«Studi Cassinati», anno 2026, n. 2
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Alessandro Sicani, giornalista de l’«Unità», il 16 febbraio 1946 è a Cassino per seguire il primo treno della solidarietà in partenza verso Pavia. Questa è la testimonianza che ci ha lasciato attraverso il suo servizio di cronaca pubblicato su L’«Unità», 17 febbraio 1946, Fuga dai pantani malarici del Rapido:
Sono ritornato a Cassino a distanza di quasi un anno e non posso dire, così, ad occhio e croce, di avervi trovato novità rallegranti.
Ho rivisto le facce crudeli e pietose di questi figli della fame e della malaria: non diversi da ieri, più spente, forse, ma anche, in qualche maniera, più testarde nel fondo degli occhi.
Erano padri e madri, lontani parenti, scesi a valle dai crinali nevosi del monte Cairo per accompagnare i loro piccoli al treno che li avrebbe portati a vivere meglio tra i contadini d’Emilia. Ma non parevano allegri e neppure tristi, a vederli; parevano immobili e un poco sciupati, con uno sguardo uniforme: di cenere umana, di calce, di siccità. Li ho rivisti sugli asini dimagriti e c’era anche il vecchio sindaco dell’altra volta, un pacifico possidente, dalla canuta chioma romantica.
Ma novità, verosimili novità, ce ne sono? Quasi nulla di fatto, a distanza di un anno. Le poche casette popolari inaugurate allora pomposamente dal vecchio e pacifico buon uomo Bonomi, sono crollate l’una sull’altra. La gente se ci passa vicino, ci sputa di fianco. Gli avevano messo il nome di Colosseo e ora la gente dice ridendo: ah, è questo il Colosseo di Cassino!.
Nelle casette rimaste tenute su alla meno peggio con stanghe di fortuna e cordami svernano al vento di tramontana i più disperati della tribù nomade cassinese. Gli altri – diecimila creature con braccia, anime e bocche come tutte le creature del mondo – vivono come ricci nei pagliai e tra le macerie: nelle grotti, celle calde del Cairo, accanto ai versi acquitrini del Rapido o soltanto al fresco nel cavoleto; vivono così in compagnia delle poche pollastre superstiti, di qualche porco assai malandato, delle memorie dei poveri morti. Non c’è fognature, non acqua, non luce, non un segno da cui si arguisce che qualcuno a Roma abbia pensato – soltanto pensato, fantasticato – che possa dar mano ai picconi e alle zappe per sgomberare queste tombe e detriti. C’è solo un forno, messo su alla diavola l’altro ieri; il forno, un caffè e una taverna all’insegna de “La francese”.
Questa, tuttavia, non è una terra di pionieri o di ergastolani, come qualcuno potrebbe credere; è soltanto una contrada dell’Italia, chiusa tra fiumi e colline d’Italia: nulla di più; una gente spazzata, travolta, sciupata dalle capricciose partite di polvere di un maniaco dittatore.
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Gli ottocentocinquanta bambini cassinati che, oggi, sono partiti alla volta di Roma per poi raggiungere, nell’Emilia, in Toscana e nell’oltre Po pavese, chi sa mai quali idoleggiati reami dell’abbondanza, procedevano taciturni fra due fitte ringhiere di parenti e cavalcature in direzione della ferrovia a fondo valle. Li ho visti ossuti e con lunghissimi colli, bigiastri di colorito come lucertole, dentro le loro ruvide casaccone, le scarpe nuove, battenti il selciato come tamburi. Ma essi non salutavano, non dicevano addio o arrivederci -. Camminavano con attenzione, un puntiglio, una loro giusta superbia umana che resta, a mio avviso, l’unica novità consolante questa mattina.
Portavano appesi al petto cartellini ben congegnati per l’identificazione in caso di smarrimento. C’era scritto: Capraro Giovanbattista, abitante nel vico dei Muli, oppure – Gino Valenti, Pietro Varlese, Giacomo Varlese di Giangiacomo che va a Pavia, città che – a sentire il bambino – non conosce, ecc. ecc. abitanti in contrada tale, figlio di tale e di tale … E, sul rovescio, certe ingenue missive materne all’indirizzo degli ignoti ospiti contadini.
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Sul piazzale, in attesa del treno, tra le crocerossine e le donne dell’UDI, queste avanguardie dei 3.000 bambini che partiranno nei prossimi giorni, chiacchieravano quietamente. C’era anche un ragazzetto guercio, sui tredici anni, dall’aria stanca, – come ti chiami? – gli ho chiesto, – Varlese Giacomo di Giangiacomo – mi ha risposto lui fieramente. – E dove vai? – Vado a Pavia. Sissignore, c’è una città che si chiama Pavia – mi ha spiegato lui con la stessa fierezza. Ma quando gli ho chiesto chi avesse pensato a mandarlo, chi se ne fosse preoccupato se lo sapesse: – i compagni di mio padre e dei nostri fratelli -. Ma infine, una novità mi è sembrato che la vedessero, questi terribili cassinati. Essi credono alla novità, voglio dire, che e in certi piccoli avvertimenti, in certi segnali tra povera gente: le letterine scambiate oggi tra famiglia e famiglia, tra nord e sud, tra sconosciuti uomini onesti, che domani, per male che vada, si dovranno meglio incontrare e capire: in queste lettere, in questo aiuto, che ha il suo migliore collaudo nella stessa imminente partenza dei primi 850 loro bambini, e che in qualche modo li inorgoglisce e consola.
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Ma adesso i ragazzi sono partiti e io, quanto al resto, non posso annunciarvi gran che di nuovo. Ecco tutto i 2.000 operai utilizzati a Cassino nei vari lavori di spianamento hanno fatto sciopero giovedì scorso perché ricevevano addirittura una paga di lire 3,35 l’ora.
I briganti – ce ne sono parecchi sulle montagne – hanno arso viva un’intera famiglia in contrada Foresta per controversie minute di compravendite.
L’altro ieri, sul far dell’alba, sugli acquitrini ad est del paese, tre contadini sono stati letteralmente sventrati da una piccola mina segreta. Ma questo capita suppergiù tutti i giorni.
Per chiudere infine vi dò la più bella. Pare che il sindaco di cui si è già parlato si stia battendo all’ultimo sangue con il rinforzo di ben 20 avvocati locali onde ottenere che Cassino – così come resta, così come è morta – salga ai fasti di capoluogo.
Può capitare anche questo a Cassino.
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