ANCHE A SAN GIOVANNI INCARICO MACERIE E MORTI

«Studi Cassinati», anno 2025, n. 2

> Scarica l’intero numero di «Studi Cassinati» in pdf

> Scarica l’articolo in pdf

di

 Costantino Jadecola

San Giovanni Incarico in una vecchia foto.

Era martedì 19 settembre 1995 quando nel corso di lavori di sbancamento in piazza Fontana, affiorò una bomba d’aereo rimasta inesplosa al tempo della Seconda guerra mondiale: misurava un metro di altezza e 60 centimetri di circonferenza e pesava 225 chili. Per disinnescarla ci vollero ben sette ore, dopo che per il raggio di un chilometro la zona era stata totalmente evacuata. Il suo casuale rinvenimento oltre a creare non pochi problemi e preoccupazioni riportò inevitabilmente alla mente non solo il tragico bombardamento del 12 maggio 1944 ma anche l’altro, precedente ed anch’esso violento, di pochi mesi prima, del 12 gennaio.

Due date che per San Giovanni Incarico rappresentano i momenti più significativi perché i più drammatici di quella lunga stagione di guerra che tra l’estate del 1943 e la tarda primavera dell’anno successivo ebbe come scenario le nostre contrade trasformate per l’occasione in un immenso campo di battaglia.

Anche qui a San Giovanni Incarico la storia di quella guerra era incominciata la tarda serata del 19 luglio 1943 quando, dalla sua posizione dominante su buona parte della media valle del Liri, il bombardamento dell’aeroporto di Aquino, con suoi forti bagliori prima e il deflagrare delle bombe sganciate dagli aerei appena dopo, superato lo stupore provocato da quell’evento inatteso, diedero ad intendere che ormai era guerra.

Il palazzo del Comune in una immagine anteguerra.

Qualche ore prima, sempre aerei alleati, avevano bombardato San Lorenzo, un popoloso e popolare quartiere di Roma, provocando un migliaio di morti. Tra cui due cittadini di San Giovanni Incarico: Filippo Mastroianni, 16 anni, di Michele e Ines Sardellitti e Paolo Pellegrini (34) di Luigi1.

L’armistizio dell’8 settembre riaccese, lì per lì, qualche speranza. Ma non ci volle molto per rendersi conto, sulla propria pelle, che si era passati dalla padella alla brace. Perché se prima dell’8 settembre i tedeschi erano nostri alleati, e, come tali, bene o male convivevano con noi, dopo quella data, specialmente per il voltafaccia subito, non ci pensarono due volte e si regolarono di conseguenza. Don Antonio Grossi, di Pico, in un suo dattiloscritto riferisce, infatti, che «l’occupazione germanica crebbe di giorno in giorno ed in ottobre diventò completa invasione. Furono requisite tutte le nostre case di campagna, specie quelle presso la rotabile: soldati e cavalli, cucine e posti di soccorso si estesero su tutto il nostro territorio da Monte Leuci a Pota, da Pastena a San Giovanni Incarico»2.

I cosiddetti alleati, dal canto loro, che sino ad allora erano stati i nostri nemici, ed i nemici dei tedeschi, dopo l’8 settembre, sebbene ora fossero nostri alleati, continuarono a fare quello che facevano prima: cioè a gettare bombe dal cielo perché erano pur sempre nemici dei tedeschi.

E così, tra bombe alleate e tedeschi arrabbiati, la consueta tranquillità divenne merce assai rara. In una parola, se riuscivi a schivare le bombe alleate c’erano le retate dei tedeschi. La cosiddetta caccia all’uomo che qui a San Giovanni Incarico fu funestata dall’uccisione di Giovanni Cedrone, 37 anni. Era il 4 novembre 19433.

Ovviamente si cercò scampo in luoghi che si ritennero più tranquilli e comunque meno esposti. E, secondo ciò che anni or sono raccontarono in un giornalino4 gli alunni della «Terza E» della Scuola media intitolata a «Salvo D’Acquisto», «gli abitanti di questo paese si ritirarono a vivere nelle montagne della zona: monte San Maurizio, località Casalotti e monte Vaglia» ma anche tra Castro dei Volsci e Pofi. «Soltanto pochi uomini nel corso della settimana tornavano al paese per far provviste di viveri che dovevano soddisfare il fabbisogno familiare per alcuni giorni».

Di sicuro anche qui ci fu chi fu costretto a sfollare ed anche chi rimase in zona, forse per lavorare al servizio dei tedeschi e mettersi qualche soldo in tasca. E chi restò, beneficiando di una posizione privilegiata di osservazione, di sicuro non si perse nessuno dei tanti, spesso assurdi, bombardamenti che gli alleati elargivano senza badare a spese e che funestarono il territorio, peraltro in un tempo in cui la guerra, intesa come linea del fronte, era ancora lontana da questi luoghi.

San Giovanni Incarico. La fontana fatta costruire da Ferdinando IV di Borbone.

Se il 10 settembre 1943 toccò a Cassino, una vera sorpresa visto che appena dopo l’armistizio non ci si aspettavano cose del genere, il giorno dopo toccò alla piccola stazione di San Vittore del Lazio e a quella di Roccasecca il 12. Particolarmente violento fu quello su una inerme Esperia, apparentemente del tutto privo di motivazioni strategiche, del 30 settembre, che provocò la morte di ben 18 persone. Arrivò sicuramente l’eco del bombardamento di Ceprano del 15 ottobre e di quello di Ausonia e di Isola del Liri del 18 e del 27 di quello stesse mese che furono, però, poca cosa rispetto all’effetto scenografico provocato da quello della stazione di Roccasecca il 23 ottobre, praticamente a un tiro di schioppo.

Erano circa le 16,30, minuto più, minuto meno, quando alcuni aerei alleati, ad ondate successive, cominciano a mitragliare ed a bombardare la zona. Si suppone che il loro obiettivo fosse il ponte della ferrovia sul Melfa. Ma esso viene mancato. I danni, invece, vengono provocati altrove, specialmente nell’area della stazione dove sono parcheggiati due convogli: uno carico di paglia, l’altro di materiale bellico. Delle bombe e degli spezzoni incendiari che gli aerei elargiscono a piene mani, qualcosa finisce sul treno carico di paglia che, ovviamente, prende fuoco e, per quanto i soldati tedeschi si diano da fare per spostarlo ovvero per ovviare spiacevoli conseguenze, le fiamme si estendono a quello carico di munizioni. Che esplode. Così come il fabbricato della stazione che venne letteralmente rovesciato mentre una gigantesca palla di fuoco si alzava in cielo e pezzi di vagone finivano addirittura a quasi due chilometri di distanza dal luogo dell’esplosione.

Con il nuovo anno la linea del fronte arriva dalle parti di Cassino ed inizia quella lunga battaglia che si concluderà solo intorno alla fine di maggio. C’è chi dice che si trattò di tre battaglie e chi di quattro. Poco conta. Sta di fatto che quelli del territorio scampati all’esodo o allo sfollamento fu solo un unico, grande, lunghissimo tormento.

Inevitabilmente, l’attività dell’aviazione alleata diviene più pressante. In tale contesto il 12 gennaio non viene risparmiato San Giovanni Incarico, dove la presenza della centrale idroelettrica di Ponte a fiume si suppone possa essere stato un buon motivo per giustificare un bombardamento. In tal senso, peraltro, nella didascalia originale dalle foto che documenta l’ingresso delle truppe francesi in San Giovanni Incarico il 27 maggio 1944 si legge testualmente che il paese, oltre ad essere un caposaldo nazista, controllava anche il «serbatoio Kesserling», ovvero la diga, «utilizzato per alterare il livello dell’acqua e il flusso dei fiumi Liri e Garigliano».

La centrale Ponte a fiume.

Tornando al 12 gennaio, alla fine dell’attacco si contano ben 12 morti: Maria Luisa Carbone (55 anni), Antonio Di Stefano (54), Luigina Fraioli (55), Maria Vincenza Panciocco (38) che morirà tre mesi dopo, il 27 maggio, all’ospedale di Sessa Aurunca, Adelia (20), Antonio (1), Gaetana (13), Giovanna (6), Giuseppa (13), Paolina (3), Rocco (11) e Vinicio (8 mesi) Toti5, con questi ultimi, voglio dire i fratellini Toti, che morirono, mi è stato raccontato, al di sotto del letto dove si erano rifugiati sicuri di scampare così alle bombe che cadevano.

I tedeschi, intanto, cominciano a prevedere una seconda linea difensiva di supporto alla Gustav ovvero ad una linea di resistenza nel caso in cui questa fosse saltata. L’idea, che si dice fosse arrivata direttamente da Berlino, addirittura da Hitler in persona, prevedeva «che nel punto più stretto della pianura di Cassino (Roccasecca-San Giovanni Incarico-Pico)» fosse «istituito un secondo sbarramento», tale rispetto alla cosiddetta «posizione di Cassino», cioè alla linea Gustav, da prolungarsi eventualmente o verso Gaeta o verso Terracina. In relazione a ciò, l’alto comando delle forze armate tedesche, comunica ai comandi interessati l’ordine del führer per l’immediato inizio della costruzione di una posizione di sbarramento nella linea generale S. Giovanni Incarico-Roccasecca fermo restando che l’ulteriore proseguimento verso sud-ovest sarà stabilito a seconda delle circostanze. Anche se s’ignora perché tale progetto iniziale sia stato successivamente accantonato, sta di fatto che per San Giovanni Incarico – che in piazza Regina Margherita ospitava un ospedale da campo – fu comunque un bel colpo di fortuna vista la fine degli altri comuni che poi “ospitarono” quella linea, vale a dire Villa Santa Lucia, Piedimonte San Germano, Aquino e Pontecorvo le cui distruzioni oscillarono tra il cento per cento di Villa Santa Lucia, Piedimonte San Germano e Pontecorvo e il poco chiaro novanta per cento di Aquino.

Inevitabilmente si assiste al bombardamento dell’abbazia di Montecassino del 15 febbraio 1944, e, seppur di riflesso, a quello di Cassino del mese successivo.

È di qualche giorno dopo, 20 marzo, una testimonianza su questi luoghi dell’allievo ufficiale di complemento Franco Busatti impegnato in zona coi suoi commilitoni. «Arretrando», scrive Busatti, «passiamo vicino al ponte sul Liri di Sangiovannello che è sotto il fuoco della artiglieria: il ponte è distrutto». Poi, tra gli altri lavori, quelli per «trasformare una pista in strada rotabile fra San Giovanni Incarico e Pontecorvo, tagliando fuori Pico, nella zona ad oriente di Monte Leucio (…). È una strada segreta perché dovrebbe, in caso di necessità, permettere lo sganciamento delle colonne tedesche dalla Valle».

L’altro contributo è quello di un altro militare italiano, Giancarlo Poletti, assegnato al 108mobattaglione Fortificazioni Campali ‘B. Grilli’ un «battaglione di reclute composto da umbri ed emiliani (in maggior parte di Parma)».

Agli inizi di febbraio Poletti viene trasferito dalle parti di Ceprano: dopo aver partecipato alla mimetizzazione di un bunker, viene spostato nelle vicinanze di San Giovanni Incarico dove doveva costruirsi una strada «ed anche un ponte di barche».

Ed arriviamo a maggio del 1944 quando nella tarda serata dell’11 scatta la grande offensiva alleata. È una notte d’inferno e sembra quasi che il nuovo giorno abbia difficoltà ad arrivare. Poi, però, quando il 12 maggio èsufficientemente illuminato, consistenti squadriglie di caccia bombardieri alleati iniziano a lanciare i loro micidiali ordigni non solo sulle postazioni dell’artiglieria tedesca immediatamente prossime alla linea del fronte ma anche in altre zone della provincia.

Come ad Arce e a San Giovanni Incarico: in quest’ultima località vengono uccise almeno venti persone, più della metà delle quali appartenenti allo stesso nucleo familiare e in buona parte bambini. Viene, infatti, letteralmente falcidiata la famiglia di Antonio Muccitelli (33 anni) e Maria Antonia Ferdinandi (31) di Pontecorvo: una bomba prende in pieno la casa della sorella di Antonio, Maria Francesca (35), della quale la sua famiglia è ospite insieme a sua madre Maria Teresa Prata (58) e agli altri suoi due fratelli Maria Giovanna (25) ed Erasmo Cosmo (17). Vengono tutti uccisi insieme alla figlia di Maria Francesca, Antonia Fiore, appena un anno di vita, e ai figli di Antonio e Maria Antonia, Annunziata (12), Maria Celeste (9) Luigi (4) e Agostino (2). Si salva solo un’altra figlia della coppia, Antonia (7) Fiore, «che si trova vicino alla porta d’ingresso e viene sbalzata fuori della casa per lo spostamento d’aria rimanendo leggermente ferita, ed il marito di [Maria] Francesca [Giovanni Fiore], che in quel momento si trova lontano da casa»6. E, poi, ci sono gli altri morti di quel giorno che fanno salire il totale a 207mentre il 22 maggio viene ucciso dai tedeschi in ritirata Amelio Umberto Mollo, 31 anni8.

È il tempo delle turpi azioni di cui si macchiano le truppe di colore del Corpo di spedizione francese. I marocchini. Il nonno di Riccardo racconta nel richiamato giornalino della presenza di queste truppe marocchine «che sparsero il terrore ovunque, distruggendo e rubando. Inoltre gli africani presero molte donne di diverse età, che in alcuni casi furono rilasciate dopo pochi giorni». La nonna di Loredana ricorda che «per trovare da mangiare era uscita dal nascondiglio e venne vista da un marocchino che cercò di rapirla per violentarla in una capanna, ma lei ribellandosi lo colpì con dei calci e riuscì a sfuggire». La nonna di Maria Rita testimonia invece che lei e le sorelle vennero addirittura chiuse dai genitori in una casa disabitata e con l’accesso chiuso con delle lamiere. La nonna di Giulia fu invece chiusa dal padre in uno scantinato mentre un’altra nonna, quella di Patrizia, riuscì a farla franca mentre altre donne “catturate” con lei vennero violentate e quando furono rilasciate erano tutte malate.

San Giovanni Incarico, 27 maggio 1944. Le truppe francesi entrano in paese (Signal Corps).

Uno dei tanti problemi conseguenza di quella guerra. E nemmeno l’ultimo.

Da quando, agli inizi degli anni Trenta, erano stati costruiti i bacini idroelettrici di Collemezzo e di Ponte a fiume, si era registrata una espansione delle acque stagnanti con l’inevitabile conseguenza di un incremento della malaria specie nei centri più prossimi ai due impianti e cioè, Ceprano, Falvaterra, Isoletta di Arce e naturalmente San Giovanni Incarico. In quel tempo di guerra ovviamente il fenomeno raggiunse picchi piuttosto preoccupanti al punto che a Ceprano, nel 1944, su 7.982 abitanti, il problema riguardava ben 5.087 persone (l’anno successivo sarebbero state ben 6.470 ), mentre ad Isoletta i “malarici” erano 301, 774 ad Arce, 398 a Falvaterra e addirittura 2.583 qui a San Giovanni dove la malaria aveva di fatto colpito il 90 per cento della popolazione, come, del resto nella zona di Pontefiume, e si arrivò addirittura a contare fino a sette vittime da perniciosa al giorno, come scrive un giornale del tempo, «Il Popolano»9, aggiungendo che «i numerosissimi senza tetto sono privi del benché minimo aiuto ed bimbi vagano miseri tra i fremiti acuti della febbre malarica». Fra coloro che molto si impegnarono per debellare questo morbo è doveroso ricordare, per la zona di Ceprano, l’opera del dott. Roberto Jacovacci mentre per l’attività in generale nel territorio quella del dott. Alberto Coluzzi, un medico umbro non ancora quarantenne che aveva il suo quartier generale a Monticelli di Esperia.

1 A. Profumo, Il bombardamento su Roma del 19 luglio 1943 nelle carte dell’Archivio di Stato di Roma, in «Rivista Storica del Lazio», a. VIII, numero 12/2000. L’elenco delle vittime è stato redatto dall’autore in collaborazione con Vincenza Pizzicori.

2 A. Grossi, Pico Farnese: storia da noi vissuta e sofferta negli anni 1943-1944 della seconda guerra mondiale, Dattiloscritto inedito, Biblioteca popolare “Luigi Fraioli”, Pico.

3 M. Sbardella, Il Martirologio di San Giovanni Incarico. Comune di San Giovanni Incarico, 2003, p. 47.

4 Anno scolastico 1999/2000.

5 M. Sbardella, Il Martirologio di San Giovanni Incarico … cit., pp. 47-55.

6 L. Prignani, Nati il 24 maggio/25 aprile, Arte stampa editore, Roccasecca 2009, pp. 135-136.

7 Antonio (15 mesi) e Gualtiero (18 anni) Castellucci, Adelia (14) e Adua (7) Luiniti, Girolamo (14) e Rocco (40) Marcoccia, Giuseppa Luisa (47) Petrucci, Filomena (69) Piccirilli, e Luigia (23) Rossi (Rif.: M. Sbardella, Il Martirologio di San Giovanni Incarico … cit.).

8 Ivi, p. 50.

9 «Il Popolano», a II, n. 14, 1-15 settembre 1945.

(57 Visualizzazioni)