ROCCASECCA: IL SINODO DEL VESCOVO FRANCESCO ANTONIO SPADEA

«Studi Cassinati», anno 2025, n. 2

> Scarica l’intero numero di «Studi Cassinati» in pdf

> Scarica l’articolo in pdf

In memoria di Luigi Di Cioccio e di Angelo Molle.

Venerdì 6 giugno 2025 è stato presentato nella Chiesa di S. Margherita a Roccasecca, lì dove tre secoli or sono si tenne il Sinodo diocesano della Diocesi di Aquino-Pontecorvo, il volume curato da Filippo Carcione, Luigi Di Cioccio†, Luigi Casatelli e Mauro Mantovani dal titolo Il Sinodo del vescovo Francesco Antonio Spadea celebrato nella chiesa abbaziale di S. Margherita di Roccasecca nel 1744.

Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Roccasecca, avv. Giuseppe Sacco, e del parroco di Santa Margherita in Roccasecca, don Xavier Razanadahy, si sono succedute le due relazioni principali tenute da Gaetano de Angelis-Curtis, presidente del Centro documentazione e studi cassinati, e dal prof. don Aniello Crescenzi, docente di Latino presso il Liceo classico «Giosuè Carducci» di Cassino e direttore della Scuola di formazione teologica «San Tommaso d’Aquino». È intervenuto l’abate ordinario di Montecassino, dom Antonio Luca Fallica, mentre le conclusioni sono state tratta dal vescovo di Sora Cassino Aquino Pontecorvo, mons. Gerardo Antonazzo. L’incontro è stato coordinato dal direttore dell’Ufficio Diocesano per i beni culturali di Sora Cassino Aquino Pontecorvo, mons. Giandomenico Valente. Gli interventi musicali sono stati eseguiti dal Coro Polifonico «Res Musica» di Roccasecca, diretto dal maestro Mario Evangelista. A fine convegno gli autori hanno voluto ricordare la genesi del progetto che ha portato alla pubblicazione delle approfondite ricerche effettuate. Purtroppo le scomparse prima di Angelo Molle nel 2016 e poi quella del dott. Luigi Di Cioccio nel 2022, hanno inevitabilmente influito anche sulle vicende della stampa del volume. Proprio d. Luigi Casatelli, oltre a ricordare le due importanti figure, ha raccontato di quando setacciò con Andrea Di Cioccio la biblioteca di suo padre Luigi Di Cioccio alla ricerca del testo dell’articolo frutto delle ricerche svolte. Alla fine di una giornata in cui tutte le speranze sembravano essere state perse, come scrive Angelo di Cioccio nella Premessa, d. Luigi adocchiò una cartellina blu. Il suo volto fu attraversato da un largo sorriso e si illuminò. Il testo dell’articolo scritto da Luigi Di Cioccio era lì dentro ed ora impreziosisce la pubblicazione.

Intervento di Gaetano de Angelis-Curtis

Il volume si compone di quattro saggi, di altrettanti importanti studiosi di storia del territorio. Quelli cioè di Filippo Carcione (incentrato sull’analisi della politica concordataria di papa Benedetto XIV, sul rapporto tra Aquino e Pontecorvo); del compianto dott. Luigi Di Cioccio (che si occupa delle questioni relative al trasferimento dei vescovi da Aquino a Pontecorvo e di quello da Pontecorvo a Roccasecca, della fondazione dei seminari in queste due ultime città per poi soffermarsi a descrivere alcune strutture religiose edificate al tempo del vescovo Spadea in alcuni Comuni della Diocesi); di d. Luigi Casatelli (imperniato sull’approfondito esame del testo sinodale del vescovo Spadea); del salesiano d. Mauro Mantovani (basatosul rapporto tra S. Tommaso d’Aquino e la sinodalità).

Il volume è preceduto da una Premessa scritta da Angelo Di Cioccio e da una approfondita Introduzione storica opera di Fernando Riccardi che opportunamente è stata inserita rendendo con efficacia il quadro storico delle questioni trattate. Nelle appendici trovano spazio molti e preziosi allegati tra cui la lettera pastorale del vescovo Spadea in originale e in traduzione di d. Luigi Casatelli, la ricognizione del corpo di San Costanzo, l’elenco dei sinodi celebrati nelle varie sedi vescovili e infine alcune vicende della prepositura di Atina.

LA DIOCESI DI AQUINO E IL TRASFERIMENTO DELLA SEDE A PONTECORVO

Roma, Città del Vaticano, da sx: il prof. Luigi Carcione, d. Tonino Grossi, il cardinale Raffaele Farina, il prof. Luigi Di Cioccio, mons. Luigi Casatelli, d. Antonio Molle e il prof. Angelo Molle.

Una delle Diocesi più antiche di questo territorio è quella di Aquino, attestata per la prima volta nella seconda metà del V secolo. Si conoscono i primi vescovi che si sono succeduti nella cattedra di Aquino (Costantino, Asterio, San Costanzo, Andrea, Giovino). Le difficili condizioni sociali ed economiche, gli stravolgimenti, le invasioni barbariche ecc. dei secoli successivi ebbero una immediata ripercussione anche sulla Diocesi e sui vescovi locali di cui sono rimaste scarne notizie. Solo a partire dall’inizio del secondo millennio le cronache tornarono a riferire vicende concernenti la Diocesi di Aquino. Infatti è attestato che i vescovi lasciarono la città Aquino e trasferirono la loro residenza, fissando la nuova sede episcopale a Pontecorvo. In sostanza da quei momenti i vescovi continuavano a richiamarsi di diritto (de jure) alla titolarità di Aquino ma di fatto risiedevano a Pontecorvo. Infatti la città di Aquino, che soffriva per il progressivo spopolamento della città e l’insalubrità dell’aria, non appariva dotata di un palazzo vescovile, così come la cattedrale versava in precarie condizioni, mancante perfino del fonte battesimale e di suppellettili sacre. Le prime notizie del trasferimento risalgono alla metà del 1200 quando la città di Aquino fu saccheggiata e distrutta da Corrado IV (figlio dell’imperatore Federico II). Un’altra notizia si ha sul finire del XIV secolo quando il vescovo della diocesi di Aquino aderì all’antipapa Clemente VII. Nelle cronache è ricordato che il prelato aveva residenza nella collegiata di San Bartolomeo di Pontecorvo, «di struttura nobile e spaziosa» dove si consacravano gli Oli sacri e si conferivano gli Ordini sacri.

Quindi con certezza è attestato che il 16 gennaio 1581 il vescovo Flaminio Filonardi (1579-1608) celebrò nella collegiata di San Bartolomeo di Pontecorvo il primo sinodo diocesano per l’attuazione delle riforme volute dal Concilio di Trento così come due anni più tardi, il 17 novembre 1583, sempre Filonardi iniziò la costruzione a Pontecorvo del seminario vescovile, anche se la struttura non poté essere completata per mancanza di fondi e dovette passare più di un secolo perché il vescovo Giuseppe De Carolis (1699-1742) trovasse una nuova sede in Pontecorvo per il Seminario che affidò alla Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana (detta degli Agatisti poi confluiti nel 1747 nei Dottrinari).

LA CITTÀ DI PONTECORVO

Il castello era sorto tra l’860 e l’872 fondato dal gastaldo di Aquino (certo Rodoaldo) e prendeva la sua denominazione di Pontecorvo dalla forma curva del ponte che attraversa il fiume Liri. Nel corso di un secolo ebbe un notevole sviluppo tanto che andò a costituire una contea indipendente da quella di Aquino. Dopo varie complicate vicende e passaggi di proprietà, il 13 gennaio 1105 Pontecorvo passò a Montecassino: per metà fu donata e per metà fu acquistata dall’abbazia per 500 libbre d’oro dal principe di Caiazzo. Montecassino riuniva così la città ad altri limitrofi e importanti beni terrieri che aveva avuto in donazione nel corso dei secoli precedenti. Pontecorvo fu così un bene cassinese per alcuni secoli finché nel 1463 si giunse alla sua annessione allo Stato Pontificio. La città divenne così una enclave della Santa Sede nel Regno di Napoli, al pari di Benevento.

Le due città rimasero sotto il dominio pontificio per vari secoli con l’eccezione d’inizio del 1800. Nel 1806 furono infatti tutte e due elevate da Napoleone Bonaparte a principato: a Benevento fu creato principe-duca Charles-Maurice de Tayllerand, a Pontecorvo Jean Baptiste Bernadotte (generale dell’esercito imperiale francese, salito poi sul trono di Svezia e nello stemma della famiglia reale svedese c’è ancora oggi la presenza di un ponte sormontato da un corvo a ricordare il principato di Pontecorvo). Bernadotte governò il principato dal 1806 al 1810, poi dal 1812 al 1815 da Luciano Murat, figlio di Gioacchino. Poi con il Congresso di Vienna del 1815 tutte e due le città tornarono allo Stato Pontificio.

Nel corso dei secoli tutte e due le città sono sempre state fonte di dissidi e contrasti tra i vari regnanti di Napoli e la Santa Sede. Innanzi tutto per la loro qualità di enclavi in quanto governate da rettori papali con le leggi dello Stato Pontificio, amministrate con la giustizia dello Stato Pontificio che vi manteneva delle guarnigioni di soldati, che vi aveva organizzato delle aree di frontiera con dogane per il passaggio da e per le città. Tale condizione di extra territorialità comportò che tutte e due le città divenissero asilo di contrabbandieri, briganti, malfattori e criminali di ogni specie che inseguiti da polizia e militi del Regno di Napoli si andavano a rifugiare all’interno delle mura di Pontecorvo e Benevento.

LA DIOCESI DI AQUINO-PONTECORVO E IL REGNO DI NAPOLI

Dopo quel primo sinodo diocesano celebrato dal vescovo Flaminio Filonardi nel 1581, la residenza pontecorvese dei vescovi aquinati si protrasse per altri due secoli. Una residenza che pare avvalorata dalla Santa Sede poiché con la bolla In excelsa Sedis promulgata il 23 giugno 1725, papa Benedetto XIII creò la Diocesi di Pontecorvo, unendola contestualmente aeque principaliter a quella di Aquinoa formare la Diocesi di Aquino-Pontecorvo.

Una decina d’anni più tardi dalla creazione della nuova Diocesi si giunse a un cambiamento di potere nel Regno di Napoli che dal 1707 era posto, in qualità di vicereame, sotto la dominazione austriaca. Tale sovranità terminò una trentina di anni dopo in seguito alle vicende connesse alla guerra di successione polacca. Così nel 1734 salì sul trono di Napoli il giovane Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V e di Elisabetta Farnese, che così dette inizio all’era dei Borbone napoletani (anche se poi nel 1759 fece ritorno a Madrid per salire sul trono di Spagna con il nome di Calo III; a Napoli rimase il figlio Ferdinando di soli otto anni e data la minore età fu costituito un Consiglio di Reggenza controllato da Bernardo Tanucci, finché al raggiungimento del sedicesimo anno di età salì al trono con il titolo di Ferdinando IV, poi nel 1816 con la riunificazione dei due regni in quello delle Due Sicilie, trasformato in Ferdinando I).

Pochi anni dopo la salita al potere di Carlo di Borbone, morì papa Clemente XII. Nell’agosto del 1740 venne eletto (al 255° scrutinio) papa Benedetto XIV (Benedetto Lambertini 1740-1758). Fin dall’inizio del suo pontificato, papa Benedetto XIV, assurto a baluardo della Chiesa cattolica contro le spinte ereticali del giansenismo e contro l’anticlericalismo della nuova potente corrente di pensiero affacciatasi in Europa, quella dell’illuminismo di Voltaire e Diderot e che aveva in Pietro Giannone un forte rappresentante a Napoli, avviò una politica di distensione e di conciliazione con vari sovrani d’Europa, anche con quelli protestanti. In tale ottica nel 1741 giunse a stipulare un Concordato con Carlo di Borbone in merito a molteplici aspetti (tassazione di beni della Chiesa, numero di ecclesiastici da mantenere a spese dell’erario pubblico, istituzione di un tribunale misto ecc.). Fra le varie questioni che si vennero a porre ci fu anche quella della residenza a Pontecorvo dei vescovi di Aquino. Infatti la residenza episcopale pontecorvese andava determinando sempre maggiori malumori e attriti. Innanzi tutto quelli degli aquinati che volevano il ritorno della sede vescovile nella città diocesana titolare di Aquino (i canonici di Aquino avevano fatto ricorso a papa Benedetto XIV chiedendo espressamente il ritorno in città del vescovo, della curia, del seminario, senza però che il pontefice ne assecondasse le richieste). Ma la questione più controversa discendeva dal fatto che una Diocesi che aveva il proprio territorio ricompreso nel Regno di Napoli (con la sola eccezione della città di Pontecorvo) aveva i suoi vescovi residenti “all’estero”, cioè al di fuori del territorio napoletano, a Pontecorvo che era una città pontificia e non regnicola.Si giunse così alla decisione di ripristinare la residenza vescovile nel Regno di Napoli. Poiché la situazione della città di Aquino non permetteva il ritorno dei vescovi nella città diocesana titolare «andata in rovina», dovette essere individuata una soluzione alternativa. Fu il nunzio apostolico a Napoli e arcivescovo di Nicosia, Raynero Simonetti, a risolvere la questione. Infatti individuò in Roccasecca la città che dovesse ospitare il vescovo in quanto era ricompresa nel Regno di Napoli, era ubicata in una situazione baricentrica nel territorio diocesano di Aquino-Pontecorvo, appariva dotata di «aria salubre e purgata» ed era poco distante dalla Cattedrale.

L’occasione per giungere a una soluzione veloce e concordata fu data dalla nomina del nuovo vescovo della diocesi di Aquino-Roccasecca in quanto il titolare, mons. Giuseppe De Carolis, era morto nel gennaio 1742. Papa Benedetto XIV giunse a nominare molto velocemente il nuovo vescovo, già il 28 gennaio 1742, individuando come successore un uomo che fosse gradito agli ambienti romani (di certo restii al trasferimento della residenza episcopale dalla pontificia città di Pontecorvo) e allo stesso tempo che fosse rassicurante per la corte borbonica sull’effettivo spostamento dopo il tergiversare della Santa Sede. La scelta ricadde su mons. Francesco Antonio Spadea il quale fu investito di un compito ben specifico in quanto il nunzio apostolico a Napoli, Raynero Simonetti, il 29 giugno 1743 emise un decreto che stabiliva il trasferimento della sede vescovile, degli uffici della curia e del seminario da Pontecorvo a Roccasecca così come il regio exequatur (il documento con cui lo Stato concedeva l’esecutività della nomina dei vescovi), imponeva al nuovo vescovo di provvedere al trasferimento.

LA CITTÀ DI ROCCASECCA

La città era divenuta il baricentro amministrativo dell’area più meridionale del ducato di Sora, un antico dominio feudale, prima contea e poi ducato, che era stato governato dai Cantelmo e quindi dai Della Rovere, e poi fu acquistato da papa Gregorio XIII per farne dono al figlio Giacomo Boncompagni, cognome mutato poi in Boncompagni-Ludovisi. Il ducato di Sora si era andato ingrandendo nei secoli con le acquisizioni dei feudi di Arpino e di Arce e poi della contea di Aquino (quest’ultima acquistata dal marchese Giovanni Boncompagni nel 1582 dai D’Avalos d’Aquino).

Tuttavia se Roccasecca era divenuto un importante centro nell’ambito del Ducato di Sora, risultava però sfornito di titoli ecclesiastici. Inoltre rimaneva una ulteriore questione non secondaria da risolvere. La città infatti non era dotata di infrastrutture idonee, di edifici di proprietà della Diocesi da adibire a vescovado e seminario. La soluzione la offrì l’allora duca di Sora e principe di Piombino, Gaetano Boncompagni Ludovisi definito alla stregua di un «principe savio, beneficiente e di gran cuore». Il duca offrì come residenza del vescovo e della curia un palazzo di proprietà della sua famiglia a Roccasecca (come scrive Fernando Riccardi si trattava di una imponente struttura a due piani realizzata secondo le austere linee architettoniche neoclassiche il quale, fino a poco prima, era utilizzato come sede della corte ducale, cioè residenza del governatore e degli altri funzionari ducali, che era stata trasferita in un altro palazzo posto di fronte alla chiesa di Santa Margherita e che ospitò gli uffici ducali fino al 1796 quando il ducato di Sora venne acquisito nel regio demanio del Regno di Napoli). L’assegnazione dell’immobile alla Diocesi da parte del duca avvenne il 29 giugno 1743 non a caso nello stesso giorno dell’emissione del decreto con cui il nunzio apostolico a Napoli, Raynero Simonetti, aveva stabilito il trasferimento della sede vescovile a Roccasecca. Il duca Gaetano Boncompagni Ludovisi si era evidentemente molto adoperato perché si giungesse al trasferimento della residenza episcopale e al contempo venisse privilegiata la residenza di Roccasecca.

Dieci anni più tardi, il 2 giugno 1753, quell’immobile assegnato alla Diocesi fu ufficialmente donato dallo stesso duca Boncompagni che al contempo acquistò diversi immobili attigui al palazzo vescovile, riadattandoli a sue spese (spendendo ventimila ducati) al fine di collocarvi il seminario, nonché donò un appezzamento di terra di circa 10 tomoli di estensione chiamato campo Marrocchi. L’acquisizione definitiva dell’immobile da parte della Diocesi fece rinvigorire aspramente le proteste del clero aquinate nei confronti del vescovo Spadea il quale in quegli anni si era speso molto per pacificare gli animi, muovendosi con delicatezza per non alienarsi i rapporti sia del clero di Pontecorvo, che si era visto sottrarre la residenza episcopale, ma anche del clero di Aquino che aveva visto prevalere una città come Roccasecca priva di qualsiasi titolo ecclesiastico. Proprio quelle polemiche finirono per amareggiarlo tanto che preferì rinunciare al governo della Diocesi di Aquino-Pontecorvo e ritirarsi a Roma presso il Ritiro dei frati francescani di San Bonaventura al Palatino dove morì, settantenne, il 17 luglio 1756.

Il sinodo del vescovo Francesco Antonio Spadea celebrato nella chiesa abbaziale di S. Margherita di Roccasecca nel 1744, a cura di Filippo Carcione, Luigi Di Cioccio, Luigi Casatelli e Mauro Mantovani, Arte Stampa Editore, Roccasecca 2025, pp. 182, illustr. col. e b./n.; f.to cm. 17×24; ISBN 979-12-8135-41-80

(30 Visualizzazioni)