Rinvenimenti su Monte Sambúcaro. Un collare da schiavo e ceramica a vernice nera.


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Studi Cassinati, anno 2012, n. 4
di Maurizio Zambardi

foto-01.jpgIn epoca antica il territorio alle pendici meridionali di Monte Sambúcaro era attraversato dall’antica Via Latina, che, proprio in corrispondenza di Ad Flexum, in località di Santa Maria del Piano nel comune di San Pietro Infine, si diramava. Il ramo principale puntava verso Casilinum, l’odierna Santa Maria Capua Vetere, la diramazione, invece, si inerpicava sul monte per raggiungere il Valico dell’Annunziata Lunga, anche noto come Valico delle Tre Torri, per poi ridiscendere nella Piana di Venafro e inoltrarsi nel Sannio2 .
Proprio su questo valico, a quota 450 m., poco prima di una spianata naturale posta sulla dorsale del Monte Cèsima – monte che separa il versante campano da quello molisano – pochi anni fa è stato rinvenuto un collare3 , di età romana, in rame4  recante su una facciata un’iscrizione latina.
Il collare, che è stato ritrovato accartocciato (Fig. 1), è costituito da una stretta lamina dal peso di 33 grammi, larga appena 1 cm., lunga 40 cm. e spessa poco più di 1 mm., che assume la forma a cordoncino alle due estremità. Quello posto a sinistra della scritta, lungo 7,5 cm., presenta all’estremità un occhiello, ricavato da un doppio giro della punta, del diametro interno pari a 8 mm. Invece il cordoncino di destra, lungo 9,5 cm., termina con un gancio, ricavato piegando ad uncino l’estremità.
Le lettere dell’iscrizione, compresi alcuni simboli di interpunzione, sono ottenute dalla somma di piccolissimi tratti scalfiti, ognuno della lunghezza media pari a circa 1,5 mm., ottenuti dalla battitura con un punteruolo. In totale la scritta è composta da 25 segni, con altezza media delle lettere pari a 8 mm. circa. Il primo segno, meno incavato degli altri, di forma simile alla lettera greca «sigma» 5, sembra precedere alla frase vera e propria. Segue poi il dittongo Æ (oppure la sovrapposizione di una T con una A) e subito dopo una M, una P ed una E. Poi vi è uno spazio di interlettere doppio rispetto ai precedenti, quindi la lettera S, seguita da una I e ancora da una S. Segue poi, dopo uno spazio di interlettera pari a una volta e mezza circa quelli precedenti, nuovamente il simbolo «sigma» seguito da un segno posto in alto e inclinato somigliante ad un apostrofo e subito dopo la lettera T. Segue poi la lettera E, poi la N, poi uno spazio interlettera pari a quasi il doppio dei precedenti, quindi la lettera E, poi una M, una N, una E, una F ed una V (U). Poi ancora uno spazio di interlettera doppio rispetto ai precedenti e quindi una G, seguono una I e una A. Poi c’è un segno obliquo, inclinato verso l’alto, cui segue una S e poi in chiusura della frase ricompare il simbolo «sigma», quasi a voler significare la fine della frase. Quindi si propone la scritta “σ Æ M (o TAM) PESIS σ ’ TENEM NE FUGIA/S σ” (Fig. 2).
Dall’esame della scritta, che reca la formula usuale «tene me ne fugias»6 , si ipotizza che il collare fosse stato imposto ad uno schiavo, affinché questi venisse riconosciuto come tale in caso di fuga7 . Risulta, comunque, non semplice stabilirne la datazione, anche se va ricordato che il periodo in cui vi fu un incrudimento della legislatura in materia di schiavitù, e quindi la maggiore diffusione del fenomeno dei collari per gli schiavi fuggitivi, è la prima metà del IV sec. d.C., sotto l’imperatore Costantino8.
A nord-ovest di Monte Sambúcaro, in località Colle del Pero9 , nel comune di San Vittore del Lazio, negli anni ’80, furono rinvenuti un fondo di skyphos (una coppa a forma di tazza) e una coppa a vernice nera stampigliata10. I reperti probabilmente dovevano far parte di un’antica sepoltura.
Lo skyphos (Fig. 3) ha una vasca convessa con piede ad anello sporgente (Fig. 5, n. 1)  e presenta sulla superficie una vernice nera coprente del tipo lucida, mentre il fondo esterno e la base dell’anello sono risparmiati, inoltre la parte interna del vaso reca tracce di cattiva cottura. L’argilla, di colore rosa, è dura e compatta. Il reperto11  può essere databile intorno alla metà del IV sec. a.C.
La coppa12, invece, quasi integra (Fig. 4), reca nell’invaso uno stampiglio a palmette13. Il diametro esterno della vasca è pari 18 cm., mentre l’altezza totale è pari a 5 cm. La vasca è poco profonda (altezza interna 3,3 cm.), ha orlo dritto e indistinto con bordo ingrossato e tesa piana, del tipo obliqua verso l’interno14 (Fig. 5, n. 2).
L’interno della coppa contiene una complessa decorazione radiale stampigliata15 (Figg. 6 e 7), che ha un diametro massimo pari a 7,7 cm. La decorazione è composta da una rosetta centrale16 formata da sei petali radiali a rilievo che partono da un punto centrale, anch’esso a rilievo.
I petali sono separati, in due gruppi da tre, dall’inserimento di due lievi volute, sempre radiali, disposte in maniera opposta. Segue poi una campitura formata da 22 puntini a rilievo, contenuti in due cerchi concentrici, sempre a rilievo.
Il tutto è coronato da 10 palmette legate da doppi festoni ad archetti. Le palmette, tutte simili, sono formate da ellissi, dai contorni lievemente frastagliati, tronche in corrispondenza degli attacchi con i festoni.
All’interno la decorazione è formata da 7 piccoli petali, di grandezza diversa, che si impostano su motivi floreali astratti, simili a volute e archetti17. La vasca, che presenta al centro un cerchio rossastro dovuto a cattiva cottura causata dall’impilamento con altre coppe nella fornace, si imposta su un piede ad anello, che si presenta all’esterno di forma cilindrica, con bombatura appena percepibile, mentre nella parte interna presenta una rastrematura.
Sia la parete esterna che quella interna del piede sono verniciate18, risulta invece risparmiata la faccia inferiore del piede.
Il fondo esterno presenta una colorazione biancastra19, apposta successivamente su una decorazione formata da due cerchi concentrici, spessi 5 mm. circa, e un punto centrale di colore rosso (Fig. 8).
La patina biancastra mostra i segni di una grossolana raschiatura, effettuata in un secondo momento, che, oltre a mettere in evidenza i cerchi, dal colore rosso ben conservato, consente di vedere porzioni di fondo non verniciato20. L’argilla ha una colorazione compresa tra il beige e l’arancio rosato e appare abbastanza compatta.
La coppa è ascrivibile al tipo «protocampano» con una datazione compresa tra la metà del IV e gli inizi del III sec. a.C. e proviene probabilmente da uno dei grandi centri di produzione campano sannitici specializzati in produzione di ceramica a vernice nera, quali Allifae, Cales, Teanum Sidicinum, Capua e Trebula Balliensis. Si segnala a tal proposito che, proprio presso quest’ultimo centro, è stato di recente rinvenuto un fondo di ceramica a vernice nera21, appartenente ad una coppa simile a quella appena descritta, con stampiglio perfettamente identico22. Ciò rafforza quanto sostenuto già in altra sede dallo scrivente23 relativamente agli intensi rapporti commerciali che si erano venuti a sviluppare tra l’area campano sannitica con quelle della Valle del Liri e della Valle di Comino, grazie proprio ad un importante asse protostorico che fu poi ripreso in parte e potenziato in età romana, inglobandolo nel ramo dell’antica Via Latina che da Ad Flexum conduceva a Casilinum.


Bibliografia di riferimento

Barone Adesi 1990: G. Barone Adesi, «Servi fugitivi in Ecclesia – Indirizzi cristiani e legislazione imperiale», in Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, VIII, Perugia 1990, pp. 695-741.
Benassai 2004: R. Benassai, «S. Prisco. La necropoli capuana di IV e III sec. a.C.», in Carta Archeologica e ricerche in Campania, ATTA XV, 2, 2004, pp. 71-229.
Caiazza 2009 (a cura): D. Caiazza, Trebula Balliensis. Notizia preliminare degli scavi e restauri 2007-2008-2009, Libri Campano Sannitici VIII, Alife 2009.
De Rossi 1874: G. B. de Rossi, «Dei collari dei servi fugitivi e d’una piastra di bronzo opistografa che fu appesa ad un siffatto collare testé rinvenuta», in Archeologia Cristiana, II, V, 1874, pp. 42-63.
Lamboglia 1952: N. Lamboglia, «Per una classificazione preliminare della ceramica campana», Atti del I Congresso internazionale di Studi Liguri, (Bordighera 1950), Bordighera 1952, pp. 139-201.
Pani 1984: G. G. Pani, «Note sul formulario dei testi epigrafici relativi ai “servi fugitivi” (collari, placche e contrassegni)», in Vetera Christianorum, 21, 1984, pp. 113-127.
Noble 1982: J.V. Noble, «The Techniques of Painted South Italian Pottery», in Art of South Italy. Vases from Magna Grecia, Catalogue of the Exibition, Virginia Museum of Arts, Richmond 1982, pp. 37-47.
Plauto, Aulularia.
Staerman Trofimova 1975: E.M. Staerman, M.K. Trofimova, La schiavitú nell’Italia Imperiale, I-III secolo, Roma 1975.
Valentini 1993: V. Valentini, Le ceramiche a vernice nera (Gravisca – Scavi nel santuario greco), Bari 1993.
Zambardi 2007a: M. Zambardi, «Organizzazione del territorio in corrispondenza della mansio Ad Flexum», in Casinum Oppidum, a cura di E. Polito, Ercolano 2007, pp. 161-169.
Zambardi 2007b: M. Zambardi, «La Via Latina nel territorio di Ad Flexum», in Spigolature Aquinati, Storia e archeologia nella media valle dell’antico Liris, II, Castrocielo, pp. 113-124.
Zambardi 2007c: M. Zambardi, «Recinti fortificati di età sannitica su Monte Sambúcaro e su Monte Santa Croce a Venafro», in Popolo dell’Italia Antica – Le antiche città scomparse, Atti del convegno, Formia 2007, pp. 135-184.
Zambardi 2008: M. Zambardi, «Il Miliare XCV di Massenzio sulla Via Latina», in Studi Cassinati, CDSC, anno VIII, n. 1, Gen. Mar. 2008, Cassino 2008, pp. 7-9.

Le foto e i grafici sono dell’autore.

1 Il presente articolo è estrapolato dalla mia tesi di Dottorato di Ricerca in «Metodologie conoscitive per la Conservazione e Valorizzazione dei Beni Culturali» – XXIII° Ciclo – (Seconda Università di Napoli, anni 2007/10) dal titolo Carta archeologica di un settore di territorio a confine tra la Valle del Liri e la Piana di Venafro (Settore Scientifico: Topografia Antica. Tutor: prof.ssa Stefania Gigli Quilici).
2 Cfr. Zambardi 2007a; 2007b.
3 Il reperto mi è stato mostrato da un signore che lo ha trovato poco distante da una buca utilizzata come postazione militare durante la seconda guerra mondiale, sotto uno strato di pochi centimetri di terra.
4 Stante al colore rosso vivo che appare da una piccola scalfittura che si è creata di recente su un bordo.

5 Impressi in molti testi dei collari da schiavi compaiono spesso dei segni espliciti di cristianesimo. Il Paniritiene che: «[…] non devono far considerare “cristiano” l’uso di questi oggetti, che vennero impiegati anche in un ceto professionale e artigiano. Piuttosto, credo, inducono a ritenere che il sema avesse un valore profilattico, dovendo scongiurare in qualche modo, per una mentalità superstiziosa, il pericolo di perdere il servo». Cfr. Pani 1984, p. 127. Sembra dello stesso avviso il de Rossi che, a proposito dei segni cristiani incisi su questi oggetti, scrive: «Sembra inoltre strana contraddizione, che mentre l’antica cristiana epigrafia studiosamente evita la menzione dei servi e della schiavitù, perché ripugnante all’evangelica fratellanza di tutti i fedeli, sia stato quasi direi profanato il monogramma e il nome di Cristo, impiantandolo sui collari destinati a contrassegnare i servi fugitivi [sic.] e reclamare l’aiuto di chiunque in essi si imbatteva perché li catturasse e riconducesse al padrone». Cfr. De Rossi 1874, pp. 42-43.
6 Già nell’Aulularia di Plauto si individua il concetto che in seguito regolerà la formulazione del testo «Redi, quo fugis nunc? Tene, tene» Cfr. Plauto, Aulularia, III, II, 1. Il Pani scrive: «Ed è appunto l’imperativo tene associato alla finale ne fugiam che caratterizza un primo gruppo di testi che si limitano ad indicare in un caso la sola espressione teni me ne fugia; in un secondo accanto ad essa una iterazione del verbo tene me ne fugia fugio e in un terzo per la prima volta un elemento onomastico – il nome dello schiavo – che precede la formula: Bulla tene me ne fugia». Cfr. Pani 1984, pp. 115-116. Per il De Rossi “Bulla” non era un elemento onomastico. Cfr. De Rossi, p. 46.
7 Il Pani identifica a tal proposito tre tipi di oggetti: «Al primo tipo appartengono i collari metallici saldati al collo dello schiavo; al secondo le placche che pendevano da anelli metallici ugualmente posti intorno al collo; al terzo infine i contrassegni, di forma circolare o quadrangolare che erano assicurati al cerchio metallico con la medesima funzione delle placche, mediante chiodi». Inoltre scrive: «La letteratura sull’argomento è concorde nell’assegnare a questi oggetti la funzione di strumenti di pena per la fuga, sostitutivi in epoca post-costantiniana delle famigerate stigmate in uso fin da epoca antica per segnalare lo schiavo fuggitivo. Con il nuovo sistema più “umano”, si ricavava ugualmente lo scopo di individuare il soggetto in maniera evidente, affinché potesse esser riconosciuto immediatamente da chiunque e facilmente riconsegnato al legittimo proprietario attraverso le indicazioni fornite nel breve testo inciso sul metallo.». Cfr. Pani 1984, pp. 113-314.
8 Cfr. Staerman Trofimova 1975, pp. 336-337. Per un approfondimento sulla legislazione sui servi fuggitivi si veda: Barone Adesi 1990.
9 Si ha notizia orale che, negli anni ’80 del secolo scorso, in località Pezzella, nei pressi di Colle del Pero, sempre a nord-ovest di Monte Sambúcaro, su un pianoro in lieve pendenza, furono rinvenute due tombe alla cappuccina scavate dall’allora locale Archeoclub, con il beneplacito della Soprintendenza archeologica di competenza. Le due tombe, affiancate e poste a poche decine di centimetri dalla superficie del terreno, avevano come base tre grosse tegole capovolte. In una delle due tombe, insieme alle ossa, fu rinvenuta, nei pressi del cranio, una moneta raffigurante l’imperatore Gordiano (Marcus Antonius Gordianus Pius – Gordiano III Pio – 238-244 d.C. Dritto: Ritratto dell’Imperatore; Rovescio: Divinità femminile).
10 Il signore che mi ha mostrato e permesso di studiare i reperti mi ha riferito di averli ricevuti da un contadino che a sua volta li aveva trovati arando il terreno. La coppa, che conteneva lo skyphos, fu trovata spezzata in due e monca di un quarto del piede, poi fu ricomposta con la colla e usata, dal contadino stesso, come contenitore per cibo in un pollaio.
11 Che potrebbe essere riconducibile al tipo Morel 4341b 3.
12 La coppa sembrerebbe riconducibile al tipo “protocampano” con una datazione compresa tra la metà del IV e gli inizi del III sec. a.C. Il Lamboglia nel 1950 in occasione dello studio della ceramica di Albintimilium definì per la prima volta la classe “precampana”, che comprendeva tutte le ceramiche a vernice nera di transizione tra la ceramica a vernice nera attica e quella fatta in Campania; la classe “protocampana”, e cioè la ceramica prodotta in Campania, e specialmente a Capua nella seconda metà del IV e nel III sec. a.C., ed inoltre le diverse classi di ceramica a vernice nera di età repubblicana, definite campana A, B, C. Cfr. Lamboglia 1952, p. 165. Si arrivò quindi a definire chiaramente la distinzione tra produzioni di IV-III sec. e produzioni romane vere e proprie. In seguito, una serie di scavi sistematici effettuati in diversi siti della Magna Grecia hanno permesso di individuare delle produzioni create su modelli attici da botteghe attive già dalla fine del V sec., come ad esempio a Napoli, Locri, Taranto, Sibari, Metaponto, ed anche a Paestum, Pontecagnano e Fratte. Cfr. Benassai 2004, p. 167. La coppa trova analogia per forma a quelle della tipologia F2784. Cfr. Benassai 2004, p. 183 e fig. 143, p. 185. Secondo Morel questa serie sarebbe tipica delle produzioni dell’Italia centrale, specialmente dell’Atelier des petites estampilles all’inizio del III sec. e, a più di un secolo di distanza della Campana A. Cfr. Benassai 2004, p. 183. La coppa trova confronto con altre rinvenute in alcune tombe di Ponte S. Prisco, Capua, Cuma, Lazio Meridionale, Fratte, Pontecagnano.
13 Il signore del posto mi ha permesso di fotografare e disegnare i reperti, assicurandomi che avrebbe continuato a custodirli, in attesa dell’apertura di un futuro museo archeologico del paese. I reperti furono, comunque, esposti già in una mostra archeologica, organizzata nel comune di San Vittore del Lazio dalla locale Archeoclub.
14 Cfr. Valentini 1993, p. 100, tipo 7, tav. 15 n. 128. (Prima metà del IV sec. a.C.).
15 La decorazione stampigliata sul fondo della vasca era ottenuta con l’ausilio di stampi impressi sull’argilla ancora fresca. Gli stampigli variavano a seconda del vasaio e quindi rappresentano elementi caratteristici che permettono di riconoscere identità di botteghe o anche le relazioni strette tra di esse. Inoltre risultano fondamentali nell’indicazione della circolazione della produzione ceramica campana anche fuori dei suoi confini. È stato lo stesso Lamboglia a dare un primo inquadramento per la distinzione delle varie forme di gruppi decorativi alla cui base vi è sempre la palmetta di modello attico. Cfr. BenassaI 2004, p. 199.
16 Quando al centro della vasca vi è un ornamento vegetale si tratta in massima parte di una rosetta. L’elevato numero di varianti non permette una classificazione rigida delle rosette. Comunque nelle composizioni della ceramica a vernice nera capuana le rosette si trovano al centro del gruppo decorativo, circondate da palmette allacciate o separate. Cfr. Lamboglia 1952, p. 203; Benassai 2004, p. 203.
17 Cfr. Benassai 2004, p. 201: «Rispetto ai sistemi decorativi attici, in cui i motivi girano intorno alla vasca in sequenza sempre uguali, quelli preferiti in Campania presentano un motivo centrale, intorno al quale si organizza il resto della decorazione. Il centro del sistema può essere un motivo figurato o fitomorfo».
18 In realtà la vernice è una pellicola a base di argilla peptizzata che diventa nera per ossidazione durante la cottura. È la stessa tecnica usata anche per i vasi figurati, dove la vernice viene stesa solo sulle pareti che si vuole far diventare nere, lasciando risparmiate le figure. Cfr. Noble 1982, pp. 37-47.

19 La colorazione bianca avveniva probabilmente tramite l’applicazione di una sorta di latte di calce. Cfr. La ceramica a fondo bianco: Benassai 2004, p. 166.
20 Contrariamente a quanto accadeva in genere la decorazione in rosso era stesa sulla colorazione bianca dopo la cottura, come testimonierebbe la cattiva conservazione del colore, quasi sempre del tutto evanita. Cfr. BenassaI 2004, p. 166.
21 Cfr. Caiazza (a cura) 2009, p. 53, fig. 47 e p. 95, fig. 5.
22 Probabilmente è stato utilizzato lo stesso stampo.
23 Cfr. Zambardi 2007a; 2007b; 2007c; 2008.

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