UN INEDITO BASSORILIEVO ROMANO AD ATINA, IPOTESI DI LETTURA

«Studi Cassinati», anno 2025, n. 4

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 Silvano Tanzilli*

Quando Rostaino III Cantelmo1 inizia la costruzione del Palazzo Ducale di Atina, alcuni anni dopo il disastroso terremoto del 9 settembre 1349, il codice architettonico “Gotico”, che traspare da ogni elemento costruttivo di cui si compone, soprattutto nella facciata rappresentativa (Fig. 1), è oramai totalmente assimilato anche nei territori periferici del regno.

Fig. 1- La facciata principale del Palazzo Ducale su P.zza Saturno ad Atina.

Ed è facile immaginare che ci sia stata una dettagliata progettualità, prodromica alla costruzione vera e propria del Palatium, favorita dalla presenza, soprattutto a Montecassino, di maestranze internazionali che hanno fornito assistenza tecnica e artistica nella realizzazione di questo complesso e articolato edificio.

Tutto ciò va aggiunto al valore simbolico, dettato dall’unione di due potenti famiglie, i D’Aquino e i Cantelmo, che doveva trasparire sia nella potenza espressiva dettata dalla notevole dimensione del palazzo, con torri laterali e sistemi di difesa ben evidenti, sia nella ricerca del “bello” attraverso elementi architettonici2 che conferiscono soprattutto alla facciata, del tutto medievale, armonia e ordine.

La costruzione del palazzo, del resto, è paradigmatica della rivoluzione urbanistica che i Cantelmo operarono ad Atina dopo il terremoto, con la formazione, quasi ex novo, di un moderno “borgo” su monte Massico (supra muro de medio), protetto da un nuovo sistema difensivo murario e turrito, realizzato a discapito delle altre due preesistenti aree urbane, poi abbandonate dopo il sisma, collocate sulla collina di S. Stefano e nella spianata cimiteriale di S. Maria-S. Marco3, sorte in continuità con l’acropoli già pre-romana la prima, e sovrapposta alla città romana e al suo foro la seconda.

Fig. 2- Una foto di Piazza Saturno e del Palazzo agli inizi del ‘900.

Quali fossero le costruzioni preesistenti su monte Massico, o Colle Turris, prima del terremoto, è difficile ipotizzarlo. Gli storici in ogni caso sono sostanzialmente concordi nel registrare già intorno al XII sec. la presenza di un Castrum4 protetto da una cinta perimetrale a forma triangolare, dove si stava già sviluppando un modesto polo insediativo urbano di tipo medievale, con una torre difensiva e due chiese, S. Stefano/S. Croce e S. Giovanni5.

Ancora oggi, nonostante le infelici ricostruzioni post belliche ne abbiano in parte snaturato l’originario registro architettonico, con nuovi allineamenti viari (via Roma) e moderni palazzi, sono ancora perfettamente conservate le irregolarità planimetriche delle antiche piazze (Fig. 2) e la tortuosità dei vicoli, con visuali asimmetriche, impostate su scorci e diagonali, costituenti il fascino proprio dei borghi medievali.

Fig. 3- Il bassorilievo collocato sul portale di ingresso del Palazzo.

Ed è proprio in questa logica urbanistica medievale che si innesta il Palazzo Ducale, dove emerge il gusto Provenzale dei Cantelmo che si evidenzia nei ricchi arredi degli ambienti di rappresentanza6, nella ricollocazione di statue romane di spoglio e nel posizionamento di un bassorilievo al di sopra dell’ogiva dell’unico maestoso portale di accesso, collocato sulla facciata principale del Palazzo (Fig. 3).

Proviamo quindi, in questa sede, ad analizzare e avanzare ipotesi sul bassorilievo che da circa 650 anni si offre alla vista degli atinati e sul quale a tutt’oggi non esistono studi specifici, se si eccettuano le semplici e generiche citazioni di alcuni storici e una erronea attribuzione dove viene indicato quale stemma di famiglia dei Cantelmo7.

Ad una prima disamina fatta a distanza, in attesa di poterne eseguire una diretta e tangibile, appare subito evidente che la scultura, per tipologia e stilema utilizzato, ci riporta al periodo romano ed in particolare sembra essere pertinente ad una metopa di un tempio in stile dorico realizzato in epoca repubblicana.

Fig. 4- Bassorilievo romano di un Sarcofago di bambino.

Tale supposta attribuzione scaturisce dal confronto e dalla probabile esclusione del manufatto di Atina dalle ulteriori e diffuse tipologie di bassorilievo impiegate dai romani che possono sintetizzare in:

1 – Rilievo storico, vera arte romana, collocato sugli archi di trionfo per celebrare, attraverso immagini di imprese militari, la grandezza di Roma (vedi Arco di Costantino, ecc.);

2 – Rilievi dei sarcofagi, più curati e in genere totalmente scolpiti, angoli compresi, sulle stesse pareti portanti (Fig.4) e rilievi delle urne cinerarie immediatamente individuabili per tipologia del blocco lapideo;

3 – Altare domestico in quanto quasi sempre dipinto o di dimensioni inferiori;

4 – Altare funerario scolpito direttamente nell’ara in quanto narra della vita stessa del defunto (vedi Ara Pacis, ecc.);

5 – Stele funeraria in quanto si tratta di una lastra lapidea infissa direttamente nel terreno.

Fig. 5- Tempio dorico, tipologia del fregio.

Allo stesso tempo, sempre per esclusione, possiamo facilmente individuare nel tempio dorico la destinazione originaria della nostra lastra, sia per le dimensioni che, come vedremo, ben si adattano alla tipologia, sia per la narrazione raffigurata. Appare, infatti, impossibile collocare l’oggetto in esame nei templi Italici o Tuscanici, avendo questi architravi direttamente scolpite8, oppure in quelli Ionici e Corinzi in quanto presentano, su tutta la lunghezza del fregio, bassorilievi modellati a ciclo continuo.

Rimane appunto il tempio dorico, dove il fregio è composto da metope e triglifi alternati (Fig. 5), la cui tipologia (anche a Roma) 9 si spinge fino al I sec. a. C., e ancora di più si adatterebbe al contesto Atinates, fiorente proprio in epoca repubblicana10 e, nell’ambito della cultura ellenistica presente tra Lazio e Campania tra il II e I sec. a.C.11, territorialmente a contatto anche con i poderosi templi dorici delle regioni che furono della Magna Grecia.

Fig. 6- Tipologia di metopa arcaica.

Anche il bassorilievo in oggetto, del resto, sembra appartenere alla fase repubblicana per la tipologia di materiale utilizzato12 e per la raffigurazione che appare per stile e forma piuttosto arcaica (Fig.6), lontana dalla maestria figurativa raggiunta nel periodo imperiale, visibile ad esempio nell’Ara Pacis, nella colonna Antonina o nell’arco di Traiano a Benevento (Fig. 7).

Visivamente la lastra analizzata (Fig. 8) si presenta divisa in due parti, la superiore è scolpita a bassorilievo con una suddivisione in tre riquadri, quella inferiore, intagliata per unirsi perfettamente all’altra, è completamente liscia e sembra un’integrazione necessaria alla metopa per raggiungere la dimensione prevista dal modulo prestabilito per il fregio del tempio dorico. Essa, inoltre, è incorniciata in una bacheca, frammentata e realizzata in materiale differente dal bassorilievo (un calcare travertinoso molto diffuso nella regione), appositamente creata per meglio incastonarsi nella tessitura muraria, in blocchi lapidei squadrati e disposti in orizzontale, del Palazzo Ducale13.

Fig. 7- Bassorilievi romani sull’arco di trionfo di Benevento.

La scena rappresentata nel bassorilievo, di carattere mitologico, sembra appartenere alla raffigurazione di Saturno14 che è posto in posizione centrale con il braccio sinistro teso nel sorreggere uno scettro regale o la cornucopia dell’abbondanza, essendo il Dio nell’età dell’oro legato all’agricoltura, e il braccio destro, oramai illeggibile, impugnante un probabile falcetto, tipico della sua rappresentazione iconografica15 (Fig. 9). Mentre le figure umane dei riquadri laterali, di minore corposità rispetto a quella centrale di Saturno, appaiono essere maschile la sinistra e femminile la destra, scolpite in maniera simmetrica tra loro nella postura.

Fig. 8- Metopa del Palazzo Ducale di Atina.

Le ipotesi che si possono fare nella lettura della scena, senza necessariamente precluderne altre, sono le seguenti:

1 – Saturno tra due umani che insegna l’agricoltura;

2 – Saturno che riceve in offerta le primizie della terra;

3 – Saturno seduto che osserva gli umani nei Saturnalia;

Fig. 9- Statua di Saturno.

4 – Saturno stante con cornucopia o scettro regale con presenza di umani offerenti.

Quest’ultima sembra essere l’ipotesi più plausibile, pertinente ad una metopa proveniente da un tempio di Saturno, che verosimilmente va individuato in area urbana e ricondotto alla fase repubblicana dell’antichissima Atina Potens di virgiliana memoria.

Per quanto la conformazione urbanistica della città romana sia ancora tutta da ricostruire, sappiamo con certezza che essa si sviluppò all’interno del circuito murario poligonale di origine volsca, in particolare nell’area pertinente il cimitero monumentale di Atina. Qui gli storici più accreditati (da ultimo Silvio Elisena) pongono il Forum Antonini e la maggior parte dei templi edificati sia durante la repubblica, sia nel periodo imperiale. Cosi anche per l’ubicazione delle tre porte di accesso, la c.d. Porta Aurea, quella Balnearia e quella Virilassi, rispettivamente collocate ad occidente sulla sella tra il Colle e il monte Massico la prima, ad oriente in direzione di Piè delle Piaggie la seconda e a meridione la terza che, attraverso la zona del Peschio, si dirigeva verso la c.d. Fontana Vecchia (Fig. 10) prima e il percorso di fondovalle in direzione di Casinum dopo.

Fig. 10- La fontana vecchia di epoca romana su via Virilassi.

La Porta Aurea in particolare assume grande importanza in quanto coincidente con l’inizio Decumano Massimo, la via Maior16 il cui percorso, proveniente da S. Marciano con il suo tracciato basolato (Pes-Silices), una volta raggiunta la porta stessa, sulla quale era posto l’idolo di Ercole, attraversava il citato Foro urbano e si dirigeva poi, secondo il classico percorso con andamento ovest-est, verso la sella tra il Monte Massico e l’acropoli pre-romana di S. Stefano, seguendo grosso modo, nel tratto intermedio, il tracciato dell’odierno Corso Vittorio Emanuele.

Le fonti poi sono abbastanza attendibili e concordi anche nella catalogazione dei templi urbani di Atina che, oltre a quelli già menzionati di Giove/S. Pietro e Diana/S. Silvestro, riportano quelli di Marte, Giunone, Serapide e soprattutto, per quello che attiene al presente studio, quello di Saturno.

Il tempio di Saturno, ritenuto il più antico e il maggiore tra quelli presenti in città, era ubicato nel Forum Antonini17, coincidente con l’odierna spianata di San Marco18 (Fig. 11), dove di recente sono state scavate e restaurate alcune domus affrescate di epoca romana.

Fig. 11- Carta topografica di Atina del 1842.

Ma sono anche le fonti medievali a fornire le maggiori informazioni al riguardo ed in particolare l’opera di Ferdinando Ughelli Italia Sacra del 1644 dove, riportando gli scritti di Pietro Diacono e del suo Chronicon Civitatis Atinae del XII sec. (ripresi poi anche dallo storico atinate M. Palombo), riferisce, tra le altre cronache, quelle di due vescovi di Atina. La prima del 313 d.C. ci informa che il Vescovo Massimo dà notizia che Costantino il Grande giunse ad Atina e ordinò di restaurare il tempio di Saturno e che questi avesse la supremazia sugli altri, sia perché ritenuto più antico, sia perché dedicato a Saturno fondatore della città. La seconda cronaca del 1044 ci narra che il Vescovo Leone, a seguito dell’apparizione della Vergine che favorì la fine di una violenta pestilenza, ordinò che fosse realizzata una chiesa dedicata a S. Maria, da costruire sui resti del tempio di Saturno, dopo aver abbattuto i sette idoli ancora rimasti.

Fig. 12- La facciata della chiesa di S. Maria/S. Marco in zona cimitero di Atina.

Tralasciando la cronaca riferita al vescovo Massimo, sulla quale è lecito chiamare in causa la mente a volte ritenuta fantasiosa di Pietro Diacono, ci sembra più pertinente quella che riguarda il vescovo Leone e il riferimento alla collegiata di S. Maria-S. Marco (Fig. 12), realizzata nell’area dell’odierno cimitero (già spianata forense in epoca romana), anche in virtù del fatto che all’inizio dello scorso millennio nella zona si era costituito un polo ecclesiastico di notevole valore con residenza vescovile e schola clericorum19, oltre ad un abitato abbastanza diffuso in continuità con la città prima romana e poi longobarda.

La metopa del palazzo ducale, a questo punto, sarebbe solo l’ultimo elemento, in ordine di tempo, da collegare alla figura di Saturno e al suo millenario rapporto con la città di Atina (Fig. 13), che ancora oggi si perpetua e si esplica in molteplici evidenze pubbliche20.

Fig. 13- Il tempio di Saturno al Foro Romano restaurato da L. M. Planco.

Senza trascurare la storiografia romana21 che attribuisce la fondazione di molteplici città a Saturno, il primo a richiamare questa tradizione per Atina è stato il monaco-archivista Casinensis Pietro Diacono22 nel XII sec. che la trascrive nelle sue cronache, ripresa poi, nei secoli successivi, anche da altri eruditi23 che perpetuano questa leggendaria tradizione legando il nome del Dio alla fondazione delle c.d. 5 città di Saturno che iniziano con la lettera «A»: Arpino, Alatri, Anagni, Antino (Ferentino) e appunto Atina.

Anche lo stesso stemma24 araldico del Comune di Atina, tanto in quello precedente all’unità d’Italia, quanto nel successivo tutt’ora vigente, presenta, a circondare il blasone che raffigura due colonne di marmo sormontate da una corona d’oro, il primo su campo rosso, il secondo su sfondo azzurro, la medesima scritta: Atina Civitas Saturni Latio.

Fig. 14- Ipotesi di ricostruzione del tempio di Saturno di Atina, planimetria.

Per quanto concerne, infine, l’analisi geometrica che è possibile avanzare, in relazione alla metopa del palazzo ducale, le cui misure corrispondono a circa mt 0,90 (h) x 1,10 (b), e alla sua attribuzione al tempio di Saturno, sembra opportuno, a questo punto, procedere al dimensionamento dell’ipotetico edificio templare, utilizzando i moduli e le tipologie costruttive proprie, ben codificate dall’architettura greca, ripresa poi dalla romana attraverso le note teorie di Vitruvio (Fig. 14).

Sapendo che nella costruzione del tempio dorico l’altezza del fregio e di conseguenza della metopa, cosi come del diametro della colonna a terra, corrisponde a 2 moduli, avremo che 1 Modulo = 0,45 cm (0,90/2).

Ne consegue che:

1 – altezza metopa di Atina 2 moduli = mt 0,90;

2 – altezza dell’architrave 2 moduli = mt 0,90 che porta il totale della trabeazione (metopa + architrave) a 4 moduli = mt 1,80;

3 – diametro della colonna a terra corrispondente a 2 moduli = mt 0,90;

4 – altezza totale della colonna corrispondente a 11 moduli = mt 4,95 e del capitello mt 0,45;

5 – intercolumnio frontale e laterale pari a 3 moduli (1,5 il diametro della colonna) = mt 1,35.

Fig. 15- Metopa del tempio di Netturo/Era di Paestum, particolare.

Ipotizzando25 un tempio esastilo (sei colonne) (Fig.16) e periptero (colonne su tutti i lati della cella), per importanza e contesto dimensionale urbano, avremo una larghezza dell’edificio in facciata pari a 27 moduli = mt 12,15, una lunghezza totale, calcolata nelle classiche 13 colonne pari a 62 moduli = mt 27,90 e un’altezza calcolata alla cornice del frontone compresa pari a 17 moduli = mt 7,6526 e un’altezza totale al colmo del frontone pari a 21 moduli = mt 9,45.

Allora poteremmo concludere ipotizzando che, dopo il devastante terremoto del 1349, i Cantelmo prelevarono dalla costruenda e mai più terminata chiesa di S Maria/S. Marco, in area dell’odierno cimitero, una metopa già proveniente dal tempio di Saturno (che a partire dal II – I sec. a. C. occupava il medesimo sito) e la collocarono sulla preziosa facciata del nuovo Palazzo Ducale, con la consapevolezza che esso avrebbe rappresentato, per sempre, l’emblema della città di Atina.

Fig. 16- Ipotesi di ricostruzione del tempio di Saturno di Atina, facciata principale.

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ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Acconci 2016: A. Acconci, Atina e i Cantelmo, echi della civiltà delle corti in un feudo d’alta Terra di Lavoro (Secc. XIV – XV), in Archeologia Arte e Storia nella Valle di Comino, atti del convegno, Roma 2016.

Elisena 1906: S. Elisena, Atina dalle sue origini alla caduta dell’Impero romano, Stampa del manoscritto a cura del «Centro di Studi Storici Saturnia di Atina», Frosinone 2008.

Mancini 1994: A. Mancini, La storia di Atina, Sala bolognese 1994 (2a edizione).

Dionigi 1809: M. C. Dionigi, Viaggio in alcune città del Lazio che diconsi fondate dal re Saturno, Roma 1809.

Palombo 1640: M. Palombo, Ecclesiae Atinatis Historia, passi scelti e tradotti, in A. Mancini, La storia di Atina, Sala bolognese 1994 (2a edizione).

Picano 2016: G. Picano, Riqualificazione dell’androne e del cortile del Palazzo Ducale di Atina iter progettuale, indagini e problematiche in corso d’opera, in Archeologia Arte e Storia nella Valle di Comino, atti del convegno, Roma 2016.

Santoro 1908: D. Santoro, Pagine sparse di storia alvitana, Chieti 1908.

Tauleri 1702: B. Tauleri, Memorie Istoriche dell’antica città di Atina, in A. Mancini, La storia di Atina, Sala bolognese 1994 (2a edizione).

Trigona 2003: S. L. Trigona, Atina e il suo territorio nel medioevo, Montecassino 2003.

Vassalli 1928: P. Vassalli, Il Palazzo ducale di Atina, in «Atina Potens», fascicolo unico, Atina 1928.

Zander 1953: G. Zander, Il Palazzo ducale di Atina e il progetto di restauro, in «Palladio», rivista di storia dell’architettura, III, 1, Roma 1953.

* Già in D. Cedrone (a cura di), Le epigrafi della valle di Comino. Atti del diciannovesimo convegno epigrafico cominese, Atina Palazzo Ducale 26 maggio 2024, Ass. Genesi-Aps, S. Donato V.C. 2025.

1 I Cantelmo o Gantelme, capitani francesi di origine Provenzale al servizio di Carlo d’Angiò nella conquista del regno, si insediano nella valle di Comino con la seconda generazione, con Rostaino II che sposa Margherita di Corban, moglie di Adenolfo IV d’Aquino morto nel suo castello di Alvito per il terremoto del 1349, e con Giacomo II che sposa Giovanna di Capua ed eredita il feudo di Atina nel 1348-49. È lo storico M. Palombo ad informarci che Rostaino III, figlio di Giacomo II, dà inizio alla costruzione del Palazzo che sarà terminato alla fine del secolo dal figlio Giacomo.

2 Per quanto abbia una mole massiccia e un impianto architettonico tipicamente difensivo, il palazzo rientra a tutti gli effetti nelle residenze signorili, come si evince dall’elegante cortile interno dotato di scalone e ballatoio perimetrale impostato su archetti ribassati, dalla presenza di eleganti bifore con sedilia laterali nel piano nobile, e da tre vani luce a oculo strombato, presenti anche nella ricostruzione del castello di Alvito e in quello dei d’Aquino-d’Avalos di Monte S. G. Campano, a dimostrazione della omogenea attività ricostruttiva presente in questa area geografica dopo il già citato terremoto.

3 La presenza di un borgo densamente popolato, nell’area precedentemente occupata dalla città romana, è testimoniata dalle chiese allora funzionanti di San Pietro (costruita sui resti del tempio di Giove) e di San Silvestro (sui resti del tempio di Diana) in direzione ovest nei pressi della c. d. Porta Aurea, oltre al menzionato complesso ecclesiastico-residenziale di S. Maria-S. Marco, ricostruito in soli due anni dopo il terremoto del 1 giugno 1231.

4 Il Castrum si sviluppa a partire dall’epoca Normanna e, pur avendo una dimensione piuttosto contenuta e una debole protezione, oltre ad un fossato perimetrale, si configura con tessuto urbanistico già di tipo medievale, con la presenza al suo interno di ben due chiese, quella di S. Stefano – S. Croce presso la porta Orientale, e la chiesa di S. Giovanni a ridosso dell’accesso Occidentale.

5 La chiesa appare in un diploma di Innocenzo III con il titolo di S. Giovanni sopra il muro di mezzo e a partire dalla fine del XVIII sec. è dedicata a S. Maria Assunta.

6 Il salone di rappresentanza era anticamente dotato di un camino, di una Camera Oratori recentementedemolita e di una piccola cappella privata, oltre ad essere arricchito di preziosi ornamenti romani di spoglio, come le statue di Giunia Cratilia e Giunia Ruffina poi trasferite verso la fine del ‘400 dai Carafa, divenuti proprietari del palazzo dopo il periodo aragonese, nella propria ricca dimora in via S. Biagio dei Librai a Napoli.

7 L’attribuzione appare in un articolo sul Palazzo Ducale pubblicato nel 1928 da Pietro Vassalli, che mi è stato gentilmente inviato dall’avv. Giacomo Tutinelli, che ringrazio.

8 A tale proposito è interessante, ad esempio, vedere i templi italici molisani studiati da A. La Regina.

9 Un esempio lo abbiamo nel tempio di Giano, di epoca repubblicana, oggi inglobato nella chiesa di San Nicola in Carcere nei pressi del teatro di Marcello.

10 Cicerone stesso, nell’orazione Pro-Plancio del 54 a.C., descrive Atina quale ricca Prefettura che può vantare il maggior numero di uomini illustri d’Italia.

11 Come ad esempio con i complessi tempio/teatro (vedi Pietravairano) e con il tempio di Ercole a Cori.

12 Il colore giallo pallido tendente ad avorio e la granulometria ci riportano alla roccia sedimentaria di tipo calcareo composta da carbonato di calcio, microrganismi e cristalli romboedrici.

13 Durante la costruzione del palazzo un piccolo timpano è stato sovrapposto al bassorilievo con il duplice scopo di alleggerirne il carico superiore e impreziosirne la collocazione.

14 Figlio di Crono e Gea divora i figli sapendo che sarà detronizzato da uno di loro. Rea sua moglie, allora, al posto di un figlio, porge una pietra, permettendo così la nascita di Giove che in seguito scaccia Saturno che si rifugia nel Lazio dando inizio all’età dell’oro.

15 In genere Saturno viene rappresentato con la falce, il mantello e i compedes ai piedi, propri degli schiavi, in ricordo dei festeggiamenti saturnali (dal 17 al 24 dicembre) per la rievocazione dell’età dell’oro quando, trasgredendo l’ordine vigente, i servi banchettavano con i padroni.

16 La strada lambiva la chiesa di S. Pietro che appare nella bolla di Innocenzo III del 1208 come S. Petri ad Silicem ed era ancora percorribile ai tempi di Pietro Diacono, XII sec.

17 Lo stesso B. Tauleri nelle sue Memorie Istoriche dell’antica città di Atina del 1702 ci riferisce del ritrovamento nella zona cimiteriale di due frammenti di una pietra lapidaria con la scritta «Saturni» su una e «Deorum» sull’altra.

18 Anche l’Elisena nella sua importante pubblicazione “Atina dalle sue origini alla caduta dell’Impero Romano” del 1906, riferendosi ad una iscrizione rinvenuta, ci parla della coincidenza tra foro e tempio, ambedue posti sulla spianata di S. Marco, ipotizzando le notevoli dimensioni dell’edificio che andrebbe anche collegato alle grosse sostruzioni presenti al di sotto della parete nord della chiesa di S. Maria.

19 Sulla vicenda si può consultare il testo di S. L. Trigona, Atina e il suo territorio nel medioevo.

20 Sul versante orientale della collina di S. Stefano esiste una grotta neolitica comunemente denominata «Grotta di Saturno» e la stessa piazza, dove affaccia il prospetto principale del palazzo ducale con il nostro bassorilievo, è denominata «P.zza Saturno».

21 Primo fra tutti Marco Terenzio Varrone nel I sec. a.C. e successivamente Macrobio con i suoi Saturnalia.

22 Lo stesso M. Palombo ci riferisce di una pergamena scritta in caratteri longobardi conservata ad Atina relativa appunto all’antica cronaca di Pietro Diacono, presente in città dal 1128 al 1130.

23 Per tutti il reverendo Bernardo Clavelli di Arpino, come riportato dal Palombo.

24 Il Palombo, ripreso poi come sempre dal Tauleri, attribuisce alla città di Atina anche l’immagine del Solimena, spesso utilizzata in diversi luoghi e per altre città, dove si rappresenta Saturno al di sotto della figura di un vecchio alato con la falce in una mano e la spiga nell’altra. La stessa M. C. Dionigi nel suo famoso volume Viaggio in alcune città del Lazio che diconsi fondate dal re Saturno del 1809 ricorda che il più antico stemma di Atina, sicuramente da collegare al periodo medievale, in quanto già alla metà del ‘600 negli stucchi dei Gallio erano presenti le due colonne, raffigurava proprio il dio Saturno. In particolare la pittrice/archeologa scrive: «…il nobilissimo stemma di Atina, che anticamente rappresentava un vecchio a cavallo con un fascio di spighe nella sinistra, di poi fu cambiato nelle tre iniziali A. S. F. Atina Saturni Filia; e finalmente ora vedasi figurato da una corona sopra due colonne coll’epigrafe Atina Civitas Saturni Latio».

25 In particolare il tempio di Atina sembrerebbe in analogia con quello di Nettuno/Era di Paestum, condividendo con quest’ultimo (vedi foto n. 15) la medesima forma rettangolare della metopa (circa mt 0,90 x 1,10 ad Atina), che in altri casi tende invece a forme più quadrate. La similitudine spinge pertanto ad ipotizzare anche per il nostro tempio di Saturno le sei colonne frontali e le tredici laterali poggiate direttamente sullo stilobate provvisto di crepidine, un pronao e un opistodomo (ambiente a tergo della cella) ambedue in antis, una peristasi (ambulacri laterali) di almeno tre moduli, una cella accessibile solo dal pronao e la statua di Saturno posizionata in fondo al naos.

26 Il rapporto tra la larghezza della facciata del tempio e l’altezza, calcolata comprendendo la parte piana della cornice del frontone, corrisponde alla sezione aurea.

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