PREFAZIONE

«Studi Cassinati», anno 2026, n. 2

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Il saggio “La storia siamo noi: Alberto Lutrario tra guerra e pandemia” di Francesco Di Giorgio, appassionato cultore della storia locale che ci aiuta a ricostruire il composito quadro di un nostro affascinante passato, induce ad una prima riflessione sulla memoria ai tempi del “web”. Indubbiamente, la memoria digitale è capace di catalogare, archiviare una quantità infinita di dati, a riprodurli con precisione ed immediatezza, ma resta una memoria passiva, molto più labile di quanto possiamo immaginare.

Il dibattito sul valore della memoria e sulla sua conservazione è antico. Già Socrate metteva in guardia gli ateniesi dal diffondersi della cultura scritta, destinata a soppiantare quella orale, paventando un indebolimento della capacità di memorizzare. Per questo, al contrario di Platone e Aristotele, non ci sono state tramandate opere di Socrate, perché, semplicemente, non le ha scritte. Oggi questo dilemma si ripropone in termini, se vogliamo, più incisivi, perché il problema non è solo di carattere biologico, l’affievolimento della memoria, ma, preoccupa la tendenza, irreversibile nel tempo, a delegare, orwellianamente, a qualche algoritmo la selezione di dati utili a creare una nuova memoria. Deleghe al buio quindi, che rischiano di incidere sugli orientamenti ideali e valoriali della società. Da qui la necessità che la memoria “tesoro e custode di tutte le cose”, nella definizione di Cicerone, continui ad essere plasmata attraverso il contributo di tanti “costruttori”, ognuno con la sua “pietra d’angolo”, perché diventi memoria collettiva. E questo è il fine che persegue il saggio di Francesco Di Giorgio: riproporci importanti personaggi, di cui non avevamo conservato memoria, che vanno ad arricchire la invidiabile galleria dei nostri famosi conterranei.

Di Giorgio, nella sua ricerca, traccia un compiuto profilo del dottor Alberto Lutrario, medico, originario di San Giorgio a Liri che, nella sua veste di Direttore Generale della Sanità pubblica, allora struttura del Ministero degli Interni – siamo nel 1912 – dovette affrontare il terribile flagello della “spagnola”, una pandemia incredibilmente virulenta e mortale. La pandemia, impropriamente chiamata “spagnola” solo perché la sua esistenza fu riportata, dapprima, soltanto dai giornali spagnoli, in realtà venne osservata per la prima volta negli Stati Uniti (Lutrario citava genericamente “le Americhe”) e comparve nella nostra provincia nel luglio del 1918, così come ricordavano, in una loro relazione, i commissari inviati proprio dal dottor Lutrario. Suo il compito di predisporre le linee guida atte a limitare il contagio. Sono quelle che ricordiamo fin troppo bene, ovvero le stesse che abbiamo seguito per difenderci dal Covid. Allora non c’erano mascherine né amuchina ma, soprattutto, non c’erano vaccini, tanto vituperati quanto salvifici.

Il saggio di Di Giorgio ci fa conoscere un altro insigne figlio di San Giorgio a Liri, piccolo centro, una volta Terra di Lavoro, così ricco di spiccate personalità, il professore Achille Spatuzzi; igienista, famoso malariologo, di cui Lutrario fu ottimo allievo.

La malaria era, alla fine dell’Ottocento, una delle cause di morte più frequenti in Italia, con circa quindicimila decessi all’anno, molto diffusa in vaste zone della nostra Provincia. Spatuzzi fu un antesignano di quelle branche della medicina, la medicina sociale e l’igiene pubblica, che si svilupparono in stretta connessione, assumendo sempre più una valenza politica.

Del resto, il loro campo di interesse erano le patologie legate alle situazioni ambientali, alle scarse condizioni igieniche, alle carenze alimentari. Un interesse inizialmente scientifico che nasce con la cosiddetta “rivoluzione batteriologica” negli anni ottanta del XIX secolo. Una rivoluzione che, in forma dogmatica, sanciva che il “microbo è tutto”, un dogma capace di rappresentare una sintesi perfetta fra scienza e politica. La lotta ai microbi, causa di tante malattie per di più infettive, deve essere combattuta intervenendo in quegli ambienti dove essi si sviluppano. A teorizzare, per primo, questo stretto legame fra la medicina e la politica è Virchow, pioniere della moderna patologia cellulare nonché politico tedesco che arrivò ad affermare: «La medicina è una scienza sociale e la politica non è altro che medicina su larga scala». Un aforisma oggi improponibile.

Da queste diverse, ma convergenti, sensibilità nasceva, in Italia, la legge Crispi-Pagliani del 1888 sulla tutela dell’igiene e sanità pubblica. Una legge che, finalmente, creava gli strumenti normativi e organizzativi per una gestione della sanità sul territorio e istituiva, a livello centrale, la “Direzione Generale della Sanità” di cui Lutrario, come già ricordato, fu uno dei primi Direttori. Un organismo finalizzato ad armonizzare le iniziative del potere esecutivo con le proposte del mondo scientifico. È la stessa legge istitutiva del Medico Provinciale e delle benemerite Condotte comunali, soppresse, con qualche rimpianto, con la riforma del 1978 che ebbe, peraltro, grandi meriti.

Un grazie doveroso, con i più vivi complimenti, va rivolto a Francesco Di Giorgio per la sua paziente, certosina ricerca che ci ha permesso di conoscere ed apprezzare due insigni e prestigiosi medici dei quali non possiamo non essere orgogliosi e che l’incuria degli uomini aveva consegnato all’oblio del tempo.

                                                        Il Presidente dell’Ordine Provinciale

                                            dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Frosinone

                                                              Dott. Fabrizio Cristofari

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