PIGNATARO INTERAMNA: UNA MONETA DI ROBERTO D’ANGIÒ DALLA MASSERIA TERMINE

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«Studi Cassinati», anno 2023, nn. 2-3

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di

Angelo Darini

Lungo la strada provinciale 152 che collega Pignataro Interamna ad Aquino, oltrepassata l’area urbana dell’antica Interamna Lirenas1, dopo il Santuario Extraurbano2, al Km 7,300 sulla destra c’è la strada che porta alla masseria Termine (Fig. 1).

Durante lavori di risistemazioni idrauliche, si è rinvenuta in loco una moneta del regno di Napoli (1302-1816). La moneta reca al dritto (Fig. 2)

entro due cerchi perlinati. Il re coronato, seduto frontalmente tra due protomi di leoni, tiene nella destra lo scettro gigliato e nella sinistra protesa il globo crucigero.

Al rovescio (Fig. 3) reca

fra due cerchi perlinati. Croce gigliata, filettata, accantonata da quattro fiordalisi, negli angoli contro le braccia della croce quattro piccoli cunei3.

La moneta di elegante fattura, è un carlino d’argento di Roberto d’Angiò (1278-1343) detto volgarmente «gigliato»4,coniato tra il 1312 e il 1317, conio inciso da Ottavio figlio del Maestro Perotto francese5, periodo in cui, la zecca era in appalto a Lapo di Giovanni di Benincasa, mercante fiorentino, fattore della Società degli Acciaiuoli6.

Il carlino in argento, di circa 4 grammi e una quantità di fino (929/1000), fu introdotto a Napoli da Carlo II d’Angiò nel 1302 e utilizzato successivamente, in modo peculiare, da Roberto d’Angiò, ed è definito anche come «robertino» in riferimento al nome del sovrano. Nonostante la notevole produzione, la varietà tipologica è monotematica. Infatti le immagini che campeggiano sui due lati dei «robertini» permangono immutate per tutta la durata dell’attività della zecca, ma anche successivamente per le emissioni postume. La grande quantità di materiale emesso da Roberto lascia desumere una ampia varietà di coni e prodotto differenziato eseguito in momenti diversi e certamente anche da maestranze diverse. Non risulta possibile risalire alle varie serie sia per l’uniformità tipologica sia per la diffusa usura, più o meno accentuata, dovuta all’ampia durata della circolazione di queste monete e al tondello sottile su cui i tipi venivano impressi.

Particolare dello Stralcio serie M 891, foglio Pignataro Interamna 160 II NO, edizione 2 – IGMI.

Quattro sono gli elementi che permettono di porre in evidenza le differenziazioni e cioè i simboli o elementi di corredo, le caratteristiche pondometriche, le caratteristiche epigrafiche e la tipologia. L’importanza del contributo epigrafico è ben evidenziabile dalla distinzione che è possibile riscontrare fra esemplari a leggenda «ROBERTVS», che caratterizzano le fasi più antiche, e quelle nella forma abbreviata «ROBERT» che dovrebbero contraddistinguere la produzione più recente. Invece gli elementi che permetterebbero di identificare la produzione postuma a nome del sovrano sono la larghezza eccessiva del tondello, quote ponderali più basse, dimensioni più ampie della croce fogliata al rovescio, generale imbarbarimento dello stile con elementi epigrafici e tipologici che portano ad evidenziare caratteristiche specifiche della monetazione. I «robertini», sia al diritto che al rovescio, sono caratterizzati da un identico approccio schematico. Infatti il campo di entrambi i lati è suddiviso in due sezioni, la prima, corre lungo il bordo esterno e contiene gli elementi epigrafici; la seconda, ben in evidenza nel campo, è riservata agli elementi iconografici. Un cerchio perlinato contraddistingue, delimitandoli, i due campi7.

Al dritto, la figura del sovrano è evidenziata dai particolari che ne contraddistinguono l’insieme dei tratti somatici, arti superiori, panneggio, calzari, scettro, trono con leoni laterali e globo crucigero. Il volto del sovrano è delineato in modo approssimativo mentre gli occhi, il naso, le labbra sono abbozzati in maniera vaga dando all’immagine uno sguardo privo di espressione. Le dita della mano destra, reggenti lo scettro, non sono raffigurate mentre quelle che sorreggono il globo crucigero non si evidenziano. Il corpo del sovrano è ricoperto da un panneggio trattenuto, all’altezza dello sterno, da un fermaglio a forma di un fiore. Il panneggio ricopre completamente il corpo del sovrano e sembra confondere, occultando i calzari dello stesso. La corona ha una croce centrale e si sovrappone al cerchio perlinato. Lo scettro ha la forma terminale gigliata ed è in ben evidenza. Il trono su cui è assiso il sovrano è cantonato ai lati da due sagome leonine con fauci spalancate e zampe, quella di sinistra sono all’interno invece quella di destra insistono sul cerchio perlinato. Il globo crucigero è costituito dalla base, il globo, su cui insiste la croce greca, decentrata a sinistra8. Al rovescio, la croce fogliata, filettata, nella parte terminale, l’ornamento floreale ha i tratti dolci e arrotondati. L’elemento centrale, con tre punte, ha la punta centrale allungata, e gli ornamenti floreali corposi e differenziati nei singoli bracci e la base spessa9, cantonata da quattro cunei sormontati da gigli.

«Gigliato» di Roberto d’Angiò: dritto.
«Gigliato» di Roberto d’Angiò: rovescio

Il regno di Roberto d’Angiò (1309-1343) rappresenta il trampolino di lancio per il «gigliato» in quanto dal termine di tale periodo in poi questo tipo di carlino d’argento fu immobilizzato fino all’epoca moderna, la cui coniazione fu interrotta con ogni probabilità nel 1528. Grazie alla documentazione numismatica, che certifica la coniazione in periodi nei quali la zecca partenopea era tenuta dagli Aragonesi, oggi è ormai assodato che la coniazione d’argento, durante il periodo compreso tra i domini di Carlo II d’Angiò e Lodovico II d’Angiò, nell’ambito del Regno, sia opera sia la zecca di Napoli sia delle zecche minori che produssero «gigliati» immobilizzati. Sinora non si avevano notizie su emissioni al di fuori di Napoli per il regolare «robertino», cioè di quello non ancora immobilizzato e coniatodurante il regno del sovrano a nome di Roberto d’Angiò. Esiste un documento10 che certifica la coniazione dei «robertini»dentro e fuori la zecca di Napoli a partire dal settembre 1340, che attesta che i mercanti e/o banchieri fiorentini battessero moneta nella zecca di Napoli e che palesa il potere delle istituzioni fiorentine di autorizzare direttamente nel Regno di Napoli la coniazione dei «robertini»,segno che la concessione era subappaltata in virtù di accordi superiori e diretti col comune di Firenze sul piano giuridico, mentre dal punto di vista numismatico sbalordisce che si potessero battere e far fare «robertini»nella zecca della città di Napoli, nel suo circondario e in terra di Puglia. Potenzialmente si sarebbero attivate almeno una zecca nei dintorni di Napoli e almeno una in Puglia. Naturalmente è anche possibile che questi «robertini» siano stati coniati solo a Napoli, zecca per la quale i mercanti erano stati pure autorizzati, ma il contenuto della parte successiva del documento spinge a credere che le monete furono coniate in zecche esterne ma si lavoravano e calibravano allo stesso modo della città di Napoli. Le autorità fiorentine, e in special modo i signori della moneta di Firenze, autorizzavano le coniazioni di moneta in Napoli e nel Regno come se fossero essi stessi i sovrani di Napoli o gli appaltatori della zecca. Tra Roberto d’Angiò e il comune di Firenze esisteva un accordo superiore attraverso il quale gli appalti della zecca partenopea potevano essere accordati da Firenze, dando ordine alle istituzioni fiorentine direttamente dalla corte napoletana per propria esigenza. Questa deduzione è fondamentale perché consente di sostenere che gli appaltatori della zecca di Napoli, di volta in volta succedutisi, potevano essere autorizzati a battere anche moneta fiorentina in Napoli, visto che quest’ultima era diventata solo una piazza di Firenze che decideva quale e quanta moneta coniare11. Nel 1108 esistevano non lontano dalla masseria Termine i castelli di Teramo12 e di S. Croce13. Frammenti di ceramica medievale si sono rivenuti nell’estremità sud-occidentale della città d’Interamna, in cui si trova la masseria Morra14 (il Casellone), dove va intesa la presenza del castellum Teramense15, menzionato per la prima volta tra il 995 e 99616. Mentre all’estremo limite delle rovine d’Interamnaverso Aquino, oltrepassata la masseria Termine, nella parte più elevata, fu edificato nell’anno 1000 o poco dopo, il castello di Santa Croce17 dalla chiesa dedicata alla SS.ma Croce18. L’unica moneta medievale attestata a Pignataro Interamna e un denaro di Ottone I di Sassonia (962-973)19 che proviene dall’area urbana d’Interamna Lirenas20.

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1 De Azevedo 1947, pp. 21-32; Jannuzzi 2002, pp. 48-54.

2 Darini 2016, pp. 11-12.

3 C.N.I. 1940, p. 21.

4 Sambon 1912, p. 191.

5 C.N.I. 1940, p. 21.

6 Sambon 1912, pp. 191-192.

7 L’osservanza delle due aree doveva essere uno dei requisiti caratterizzanti la maestria dell’incisore.

8 Mangieri 2010, pp. 25-36.

9 Ivi, pp. 39-41.

10 La cui trascrizione integrale si trova in ASFI, Mercanzia, 145, ff. 24r-24v (Firenze, 1 settembre 1340).

11 Perfetto 2020, pp. 18-20.

12 Avagliano 1986, pp. 97-98. Teramo o Termine.

13 Bonanni 2000, p. 174.

14 Che forse ne occulta in parte alcune strutture edilizie.

15 Hayes-Wightman 1984, p. 148.

16 Nicosia 1995, p. 136.

17 Hayes-Martini 1994, p. 121, fig. 46, il punto in questione è indicato con il numero 306 con nota a p. 206.

18 Bonanni 2000, p. 171.

19 Nicosia 1995, p. 152.

20 Lena 1982, p. 61. Luogo di rinvenimento p. 67, tav. I, n. 7.

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