La bonifica nella bassa Valle del Liri Tra gli interventi strutturali borbonici e la creazione del consorzio “Valle del Liri”, tanti progetti ma alla fine solo “chiacchiere”


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 4

di Emilio Pistilli


La rivoluzione francese e le conquiste napoleoniche, con Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat, vollero por termine definitivamente al feudalismo espropriando la Chiesa di gran parte dei suoi beni a beneficio dello Stato e dei cittadini.

La promulgazione della legge 2 agosto 1806 di re Giuseppe Bonaparte abolì la feudalità ma lasciò nelle mani degli ex baroni gran parte dei loro demani e ai contadini le vecchie prestazioni territoriali.

Due anni dopo il Murat volle l’applicazione integrale delle leggi eversive espropriando gli ex baroni delle loro ingenti proprietà acquisite a danno della Chiesa. Dalle vendite che ne derivarono trassero beneficio soltanto i governanti francesi e pochi affaristi che avevano fatto da intermediari; alla classe contadina andò ben poco. Dunque ciò che avevano sempre evitato i Benedettini, la costituzione di grandi patrimoni fondiari privati, fu realizzato dalle leggi eversive che si proponevano l’esatto contrario.

Tale rimase la situazione fino a tempi recenti, pur essendo mutate notevolmente le condizioni socio-economiche che hanno dato origine alla graduale frammentazione delle proprietà.

L’avvento dell’era industriale e la successiva espansione delle economie dei maggiori paesi dell’Europa continentale hanno favorito lo sviluppo delle regioni del settentrione d’Italia che hanno saputo attrezzarsi per tempo, anche in agricoltura, per rispondere al- la sempre più pressante domanda del continente.

I nostri agricoltori, a causa del notevole decentramento rispetto al sistema economico europeo e soprattutto a causa delle non favorevoli condizioni ambientali – ma questo è un fenomeno che riguarda tutto il Mezzogiorno d’Italia – si sono trovati svantaggiati e quindi emarginati dal giro della produzione e della distribuzione della ricchezza.

È noto infatti come il particolare andamento stagionale della zona e la scarsa piovosità estiva consentono solo alcuni tipi di coltura e di allevamenti, che, se nel passato erano sufficienti a dare sicurezza e agiatezza, ora, con le mutate condizioni sociali e con l’aumento e la diversificazione della domanda, costituiscono ben povera offerta. Fin dal secolo scorso si avvertì chiaramente la necessità di assicurare regolarità e costanza nella distribuzione di acqua lungo tutta la valle del Liri per poter accrescere e variare adeguatamente la produzione agricola e zootecnica.

Proprio per rispondere a tale esigenza nel 1865 fu redatto dall’ing. Raffaele Padula, del Genio Civile di Napoli, il progetto di un canale di irrigazione delle pianure da Arce a Cassino; il progetto prevedeva una derivazione d’acqua dalla cascata dell’Anitrella per un canale che conducesse le acque lungo tutto il corso inferiore del fiume Liri fino al vallone detto “Le fontanelle” nei pressi di Cassino, per una zona interessata di 12-15.000 ha e con una distribuzione mediante “canaletti a martello, muniti di castello misurato- re, affinché in ogni canaletto secondario entrasse precisamente quella quantità di acqua che è dovuta alla zona di terreno cui esso è destinato a servire”.

I1 progetto, nonostante l’interessamento del ministro dell’agricoltura, del Prefetto De Ferraris e della Commissione Provinciale di Terra di Lavoro (cui faceva capo allora il territorio) non ebbe mai seguito, però vale la pena riportare le osservazioni dell’ing. Padula sulle condizioni degli agricoltori della zona: “… l’agricoltura in questi terreni è completamente bambina e primitiva! Salvo poche eccezioni, tutte le terre sono affidate alle cure di coloni miserissimi ed ignorantissimi. Non concime, non avvicendamenti e rotazioni agrarie, non foraggi artificiali. Dappertutto l’indigenza, lo stento, l’assenza di qualunque civiltà, di qualunque benessere materiale e morale.

Questo stato di cose non è conseguenza né di infingardaggine nei coloni, che invece sono laboriosissimi, né di ignoranza ne’ proprietari, che sono la maggior parte gente illuminata e progressista … Esso è prodotto dall’essere in queste, come in tutte le terre delle provincie meridionali, abbandonata la produzione a’ capricci dell’atmosfera.

Nel vasto agro di Arce, Roccasecca, Palazzolo, Aquino, Piedimonte, quando l’està non è piovosa (il che equivale a dire quando la stagione segue il suo corso regolare) i coloni ed il proprietario veggono bruciate nel campo le loro biade, e perdono le fatiche e la spesa di un intero anno”.

Dopo aver evidenziato il contrasto con le condizioni dei contadini della Lombardia e del Piemonte aggiunge:

“Qui il tugurio del coltivatore fa schifo anzi dolore, qui la più completa miseria; qui la donna cenciosa, scalza, degradata, abbrutita, è sottoposta al fardello come un ani- male da soma! Il contadino, privo di un‘ora di calma da poter coltivare il suo spirito, angustiato pel mancato prodotto della terra, pel debito che ha col padrone del campo, per l’incerto pane del domani ha tale un momento di vertigine e di disperazione che getta una maledizione a tutta la società, a tutto il creato e diventa apata o malva- gio!”.

Si tratta, come si vede, di giudizi pesanti, ma non molti discosti dal vero se si considera che solo cinquanta anni fa la situazione era più o meno la stessa.

Bisogna giungere al periodo fascista per trovare un nuovo progetto di bonifica nel nostro territorio.

Attorno al 1938 un piano, illustrato dal Dott. Agostino Toso ed elaborato dall’ing. Armando Ballerini per conto dello studio A. Torresi di Genova, proponeva la costituzione del “Consorzio Terra di Lavoro” tra i proprietari dei terreni della pianura di Roccasecca e Castrocielo (zone ormai ricongiunte al Lazio) per l’irrigazione della pianura stessa; il piano prevedeva anche la produzione di forza motrice. I1 comprensorio, con una superficie di circa 4.000 ha, era costituito essenzialmente da terreni seminativi e arbustati ed in piccola parte (110 ha) definiti irrigui dal Catasto, ma che in realtà non erano tali, perché non vi era assolutamente acqua disponibile per l’esercizio di qualsiasi irrigazione.

Nel chiedere la concessione di derivazione al Ministero dei LL.PP. si faceva partico- lare raccomandazione “all’attenzione delle Autorità e dei Gerarchi, rientrando in pie- no nel programma del Duce per la più vasta e più completa utilizzazione delle acque pubbliche, ai fini della bonifica e dell‘autarchia economica della Nazione”.

I1 progetto si inquadrava nell’ambito della nuova legge sulla bonifica integrale, R.D. 13 febbraio 1933 n. 215, ma, a quanto pare, rimase anch’esso nel cassetto dei buoni propositi.

Bisogna giungere agli anni successivi al secondo conflitto mondiale per vedere le prime concrete realizzazioni in materia di bonifica, grazie essenzialmente al Consorzio di Bonifica Valle del Liri. Ma questa è storia di oggi.

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