrintendeva alla redazione dei rendiconti di San Leonardo insieme con due «Rationali», ovvero i contabili dell’Università scelti per quello specifico incarico dai sindici23.

Tutte le decisioni inerenti all’amministrazione di San Leonardo erano prese collegialmente. Nel 1735, per esempio, erano stati convocati dagli amministratori locali tutti i capifamiglia di Colli per decidere se costruire o meno un altare dedicato alla Madonna dei Sette Dolori. Qualora fosse stato edificato, l’Università avrebbe provveduto alle spese per far celebrare ogni anno nel giorno della ricorrenza religiosa mariana (15 settembre) il «primo, secondo Vespro, e Messa Cantata» e per «mantenere il suddetto Altare». Tutti i capifamiglia acconsentirono alla costruzione dell’altare24, «tanto più che devono rifarsi in detta Chiesa li Altari antichi, che vi stavano prima d’ampliarsi detta Chiesa»25.

L’Università di Colli aveva successivamente chiesto all’abate di Montecassino di concedere al procuratore la «licenza di benedirlo affinche venghi a perfezzione una tanta devozione giusta la salute dell’anime»26.

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I BENI DI SAN LEONARDO

Colli a Volturno, Chiesa di San Leonardo, statua.

Il procuratore affittava e vendeva i beni di San Leonardo o ne acquistava di nuovi a seconda delle necessità previa autorizzazione dell’arciprete e dell’Università, nonostante ci fossero state delle rimostranze da parte delle autorità locali di Colli. La chiesa, si affermava, «è mantenuta […] con li beni acquistati e donati a quella da cittadini e dalla medesima Università» e la proibizione di vendere o acquistare proprietà, merci o animali senza il consenso delle autorità ecclesiastiche era avvertita come un’eccessiva ingerenza da parte del clero27.

Un’abitazione di proprietà della cappella, per esempio, era stata data in affitto a «Berardino di Lisi»28, mentre un’altra casa «nel luogo detto il Vico delli Gradi Santi» era stata locata all’Università di Colli29.

Nel 1727, il procuratore Antonio Campellone aveva acquistato una vigna in contrada «San Lorenzo»30, mentre l’amministratore «Francesco di Iorio» aveva venduto nel 1754 una casa in località «Li Gradi Santi» all’arciprete don Vincenzo Mancini31.

Per quanto riguarda le risorse finanziarie, invece, i procuratori prestavano denaro sempre con il consenso dei sindici e dell’arcipretura32. Se i creditori non fossero riusciti saldare i debiti, avrebbero ceduto i loro beni o gli introiti derivanti dagli affitti per estinguerli.

Le sorelle Antonia e Domenica Natalino, per esempio, avevano donato una vigna in località «Vigne Vecchie» per saldare un prestito33. Domenico De Lisi, invece, aveva rinunciato a 5 carlini di affitto di un magazzino nel rione «Teglia» per liquidare un debito di 5 ducati34. Anche l’Università di Colli aveva contratto nel 1645 un ingente debito con la cappella di San Leonardo che ammontava a 200 ducati. Lo ripagava versando annualmente una rata di 10 ducati35.

La chiesa possedeva «in socida», con alcune famiglie collesi, asini, capre, mucche e buoi36. La soccida era un contratto agrario in base al quale il soccidante concedeva il bestiame di sua proprietà al soccidario e questi pagava l’affitto cedendo parte degli utili derivanti dall’utilizzo degli animali.

Un’altra consistente rendita derivava dalla vendita di animali d’allevamento, foraggio e beni alimentari (vino, grano…) prodotti nelle proprietà di San Leonardo, com’è attestato a partire dalla fine del XVII secolo37.

A partire dal 1817, invece, la cappella affittava alcune «baracche» per i commercianti in occasione della fiera di San Leonardo, che si svolge tuttora in occasione della ricorrenza liturgica del santo (6 novembre)38.

Nella seconda metà del Novecento, la Congrega di Carità di Colli che aveva sostituito nel 1862 l’antico luogo pio di San Leonardo finanziava le attività assistenziali (credito e affitti agevolati, sussidi…) con le lotterie.

Il prefetto campobassano Gaetano Cancelliere, per esempio, aveva autorizzato la manifestazione per l’anno 1932, stabilendo che si svolgesse in un luogo accessibile a tutti il 26 giugno. Il costo del biglietto non avrebbe dovuto superare 2 lire per consentire a chiunque di partecipare alla lotteria39.

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I PRIMI ANNI DELL’OTTOCENTO

Il terremoto del 26 luglio 1805, con epicentro la provincia di Contado di Molise, aveva causato a Colli la caduta di «tre case di diversi Padroni, e la medesima parte delle altre sono lesionate, ed altre rovinose». Anche la cappella di San Leonardo aveva subito danni, risultando «lesionata in più parti»40.

Con l’eversione del feudalesimo nel regno di Napoli in seguito alla promulgazione della legge del 2 agosto 1806, era stata prescritta con la legge n. 185 del 1° settembre dello stesso anno la divisione dei demani ecclesiastici (e feudali) tra gli enti religiosi (e laicali) e le Università41.

La chiesa di San Leonardo possedeva circa 50 tomoli di terre «in parte vigneti e censiti, ed aperti in più pezzi, situati in diverse contrade del Comune stesso [Colli a Volturno]»42 gravati da usi civici, ovvero «non solamente il diritto di pascolare, ma beanche di raccogliere ghiande»43.

Girolamo Dumas, regio commissario per la divisione dei demani, aveva ordinato con un decreto del 9 novembre 1810 di cedere al comune di Colli «la metà eguale [delle terre di San Leonardo] nella parte più prossima all’abitato»44. L’ordinanza era stata eseguita il 21 luglio 181145.

A partire dagli inizi del XIX secolo è attestata nei pressi della chiesa il rione noto come «Botteghe di San Leonardo»46, alludendo alla presenza di locali di proprietà della cappella affittati a commercianti e artigiani, ricavati negli spazi dell’ex ospedale47.

Questi ambienti (case, fondaci e botteghe) si trovavano ai lati della «strada detta di San Leonardo»48, che corrisponde attualmente a via Regina Elena, alcuni dei quali erano addossati alla chiesa49.

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IL LUOGO PIO

Antistante la chiesa di San Leonardo è menzionato a partire dal 167850 un ospedale o luogo pio laicale per accogliere i pellegrini, i mendicanti e le famiglie povere del paese51:

«In primis un comprensorio di case sito fuori detta Terra [Colli] nel luogo detto il Campo, confinante colla Strada pubblica e Orto di detta Chiesa, della quali una stanza superiore si riserva per abitazione di tutti li mendicanti, un altra stanza superiore con un altra inferiore la godono li ospedalieri pro tempore giusta loro commodo e tre si danno in affitto»52.

Il vescovo Innigo Caracciolo, durante la visita pastorale a Colli nel 1697, trovando l’ospedale in una condizione miserevole, aveva ordinato di ripulire lo stabile53.

Il luogo pio era amministrato dal «Sagrestano, seu Ospedaliere» della cappella eletto dai sindici54.

Oltre l’ospitalità ai bisognosi, il luogo pio offriva a quanti ne avessero necessità un sostegno economico, devolvendo a costoro parte delle rendite dei beni di San Leonardo, come è documentato dai rendiconti dell’istituto di beneficenza55.

A partire dal 1814 i consuntivi del luogo pio erano redatti dal cassiere, che quell’anno era Giovanni Andreucci56, una figura introdotta nell’amministrazione degli enti di beneficienza con le istruzioni reali del 1796/1797.

Il Supremo Tribunale Misto, recependo alcune direttive del re Ferdinando IV di Borbone, aveva disposto che fosse eletto un cassiere dai «locali governatori» per occuparsi della gestione delle risorse finanziare degli enti di carità57.

I rendiconti, invece, erano stati compilati dai tre membri del consiglio di amministrazione del luogo pio di San Leonardo (il procuratore e due consiglieri) almeno fino al 181258.

Un decreto del 2 dicembre 1813 promulgato durante il cosiddetto Decennio Francese (1805-1815) imponeva che i rendiconti dei luoghi pii fossero redatti solo ed esclusivamente dal cassiere e sottoposti all’approvazione del Ministero dell’Interno59.

Qualche anno dopo, con la legge del 20 maggio 1820, i luoghi pii del regno di Napoli erano diventati i nuovi Stabilimenti di Beneficenza o Commissioni di Beneficenza60.

Non possediamo un verbale del decurionato di Colli che ci descriva la costituzione del nuovo ente assistenziale borbonico. I tre membri del consiglio di amministrazione dello stabilimento collese erano scelti dai decurioni e le prime nomine documentate, quelle di Nicola Lombardi, Pietro Di Sandro e Ignazio De Lisi, risalgono al 1825. Erano incaricati di supervisionare la «retta amministrazione» dell’ente e di «dirigere con la loro vigilanza l’esercizio dell’attuale cassiere». Come avveniva per l’antico luogo pio di San Leonardo, i tre amministratori erano soggetti alla «continua assistenza del Sig. Parroco locale, perché le loro operazioni si eseguissero con regolarità ed esattezza»61.

Dopo l’Unità d’Italia, con la legge n. 753 del 3 agosto 186262 gli istituti di beneficenza borbonici erano stati sostituiti dalle Congreghe di Carità che dovevano essere presenti in ogni comune del regno63.

Il nuovo ente assistenziale era stato costituito a Colli durane una riunione straordinaria del consiglio comunale dell’11 agosto 186464.

Secondo quanto stabiliva la legge n. 753/1862, le congreghe erano amministrate da un consiglio i cui membri erano scelti dai consiglieri municipali e dal sindaco nel caso di Colli.

«Le Congregazioni di carità saranno composte di un Presidente e di quattro membri nei Comuni la cui popolazione non eccede i 10000 abitanti, e di otto membri, oltre il Presidente, negli altri»65.

Oltre a sovrintendere alle attività assistenziali, gli amministratori si occupavano di redigere il bilancio dell’ente, sorvegliando il corretto utilizzo delle risorse economiche a disposizione66. La rendicontazione delle rendite fisse della Congrega di Carità, invece, era affidata a un tesoriere67.

Inoltre,

«Le Amministrazioni delle Opere pie dovranno avere un esatto inventario di tutti gli atti, documenti, registri ed altre carte che costituiscono il loro archivio, e di tutti i beni mobili ed immobili ad esse spettanti. Quest’inventario, tenuto sempre in corrente per le variazioni, sarà riscontrato in contraddittorio quando avvengano cambiamenti di amministrazione»68.

Il sacerdote don Raffaele Mancini era stato nominato primo presidente della neocostituita Congrega di Carità di Colli ed era affiancato da tre consiglieri: don Urbano De Marco, Antonio Di Sandro e Geremia De Iorio69. Il presidente «è nominato dal Consiglio comunale e sta in ufficio quattro anni», mentre gli altri membri «sono eletti dal Consiglio comunale nella tornata d’autunno» e «si rinnovano per quarto ogni anno, e sono sempre rieleggibili»70.

Nel 1928 fu sancito l’accorpamento del Comune di Scapoli a Colli71 e conseguentemente alla Congrega di Carità collese «venne aggregata la Congregazione di Carità [di Scapoli] sotto i titoli di Santissimo Rosario, Santissimo Corpo di Cristo e Ospedale»72.

Tuttavia una decina di anni dopo, nella generale riforma delle istituzioni comunali, il fascismo giunse a sopprimere le Congreghe di Carità sostituite dagli Enti Comunali di Assistenza (E.C.A.)73.

«In esecuzione» delle disposizioni di tale legge nazionale, il primo luglio 193774 a Colli a Volturno fu sancito il passaggio delle competenze e dei beni della Congrega di Carità all’E.C.A. avvenuto alla presenza del primo presidente del nuovo istituto municipale, il podestà Serafino D’Amico Amodei, e di Eugenio De Lisi, ultimo presidente del dismesso istituto di carità postunitario75.

All’E.C.A. venivano «trasferiti di diritto il patrimonio delle Congregazioni di Carità del rispettivo Comune, le attività a questa spettanti per qualsiasi titolo e l’amministrazione delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza ad esse affidate»76.

Da quel momento l’intero patrimonio immobiliare e finanziario di San Leonardo diventò di competenza del nuovo ente municipale, mentre la chiesa, dopo secoli di (parziale) autonomia, diventava di pertinenza dell’arcipretura collese.

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NOTE
1 Nel saggio si utilizzano i toponimi «Colli» fino agli eventi del 1863 e «Colli a Volturno», la denominazione attuale del paese, per i fatti avvenuti negli anni successivi. Con il Regio decreto n. 1425 del 26 luglio 1863, infatti, il municipio molisano venne autorizzato a cambiare il toponimo in «Colli a Volturno» (Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 211 del 5 settembre 1863, p. 1411).
2 F. Marazzi, San Vincenzo a Volturno. L’abbazia e il suo territorium fra VIII e XII secolo, Montecassino, Pubblicazioni Cassinesi, 2012, p. 10.
3 T. Leccisotti, Notizie storiche sulla giurisdizione cassinese, II. S. Vincenzo al Volturno, in «Bollettino diocesano-Diocesi di Montecassino e prepositura di Atina», n. 32, 1977, p. 88.
4 Archivio dell’abbazia di Montecassino (da ora in avanti AAM), Colli, b. 1, f. Atti di don Fabrizio Ranieri, doc. Dichiarazione di don Fabrizio Ranieri.
5 AAM, Colli, b. 2, Inventario dell’arcipretura collese, f. 10r.
6 M. Dell’Omo, Lo stato della diocesi cassinese dal 1850 al 1858 in un memoriale autografo dell’abate di Montecassino, poi arcivescovo di Palermo e cardinale Michelangelo Celesia (1814-1904), in «Studi Cassinati», a. XV, n. 3, luglio -settembre 2015, p. 174, nota 31.
7 Dopo esser stato nominato abate commendatario di San Vincenzo a Volturno, lnnigo Caracciolo aveva visitato la diocesi voltumense tra il 22 maggio e il 10 giugno 1697 (F. Marazzi, San Vincenzo al Velturno. L’abbazia e il suo territorium fra VIII e XII secolo, cit., p. 9).
8 AAM, Colli, b. 5, Visita pastorale del vescovo Innigo Caracciolo, ff. 5v-r. Il vescovo aveva ispezionato la Chiesa Madre della parrocchia collese, intitolata tuttora a Santa Maria Assunta, la cappella di Sant’Antonio da Padova e la scomparsa «Sancta Maria Aquarum».
9 AAM, Colli, b. 2, Inventario dell’arcipretura collese, f. 9v.
10 AAM, Colli, b. 5, Visita pastorale del vescovo Innigo Caracciolo, ff. 5v-r, 6r, 7v.
11 AAM, Colli, b. 1, Rendiconto della Chiesa Madre, anno 1777, f. 1r.
12 AAM, Colli, b. 1, Seconda dichiarazione dei sindici di Colli.
13 Archivio di Stato di Napoli (da ora in avanti ASNa), “Regia Camera della Sommaria”, Catasti Onciari, vol. 1578, f. 61.
14 AAM, Colli, b. 1, Dichiarazione dei sindici di Colli.
15 AAM, Colli, b. 5, Visita pastorale del vescovo Innigo Caracciolo, ff. 5v-r.
16 Ivi, f. 5r.
17 AAM, Colli, b. 1, f. Atti della chiesa di San Leonardo contro Francesco Di Sandro, doc. Dichiarazione di Francesco Di Sandro.
18 ASNa, “Ministero degli affari ecclesiastici”, Registri dei dispacci, vol. 257, ff. 42v-r, 43v.
19 AAM, Colli, b. 5, Visita pastorale del vescovo Innigo Caracciolo, f. 5r.
20 AAM, Colli, b. 1, Replica dei sindici e degli eletti di Colli.
21 AAM, Colli, b. 1, f. Atti della chiesa di San Leonardo contro Francesco Di Sandro, doc. Dichiarazione dei sindici.
22 Ibid., doc. Decreto del vicario.
23 AAM, Colli, b. 1, Dichiarazione dei sindici di Colli.
24 AAM, Colli, b. 1, Delibera dell’Università di Colli, ff. 2v-r, 3v.
25 Ivi, f. 1v.
26 Ibid.
27 AAM, Colli, b. 1, Dichiarazione dei sindici di Colli.
28 AAM, Colli, b. 2, Stato delle Anime, anno 1706, f. 6v.
29 ASNa, “Regia Camera della Sommaria”, Catasti Onciari, vol. 1578, f. 29.
30 Archivio di Stato di Campobasso (da ora in avanti ASCb), Colli, f. Atti del notaio Domenico Morelli, anno 1727, ff. 13-15v-r.
31 Ivi, f. Atti del notaio Domenico Visco, anno 1754, ff. 17-20v-r.
32 ASNa, “Regia Camera della Sommaria”, Catasti Onciari, vol. 1578, ff. 42-57.
33 ASCb, Colli, f. Atti del notaio Domenico Morelli, anno 1727, f, ff. 7v-r, 8v.
34 Ivi, ff. 23r, 24v-r, 25v.
35 ASNa, “Regia Camera della Sommaria”, Catasti Onciari, vol. 1578, f. 55.
36 Ivi, ff. 30-33.
37 AAM, Colli, b. 1, Dichiarazione dei sindici di Colli.
38 Archivio Storico del Comune di Colli a Volturno (da ora in avanti ASCCV), “Commissione di carità”, b. 2, f. 48, Rendiconto della Chiesa di San Leonardo, anno 1817, f. 1v. Per approfondire la storia della fiera di San Leonardo si rimanda a: A. Incollingo, La cappella laicale di San Leonardo a Colli a Volturno, in «Rivista di Terra di Lavoro. Bollettino online dell’Archivio di Stato di Caserta», XVI, 2021, n. 2, pp. 9-12.
39 ASCCV, “Commissione di carità”, b. 11, f. 375, doc. Decreto del prefetto di Campobasso.
40 AAM, Colli, b. 1, Rendiconto dell’arcipretura di Colli, anno 1805, ff. 1v-r.
41 L. Russo, Studi sul “Decennio Francese” in Terra di Lavoro, in «Storia del Mondo», 2006, n. 40, p. 5. Si rimanda all’art. 5 del decreto dell’8 giugno 1807 (P. Petitti, Repertorio amministrativo, vol. I, Napoli, Tipografia di Tramater, 1846, p. 605).
42 ASCCV, b. 127, f. 3871, Relazione integrativa, allegato n. 2, p. 3.
43 Ivi, p. 41.
44 Ivi, p. 46. Secondo quanto stabilito dall’art. 7 del decreto dell’8 giugno 1807, la porzione degli ex demani feudali o ecclesiastici da assegnare ai comuni doveva essere di preferenza limitrofa ai centri abitati per consentire alla popolazione di continuare a esercitare gli usi civici essenziali alla loro sopravvivenza (P. Petitti, Repertorio amministrativo, cit., p. 605).
45 ASCCV, b. 127, f. 3871, Relazione integrativa, pp. 48-50.
46 Ivi, b. 1, f. 12, Libro delle delibere decurionali, anno 1831-1832, f. 14v.
47 Ivi, “Commissione di carità”, b. 2, f. 36, doc. Fitto di Francesco Barone.
48 Ivi, “Commissione di carità”, b. 6, f. 181, doc. Relazione di perizia di alcuni beni urbani della Congrega di Carità.
49 Ivi, “Commissione di carità”, b. 2, f. 37, doc. Fitto di alcuni beni della Beneficenza di San Leonardo.
50 AAM, Colli, b. 1, f. Atti di don Fabrizio Ranieri, doc. Dichiarazione di don Fabrizio Ranieri.
51 ASNa, “Regia Camera della Sommaria”, Catasti Onciari, vol. 1579, f. 77. Secondo Ottavio Fraia-Frangipane, erano presenti anticamente due luoghi pii laicali a Colli, ma a partire dalla seconda metà del Seicento è attestato solo l’ospedale di San Leonardo (O. Fraia-Frangipane, La Terra di San Vincenzo a Volturno, a cura di F. Avagliano, Montecassino, 1992, p. 32).
52 ASNa, “Regia Camera della Sommaria”, Catasti Onciari, vol. 1578, f. 29.
53 AAM, Colli, b. 5, Visita pastorale del vescovo Innigo Caracciolo, ff. 6r, 7v.
54 Ivi, b. 1, Nomina del clerico Giovanni Siravo a ospedaliere di San Leonardo.
55 È possibile consultare i conti del luogo pio di San Leonardo (1812-1937) conservati nei fondi Commissione di carità e Congrega di carità presso l’Archivio Storico del Comune di Colli a Volturno. Il più antico rendiconto dell’istituto di beneficenza risale al 1717 ed è conservato presso l’Archivio dell’abbazia di Montecassino.
56 ASCCV, “Commissione di carità”, b. 2, f. 46, Conto di San Leonardo, anno 1814, f. 1v.
57 Legislazione positivo del regno delle Due Sicilie, a cura di F. Dias, vol. VIII, Napoli, Tipografia di Borel e Bompard, 1845, pp. 3019-2028.
58 ASCCV, “Commissione di carità”, b. 2, f. 46, Conto di San Leonardo, anno 1812, f. 8v. La riforma dell’amministrazione dei luoghi pii del regno di Napoli era stata introdotta con un decreto del 16 ottobre 1809 (Legislazione positivo del regno delle Due Sicilie, cit., p. 3251).
59 Ivi, pp. 3251-3255.
60 Dell’amministrazione degli stabilimenti di beneficenza e dei luoghi pii laicali del Regno, vol. I, Napoli, Tipografia di P. Androsio, 1850, p. 13.
61 ASCCV, b. 1, f. 12, Libro delle delibere decurionali, anno 1825, f. 2r.
62 Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 201 del 25 agosto 1862.
63 Si rimanda all’art. 26 della legge n. 753/1937.
64 ASCCV, “Congrega di carità”, b. 6, f. 161, Consegna degli oggetti della Congrega di Carità di San Leonardo.
65 Art. 27 della legge n. 753/1862.
66 Si rimanda all’art. 10 della legge n. 753/1862: «Le Amministrazioni dovranno formare ogni anno il bilancio presuntivo ed il conto consuntivo del proprio Istituto. Il conto consuntivo annuo dovrà mostrare distintamente l’entrata e l’uscita di cassa, le rendite e le spese, lo stato attivo e passivo colle sopravvenute mutazioni». Nell’art. 29 del medesimo testo legislativo si afferma: «Le Congregazioni di carità amministrano tutti i beni destinati genericamente a pro’ dei poveri in forza di legge».
67 Si rimanda all’art. 11 della legge n. 753/1862.
68 Art. 10 della legge n. 753/1862.
69 ASCCV, “Congrega di carità”, b. 6, f. 161, Consegna degli oggetti della Congrega di Carità di San Leonardo, p. 1.
70 Art. 28 della legge n. 753/1862.
71 Regio decreto n. 158 del 26 gennaio 1928 (Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 42 del 20 febbraio 1928). Tuttavia i Comuni di Scapoli e Colli a Volturno furono poi scorporati nell’immediato dopoguerra in virtù del decreto legislativo n. 124 del 26 febbraio 1946 (Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 77 del 2 aprile 1946). In base allo stesso Regio decreto del 1928, al Comune di Colli era stato aggregato anche il municipio di Rocchetta a Volturno (e la relativa Congrega di Carità), ma poco più di un quinquennio dopo si giunse alla loro scorporazione con legge n. 160 del 29 gennaio 1934 (Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 42 del 20 febbraio 1934).
72 L’aggregazione delle due Congreghe di Carità era stata autorizzata dal decreto n. 6409 del 19 maggio 1928 sottoscritto dal prefetto di Campobasso, Ubaldo Bellini (ASCCV, “Congrega di carità”, b. 6, f. 169, doc. Verbale di passaggio delle competenze della Congrega di Carità all’ECA, p. 2).
73 Legge n. 847 del 3 giugno 1937 (Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 141 del 19 giugno 1937).
74 ASCCV, “Congrega di carità”, b. 6, f. 169, doc. Verbale di passaggio delle competenze della Congrega di Carità all’ECA, pp. 2-4. Si rimanda all’art. 1 della legge n. 847/1937. Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 141 del 19 giugno 1937, p. 2270.
75 ASCCV, “Congrega di carità”, b. 6, f. 169, doc. Verbale di passaggio delle competenze della Congrega di Carità all’ECA, pp. 1-2.
76 Ivi, p. 1.

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