L’Archivio di Montecassino e Don Faustino Avagliano*


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Studi Cassinati, anno 2014, n. 4

di Mariano Dell’Omo

Nel 2° anniversario della scomparsa di don Faustino  ospitiamo molto volentieri il ricordo tracciato dal suo autorevole successore nell’Archivio cassinese con l’auspico e la viva speranza di una proficua e intensa collaborazione.

foto-13«Mercoledì 31 [ottobre 1956], San Quintino. Oggi è la Vigilia di tutti i Santi. Dopo pochi minuti di studio siamo andati a Vespro priorale. Dopo si è fatto il capitolo dell’assoluzione delle colpe, ed in assenza del Padre Abate lo ha fatto il Padre Priore. A passeggio siamo andati ai tre tigli ove abbiamo consumata alcuna frutta. Ritornati dal passeggio inaspettatamente siamo andati in biblioteca, ove con l’aiuto del bibliotecario e di don Tommaso abbiamo visitato sia la biblioteca che l’archivio. Ho visto, per don Tommaso, il primo documento in volgare della lingua italiana. Dopo diverso tempo siamo ritornati in alunnato».

Quando scriveva queste righe, dallo stile così semplice e asciutto, tratte dal suo Diario personale1, Aniello Avagliano, poi Don Faustino, aveva appena 15 anni ed era a Montecassino da poco più di un anno2. Quel 31 ottobre 1956 era dunque la prima volta che Don Faustino attraversava con la benevolenza lungimirante di Don Tommaso Leccisotti, la soglia di quell’Archivio, dove per tanti anni sarebbe risuonata in seguito la sua voce sempre gioiosa, serena e pacata, quell’Archivio che avrebbe lasciato per sempre a metà agosto del 2013: gli ultimi studiosi, anzi le due ultime studiose, le aveva accolte personalmente, come sempre, ancora il 10 di agosto: erano Katarina Livljanic, che stava per pubblicare il volume 23° della prestigiosa collana Paléographie musicale, uscito a Solesmes nel 2014 e dedicato al codice 542 dell’Archivio di Montecassino, un antifonario in scrittura beneventana neumato del sec. XII; l’altra era Corinna Mezzetti che sta per pubblicare le più antiche carte di Pomposa per i tipi dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo. Un antifonario monastico e le pergamene di quella Pomposia monasterium in Italia princeps, di cui a Montecassino si conserva, com’è noto, un notevole fondo, sul quale peraltro si è ripreso finalmente a lavorare (dopo Samaritani insieme alla Mezzetti spero di pubblicarne i regesti dal sec. XIII in poi).
Due esempi, così diversi, del materiale archivistico di Montecassino, gli ultimi, tra tanti, con i quali Don Faustino era venuto a contatto come responsabile dell’Archivio, e vengono alla mente le notissime parole del Kehr che nel 1899 scriveva: «quest’archivio è un vero magazzino diplomatico, col quale non possono paragonarsi che pochi archivi del mondo»3. Una specie di drogheria, come se ne trovano spesso nei romanzi d’avventura dell’‘800, dove si può reperire di tutto dal thé allo spago, dal pepe ai profumi: appunto dal primo documento della lingua italiana, al più antico e unico manoscritto del De aquaeductu urbis Romae di Frontino (cod. 361), dal più antico privilegio originale di papa Leone IX, al più antico documento italo-greco (maggio 975), dal più antico testimone a noi noto delle Res gestae Saxonicae (cod. 298) di Widukindo di Corvey († dopo il 973), al più antico manoscritto completo della Historia Francorum (cod. 275) di Gregorio di Tours († 594), e si potrebbe continuare. Sotto questo profilo l’Archivio di Montecassino rappresenta una sfida, tale è la varietà del materiale che esso contiene, e ciò non è immune da rischi. Don Faustino sfuggì al pericolo di sottovalutare tale complessità del patrimonio cassinese, che rispecchia d’altronde la storia dell’ente che lo ha prodotto o lo ha acquisito in vari modi. D’altra parte nel suscitare interesse e collaborazione con le più varie competenze Don Faustino era favorito da una naturale amabilità, mitezza – nomen omen, non caso il suo nome civile era Aniello, Agnello appunto -, e quindi da una spontanea sebbene molto accorta capacità di intessere relazioni di amicizia, che nel tempo gli permise di valorizzare il lavoro delle persone con le quali veniva a contatto, fossero per lui maestri o discepoli. Questo mi sembra l’aspetto fondamentale dell’opera di Don Faustino come archivista. Gli anni nei quali egli si trovò a gestire il capitale librario e documentario cassinese, il trentennio che va dal 1982 al 2013, coincide in effetti con una serie di pubblicazioni e di contributi alla conoscenza delle fonti di Montecassino davvero sorprendente, e per certi versi irripetibile. Don Faustino ebbe modo di favorire e di seguire gli studi soprattutto di alcuni grandi storici della Montecassino medievale, studiosi e studiose che hanno rilanciato in forme e da prospettive diverse (filologia, paleografia, codicologia, storia della miniatura, medievistica pura) il ruolo storico di Montecassino nell’agone della ricerca europea ed extra, anzi soprattutto extraeuropea: basti qui citare Herbert Bloch, Hartmut Hoffmann, Virginia Brown, Francis Newton, ma anche persone più giovani di grande valore, oggi affermatesi in campo universitario, come ad esempio Giulia Orofino, un’autorità nello studio della decorazione dei codici di Montecassino. Ma vorrei sgombrare il campo da un possibile equivoco che tali parole potrebbero ingenerare in chi non avesse conosciuto l’Avagliano. Ripeto qui quanto ha scritto Marco Palma ricordandolo all’indomani della sua morte:
«Don Faustino possedeva una rara capacità di individuare fra i visitatori dell’archivio cassinese quelli che mostravano un autentico interesse scientifico per i suoi codici e i suoi documenti, a prescindere da fama consolidata e posizione accademica. A quanti godevano della sua fiducia venivano accordate facilitazioni non indifferenti riguardo agli orari di apertura, al numero degli originali consultabili, alla riproduzione fotografica del materiale»4.

Ne so qualcosa io in quest’anno appena trascorso dopo la sua morte, nel quale ho dovuto in ciò semplicemente imitare Don Faustino, date anche le possibilità offerte dalle nuove tecnologie che oggi moltiplicano le occasioni di riprodurre fotograficamente il materiale d’archivio. Dunque massima apertura verso tutti quelli che fossero ben intenzionati, e questo Don Faustino lo aveva imparato da vice-archivista, stando a fianco dell’ormai anziano e famoso Don Leccisotti, il cui lavoro richiedeva ormai una condivisione con il giovane monaco. In effetti il primo impegno di Don Faustino in Archivio fu quello di affiancare Don Tommaso nella redazione della rivista «Benedictina» a partire dal 1971, quando fu appunto nominato vice-archivista. Lo ricorda lo stesso Don Faustino rievocando il Leccisotti come fondatore di quella benemerita rivista, che era nata nel 1947, lo stesso anno della Rivista di Storia della Chiesa in Italia, e che dopo l’interruzione al n. 13 del 1959, trascorsi ben 13 anni aveva da poco (nel 1967 col n. 14) ripreso le pubblicazioni, anche grazie agli “insistenti inviti” di Gregorio Penco, Giorgio Picasso, Valerio Cattana5. Don Faustino scrivendo di Tommaso Leccisotti fondatore di «Benedictina», ricorda come
«il lavoro redazionale rimaneva il peso più grande della rivista. Chi scrive – continua – cominciava allora a muovere i primi passi nel campo degli studi, e il Leccisotti lo invitò a collaborare. Cominciò così un lavoro comune che è durato fino al 1979. Anzi, avendo poi assunto, fin dal 1971, tutto l’onere redazionale, il Leccisotti volle in seguito nominarlo – prosegue Don Faustino in terza persona – anche vicedirettore. Godè sempre di grande stima del Leccisotti: egli vedeva che la sua “creatura”, la rivista, non avrebbe avuta una nuova interruzione. E la sua gioia era ben visibile, quando asseriva questo suo convincimento»6.

Otto anni dopo «essendo cresciuto il lavoro con la responsabilità diretta dell’archivio di Montecassino»7, fu lo stesso Don Faustino che si fece portavoce, presso l’abate Nardin di S. Paolo, del desiderio di Don Tommaso, ormai anziano e di salute malferma, di lasciare ad altri più giovani, la direzione della rivista, con l’auspicio che essa conservasse la propria identità. Don Tommaso scompare il 3 gennaio del 1982 e via via lo seguiranno i confratelli che con lui avevano dato vita a quel vero cenacolo di studi che dall’archivio si proiettava sulle pagine della rivista: Don Angelo Pantoni nel 1988, e l’anno successivo Don Anselmo Lentini.
E intanto Don Faustino aveva assunto la direzione dell’Archivio e sentiva tutto il peso di una istituzione così delicata e onerosa. «Purtroppo linquenda tellus e, venendo stamane alla mia Università, mi ripetevo i versi oraziani Nos ubi decidimus, aut Tullus aut dives Ancus, aut pius Aeneas, pulvis et umbra sumus»: Don Faustino ricordava con queste parole di Nicola Cilento lo stesso illustre scomparso e caro amico Cilento, che a sua volta con esse meditava sulla morte di Don Angelo Pantoni in uno scritto di cordoglio inviato a Don Faustino. Mi piace rievocare la missiva di risposta di Don Faustino al prof. Cilento, che del resto Don Faustino ha pubblicato nel 1996:
«Carissimo Professore, La ringrazio vivamente per la bellissima lettera che mi ha inviato dopo aver appreso la morte di don Angelo Pantoni. Con don Angelo scompare il secondo dei tre illustri studiosi del dopoguerra. Nel 1982 moriva don Tommaso, il mio Maestro. Rimane don Anselmo […]. I tre illustri confratelli hanno assicurato alla storiografia cassinese un ricco patrimonio di studi, ricerche, documentazione, ecc. La fiaccola degli studi ora è nelle mani dello scrivente e di don Mariano Dell’Omo, giovane ma già promettente. Ci auguriamo – continua Don Faustino – di poterla consegnare sempre accesa ai nostri successori. La tradizione scientifica e culturale cassinese è molto impegnativa»8.

In questo orizzonte è suggestivo ricordare quello che Dom Pierre-Patrick Verbraken, in quel momento direttore della «Revue Bénédictine», scriveva in una lettera a Don Leccisotti datata il 19 febbraio del 1970: «Vous êtes vraiment un travailleur infatigable! Avez-vous au Mont-Cassin un jeune confrère à qui vous puissiez passer le flambeau?»9. Quel giovane confratello c’era, e si chiamava Don Faustino, che di anni ne aveva solo 29!
E Don Faustino dieci anni dopo diede prova di grande e ancor giovanile dinamismo già in occasione del XV centenario della nascita di san Benedetto nel 1980, curando praticamente da solo quattro volumi della «Miscellanea Cassinese» e inaugurando con essi la sottocollana «Monastica»: in effetti tre sono intitolati Scritti raccolti in memoria del XV centenario della nascita di S. Benedetto, mentre «Monastica II» reca l’intestazione Discorsi e conferenze tenuti nelle celebrazioni Cassinesi per il XV centenario della nascita di S. Benedetto, quest’ultimo volume uscito nel 1984 con un corredo di foto della visita a Montecassino del papa san Giovanni Paolo II nel settembre 1980 che – ricordo – andai personalmente a scegliere e ritirare in Vaticano presso la sede de «L’Osservatore Romano».
Forte di una linea genealogica archivistica tendente al contatto positivo con le fonti, nel senso di quel metodo storico che egli vedeva riflesso tanto nella scuola storica napoletana (Ernesto Pontieri, Nicola Cilento, Giuseppe Galasso) che in quella romana (Pietro Fedele, Ottorino Bertolini, Alessandro Pratesi), Don Faustino – come ho scritto anche recentemente – non ha mancato di offrire sin dai primi anni del suo ruolo di archivista anche un personale contributo storiografico, organizzando a scadenza spesso ravvicinata convegni di studio sul medioevo meridionale. Collaborando sapientemente di volta in volta con referenti scientifici sicuri e con le istituzioni politiche e sociali dei luoghi nei quali si tenevano i convegni, Don Faustino ha saputo fronteggiare i tanti problemi organizzativi, senza mai sottovalutare i soggetti primi di un congresso: gli studiosi, con tutte le loro molteplici esigenze accademiche e personali. Don Cosimo Damiano Fonseca in questo senso – è ben noto – gli fu di grande aiuto, in particolare con le sue proverbiali, mirabili sintesi conclusive. E sono così usciti per i vari centenari i volumi dedicati a San Vincenzo al Volturno…, a Montecassino. Dalla prima alla seconda distruzione…, a L’età dell’abate Desiderio…
Ma non è di questo che devo parlare. Altri lo hanno fatto e lo faranno molto bene in questa sede. Io vorrei piuttosto sottolineare quanto già accennavo prima: la capacità cioè di Don Faustino di affiancare e di amplificare o semplicemente di favorire alcuni filoni di studio che erano praticati in archivio da differenti studiosi, dando vita a pubblicazioni o a giornate di studio che poi arricchivano le tante collane da lui create anche grazie al contributo finanziario che egli era riuscito ad incanalare verso l’Archivio dai fondi della Regione Lazio. È a lui e agli amici di Montecassino che si deve l’emanazione della legge regionale 23 settembre 1991 n. 50, Contributo della Regione Lazio a favore dell’archivio storico di Montecassino, che all’art. 1 così recita:
«La Regione concede all’Abbazia di Montecassino per l’archivio storico un contributo annuo per incoraggiare e sostenere lo svolgimento delle sue attività scientifiche e didattiche, e la conservazione e catalogazione del suo patrimonio bibliografico, le sue iniziative editoriali, rivolte alla promozione degli studi nel campo delle discipline storiche con particolare attenzione alle ricerche di storia locale per il Basso Lazio».
Questo spiega l’origine progressiva di tante collane ideate da Don Faustino in quest’ultimo ventennio. Una di queste – io la considero tra le migliori -, è intitolata: «Studi e documenti sul Lazio meridionale». Ebbene Don Faustino vi ospitò al numero 2, uscito nel 1993, gli Atti di una Tavola rotonda in onore del prof. Herbert Bloch dedicata a Fonti per la storia di Atina e del suo territorio. Bloch lavorava in quegli anni all’ultimazione di quell’opera che egli aveva anticipato nel 1990 con una conferenza tenuta all’Accademia Nazionale dei Lincei per l’Unione internazionale degli Istituti di Archeologia Storia e Storia dell’Arte in Roma, intitolata: Un romanzo agiografìco del XII secolo: gli scritti su Atina di Pietro Diacono di Montecassino. Poi nel 1998 nella collana vaticana «Studi e testi» egli pubblicò finalmente The Atina Dossier of Peter the Deacon of Monte Cassino. A Hagiographical Romance of the Twelfth Century (Città del Vaticano 1998). Quella tavola rotonda tenuta nel giugno del 1989, i cui Atti furono curati da Don Faustino, in quel momento ultimo successore di Pietro Diacono nell’archivio cassinese, si svolse dunque in quella città di Atina dove Pietro Diacono, il futuro archivista e bibliotecario di Montecassino, celeberrimo falsificatore ma anche intellettuale di straordinaria erudizione, che proprio Bloch definì «il primo scrittore medievale ad usare Livio sistematicamente come storico romano»10, aveva trovato rifugio all’età di 21 anni nel 1128, probabilmente perché aveva sostenuto l’abate Oderisio II dei conti dei Marsi (1123-1126), cardinale diacono di S. Agata, deposto nel 1126 dal nuovo papa Onorio II, per aver rifiutato il suo sostegno finanziario al nuovo pontefice. Quella sera Don Faustino intervenne con una relazione che fu anche un omaggio al professor Bloch, intitolata appunto Il professore Herbert Bloch e Montecassino; ma l’intera tavola rotonda era in onore di Bloch, un omaggio ideato e sviluppato in parallelo agli studi compiuti da Bloch nell’archivio cassinese prima con Don Tommaso Leccisotti e poi con Don Faustino stesso. Per poter cogliere i rapporti tra Bloch e l’archivio si può ascoltare quello che proprio ad Atina diceva Don Faustino:
«Fin dal 1973, e per questo lo ringrazio qui pubblicamente, il professor Bloch mi consegnò una copia di prime bozze della sua opera [Monte Cassino in the Middle Ages, Roma 1986] che con molta generosità fece mettere a disposizione degli studiosi. Possiamo subito dire che l’opera di Bloch ha avuto un parto difficile, un travaglio di circa trent’anni di lavoro, perché il professore aspettava sempre da Montecassino le ultime pubblicazioni, i volumi de I Regesti dell’Archivio, soprattutto i lavori di don Tommaso Leccisotti e di don Angelo Pantoni»11.

Si può dire, senza esagerare, che Don Faustino sicuramente contribuì in modo determinante ad accelerare l’uscita dei tomi, così attesi, de I Regesti, ai quali collaborò sin dai volumi 7° e 8° datati rispettivamente 1972 e 1973, sebbene il suo nome appaia in modo ufficiale solo a partire dall’edizione del 9° volume uscito nel 1974. Senza Don Faustino, che elaborava i così utili Indici dei nomi, Don Leccisotti, che ormai contava quasi 80 anni, avrebbe avuto difficoltà a ultimare in tempi rapidi gli ultimi 5 volumi che tra il ’72 e il ’77 (Roma) apparivano praticamente al ritmo di un anno. E allora si può concludere che si deve anche a Don Faustino vice-archivista di Don Leccisotti il felice compimento di quell’opera capitale della storiografia cassinese del ‘900 che è il già menzionato Monte Cassino in the Middle Ages di Bloch. Don Faustino parlando ad Atina sottolineava giustamente l’evento con queste parole: «[…] l’opera di Bloch; ormai è diventata un classico: diciamo semplicemente ‘il Bloch’ per indicare Monte Cassino in the Middle Ages, come si dice ‘la Treccani’ per riferirsi alla Enciclopedia Italiana». Ed è vero: chi studia le cose cassinesi sa bene che si usa Bloch con la stessa consuetudine, direi con la stessa immemore facilità, con cui si usa un vocabolario o un qualsiasi repertorio. Dunque senza il Bloch gli studi cassinesi di questi ultimi 30 anni sarebbero stati impossibili, ma è anche vero che senza l’archivista Leccisotti coadiuvato dal suo vice Avagliano, Bloch come tutti noi avrebbe avuto seria difficoltà ad attingere ad indispensabili fonti documentarie che nei Regesti sono disponibili a piene mani con il corredo degli Indici, ovviamente utili, approntati da Don Faustino.
Ma Don Faustino fece da guida anche ad un’altra grande studiosa dei manoscritti in beneventana e dunque di moltissimi dei manoscritti cassinesi: Virginia Brown12. L’ho scritto nell’In memoriam13 per lei dopo la sua scomparsa nel luglio del 2009, dopo che lei stessa me l’aveva scritto l’anno precedente, ricordando la sua prima visita a Montecassino nel giugno del 1974, dovendo curare su invito della figlia più giovane di Lowe, Patricia Lowe Pitzele, e della signorina Nuccia De Luca delle Edizioni di Storia e Letteratura una nuova edizione del classico di Elias Avery Lowe, pubblicato ad Oxford nel 1914, il volume cardine degli studi paleografici beneventano-cassinesi The Beneventan Script. La Brown definì quelle due prime settimane trascorse nel monastero cassinese «stupende anche se a volte spartane»; e continuava: «Era questa la mia prima occasione di lavorare in un ambiente monastico e io trovai lʼintera esperienza molto impressionante, data specialmente la storia dellʼabbazia, la presenza del sepolcro di san Benedetto e la naturale bellezza dei dintorni. Durante questa visita incontrai don Gregorio [De Francesco, bibliotecario] e, naturalmente, don Tommaso Leccisotti. Don Tommaso si trovava in uno stato di salute molto precario ma egli continuava le sue ricerche come meglio poteva, venendo ogni giorno in Archivio. Ci salutavamo quotidianamente lʼun lʼaltro e io gli facevo domande su alcune questioni relative a certi manoscritti. Era evidente la sua grande cultura, così come la generosità sottostante ai suoi modi talvolta arcigni quando si sentiva in condizioni peggiori rispetto a quelle abituali. Comunque era chiaro che don Tommaso cercava di salvaguardare le sue energie e forze così da condurre a termine i progetti che aveva tra le mani. Io ho sperimentato la stessa situazione allorché ero assistente ricercatrice di E.A. Lowe (il quale era debole e sofferente di angina), e così le mie relazioni erano per lo più con don Faustino, il Vice-Archivista»14. Non a caso quelle due settimane di studio nell’archivio furono molto proficue, anche perché le fu possibile per la prima volta consultare le Compactiones, i numerosi frammenti membranacei in beneventana e non, di argomento liturgico, patristico, giuridico, letterario, che del resto fino allʼultima sua venuta nella primavera-estate del 2008 Virginia Brown, grazie alla massima apertura di Don Faustino, non ha smesso di indagare e catalogare. Un lavoro che oggi prosegue nelle mani di Richard Gyug e di chi vi parla, che per la prima volta ha apposto e sta apponendo su ogni frammento – e sono migliaia -, un numero di serie identificativo. Pertanto anche la nuova edizione apparsa nel 1980 di The Beneventan Script di Lowe a cura di Virginia Brown, in particolare il secondo tomo Hand List of Beneventan Mss., deve molto ai cassinesi, a Don Faustino in particolare.
Uguale gratitudine e un’amicizia venata di così spiccata umanità verso Don Faustino ha sempre dimostrato e mi ha personalmente confermato più volte un altro sommo studioso di cose cassinesi in prospettiva paleografica sebbene entro un orizzonte storico-culturale a 360 gradi intessuto di un’empatia unica, che tratta scribi, autori, libri come personaggi e oggetti familiari: mi riferisco a Francis Newton. Il professor Newton, americano come la Brown, emerito della Duke University nella Carolina del Nord giunse in Archivio la prima volta nel lontano 1965, dunque nel pieno dell’attività archivistica di Don Leccisotti. Ma i suoi ritorni sono stati innumerevoli e continui fino all’ultimo del 17 settembre 2013. Non sto qui a ricostruire la sua bibliografia, mi basta citare la sua summa sullo scriptorium desideriano e oderisiano, quindi relativo a quella seconda metà del sec. XI che fu il periodo aureo della storia e della cultura cassinese, opera uscita nel 1999 per i tipi della Cambridge University in Inghilterra15. Quanto in quest’opera ci sia della gentilezza e disponibilità di Don Faustino archivista e quindi suo referente dal 1982, lo rivelano le parole di questa e-mail di Newton giuntami all’indomani della sua scomparsa:
«Quando ho visto l’ultima volta Don Faustino nel mese di febbraio, mi ha accompagnato verso il chiostro centrale e la grande scala in un abbraccio con lui che non avevo mai prima sperimentato. Per quanto ne sappia, non aveva avuto problemi di salute, perciò potevo solo pensare che lui ritenesse probabile che sarebbe stato lui a non rivedere più il suo vecchio amico di 85 anni. Quanto è strano e imperscrutabile che di noi due, sia stato preso lui invece di questo americano, lui sì realmente anziano».

 “Vecchio amico” è un sintagma che esprime tutta l’intensa trama di relazioni e di aiuti che Newton ha sperimentato in quell’archivio, dove si conserva quella materia che tra le mani di Newton riprende vita miracolosamente, e ci viene incontro come un fiume di vita reale, che si fa a noi contemporanea. Nelle pagine di Newton, Alfano poeta, il più grande dell’Italia del sec. XI, l’umanità normanna – a lui anglosassone così cara -, della Montecassino dei tempi migliori, il giovane e promettente Leone Marsicano soprintendente allo scriptorium, lo scriba Grimoaldo, Lorenzo d’Amalfi maestro del futuro Gregorio VII, Costantino Africano così ricco dell’esperienza della medicina orientale: tutti questi attori della Montecassino medievale sembrano venirci incontro, come i cipressi di Bolgheri al maturo e commosso Carducci. Del resto questa capacità evocativa ed empatica di Newton è palpabile in quel breve e intenso ricordo di Don Faustino che abbiamo appena ascoltato, e ci pare davvero che entrambi ci vengono incontro in quell’immagine così umana di due amici che si abbracciano. Quasi un sigillo di quella sodalitas fatta di cultura ed umanità, che è il ritratto stesso, per noi indelebile, di Don Faustino archivista ed amico.


* Relazione letta al Convegno celebrativo sulla memoria nella civiltà monastica europea in ricordo di Faustino Avagliano, archivista di Montecassino, «La storia monastica tra Lombardia e Mezzogiorno», 22-23 ottobre 2014, Università Cattolica del Sacro Cuore, Ateneo di Brescia.
1 Montecassino, Archivio privato dell’Abbazia.
2 Tra i contributi a lui dedicati, rinvio all’ultima bio-bibliografia: M. Dell’Omo, Faustino Avagliano (1941-2013). Una vita nell’Archivio di Montecassino tra memoria e amicizia, in «Benedictina», 61 (2014), pp. 111-144.
3 P. Kehr, Le Bolle pontificie anteriori al 1198 che si conservano nell’Archivio di Montecassino, in «Miscellanea Cassinese», 2, Montecassino 1899, p. 7.
4 M. Palma, La scomparsa di don Faustino Avagliano. Personalità capace di favorire il flusso di studiosi da tutto il mondo, in «L’inchiesta. Quotidiano del Lazio meridionale», 4, n. 164 (martedì 10 settembre 2013), p. 23.
5  Cfr. F. Avagliano, Tommaso Leccisotti fondatore di Benedictina, in «Studia Monastica», 25 (1983), p. 379 (complessivamente pp. 371-388).
6 Ibid.
7 Ibid.
8 F. Avagliano, Ricordo di Nicola Cilento, in Nicola Cilento storico del Mezzogiorno medievale, Atti del Seminario internazionale di Studio (16-17 novembre 1989), Schola Salernitana. Annali, Dipartimento di Latinità e Medioevo Università degli Studi di Salerno, I, Cava dei Tirreni 1996, pp. 87, 88 nota 3.
9 Montecassino, Archivio privato dell’Abbazia.
10  Cfr. M. Dell’Omo, In memoriam: Herbert Bloch (1911-2006), storico del medioevo cassinese, in «Benedictina», 53 (2006), p. 518 (complessivamente pp. 517-523).
11 F. Avagliano, Il professore Herbert Bloch e Montecassino, in Atina potens. Fonti per la storia di Atina e del suo territorio, Atti della tavola rotonda in onore del prof. Herbert Bloch (Atina 21 giugno 1989), a cura di Id., Montecassino 1993 (Studi e documenti sul Lazio meridionale, 2), p. 21.
12 Sintesi dei suoi lavori dedicati alla scrittura beneventana e in particolare a manoscritti cassinesi è la raccolta dei suoi principali scritti intitolata: Terra Sancti Benedicti. Studies in the Palaeography, History and Liturgy of Medieval Southern Italy, Roma 2005 (Storia e Letteratura. Raccolta di studi e testi, 219).
13 Cf. M. Dell’Omo, Virginia Brown (1940-2009), una vita per la scrittura beneventana all’incrocio tra classicità e medioevo, in «Benedictina», 57 (2010), pp. 493-497.
14 Ivi, p. 496.
15 The Scriptorium and Library at Monte Cassino, 1058-1105, Cambridge 1999 (Cambridge Studies in Palaeography and Codicology, 7).

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