«Studi Cassinati», anno 2025, n. 4
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di
Alfredo Incollingo
La demografia dell’alta Valle del Volturno è un argomento che non appare essere mai stato affrontato dagli studiosi contemporanei e pochi sono stati i cronisti di epoca moderna che lo hanno trattato nelle loro opere, come Enrico Bacco che, tuttavia, si è limitato a riportare il numero dei fuochi per ogni centro abitato della valle agli inizi del Seicento.
La scarsità delle fonti ha scoraggiato i più a esaminare la tematica, tuttavia scavando negli archivi parrocchiali del territorio è possibile consultare i registri dei sacramenti che rappresentano una testimonianza importante per ricostruire a grandi linee la demografia locale.
In molte parrocchie italiane, come a Gemona del Friuli (UD) e a Pisa, i registri parrocchiali venivano redatti già a partire dal XIV secolo. Successivamente tale consuetudine spontanea e poco diffusa in Italia e nel mondo cattolico fu resa obbligatoria nel 1563 con il Concilio di Trento. Inizialmente si formarono i libri dei battesimi e dei matrimoni e successivamente papa Paolo V, con i decreti raccolti nel Rituale Romanum del 1614, obbligò la redazione anche dei volumi delle cresime e dei defunti.
Relativamente ai paesi dell’alta Valle del Volturno i più antichi registri dei sacramenti si trovano a Colli a Volturno (IS), conservati nell’archivio parrocchiale ubicato nella sacrestia della chiesa di San Leonardo di Noblac, patrono del paese, risalenti alla seconda metà del XVII secolo.
Il registro si compone di quattro fascicoli e le prime pagine riportano un’intestazione che ne indica il contenuto: «liber baptizatorum», «liber mortuorum» e «liber matrimoniorum». Essi coprono un ampio intervallo che va dal 1659 ai giorni nostri ma con numerosi buchi temporali dovuti alla dispersione dei documenti nel corso dei secoli e a un incendio del 6 luglio 1999.
Invece il fascicolo degli atti di cresima si apre con una notazione che segnala l’inizio della registrazione del sacramento a partire dal 1662 con i riti che in un primo momento furono celebrati da Giacinto Cordella, vescovo di Venafro (IS), su mandato del cardinale Antonio Sforza, abate commendatario di San Vincenzo a Volturno.
Nell’analizzare il registro parrocchiale del XVII secolo si prenderanno in considerazione solo i volumi dei battesimi e dei defunti per due ragioni fondamentali: da essi è possibile desumere il verosimile andamento demografico del paese nella seconda metà del Seicento e al loro interno sono state individuate alcune particolarità.
In assoluto il primo atto trascritto è del 2 febbraio 1659: Emilia, figlia di Alessandro Di Sandro, morì all’età di 40 anni e il corpo fu tumulato all’interno della Chiesa Madre intitolata all’Assunzione della Vergine Maria1. Invece la più antica annotazione battesimale risale al 21 marzo 1659 e il sacramento fu somministrato alla piccola Antonia Di Sandro, figlia di Eusebio e Beatrice De Lisi2. La formula utilizzata per registrare il battesimo segue il modello tridentino ed è in uso fino al 1689:
«Ego [nome del sacerdote] baptizavi infantem natum/am ex [nome del padre] et [nome della madre] coniugibus cui impositum fuit nomen [nome del/della bambino/a]. Patrini/us/a [nome dei patrini]»
Si riportano anche le due varianti:
«[nome del sacerdote] baptizavit infantem natum/am ex [nome del padre] et [nome della madre] coniugibus cui impositum fuit nomen [nome del/della bambino/a]. Patrini/us/a [nome dei patrini]»
«Idem [nome del sacerdote] baptizavit infantem natum/am ex [nome del padre] et [nome della madre] coniugibus cui impositum fuit nomen [nome del/della bambino/a]. Patrini/us/a [nome dei patrini]»
Quest’ultima formula era utilizzata quando lo stesso sacerdote nel medesimo giorno battezzava due o più neonati.
Dagli anni Novanta del XVII secolo si iniziò a scrivere prima il nome del/della battezzato/a seguito da quelli dei genitori e le formule di rito per indicare la somministrazione del battesimo.
In diversi casi il sacramento era impartito dalle levatrici («obstetrix probata»), poiché gli infanti rischiavano di morire prima di aver ricevuto il sigillo cristiano. Fin dalle origini la Chiesa Cattolica ha consentito ai laici, uomini e donne, di battezzare in caso di necessità, qualora conoscessero le formule per la somministrazione del sacramento. Lo ribadì, per esempio, papa Eugenio IV con la bolla Exultate Deo del 22 novembre 1439: «Ministro di questo sacramento [il battesimo] è il sacerdote, cui, per ufficio, compete battezzare; ma in caso di necessità può amministrare il battesimo non solo un sacerdote o un diacono, ma anche un laico, una donna e persino un pagano o un eretico, purché usi la forma della Chiesa e intenda fare ciò che fa la Chiesa»3. È probabile che il sacramento venisse poi impartito di nuovo dai sacerdoti, come si evince dall’atto di battesimo di Francesco Di Sandro:
«Addì 13 novembre 1662 nacque un bambino da Mariano di Sandro e Loreta di Sandro, coniugi, il quale per imminente pericolo di morte Faustina Fornito della terra di Macchia, ostetrica di provata esperienza, secondo il rito e correttamente battezzò in casa, come mi è stato riferito, e nello stesso giorno, portato in chiesa, io, don Felice arciprete, al medesimo rivolsi preghiere e cerimonie e imposi il nome di Francesco Antonio»4.
Gli atti dei defunti, a differenza di quelli di battesimo, venivano redatti scrivendo il nome e cognome della persona deceduta, l’età e il luogo di tumulazione: la Chiesa Madre. I bambini erano sistemati in sepolcri distinti («in tumulo parvulorum conditum») da quelli degli adulti. Sul finire del XVII secolo si iniziarono a indicare anche i nomi dei genitori dei deceduti e i nomi di mariti e mogli. Raramente si segnalava la causa della morte o le circostanze del ritrovamento dei cadaveri.
Nella chiesa di San Leonardo di Noblac, antistante l’omonimo ospedale o luogo pio di proprietà dell’Università, erano seppelliti i corpi degli stranieri deceduti nel territorio collese. Fra essi, ad esempio, alcuni che erano affogati mentre guadavano i fiumi Volturno e Vandra. Tra le particolarità da far notare c’è l’atto di morte di Antonio Spagnolo, deceduto nel 1679 nell’ospedale di San Leonardo di Noblac. Era un soldato che scortava una colonna di prigionieri proveniente dall’Abruzzo e diretta verosimilmente in Campania5.
Dall’analisi del registro parrocchiale è possibile ricostruire la dinamica demografica naturale di Colli a Volturno tra il 1659 e il 1708.
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Anni Battesimi Anni Defunti
1659-1669 224 1659-1669 154
1670, 1674-1679 143 1670-1679 135
1680-1689 181 1680-1687, 1689 94
1690-1699 232 1690-1699 115
1700-1702 83 1700-1708 160
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Il volume degli atti di battesimo si conclude nel 1702, mentre quello dei defunti sei anni dopo. Entrambi presentano un buco temporale, ma si può comunque evidenziare il saldo naturale positivo del paese, sensibilmente in crescita fino agli inizi dell’Ottocento, come emerge dagli Stati delle Anime redatti a partire dal 1706 e conservati presso l’archivio dell’abbazia di Montecassino.
Nonostante Colli a Volturno fosse un piccolo borgo appenninico ai margini della provincia di Terra di Lavoro, si riscontrano diversi contatti con le comunità limitrofe e con paesi lontani, testimoniati dai matrimoni tra collesi e forestieri dal 1659 al 1699. In totale, su 177 riti nuziali celebrati in quarant’anni circa, 31 persone originarie del borgo lo contrassero con donne o uomini provenienti da altre località. Buona parte dei coniugi non originari di Colli a Volturno provenivano dai paesi confinanti: Cerro a Volturno, San Vincenzo a Volturno, Pizzone, Santa Maria Oliveto, Scapoli, Fornelli e Rocchetta a Volturno. Pochi, in verità, erano oriundi di comunità piuttosto lontane, ovvero le abruzzesi Castel di Sangro, Bugnara e Pettorano sul Gizio. Una sola persona, invece, proveniva da Napoli, la capitale del regno.
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Paesi d’origine N° coniugi
Rocchetta a Volturno (IS) 7
Cerro a Volturno (IS) 4
Castel di Sangro (AQ) 3
Castel San Vincenzo (IS) 3
Fornelli (IS) 3
Pizzone (IS) 3
Santa Maria Oliveto (frazione di Pozzilli, IS) 3
Scapoli (IS) 2
Bugnara (AQ) 1
Napoli 1
Pettorano sul Gizio (AQ) 1
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Agli inizi del Seicento a Colli a Volturno erano residenti 84 famiglie6 e l’andamento crescente della popolazione locale è provato in generale dall’analisi del registro parrocchiale del XVII secolo ed è confermato dallo Stato delle Anime del 1706, dove furono censite 141 famiglie e ben 766 abitanti.
La crescita della popolazione collese è stata determinata sicuramente dalle condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo di un’agricoltura di sussistenza che ha consentito agli abitanti del paese di prosperare con meno difficoltà.
Lo testimonia il resoconto della visita pastorale di Innico Caracciolo, vescovo di Aversa (CE) e abate commendatario di San Vincenzo a Volturno, del 5 giugno 1697: nella prima pagina del documento si sottolinea l’abbondanza dei raccolti che circondavano Colli a Volturno e il clima lussureggiante del territorio7.
1 Archivio della parrocchia di Santa Maria Assunta (da ora in avanti APSMA), Libro dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni e dei defunti, vol. 1659-1708, f. 110r.
2 Ivi, f. 1r.
3 C. Cocquelines, Bullarium privilegiorum ac diplomatum romanorum pontificum, vol. III, Roma 1743, p. 31.
4 APSMA, Libro dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni e dei defunti, vol. 1659-1708, f. 10v
5 Ivi, f. 133v.
6 E. Bacco, Il regno di Napoli diviso in dodici provincie, Napoli 1618, p. 31.
7 Archivio dell’abbazia di Montecassino, San Vincenzo, b. 18, Relazione della visita pastorale del vescovo Innico Caracciolo, f. 77r.
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