«ANCHE COSÌ SI DIFENDE LA CULTURA» ELIO VITTORINI E LA MALARIA NEL CASSINATE

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«Studi Cassinati», anno 2023, nn. 2-3

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Tommaso Di Brango

1. A pagina 4 del numero 19 del «Politecnico», pubblicato il 2 febbraio 1946, Marcello Cora dà notizia dell’interesse mostrato dal V Congresso del Pci nei confronti delle dure condizioni in cui versa la Cassino postbellica. Dopo una prima parte dedicata a una presunta «razza italiana dei confinati», che secondo l’autore avrebbe contribuito a produrre una «santa unità» nel Bel Paese, lo scritto – che di fatto è una missiva1 – afferma che, a ridosso delle ultime sedute del Congresso, l’ex partigiana Teresa Noce ha raccontato quel che ha visto a «Montecassino» con addosso l’aria di chi «viene da un naufragio»:

La popolazione è senza indumenti, senza tetto, alla fame, morente di malaria. La notte, fin dove l’occhio arriva, ardono i fuochi intorno a cui i miseri bivaccano all’addiaccio. Teresa Noce domandò aiuto per i bambini di Montecassino ed il Congresso si levò con un’anima sola2.

Com’è agevole constatare, si tratta di informazioni che giungono al «Politecnico» con discreto ritardo e in modo alquanto frammentato. Il V Congresso del Pci, infatti, si è chiuso il 5 gennaio del ’46 e, tre giorni dopo, la stessa Noce – con lo pseudonimo di Estella – aveva pubblicato sull’«Unità» un articolo intitolato Salviamo i bambini di Cassino!3: Marcello Cora pubblica la sua lettera quasi un mese dopo. L’emergenza denunciata dalla missiva apparsa sul «Politecnico», inoltre, coinvolge l’intero cassinate e non la sola «Montecassino»4, come invece Cora sembra ritenere. Cionondimeno, le informazioni fornite da questa missiva offrono a Elio Vittorini, direttore del «Politecnico», l’occasione per lanciarsi in una delle sue tante, generose ma talvolta un po’ ingenue (“garibaldine”, per dirla alla maniera di Franco Fortini) battaglie a mezzo stampa.

2. Cassino torna sulle pagine del «Politecnico» il 16 febbraio 19465, sul numero 21. Stavolta non si tratta, però, di una lettera pubblicata in fondo al giornale, bensì di un articolo (Salvare i bimbi di Cassino) che, assieme a una struggente fotografia ritraente un padre che porta in spalla il figlio piccolo, occupa tutto il lato destro della prima pagina e invita i lettori a fornire aiuti materiali e finanziari per la Città Martire e i paesi circostanti. Certo, non bisogna pensare di essere in presenza di una delle molte inchieste promosse dal «Politecnico» nel corso della sua non lunga ma intensa esistenza. Dal punto di vista dell’effettivo valore informativo, anzi, l’articolo in questione – che compare non firmato ma che, con ogni probabilità, è frutto della penna dello stesso Elio Vittorini – non va molto oltre la missiva di Cora6, rispetto alla quale, di fatto, aggiunge solo alcuni dati sul numero dei «bambini da salvare» e il rimando a quanto documentato, già nel 1944, dall’«americana Margaret Bourke White, (…) la prima a gettare un grido d’allarme per quello che vide nella zona di Cassino»7. Quel che «Il Politecnico» intende fare, con questo scritto, è, piuttosto, smuovere i suoi lettori all’azione, ovvero lavorare ai fini del sostentamento materiale di Cassino ma anche dell’edificazione effettiva di quella «nuova cultura» di carattere operativo-militante (e non solo teorico-contemplativo) vagheggiata da Vittorini fin dal primo numero della rivista8:

(…) avvertiamo che occorre far presto, e che occorrono parecchi milioni. Perciò ci rivolgiamo non soltanto agli italiani; ci rivolgiamo a tutti coloro cui arriva il nostro giornale, in Svizzera e in Francia, oltre che in Italia, sicuri che ogni amico del «Politecnico» aspetta di sapere per fare, e che tramuterebbe in rancore verso di noi il rammarico di non aver potuto fare per non aver saputo9.

Quest’intento è reso evidente anche da quanto affermato, a proposito dei «bimbi di Cassino» e della necessità di intervenire in loro soccorso, sul numero 22 («Anche così si difende la cultura»10) e 23 («Per noi questo non è estraneo alla lotta per la cultura»11) del periodico vittoriniano. Ancor più che su queste – effettivamente inequivocabili – esternazioni, però, è a mio avviso interessante soffermarsi sulle modalità di impaginazione dell’articolo apparso sul numero 21, di per sé rivelative – come sempre, sul «Politecnico» – del messaggio di fondo che Elio Vittorini intende trasmettere12.

Nella parte alta della pagina, a sinistra, sotto al breve sommario che informa il lettore sui contenuti del numero, c’è una fotografia di Salvador Dalì che abbraccia la gamba sinistra di una donna le cui parti intime sono coperte solo da una grossa aragosta. La didascalia che accompagna quest’immagine esprime una chiara presa di distanze dall’artista spagnolo, al quale si riconosce senz’altro un «autentico ingegno» ma del quale si evidenzia, anche, la tendenza a darsi «tutto ai Cesari peggiori», ovvero ad adulare potenti da cui riceve, in cambio, «il titolo di giullare». Subito sotto, c’è l’editoriale di Giansiro Ferrata, significativamente intitolato Date a Cesare e teso a sviluppare le implicazioni profonde della battaglia per la «nuova cultura» avviata dal numero 1 del «Politecnico». L’autore si sofferma, in particolar modo, sul fatto che, per abbandonare la «vecchia cultura» e la sua atavica arrendevolezza nei confronti di «Cesare» (ovvero: del potere costituito), occorre portare la lotta culturale sul concreto «terreno dell’economia, della produzione della ricchezza e della distribuzione della ricchezza». Infine, sempre nella parte alta della pagina, sulla destra, ci sono la fotografia e l’articolo dedicati a Cassino, su cui ci siamo soffermati in precedenza13. Se letto in modo integrato, il tutto restituisce un messaggio piuttosto chiaro: la «vecchia cultura», da sempre propensa a «dare a Cesare»14, sa anche indossare i panni dell’avanguardia atteggiandosi alla maniera di Salvador Dalì; la «nuova cultura» che «Il Politecnico» cerca di elaborare non intende sottomettersi ai potenti e, come dice Ferrata, vuole confrontarsi coi problemi concreti della vita degli uomini; l’«altra battaglia di Cassino», imponendo a tutti di intervenire fattivamente in favore di chi soffre, è uno dei contesti da cui avviare l’edificazione di questa «nuova cultura».

L’iniziativa del «Politecnico», ovviamente, non può non essere letta accanto a quella – altrettanto generosa ma, certo, più strutturata e organizzata – del Pci, che all’indomani del summenzionato articolo di Teresa Noce si è mobilitato per accogliere i bambini di Cassino presso le case messe a disposizione dai militanti nell’Italia settentrionale. Per una singolare coincidenza, anzi, il numero 21 del periodico diretto da Elio Vittorini viene pubblicato nello stesso giorno in cui, dalla stazione della cittadina sul Gari, parte il primo convoglio carico di bambini diretti verso il nord. Chi scrive, tuttavia, ritiene che, pur essendo con ogni evidenza collegate, le due iniziative non siano sovrapponibili. La «nuova cultura» per cui si batte «Il Politecnico» vittoriniano – e della cui costruzione dovrebbe essere parte, come si è visto, l’impegno per Cassino –, infatti, non è riducibile al marxismo di impianto gramsciano fatto proprio dal Pci, che, anzi, la guarderà con un atteggiamento sospettoso che sfocerà nella celebre “polemica Vittorini-Togliatti”15.

3. Come si è detto, «Il Politecnico» continuerà a far menzione di Cassino fino al numero 35. Nella maggior parte dei casi, però, si tratterà di brevi trafiletti in cui, oltre a mettere nero su bianco i nomi di quanti hanno inteso rispondere all’appello lanciato dal periodico, si ricorda implicitamente ai lettori l’esistenza della sua iniziativa in favore della cittadina dell’Alta Terra di Lavoro.

In questo contesto, occorre riservare un discorso a parte per i numeri 22, 23 e 2416 del periodico einaudiano. Sui primi due, infatti, emerge – come abbiamo già osservato – l’esigenza di ribadire le ragioni della campagna lanciata in favore di Cassino; sul terzo, invece, viene pubblicata una missiva con cui, da Cassino, Gisa Della Porta fornisce informazioni circa la situazione effettiva nella Città Martire. Nota dominante, sui numeri 23 e 24 – e, implicitamente, anche sul 22 –, è la polemica nei confronti di «certi reazionari del Mezzogiorno, preti e non preti», che, pur non avendo «mosso un dito in quasi due anni»17, accusano il periodico diretto da Elio Vittorini (e il Pci) di voler deportare in Russia i bimbi di Cassino.

Elio Vittorini (wikipedia).

Si tratta, indubbiamente, di una reazione comprensibile ma non priva di una certa faziosità. È vero, infatti, che il Pci non ha avviato (e «Il Politecnico» non ha sostenuto) alcuna deportazione di bambini; non è, però, del tutto vero che il clero e le istituzioni laiche operanti sul territorio di Cassino non avevano, semplicemente, «mosso un dito» fino ad allora. Le suore di Carità e le Stimmatine, tornate a Cassino nell’ottobre del ’44, hanno iniziato fin da subito a mettere a disposizione dei piccoli il cosiddetto «Refettorio del Papa»; né occorrerà dimenticare la preziosa opera di disinfestazione posta in essere dall’equipe medica coordinata dal dottor Alberto Coluzzi, che aveva iniziato a lavorare sullo scenario del cassinate nel 194518.

Chi scrive dubita che le inesattezze contenute nelle affermazioni di Elio Vittorini siano da ascrivere a esuberanze polemiche dello scrittore siciliano o, peggio, a un suo desiderio di far propaganda anticlericale e filocomunista. Credo, piuttosto, che tali sviste siano dovute alle difficoltà di reperimento di notizie esatte incontrate dal «Politecnico» – come da qualsiasi organo di informazione – in un Paese devastato come l’Italia postbellica. Occorre inoltre tener presente il fatto che il periodico diretto da Elio Vittorini non ha avuto, nel corso della sua non lunga esistenza, una vera e propria redazione, collocandosi perciò al di qua di qualsiasi forma di giornalismo professionistico. Al netto della scarsa affidabilità delle versioni dei fatti prodotte dalle varie fazioni in campo, resta però da considerare che questa “solidarietà competitiva”, che finiva per contrapporre sinistra e mondo cattolico (spingendo peraltro quest’ultimo a far coincidere, indebitamente, il «Politecnico» col Pci) nel comune tentativo di prestare soccorso ai bisognosi, era un’avvisaglia di quel clima da Guerra Fredda che, di lì a poco, sarebbe diventato dominante. Dopo essere stato uno dei più sanguinosi teatri di guerra del secondo conflitto mondiale, dunque, il Lazio meridionale tornava a vedere i suoi cieli coperti dalle inquietanti nubi della Storia.

1 M. Cora, Lettera dal Congresso Comunista – Una nuova specie umana, in «Il Politecnico», n. 19, 2 febbraio 1946.

2 Ivi, p. 4.

3 Cfr. E. Pistilli, Salviamo i bambini di Cassino! 1946, in «Studi Cassinati», a. VII, n. 3, luglio-settembre 2007.

4 Cfr. C. Garaci, The course of infection with malignant tertian malaria in Cassino, in «Rivista di Malariologia», n. 6, vol. 26, 1947; G. Raffaele – A. Coluzzi, Malaria in the Frosinone province in 1945-48. The malaria epidemic in Cassino, in «Rivista di Malariologia», n. 2, vol. 28, 1949; L’altra battaglia di Cassino contro la malaria a cinquant’anni dall’epidemia della Valle del Liri, 1946-1996, catalogo della mostra a cura di L. Merzagora, Università degli Studi di Cassino, 1996; E. Pistilli, Cassino: dopo la guerra la malaria, in «Studi Cassinati», a. XXII, n. 3, luglio-settembre 2022.

5 A partire da questa data, il periodico diretto da Elio Vittorini continuerà a far menzione del caso-Cassino fino al numero 35, che copre il trimestre gennaio-marzo del 1947. Sulla periodicità del «Politecnico», nato come settimanale e divenuto mensile, trimestrale ecc., vedi M. Zancan, Il progetto «Politecnico» – Cronaca e strutture di una rivista, Marsilio, Venezia 1984, pp. 84-99.

6 In alcuni passaggi dell’articolo è peraltro evidente la riproposizione di dati già forniti da Cora, segno del fatto che il «Politecnico» vittoriniano non disponeva di informazioni troppo più dettagliate di quelle da lui fornite. Penso, per esempio, a quando si parla – sulla scia della missiva pubblicata sul numero 19 – dei falò messi a punto da quanti, privi di una vera e propria dimora, cercavano, come potevano, di riscaldarsi: «Chi passi di sera da quelle parti [Cassino] vede ovunque fuochi sui pendii delle valli. Può pensare che sia una festa; si avvicina e ad ogni fuoco trova gruppi di uomini che abitano all’aperto (perché le caverne non bastano) e col fuoco si riparano dal rigore delle stagioni o della notte ma non dalle zanzare e dalla malaria», [E. Vittorini], Salvare i bimbi di Cassino, in «Il Politecnico», n. 21, 16 febbraio 1946, p. 1. Tali evidenti limiti, nella raccolta di informazioni, vanno probabilmente ricondotti al non elevato livello di strutturazione interna del periodico einaudiano e alla difficoltà di reperire dati certi che qualsiasi giornale incontrava nell’Italia postbellica. Ad ogni modo, ha senz’altro ragione Emilio Pistilli quando, a proposito dell’articolo in questione, evidenzia la presenza di «qualche esagerazione» nel riportare lo stato dei fatti.

7 Ibidem. Sulla giornalista Bourke-White vedi M. Bourke-White, Il mio ritratto, a cura di S. Antonelli-A. Mauro, Roma, Contrasto, 2003; Margaret Bourke-White, catalogo con testi di A. Mauro, Milano, Corriere della Sera, 2006.

8 «È qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli uomini? Io lo nego», E. Vittorini, Una nuova cultura, in «Il Politecnico», n. 1, 29 settembre 1945, p. 1. Sul legame tra la «nuova cultura» vittoriniana e il caso-Cassino vedi P. Sabbatino, Le sofferenze d’Italia e la nuova cultura nel «Politecnico» di Vittorini. I casi di Cassino e Napoli, in T. Iermano-P. Sabbatino (a cura di), La comunità inconfessabile – Risorse e tensioni nell’opera e nella vita di Elio Vittorini, Napoli, Liguori, 2011.

9 [E. Vittorini], Salvare i bimbi di Cassino, cit. La voce «Politecnico», nel testo originale, è integralmente in maiuscolo. Il corsivo è mio.

10 Per i bimbi di Cassino, in «Il Politecnico», n. 22, 23 febbraio 1946, p. 1.

11 Salvare i bambini di Cassino, in «Il Politecnico», n. 23, 2 marzo 1946, p. 1.

12 Come è stato più volte sottolineato, la disposizione di articoli e fotografie, sulla pagina del «Politecnico», serve a far interagire i messaggi di cui ciascuno di questi elementi è portatore, così da mettere a disposizione del lettore il senso ultimo del discorso proposto dalla rivista. Vedi, in proposito, M. Zancan, op. cit., pp. 195-199; C. Pontillo, «Il Politecnico» di Vittorini. Progetto e storia di una narrazione visiva, Roma, Carocci, 2020.

13 Nella parte bassa della pagina, separata da quanto fin qui descritto da una linea in grassetto, si parla delle nazionalizzazioni in Cecoslovacchia.

14 Alla formula «date a Cesare» fa, peraltro, trasparente riferimento il già menzionato editoriale del primo numero del «Politecnico». Lì, infatti, risemantizzando il motto evangelico alla luce delle lotte politico-culturali e della sua aspirazione al rinnovamento della cultura, Vittorini scrive quanto segue: «(…) non volere occuparsi che dell’”anima” lasciando a “Cesare” di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale, e dar modo a “Cesare” (o a Donegani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio “sull’anima” dell’uomo», E. Vittorini, Una nuova cultura, cit.

15 L’espressione “polemica Vittorini-Togliatti”, ovviamente, non può non essere messa tra virgolette. In realtà, infatti, si trattò di un confronto che coinvolse anche i più fidati collaboratori dello scrittore siciliano e l’intero establishment culturale del Pci. La bibliografia sull’argomento è molto ampia e non sempre documentatissima. Tra i contributi più rilevanti, però, vedi N. Ajello, Il caso Vittorini, in Id., Intellettuali e Pci 1944-1958, Roma-Bari, Laterza, 1979; M. Zancan, op. cit., 107-111; A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali – La politica culturale dei comunisti italiani (1944-1964), Roma, Carocci, 2014, pp. 32-37. Mi permetto, inoltre, di rimandare a T. Di Brango, «Una nostra scelta nell’automatismo del mondo» – La polemica Vittorini-Togliatti, in «Sinestesieonline», n. 38, gennaio 2023.

16 Oltre, ovviamente, al 19 e al 21, su cui ci siamo già soffermati.

17 Salvare i bambini di Cassino, cit.

18 Su questi argomenti vedi F, Di Giorgio, Il dopoguerra nel Lazio Meridionale: la ricostruzione, i bimbi di Cassino e Maria Maddalena Rossi Madre della repubblica, Cdsc-Onlus, Cassino 2020; E. Pistilli, Salviamo i bambini di Cassino! 1946, in «Studi Cassinati», a. VII, n. 3, 2007; E. Pistilli, Cassino: dopo la guerra la malaria, in «Studi Cassinati», a. XXII, n. 3, 2022. Sul lavoro svolto dal dottor Coluzzi vedi anche L. Prignani, Gli anni della transizione – La città di Pontecorvo dalla guerra alla ricostruzione (1943-1946), Isernia, Volturnia edizioni, 2021, pp. 149-151.

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