«Studi Cassinati», anno 2026, n. 1
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Doppio importante appuntamento organizzato dal Centro documentazione e studi cassinati-Aps, svoltosi a Cassino venerdì 6 febbraio 2026 e incentrato sulla pellicola cinematografica «Montecassino nel cerchio di fuoco. Il film del 1946 tra curiosità e testimonianze».
La prima parte si è tenuta nella mattinata presso l’Auditorium «Medaglia d’Oro» dell’IIS «S. Benedetto», con la partecipazione del sindaco di Cassino, dell’assessore alla cultura, di Gaetano de Angelis-Curtis, presidente del Cdsc, del dirigente scolastico Maria Venuti, dei docenti responsabili del progetto sulla memoria Maria Luisa Calabrese e Antonio Riccardi.
Ospite d’onore Anna Laura Bussa, giornalista dell’Ansa, nipote di Ubaldo (Bussa) Lay e figlia di Livio Bussa, i due fratelli tra i protagonisti del film, impegnati come attori.
Lo studente Gabriele Brunori ha letto un brano delle Memorie di guerra di Mario Forlino scampato alla distruzione della badia. In conclusione Bruno Nardone ha offerto la sua testimonianza di bambino durante gli eventi bellici a Cassino.
Nel pomeriggio la seconda parte dell’evento coordinata da Antonio Riccardi. Oltre a Gaetano de Angelis-Curtis, sono intervenuti Alberto Mangiante, vicepresidente del Cdsc (il quale ha annunciato che l’Associazione provvederà ad organizzare una mostra fotografica dei materiali del film per il 10 settembre prossimo), d. Gerardo Antonazzo, vescovo della Diocesi di Sora Cassino Aquino Pontecorvo, d. Bernardo D’Onorio abate e arcivescovo emerito, e d. Luca Fallica abate ordinario di Montecassino.
Intervento di Gaetano de Angelis-Curtis*
Nel 1946 uscì il film con il titolo originario di Montecassino, poi riproposto nel 1961 con il titolo modificato in Montecassino nel cerchio di fuoco. Vi si racconta, tra il narrativo e il documentario in stile neorealista, le vicende che precedettero la distruzione della millenaria abbazia del 15 febbraio 1944 e i momenti immediatamente successivi, con il dramma dei civili accolti amorevolmente dai monaci cassinesi cui seguirono le tragiche fasi del bombardamento, la disperazione degli sfollati condivisa con la esigua comunità benedettina rimasta a presidio del monastero.
La regia fu curata da Arturo Gemmiti (documentarista originario di Sora), mentre alcuni dei giovanissimi attori furono Alberto Carlo Lolli (che interpretava l’abate Gregorio Diamare), Ubaldo Lay1 (d. Eusebio Grossetti)2, Pietro Bigerna (Alberto), Pietro Germi (Francesco), Livio Bussa3 (Antonio), oltre a varie comparse del Cassinate (ad esempio Giuseppe Forli, Alberto Canale, Filomena Di Camillo di Cervaro).
Il soggetto della pellicola fu tratto da uno scritto del monaco cassinese d. Tommaso Leccisotti4 e su quelle pagine fu imbastita la trama del film nel quale gli avvenimenti appaiono raccontati con apprezzabile fedeltà.
Il film fu prodotto dalla società cinematografica «Pastor Film», con sede a Roma, in Via Torino, che per l’occasione attuò un eccezionale sforzo produttivo, economico e promozionale. Il costo complessivo si sarebbe aggirato sui 60.000.000 di lire, una cifra rilevante considerando pure le ristrettezze e le difficoltà economiche del tempo. La società realizzò tutta una serie di locandine, cartoline, opuscoli fotografici anche con testo in quattro lingue; distribuì molte foto di scena; si impegnò a devolvere i proventi del film alla ricostruzione di Montecassino; indisse un Concorso a premi (due da L. 50.000) rivolto a giornalisti e scrittori italiani e stranieri per il miglior articolo di carattere storico e culturale e per il miglior articolo su avvenimenti ed episodi svoltisi nella zona di Montecassino durante la guerra. Venne nominata una Commissione Internazionale composta da eminenti personalità culturali e del giornalismo internazionale5.
La pellicola, della durata di una ora e dieci minuti, si apre con alcune immagini di Montecassino antecedenti alla guerra, vi compaiono poi brevi filmati originali dei bombardamenti aerei e terrestri subiti dall’abbazia, mentre l’ultimo minuto presenta panoramiche di Cassino e Montecassino (la città e l’abbazia vi appaiono ricostruite per cui si tratta di riprese evidentemente inserite quando il film fu riproposto nel 1961). Oltre ai dialoghi degli attori c’è una voce narrante fuori campo (talvolta in prima persona di d. Eusebio Grossetti) che conduce lo spettatore.
Il film fu girato nella prima metà del 1946 per essere poi presentato alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia svoltasi tra il 31 agosto e il 15 settembre 1946 e uscire in prima nazionale il 20 novembre 1946.
Le riprese cinematografiche furono effettuate in due fasi, la prima a Montecassino e la seconda a Roma. Le registrazioni della prima fase si svolsero tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile ambientate, nella devastata abbazia di Montecassino. I lavori si erano protratti per un periodo relativamente lungo in quanto erano stati ostacolati a tratti da un «maltempo rabbioso» e solo negli ultimi giorni ci fu uno «splendido sole» che ne permise l’accelerazione6. Inoltre nelle registrazioni in esterno, girate tra le macerie dell’abbazia e nelle aree limitrofe, disseminate di ordigni inesplosi, dovettero essere affrontate non poche difficoltà. Sebbene nel corso delle lavorazioni si fosse proceduto con cautela e attenzione anche per ogni minimo particolare, si verificarono degli incidenti causati dell’«ancor grande numero di proiettili disseminati nella campagna» circostante. Durante una ripresa di alberi in fiamme sulle pendici del monte un artificiere rimase ferito dallo scoppio di un proiettile nascosto nell’erba bassa. Un altro ordigno nascosto nel terriccio esplose sotto la fiamma di un fuoco che era stato acceso da due donne e una bambina di Cassino per trovare ristoro all’«intensissimo freddo». Una delle due donne venne ferita dalle schegge in varie parti del corpo e la bambina riportò delle ustioni. All’interno dell’abbazia, invece, si verificarono dei cedimenti. Il crollo di un muretto costrinse il direttore di produzione Baldoni a far realizzare una rotaia aerea per il carrello della macchina nella ripresa di una inquadratura fra le macerie del chiostro superiore. Dovettero essere superati anche non pochi problemi organizzativi, ad esempio nella logistica. Nella martoriata città di Cassino non c’erano molti alberghi e camere a disposizione per tutti e allora tecnici, attori e attrici si dovettero accontentare di alloggi di fortuna. Un locale di una nuova scuola di Cassino7 fu trasformato in camerata, con lettini, sgabelli e coperte. Una situazione di disagio che tuttavia poté essere affrontata «allegrissimamente» essendo attori e tecnici tutti di giovane età. Inoltre furono utilizzati ben due autotreni per portare e riportare i materiali di scena a Roma (lampade, gavette, stufe, armi leggere e pesanti utilizzati nelle riprese, brande, libri, oltre al bagaglio personale). Mentre attori e personale tecnico stavano smobilitando, a Montecassino arrivavano i prigionieri tedeschi8. In sostanza la martoriata abbazia di Montecassino, nella quale erano state effettuate le riprese ambientate tra cumuli di macerie (le scene di monaci, della folla che scappava dopo il bombardamento, del mesto corteo che abbandonava l’abbazia all’alba del 17 febbraio 1944), rappresentava il migliore set cinematografico.
Poi ad aprile la troupe fece ritorno a Roma per continuare i lavori, protrattisi per due mesi, nei Teatri della «Titanus» alla Farnesina e nei giardini adiacenti, dove furono effettuate le riprese degli interni e degli esterni in grandi ricostruzioni.
Uno degli aspetti più sorprendenti per chi si appresta alla visione del film, è rappresentato dalla visione delle scene riguardanti le fasi precedenti la distruzione. Ad esempio alcune di esse sono ambientate nei chiostri di Montecassino così come altre ritraggono una massa di gente che attornia l’abate Diamare sulle scale dell’abbazia vicino al chiostro centrale, così come appaiono le mura interne, le statue, la cripta, la loggia del Paradiso. Va considerato tuttavia che quando nel 1946 fu girato il film, l’abbazia si presentava come un ammasso informe di macerie e gli ambienti erano ancora totalmente sconvolti dal bombardamento mentre i lavori di ricostruzione veri e propri non erano stati avviati9.
Così per la registrazione di quelle scene che raccontavano le vicende precedenti alla distruzione fu escogitata una soluzione ardimentosa. ‘Semplicemente’ l’abbazia di Montecassino era stata «ricostruita alle porte di Roma», sulla collina della Farnesina.
Chi nella tarda primavera del 1946 si trovava a passare lì nei pressi assisteva a uno spettacolo «davvero strano» e a uno scenario dall’«apparenza del sogno». Su quei prati verdi l’abbazia di Montecassino sembrava essere rinata dalle sue ceneri con i suoi chiostri, le arcate, le scalinate, la cisterna. La ricostruzione del monastero era stata un compito difficile ma «affascinante e pieno d’interesse» per lo scenografo Arrigo Equini coadiuvato dal capo dei tecnici Alfredo Manzi che coordinò per più di quattro mesi 150 operai. Lo scenografo aveva pochi dati tecnici per avviare l’opera, ma fu coadiuvato anche da un monaco cassinese che quotidianamente era presente sul set.
Varie volte vi si portò anche d. Tommaso Leccisotti così come l’abate Ildefonso Rea volle farvi visita nel giugno 1946. Fu ricevuto dal comm. Sarri, presidente della Soc. Pastor, dal regista Arturo Gemmiti, dal direttore di produzione Alfredo Baldoni, dall’operatore Piero Portalupi, da vari giornalisti, attori e tecnici della troupe, insieme allo scenografo Arrigo Equini10.
L’illusione era «quasi perfetta», scriveva il quotidiano romano «L’Espresso», ci «si aspetta[va] da un momento all’altro di veder sbucare, tra gli operai intenti a picchiare martellate, la tonaca dei monaci e qualche salmodiante corteo di pellegrini». Monaci e pellegrini sarebbero riapparsi ma erano «anch’essi falsi» in quanto attori e comparse della «Pastor».
Ovviamente non venne ricostruita tutta l’abbazia ma alcuni ambienti specifici come i tre chiostri, le arcate, i giardini, le statue di s. Benedetto e di s. Scolastica, la grande scalinata che conduce al chiostro dei benefattori, le facciate della loggia del Paradiso. Il pozzo al centro del cortile attribuito al Bramante era «stato ricostruito con assoluta fedeltà di particolari» pure «con la sua patina e le sue cancellature del tempo ed anche la statua di San Benedetto, fondatore dell’Abbazia, la cui cella e la sua tomba si [erano] miracolosamente salvate sotto l’ammasso delle macerie». Ma «poi Montecassino verrà nuovamente distrutto, crolleranno gli scenari e i fondali tra finte esplosioni e simulati incendi, obbedendo al gesto sapiente del regista. Della Montecassino vera e di questa falsa non resterà che la labile immagine di celluloide e il ricordo intenso, commosso, perenne». In sostanza «notevole» fu lo sforzo tecnico prodotto. Alla Farnesina venne realizzato un manufatto che aveva un fronte di oltre 100 metri di lunghezza per oltre 40 metri di profondità. Le sole volte dei chiostri occupavano un’area di quasi 700 metri quadrati. «Furono impiegate oltre 300 tonnellate di travature in ferro che si innalzavano per oltre venti metri; 250 metri cubi di legname, 300 quintali di gesso, molte centinaia di quintali di calce, 600 metri di cornicioni in stucco e fabbricate decine di finestre e porta»11.
Inoltre fu costruito anche un modellino dell’abbazia di Montecassino che venne utilizzato per girare le scene dei bombardamenti e della distruzione. Invece le drammatiche «sequenze» dei sotterranei dell’abbazia (con le celle dei monaci, la cripta di s. Benedetto e gli sfollati) furono girate nel Teatro 1 della «Titanus» mentre nel Teatro N. 5 fu ricostruita la grande Cripta con l’ipogeo del santo di Norcia e della sorella santa Scolastica. Anche per le inquadrature di cerimonie, di particolari di addobbi, oppure quando emergeva la necessità di avere chiari speciali usi della «regola» monastica benedettina che richiedevano «una competenza ed una sensibilità e particolari», il regista e lo scenografo si avvalevano dell’ausilio offerto dai monaci cassinesi. Inoltre assisteva frequentemente alle riprese il maestro Lualdi, incaricato di curare «il commento musicale del film»12.
Fra le varie scene del film c’è anche quella in cui viene ricostruito quanto realmente accaduto nella mattina di sabato 5 febbraio 1944. Con ordini perentori i tedeschi avevano vietato ai monaci cassinesi di dare ospitalità ai civili all’interno dell’abbazia. Tuttavia nella mattinata di quel giorno c’era stato un intenso bombardamento sullo stabile di S. Giuseppe, divenuto ricovero di molti sfollati, e il crollo del tetto dello stabile aveva provocato il ferimento di varie persone. «Un esercito di sbandati» con alla testa donne e bambini, salì arrancando verso la badia. «Alcune decine di donne» bussarono al «portone di giù: piangendo imploravano asilo». L’abate Diamare per salvare vite umane fece aprire il portone. Ma dietro di loro si riversò «una quantità enorme di gente». Era stato d. Odorisio Graziosi a eseguire l’ordine dell’abate Diamare e quando spalancò il portone «tutti i profughi assedianti scoppia[rono] in una calorosa ovazione al suo indirizzo». Nella finzione scenica i profughi furono accolti dall’abate Diamare lungo la scalinata di acceso al chiostro dei benefattori anch’essa totalmente ricostruita oltretutto in modo da garantire robustezza e resistenza dovendo sopportare il peso di centinaia di comparse. Nella realtà molte di quelle persone entrate dal portone cercarono rifugio nei vari locali del monastero trovando «asilo» negli ambienti della falegnameria ma la gran parte si sistemò sui gradini dello scalone «Pax» che risultò «zeppo fino al massimo di civili» per cui ai due portoni di accesso, inferiore e superiore, furono poste a guardia due famiglie di fiducia «con ordine di non far entrare altra gente all’interno». Complessivamente la «popolazione ricoverata all’interno» dell’abbazia venne stimata in 800 persone, mentre altre duecento si trovavano nella conigliera. Nella ricostruzione operata nel film tra quelle donne inquadrate innanzi al portone di Montecassino c’è pure una «mamma che, sollevato in alto un bimbo, gridava e bussava». Secondo alcune voci che qualche decennio dopo circolavano nella «città martire», quella mamma sarebbe stata la «signora Mattei, moglie di Alfredo Mattei, capostazione di Cassino e quel bimbo era Enzo Mattei», che poi fu assessore e quindi, dal 1980 al 1987, sindaco di Cassino13.
Un’altra importante scena fu quella del «mesto corteo» formato dai sopravvissuti che alle 7.30 della «limpidissima» mattinata del 17 febbraio 1944 lasciavano le rovine del millenario monastero. Attraverso uno spiraglio del portone uscì per primo l’abate Diamare che portava un «grande crocifisso di legno depositato nella cappella della Pietà». Avviatosi sulla strada, non riuscì a procedere perché troppo sconvolta e distrutta. Intervenne d. Martino Matronola che lo sorresse da un lato, prendendo il Crocifisso, mentre dall’altro lato fu sostenuto da Caterina Pittiglio, una «buona donna», colona del monastero e moglie del portinaio. Uscirono tutti gli altri e si formò un «mesto corteo» formato «forse una quarantina in tutto» disposti in colonna con malati e bambini che proseguivano come potevano. Passarono davanti alle rovine di S. Giuseppe e di S. Agata sotto cui imboccarono la mulattiera “Anzino”, «ancora in buono stato», e si avviarono per S. Rachisio. Alcuni feriti gravi e difficilmente trasportabili vennero abbandonati mentre un aereo da ricognizione alleata, una «cicogna», volteggiava sulle loro teste. I sopravvissuti transitarono davanti a una postazione difensiva tedesca e due soldati alla vista di quello «strano corteo» rimasero «stupiti e forse commossi» tanto da nascondere le armi in dotazione14.
Finite le riprese e il montaggio, negli ambienti cinematografici nazionali e internazionali si diffuse un’attesa «vivissima» per l’uscita del film dopo «più di sei mesi di lavorazione [e] otto di preparazione» anche perché si presentava come quello che avrebbe rivelato «finalmente la verità sull’episodio più sensazionale dell’ultima guerra mondiale», come riportato nelle varie locandine stampate per pubblicità.
Il film affrontò il giudizio del pubblico e della critica nel corso della Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, che riprendeva dopo due anni di sospensione a causa della guerra, e che si tenne dal 31 agosto al 15 settembre 1946 al Cinema San Marco della città lagunare e non al Lido. Montecassino era l’«opera filmistica» più attesa poiché si trattava di un film italiano, un film ambientato nella «terra che più di ogni altra [aveva] sofferto» a causa della guerra, un film che portava una «voce di coraggio e di sincerità» raccontando la distruzione di un simbolo «nato a difesa dell’umanità», di «un simbolo nazionale ed universale, [di] un simbolo altissimo», di un «monumento insigne» distrutto dagli eventi bellici, con «centinaia di esseri, innocenti di ogni peccato» che vi avevano «trovato la più atroce morte». A Venezia andava però non «solo un grande film», ma anche quello che allora era definito come un «colosso» cinematografico, oggi diremmo un «kolossal» (50.000.000 di lire di costo più altri 10.000.000 impiegati nelle sole ricostruzioni dell’abbazia)15. Si sapeva infatti che non erano stati lesinati mezzi «per questo imponente sforzo di produzione: ricostruita la celebre abbazia, tutta una folla impegnata in un vasto coro di sofferenza e di dolore, e, fra questa folla, inseriti parecchi gruppi di reduci autentici da quelle tremende peripezie»16.
Infine Montecassino era destinato a varcare i monti e gli oceani. Infatti era stato «acquistato in esclusiva per tutto il mondo dalla T.W.F. (Trans World Films)» e appena terminata la Mostra il film (doppiato in quattro lingue) sarebbe stato presentato contemporaneamente, oltre che in Italia, sugli schermi di tutto il mondo.
Alla fine però la Mostra di Venezia decretò il successo del film L’uono del sud di Jean Renoir, riservando a Montecassino un giudizio negativo. Per il critico del «Giornale d’Italia», il film aveva «certamente il merito di considerare la vicenda con storica imparzialità, mettendo in luce il dramma dei monaci, e dei profughi, chiusi nell’Abbazia e stretti d’assedio dai carri tedeschi, che impedirono loro di mettersi in salvo, e dagli aerei alleati, che scaricarono sullo storico monumento tonnellate di bombe». Proprio la «parte documentaria» risultava essere «di gran lunga la più efficace» in quanto il film aveva seguito «fedelmente» il diario dei monaci cassinesi, così come l’«affollato ambiente musicale del Festival [aveva] apprezzato il sapiente commento corale e orchestrale del maestro Lualdi». Tuttavia i giudizi negativi si appuntarono sulle scelte operate dal regista e dai suoi collaboratori che avevano «voluto colorire di note patetiche la drammatica vicenda del bombardamento, ritenendo così di suscitare maggiormente l’interesse e la commozione del pubblico. Purtroppo tale aggiunta non [aveva] avuto un risultato brillante: una opprimente uniformità e un eccesso di primi piani di volti espressivi, di particolari incidentali rallentano e disperdono l’emozione del pubblico, una metà del quale ha zittito, al termine della proiezione, gli applausi dell’altra metà»17.
Critiche vennero rivolte alla stessa figura di Arturo Gemmiti e al modo di raccontare le drammatiche vicende. Secondo alcuni esperti cinematografici era stato commesso «l’errore di affidare la regia ad un giovane, il Gemmiti, che fino ad [allora] aveva dato, in tutto o per tutto, qualche buona prova nel documentario». Infatti per «dominare la complessa e incandescente materia sarebbe stata necessaria la presenza di un regista esperto e sicuro. Inoltre il dramma corale di quanti, vissuti a Montecassino, dovettero subire una delle ore più angosciose di tutta la guerra, poteva essere dramma più che sufficiente a dar vita a un film di un vasto respiro». Invece si era «tentato di maggiormente animare e colorire quel dramma con l’inserzione di singole vicende parallele, da quella di un tono sentimentale a quella di un tono religioso: e queste vicende non dominate dal regista, hanno finito per spezzettare e immiserire il vasto quadro. Così la accoglienza del pubblico e stata assai fredda: né poteva ravvivarla una schiera d’interpreti quasi tutti esordienti, dalla Piazza al Bigerna, dal Blasi al Lay e alla Freda»18.
Le critiche degli esperti si erano appuntate su aspetti prettamente cinematografi (la regia, la scenografia). Tuttavia vanno rimarcate altre questioni inquadrandole nel contesto storico del tempo, in un periodo, cioè, in cui era terminata da poco tempo la Seconda guerra mondiale ma già era scoppiata quella che è stata definita come «guerra fredda» di forte contrapposizione ideologica tra mondo occidentale e il blocco comunista, in un momento in cui l’Italia si stava avviando faticosamente verso la ricostruzione materiale e morale e senza gli aiuti economici profusi dagli Stati Uniti attraverso i programmi Unrra di assistenza alimentare, sanitaria, abitativa, ecc., il Paese avrebbe incontrato notevoli difficoltà a riprendersi.
In tale contesto socio-politico alcune scene inserite all’interno del film non furono apprezzate, tutt’altro.
La scena del capitano Richter, un medico della Wermacht che va a visitare gli ammalati ricoverati nei sotterranei di Montecassino offrendo a ognuno di loro una arancia, non venne gradita dal pubblico in sala e fu accolta da fischi. Così anche la scena della lettura del volantino in lingua italiana e in lingua inglese recuperato nella sera del 14 febbraio 1944, indirizzato dalla «Quinta armata» agli «Amici italiani» i quali venivano invitati ad «abbandonare subito» il monastero dichiarando genericamente che era «venuto il tempo in cui a malincuore» gli Alleati erano «costretti a puntare» le «armi contro il Monastero»19.
Al pari anche la lunga scena della «dichiarazione» rilasciata dall’abate Diamare alle otto di sera del 15 febbraio, all’interno dell’abbazia distrutta da poche ore, quando si presentò un ufficiale tedesco, il tenente Deiber, il quale chiese all’abate se poteva dichiarare per iscritto che al momento del bombardamento non erano presenti soldati germanici nel monastero. La dichiarazione, in lingua italiana e in lingua tedesca, fu scritta e firmata dall’abate sull’altare della Pietà e fu «rilasciata senza alcuna imposizione e pressione perché corrispondente a realtà»20.
Un bombardamento distruttivo e mortale rilevatosi inutile a scopi bellici ma anche controproducente perché le rovine dell’abbazia furono immediatamente occupate dai tedeschi che dal 17 febbraio 1944 ne fecero un baluardo difensivo.
In sostanza, come ha avuto modo di sottolineare Anna Laura Bussa nel suo interessante, appassionante, suggestivo intervento nella mattina del 6 febbraio 2026, il film è impregnato di un accorato e profondo messaggio di pace, un inno alla pace che non fu riconosciuto ed apprezzato dalla critica e dal pubblico di allora non essendo ancora maturi i tempi.
Un film «tra fiction e documento di esplicito taglio pacifista» lo giudica il Dizionario dei film Morandini.

* Colgo l’occasione per ringraziare Alberto Mangiante, Mauro Lottici, Salvatore Cardillo, Antimo Della Valle e Celestino Geremia per i materiali forniti e gli utili consigli offerti, nonché l’imprescindibile Jole Falese.
1 Ubaldo Lay, nome d’arte di Ubaldo Bussa (1917-1984). L’originario cognome della famiglia era quelli di Bussa Lay derivato dalla tradizione sarda di ereditare il cognome paterno e materno. Poi nel corso degli anni il secondo cognome era stato volutamente perso ma fu ripreso da Ubaldo Bussa quando, ufficiale di fanteria riuscito a riparare dal fronte jugoslavo a Bari dopo l’8 settembre 1943, prestò la propria voce alle trasmissioni radiofoniche della stazione Radio Bari controllata dagli alleati, utilizzandolo nella speranza di far sapere alla famiglia dove si trovasse. Poi con la liberazione di Roma, fece parte della compagnia di prosa di Radio Roma. Dopo essersi laureato in giurisprudenza, nel 1946 debuttò al Teatro Quirino di Roma. Lavorò anche alla radio italiana di New York (1950-51). Nel 1952 esordì in televisione con Dopo cena (la prima commedia della televisione italiana). È noto al pubblico italiano avvolto in un impermeabile bianco mentre interpretava il tenente Sheridan di cui furono prodotte, fino al 1961, tre serie televisive. Fu anche conduttore radiofonico, doppiatore nonché cantante.
2 Eusebio Grossetti, nato a Vercelli l’11 marzo 1911, diciottenne giunse a Montecassino e venne ordinato sacerdote il 22 dicembre 1934. Fu un fine decoratore e restauratore di quadri, affreschi e miniature. Tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 iniziò una nuova e intensa “attività” nel monastero riducendosi «a fare l’infermiere e il becchino», come egli stesso scrisse alla famiglia. Infatti si occupò di dare sepoltura ai civili morti in abbazia, costruendo le casse mortuarie e sistemando il «cimitero a S. Agata con nomi, croci, ecc.». A partire dall’autunno 1943 tenne un Diario in cui annotava i fatti più salienti accaduti quotidianamente ma dal gennaio successivo dovette interromperne la redazione, che fu portata avanti da d. Martino Matronola, in quanto le sue condizioni di salute erano andate peggiorando velocemente. Un ufficiale medico tedesco gli diagnosticò il paratifo contratto probabilmente in seguito all’«assistenza prestata ai malati» e alle «tumulazioni cui dovette provvedere». Alle 15.45 del 13 febbraio d. Eusebio se ne andò «tranquillo senza smanie e agitazioni». Aveva 33 anni, 12 di professione e 9 di sacerdozio. La salma, «rivestita degli abiti monastici» venne vegliata per ventiquattro ore e alle due del pomeriggio del 14 febbraio, tra lo «scompiglio» provocato dal sopraggiungere di alcuni giovani con i volantini che annunciavano l’imminente bombardamento di Montecassino, venne tumulata nella cappella di Sant’Anna, ultimo monaco lì sepolto (T. L[eccisotti], Febbraio 1944 – Don Eusebio Grossetti, in «Studi Cassinati», a. XXIV, n. 1 gennaio-marzo 2024, pp. 10-12).
3 Livio Bussa (1927) fratello minore di Ubaldo Lay maturò nel film Montecassino nel cerchio di fuoco la sua unica esperienza cinematografica. Quando il regista Arturo Gemmiti era alla ricerca di un giovane attore, Ubaldo Lay propose Livio Bussa. Così i due fratelli recitarono assieme nel film. Poi Livio Bussa si laureò in giurisprudenza ed è stato un apprezzato giuslavorista a Roma.
4 Il testo di d. Tommaso Leccisotti non è un vero e proprio Diario. Infatti dal 19 ottobre 1943 il monaco cassinese si trovava a Roma inviato dall’abate Diamare a seguire la vicenda dei beni di Montecassino e dello Stato italiano che erano stati prelevati dalla «Divisione Göring» (i primi portati direttamente a Roma, i secondi a Spoleto e poi riconsegnati a Roma anche se 14 casse finirono a Berlino). Poi risolta la questione di quei beni artistici, d. Tommaso si apprestò a seguire con apprensione le sorti del monastero benedettino portandosi quasi quotidianamente in Vaticano ricevuto da mons. Giovanni Battista Montini e dal card. Maglione, segretario di Stato vaticano che riferiva a papa Pio XII (delle vicende del soggiorno romano compreso tra il 14 ottobre e il 20 febbraio, d. Tommaso Leccisotti scrisse un Diario pubblicato in F. Avagliano, a cura di, Il bombardamento di Montecassino. Diario di guerra di E. Grossetti, M. Matronola, Miscellanea Cassinese, Montecassino 1997, pp. 109-133). Il monaco cassinese non poteva conoscere ciò che aveva vissuto la piccola comunità benedettina a Montecassino dalla metà di ottobre 1943 a febbraio 1944. Invece le vicende che stavano interessando la badia cassinese furono registrate da d. Eusebio Grossetti e poi da d. Martino Matronola, allora segretario dell’abate Diamare, che faceva anche da intermediario e interprete con i militari tedeschi. Negli ultimi concitati giorni che precedettero la distruzione il Diario fu abbandonato nel sotterraneo dove si erano trasferiti i monaci cassinesi e lì rimase incustodito nei mesi successivi dopo la distruzione dell’abbazia. Quando poi i monaci cassinesi ripresero possesso della distrutta badia, il Diario fu incredibilmente rinvenuto. Mancava qualche pagina, qualche altra si era deteriorata a causa della pioggia ma per la maggior parte poté essere salvato. D. Martino Matronola aggiunse le parti concernenti i difficili momenti immediatamente precedenti e successivi al 15 febbraio 1944 (cfr. F. Avagliano, a cura di, Il bombardamento di Montecassino … cit., pp. 19-105). Così d. Tommaso Leccisotti poté leggere su quelle pagine le tremende vicende sofferte a Montecassino così come ebbe anche modo di leggere la relazione che d. Ildefonso Rea, allora abate di Cava dei Tirreni inviato a verificare la situazione di Montecassino nel luglio 1944, aveva inoltrato al Vaticano raccontando anche di sacrileghe azioni compiute da militari germanici ad Arpino, riferitegli dai suoi familiari. Nell’immediato dopoguerra d. Tommaso Leccisotti si apprestò a pubblicare un volume sulla storia dell’abbazia, sul ruolo culturale, artistico, religioso avuto nel corso dei secoli, nonché su vicende della Terra di San Benedetto. Il volume uscì con due titoli differenti: Montecassino. La vita. L’irradiazione e l’altro semplicemente Montecassino, ma, a parte il titolo, i due libri sono assolutamente identici, riportano l’imprimatur di d. Gregorio Diamare del 15 agosto 1945 e sono stati stampati ambedue dalla Casa editrice Vallecchi di Firenze nel 1946 (cfr. la recensione di Achille Lauri alle successive pp. 57-58 di questo numero). Nell’VIII capitolo, intitolato La desolazione estrema, d. Tommaso riportò le vicende della distruzione, basate, appunto, sul Diario Grossetti-Matronola, su altra documentazione e sui racconti dei sopravvissuti.
5 Si trattava di: Cecil Sprigge, direttore per l’Italia dell’«Agenzia Reuter» (Inghilterra); Michael Chinigo, direttore generale dell’«International News Service» (Usa); J. Neuselle, redattore capo della rivista «Presence» (Francia); Gustav Herling Grudzinski, redattore letterario della rivista «Aquila Bianca» (Polonia); Corrado Alvaro (Italia, l’importante scrittore antifascista, autore, fra l’altro, del romanzo Gente in Aspromonte); oltre ad Arturo Gemmiti, regista del film, al prof. dott. Raffaele Mastrostefano, e a Leonardo Magagnini (Concorso Montecassino, in «Il Rapido» a. II, n. 13, 22 aprile 1946).
6 «Una casa cinematografica – la Società “Pastor” – inizia in questi giorni la lavorazione di un’opera destinata a ridarci l’insigne monumento sia nella visione fittizia della scena che in quella viva della realtà» (Film cinematograf. Pastor, in «Il Rapido» 14 gennaio 1946, a. II, n. 2, p. 3).
7 Probabilmente il riferimento è al Liceo classico ubicato tra viale Dante e via Pascoli in locali che il preside Giuseppe Fargnoli aveva ottenuto dal Comune di Cassino.
8 Nel febbraio del 1946 il Comando Interalleato annunciò che un centinaio di soldati tedeschi ancora trattenuti quali prigionieri, sarebbero stati utilizzati a Montecassino nello sgombero delle macerie. Il sospetto che si insinuò allora fu che gli Alleati speravano di trovare i resti di militari tedeschi morti assieme ai civili, allo scopo di dimostrare che si trovavano in abbazia al momento del bombardamento per cui la distruzione era stata causata proprio dalla loro presenza. La vigilanza dei prigionieri tedeschi era stata affidata ai soldati dell’Esercito polacco mentre per i lavori erano alle dipendenze dell’arch. Giuseppe Poggi del Genio Civile di Cassino. Gli scavi portarono al ritrovamento di oltre 170 vittime, di cui solo 116 erano riconoscibili e tra queste solo una cinquantina poté essere identificata, attraverso oggetti trovati loro addosso. Tuttavia tutte le salme rinvenute erano di civili cassinati e quando venne constatato che non vi figurava nessun tedesco, le squadre dei prigionieri furono immediatamente ritirate» (A. Poggi, F. Poggi, G. Petrucci, I tedeschi a Montecassino. Gli anglo-americani speravano di trovare i corpi di militari, in «Studi Cassinati», a. XIV, n. 1, gennaio- marzo 2014, pp. 49-54).
9 La ricostruzione fu avviata già il 15 marzo 1945, primo anniversario della disintegrazione di Cassino, alla presenza di ministri, sottosegretari, ambasciatori, autorità civili e di mons. Costantini in rappresentanza del Vaticano. In particolare, però, si trattò della posa della prima pietra dell’edificio di San Giuseppe destinato al ricovero di una comunità di 25 monaci cassinesi che avrebbero sovrainteso alle fasi di riedificazione. Poi l’intera comunità benedettina fece ritorno sulla cima del monte l’11 luglio 1946 insediandosi proprio a San Giuseppe. Quindi il 24 giugno 1947 furono avviati i primi lavori che interessarono la chiesa di San Martino (inaugurata il 15 febbraio 1948). La ricostruzione vera e propria di Montecassino ebbe inizio sul piano pratico il primo aprile 1949. L’8 settembre 1952 la comunità monastica benedettina poté trasferirsi da San Giuseppe nella parte dell’abbazia ricostruita. Quindi il 24 ottobre 1964, papa Paolo VI consacrò la ricostruita la basilica.
10 «Al termine della visita, allontanandosi dalla Farnesina, ossequiato dai presenti, l’Abate, palesemente commosso della visione, apparsagli quasi come una magica resurrezione della meravigliosa Abazia, s’[era] vivamente compiaciuto con il comm. Sarri e con il regista Gemmiti per la sobria ed esatta grandiosità delle ricostruzioni, atte ad essere degno e fedele sfondo alla vicenda che narra la tragica distruzione del monastero benedettino (L’abate in visita alla Farnesina, in «Il Rapido» 13 giugno 1946, a. 2, n. 19, p. 2). Anche altri monaci benedettini si portavano a visitare le ricostruzioni dello scenografo Equini agli Stabilimenti Titanus della Farnesina e vedendole avevano le lacrime agli occhi di fronte al «miracolo» cinematografico commentando con voce che «vibrava di emozione» di «come sarebbe bello [che] potesse realmente risorgere così rapidamente…» (C. Crispolti, Un richiamo alla civiltà. «Montecassino» a Venezia, in «Fotogrammi», 25 agosto 1946).
11 Hanno ricostruito Montecassino … alle porte di Roma, in «L’Espresso», 30 aprile 1946, a. I.
13 L’attività della Pastor, in «Il Rapido» 13 giugno 1946, a. 2, n. 19, p. 2.
13 A. G. Ferraro, In ricordo di Enzo Mattei, in «Studi Cassinati», a. XIII, n. 3, luglio-settembre 2013, pp. 176-178. Nei ricordi della famiglia Mattei, invece, sarebbe stato il giornalista e telecronista napoletano Luigi Necco (1934-2018), quando giunse a Cassino per incontrare il sindaco Mattei, a colorire l’intervista con la storia che il bambino fosse appunto Enzo Mattei.
14 Alle 10 i sopravvissuti raggiunsero un posto di soccorso nei pressi della Chiesa del Colloquio a Villa S. Lucia e a gruppetti di 3 o 4 furono avviati verso il paese. Alle 16,30 un’autoambulanza giunta alla Chiesa del Colloquio, prelevò l’abate Diamare, d. Martino Matronola e tre donne di Cassino. A gran velocità percorse la Casilina tra sobbalzi e pericoli mentre degli aerei continuavano a scaricare altre bombe su Montecassino. Arrivati a Roccasecca l’abate e d. Martino furono trasbordati su una vettura che li portò prima al quartiere del generale Günther Baade posto nella montagna e poi, a sera, a Castelmassimo di Veroli al quartier generale del comandante generale Frido von Senger und Etterlin.
15 C. Crispolti, Un richiamo alla civiltà … cit.
16 Il dramma di Montecassino e l’ultimo film di Duvivier, in «La Stampa», Martedì 17 settembre 1946, a. II, n. 218.
17 Insuccesso del film Montecassino, in «Il Rapido» 26 settembre 1946, a. 2, n. 28, p. 2.
18 Il dramma di Montecassino e l’ultimo film di Duvivier, in «La Stampa» … cit.
19 Cfr. G. de Angelis-Curtis, «Amici italiani, ATTENZIONE!»: il Psychological Warfare Branch e Alfred de Grazia, in «Studi Cassinati», a. XXIV, n. 1, gennaio-marzo 2024, pp. 19-27.
20 Di suo pugno l’abate scrisse: «Attesto per la verità che nel recinto di questo sacro Monastero di Montecassino non vi sono stati mai soldati tedeschi. Vi furono soltanto per un certo tempo tre gendarmi al solo scopo di far rispettare la zona neutrale, che si era stabilita intorno al Monastero; ma questi da circa venti giorni furono ritirati». L’abate ribadì quanto dichiarato per iscritto il 15 febbraio, il successivo 17 febbraio in due conversazioni radio, la prima rilasciata presso il Quartier generale tedesco del XIV Corpo d’Armata corazzato a Castelmassimo, presso Veroli, e la seconda all’Eiar a Roma.
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